Eugenio Corti, una miniera da scoprire

Eugenio Corti

Eugenio Corti

Ecco una sintesi di tutti i principali capolavori dello scrittore brianteo. Omero e Aristotele furono i grandi maestri. Corti partì per la Russia per toccare con mano il comunismo: «La ritirata? La summa delle esperienze della mia vita»

In Eugenio Corti la vocazione a scrivere si manifestò precocemente: ai giorni del ginnasio Eugenio Corti, ragazzino di campagna abituato alla scena aperta dei colli briantei, si ritrovò tra le eleganti ma anguste strade milanesi adiacenti al collegio San Carlo, presso il quale studiava. Nei suoi ricordi senili, l’autore rammenta spesso di aver passato ore alla finestra a osservare gli uccelli, unica traccia del mondo di natura in un ambiente metropolitano. In contemporanea, avveniva l’incontro con la parola scritta, mediante i poemi omerici, sui banchi di scuola: impressionato dagli esametri di Omero al punto che il personaggio di Michele Tintori (ne Il cavallo rosso) si distrae dalle lezioni per scrivere poemi “su tutto”, ispirato da quella che da adulto riconoscerà come la propria poetica: la poetica realista di Aristotele per la quale «il particolare rimanda all’universale».

I più non ritornano (1947)
«Fin da ragazzo volevo essere scrittore» dice Corti in un’intervista a proposito del suo primo libro: «quando ho avuto in mano Omero, mi ha preso in modo totale perché trasformava in bellezza tutte le cose di cui parlava. Avrei voluto fare lo stesso. È stato il mio primo binario. Il secondo l’ho imboccato durante la ritirata, nella valle di Arbusov. Mi sono impegnato con Domineddio per il secondo versetto del Pater Noster: “Venga il Tuo Regno”. Ovviamente nel campo letterario, il mio».

Studente di giurisprudenza alla Cattolica di Milano, poi allievo alla scuola ufficiali di artiglieria di Moncalieri, fu Corti a chiedere di essere destinato in Russia. «Nella biblioteca dell’università leggevo la rivista Esprit e gli articoli di Emmanuel Mounier, il portavoce di Maritain, che sosteneva che il comunismo fosse positivo e che i comunisti fossero autentici cristiani. “Bisogna che vada a vedere”, decisi». Il tagliente diario che scriverà, duro come quelle coperte ghiacciate che lui stesso, sottotenente di artiglieria sul fronte russo nell’inverno 1942-43, dovette sperimentare, narra dei 28 tragici giorni, a pennellate gelide ma mai crudeli. «La ritirata è stata la summa delle esperienze della mia vita», commenta Corti: «lì ho conosciuto le abiezioni a cui può arrivare un essere umano e nello stesso tempo i possibili eroismi non solo militari, ma umani e civili, la solidarietà, l’aiuto al prossimo. Marciavamo con 15 gradi sotto zero e di notte a meno 40: non c’erano più viveri né munizioni. I muli morivano. Eravamo costretti ad abbandonare i feriti». Le pagine di questo libro non sono riassumibili: opera giovanile ma maturissima, incastona cristalli di verità brillante come neve gelata, brevi frasi strazianti e soprattutto incontri con uomini reali, molti dei quali l’autore (e noi lettori con lui) sappiamo che non incontreremo mai più.

Tutto è irrevocabile, nitido: Corti vi compare come voce narrante e protagonista, ma sa dare voce agli echi infiniti della guerra, dello smarrimento, della preghiera, soprattutto a Maria Vergine. Corti lo scrisse a ventiquattro anni e assieme alla sorella seppellì il manoscritto nella terra del proprio giardino per salvarlo dai rastrellamenti nazisti. Il manoscritto si salvò, e pure l’autore. Sia il primo che il secondo rivelano una stoffa che li rende illustri nella letteratura italiana: lo capì a suo tempo persino Benedetto Croce. Oggi anche i Bedeschi e i Rigoni Stern appaiono inferiori, al paragone.

