«La cultura cattolica oggi non esiste più»

Eugenio Corti

Eugenio Corti

La provocazione dell’autore del “Cavallo rosso”: la Chiesa è paralizzata dalle divisioni. E le troppe innovazioni hanno indebolito il suo ruolo di riferimento.

Per gentile concessione dell’editore Cantagalli, pubblichiamo alcuni brani dell’intervista di Lorenzo Bertocchi a Eugenio Corti, tratta dal libro Sentinelle nel post-concilio. Dieci testimoni controcorrente, a cura di Lorenzo Bertocchi e Francesco Agnoli (pp. 160, euro 10).

«La mia Brianza, terra veramente e profondamente cattolica, rappresenta uno specchio fedele di