I poveri cristi (1951) e Gli ultimi soldati del re (1994)
«Donna, ponte fra noi e Dio, via dall’uomo all’Arte la quale ha sede in Dio, Maria nostra, mostrami in lui le cose che prendo a narrare, e farai la mia voce sicura come il volo dell’aquila, mentre dice le cose che io e i miei compagni vivemmo in quegli anni». Così iniziava il libro meno noto di Corti, riscritto quarantatré anni dopo con nuovo titolo. È un romanzo imperdibile per almeno quattro motivi: primo, perché è una scoperta geografica dell’Italia centrale quando ancora gli italiani “restavano da fare”, con descrizioni paesaggistiche dolcissime; secondo, perché incarna l’esperienza umana dell’amicizia e dell’incontro imprevisto: l’autore chiama «tempo deforme» quello di cui racconta e incomincia nel vivo dei fatti, «al principio del giugno 1944, in linea sopra Lanciano, in Abruzzo», e poi dipinge una galleria di ritratti di persone indimenticabili.

Terzo e quarto motivo, perché mostra come il piano visibile e invisibile della storia e della vita siano inestricabilmente congiunti: per esempio, la politica è qui riletta con occhio d’eternità quando il soldato Fianchino, morente, domanda al suo superiore perché si debba morire per la patria; oppure, quando l’innamoramento tra uomo e donna ha un respiro di carne ma sempre in presenza dell’angelo custode, che Corti ha spesso nei momenti decisivi. «Per noi uomini c’è anche l’amore», dice Corti mentre descrive scene di tentazione sentimentale, d’involontaria bestemmia («È un Dio crudele, il nostro»), di santità (il frate cappellano che «nella smorfia del Cristo appeso al legno, ritrovava quella dei fanti miserabili, supini nella neve a morire»). In questo capolavoro sconosciuto al grande pubblico, troviamo dialoghi come questo:
«Quello è il Dio crudele verso gli uomini? – chiese beffardo l’angelo.
– Proprio ora parli – pensai.
– La questione – disse l’angelo – è che il vostro è un destino da giganti.
– A volte troppo – pensai.
– Povero ragazzo – disse l’angelo».

Il cavallo rosso (1983)
«Ma alla fine di questo corso» gli obiettava con amarezza qualche allievo «noi non sappiamo neppure se riceveremo la nomina a sottotenente o no. (…) Signor tenente: noi a volte ci chiediamo se il nostro studiare non sia semplicemente inutile». «No. Non fosse perché, rifiutandovi di studiare, favorireste per quanto vi riguarda questo tremendo caos in cui stiamo sempre più sprofondando. Ci sono dei momenti, a volte periodi di pochi mesi, in cui si gioca il futuro di un popolo per molto tempo. E noi ci troviamo in uno di tali momenti, come non ve ne rendete conto?».

Così disse Manno ai militari dopo 1’8 settembre 1943, così si dirà sempre. Infatti, saggiamente travestito da enorme romanzo storico, Il cavallo rosso è è in realtà un’opera totale: per ora è giunto alla 27esima edizione, tradotto in otto lingue (spagnolo, lituano, francese, inglese, rumeno, giapponese, serbo-croato, olandese; tedesco in corso dì traduzione), ma un giorno sarà considerato come un talismano o una “divina commedia”.

Già adesso, chi ne ama le 1274 fitte pagine può aprirlo a caso e citare e commentare: tutto si adatta magnificamente all’occasione. La storia è storia italiana, briantea, personale e privatamente individuale e presto nessuno potrà riconoscersi sociologicamente nelle vicende ambientate tra il 1940 e il 1974. Eppure, verrà un giorno in cui questo testo sarà fatto oggetto di studi come un codice del Corpus Hermeticum, come gli Acta Martyrum di età patristica, come i Cantos di Ezra Pound: i nostri posteri glosseranno le note a margine per cercarvi nutrimento, responsi, scaglie di vita. Lo dimostra, oggi, il fatto che chi detesta questo romanzo lo fa per cause estrinseche, per idiosincrasie, per partito preso; sulle pietre di paragone ci si sfracella.
Se Corti è un autore italiano “per caso” (infatti assomiglia più a un Solzenicyn che a un Alberto Moravia), anche Il cavallo rosso è un libro “straniero”: c’è chi ha parlato di Tolstoi, chi di Shakespeare. Tutto vero, ma il futuro dirà ancora di più, oltre. Mentre i detrattori saranno confusi, e muti. Qui dentro troviamo quello che serve a un uomo che vuole servire la verità, dunque tralascio a malincuore l’elenco, che da entusiasta stilerei, delle realtà che un lettore genuino può trovarvi. Basta dire che tutti piangono alla morte di Stefano e di Manno e di Alma, perché sentono “il grande capovolgimento”; basti dire che l’intreccio è solo quello di una famiglia numerosa, dal cognome comune, e che la fabula si svolge tra Nomana Brianza e il lago di Lecco: nessun uomo è trascurabile e nessun luogo è dimenticato da Dio.

Per noi lettori di oggi, serve citare le parole di padre Rodolfo, un personaggio del libro, frate missionario in procinto di partire per l’Africa nel 1955, rivolte ai suoi genitori anziani, industriali brianzoli di estrazione popolare e in quel momento angosciati dai debiti delle loro aziende: «questa grossa prova è voluta da lui, a fin di bene. Vi impedirà, a tutti, di diventare ricchi, come c’era effettivamente il pericolo (…). Il pericolo c’era: che prendessimo gusto alla ricchezza, che attaccassimo il cuore all’abbondanza materiale». Qui, e in cento altri passi del testo, si evidenzia come Corti «aveva messo mano a una grande opera narrativa… per quelli che, domani, dovranno pur accingersi a ricostruire» (p.1256).

Processo e morte di Stalin (1961-62)
Tragedia teatrale scritta nel 1961 e messa in scena per la prima volta nel ’62 dalla Compagnia di Diego Fabbri presso il romano Teatro della Cometa, fu ostracizzata dall’egemonia togliattiana prima e gramsciana poi, esercitata sulla cultura italiana dal PCI anche grazie alla pavidità della DC e all’indifferenza colpevole delle forze “liberali”. L’opera di Corti era un j’accuse al sistema comunista sovietico: in futuro ci sarà piuttosto materia di meditazione per gli uomini sapienti che si domanderanno, se sarà possibile, come mai il marxismo fu violenza. Intanto nel 2011 il dramma cortiano è ritornato sui palcoscenici, come un fossile rispolverato e riposto in bacheca.

Il fumo nel tempio (1996)
Il fumo di Satana è entrato nel tempio di Dio […]. Si credeva che dopo il Concilio sarebbe venuta una giornata di sole per la storia della Chiesa. È venuta invece una giornata di nuvole, di tempesta, di buio»: sono le testuali parole del papa Paolo VI, dette nel 1972. Hanno a che fare con cose ultime come: cattocomunismo, gerarchia, eresia, gnosi, anticristo. A mano a mano che l’ottusità dilaga sui media occidentali, queste realtà sono sempre meno comprensibili e l’umanità ne diventa preda, vittima. Al contrario, avendo letto il proprio tempo con passione, semplicità, ingenuità, discrezione, come
un moderno cronista medievale, Corti riconduce tutta la storia umana ed ecclesiastica alle mani dell’Autore e agli atti liberi degli uomini. Nessuno, in pieno XX secolo, ha saputo fare così.

La terra dell’indio (1998).
L’isola del Paradiso (2000).
Catone l’antico (2005)
Compiuti i settant’anni, Corti si è applicato ai “romanzi per immagini”: per cercare di essere ascoltato nell’epoca della civiltà dell’immagine. Non aveva fatto i conti con i potenti, i produttori cinematografici, i direttori dei canali televisivi: costoro, e non la bellezza dei suoi testi o la gratitudine dei suoi lettori, gli hanno impedito di andare al grande pubblico massmediatico. Chi ci ha
perso è stato quest’ultimo, e la società nel suo insieme. Peccato, perché nelle tre opere, pronte per essere trasformate in copione, si narra di tre miti (falsi) della storiografia attuale: se si fossero sceneggiati i libri di Corti, avremmo l’immagine limpida dell’America Latina dopo i Conquistadores; del destino degli europei moderni dopo la rivoluzione francese; della vera anima del mondo romano tra Repubblica e Impero.

Medioevo e altri racconti (2008)
Nel suo ultimo libro, Corti finalmente si dedica al periodo storico amato, raccontando la storia della beata Angelina da Montegiove (1377-1435), e premettendo un excursus sulla storia dell’umanità scritto da un ottantasettenne: cioè da uno che è sul punto di, morendo, andare a vedere se le proprie generose idee sull’infinito corrispondono con l’infinito stesso.
Il testo è il frutto dei suoi tanti incontri con studenti universitari che di anno in anno vanno a trovarlo nella sua casa in Brianza: «come i grandi scrittori», dice Cesare Cavalieri, «Corti ha una concezione “evenemenziale” della storia: ricostruisce minuziosamente particolari e singoli eventi che diventano significativi; i personaggi del suo microcosmo diventano i veri attori della storia, che non è fatta solo dai re e dai condottieri, ma anche dalla gente comune». I poveri, i piccoli, i semplici e gli sconosciuti sono al centro del quadro: i potenti gli fanno da contorno. Del resto, non occorre essere un critico d’arte per sapere che la tela dell’opera d’arte vale infinitamente di più della sua cornice.

(Andrea Sciffo, febbraio 2013, Il Timone)

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Il tragico inganno chiamato libertà

L’isola del paradiso

La villa di Besana Brianza è rimasta la stessa delle pagine di Cavallo Rosso. Una casa in linea di inizio Novecento con un grande parco. Intorno i rondoni stridono rincorrendosi nel sole declinante. Sul retro la campagna sembra non aver fine. E le Grigne si intravedono appena nell’afa di luglio. Eugenio Corti è seduto in giardino. Pizzetto bianco, occhi azzurri sotto ciglia scure. Quasi ottanta anni portati con sicurezza, se non fosse per un leggero tremore. Unico segno di un’operazione appena subita. Per molti, soprattutto cattolici, è il più grande scrittore del dopoguerra. Il suo capolavoro, Il cavallo rosso, appunto, 1200 pagine fitte, è la risposta italiana a Guerra e Pace. Un libro tragico, intenso, capace di sfidare la storiografia dominante su argomenti come la Resistenza e la Liberazione. Da pochi giorni è uscito il suo ultimo lavoro, L’isola del paradiso (Ares edizioni, Milano, pagg. 322, lire 32.000) una sorta di sceneggiatura in cui narra la vicenda degli ammutinati del Bounty che cercarono di ricostruire su una piccola isola la società perfetta. Perché proprio il Bounty?

“Forse perché nella storia moderna è l’unico episodio che ha assunto subito, e conserva ancora, le caratteristiche del mito, in quanto strettamente legato alle grandi idee rivoluzionarie che stavano trasformando l’Europa. Da principio, l’attenzione si focalizzò sull’impresa marinara del capitano William Bligh che riusì a salvarsi percorrendo su una scialuppa 3.600 miglia in 41 giorni. In seguito si preferì l’utopia degli ammutinati che prima si diedero ai bagordi a Tahiti e poi inseguirono il mito del buon selvaggio e della libertà assoluta a Pitcairn. Ancora oggi, soprattutto nel mondo anglofono, il sogno di una vita libera e felice nei mari del Sud fa proseliti”.

L’ammutinamento avviene in una data chiave della storia occidentale, il 1789. La vicenda assume perciò un valore simbolico…
“Certo. Anche se mi sono attenuto scrupolosamente al materiale storico che è disponibile. Nel complesso, ciò che racconto è tristemente quello che accadde”.

Eppure il sapore della leggenda rimane. Gli ammutinati potevano essere a conoscenza delle idee rivoluzionarie?
“Mah… gli ufficiali avevano una buona cultura, non è detto che non avessero assorbito le idee poi della rivoluzione francese che già circolavano negli ambienti co1ti inglesi”.

Qual è la critica che si evince da questa vicenda nei confronti dei proclami rivoluzionari di libertà, uguaglianza, fraternità, e del mito del buon selvaggio di derivazione rousseana?
“Al di là delle divagazioni letterarie, rimane il fatto storico. I nove marinai, con sei indigeni e le ragazze più belle di Tahiti, si dedicarono alla libertà assoluta, senza freni. All’inizio ebbero la sensazione di aver ritrovato il Paradiso in terra. La vegetazione rigogliosa, il favore del clima, la bellezza dell’isola favorirono l’impressione di essere tornati alla mitica età dell’oro. In realtà, in pochi anni si scannarono a vicenda. Che cosa se ne deduce? In un’ottica cristiana, che esiste il peccato originale. L’uomo è corrotto: dovunque va, anche in capo al mondo, anche fuori da ogni ambito civile che possa influenzarlo, in un ambiente quanto mai favorevole, il male rispunta, è dentro di noi, bisogna continuamente combatterlo. Al di fuori di questa spiegazione religiosa, l’insegnamento è che la vita felice, nella libertà assoluta, è impossibile”.

Eppure più volte nel libro gli ammutinati fanno riferimento alla libertà assoluta…
“All’idea della libertà sfrenata, dell’uomo signore di se stesso, che costruisce la realtà in cui vive, contrappongo un’altra idea di libertà. La libertà e il poco di felicità terrena vanno conquistate giorno per giorno. Non sono uno stato normale, impedito da condizioni esterne. E non a caso, combattere contro le cause che le impedirebbero è stato uno dei grandi miti di questo secolo, consumatosi sui cadaveri di milioni di persone”.

Dal tentativo di ritornare all’età dell’oro discendono dunque le utopie radicali e totalitariste?
“Sì. Riportare l’uomo a una presunta felicità originaria comporta guai terribili. Per togliere il male dal mondo, nella pratica, l’unico modo è togliere l’uomo. L’esempio più grave è forse quello della Cambogia. Il comunismo in quel Paese è stato emblematico. In tre anni è stato massacrato un terzo della popolazione”.

Che cosa può dire delle grandi utopie novecentesche che avrebbero dovuto produrre il paradiso in terra?
“I flagelli sono stati due. Da un lato il nazismo e, più pericoloso perché universale, il comunismo. L’altra grande utopia, meno sfacciata ma ugualmente grave, è quella che potremmo definire radicale. Il sogno, di matrice americana, di una libertà straordinaria a cui l’uomo potrebbe arrivare solo togliendo gli impicci e le cose che la ostacolano. L’episodio del Bounty è perfetto per distruggere questo secondo mito”.

Perché ha optato per una sorta di sceneggiatura?
“Sono nato come scrittore e avrei amato che la cultura seguisse la strada dei libri. Invece oggi si preferiscono le immagini. Dunque bisogna combattere una battaglia civile anche in quel campo”.

Ci dovremmo aspettare una riduzione televisiva?
“Ho composto il libro anche con questo fine, ma la cultura dominante che mi ha sempre osteggiato non penso sia favorevole”.

Che cosa pensa della letteratura italiana contemporanea?
“Non sta molto bene. Fino al Mulino del Po di Bacchelli abbiamo seguito il corso della nostra tradizione come era venuta avanti nei secoli e come era stata fortemente recuperata da Manzoni. Dopo, la via illuministica ci ha portato al nichilismo. C’è un paradosso: gli scrittori odierni in genere scrivono meglio dei loro colleghi dell’Ottocento e del Settecento, ma non hanno più nulla da dire. Le loro opere sono delle “non opere”. E lo ammettono: durante i concorsi, per esempio lo Strega, il Campiello, non parliamo poi del Viareggio, nel momento in cui si devono tirare le conclusioni letterarie si dice sempre che non c’è nulla di buono. Sono anni, decenni. La letteratura italiana è come un grande albero la cui parte terminale è malata. Bisogna scendere lungo il tronco fino a trovare il tessuto sano: da Bacchelli indietro, D’Annunzio, e giù fino al Manzoni. Da lì bisogna ripartire”.

(Angelo Crespi, Il Giornale, 20/07/2000)

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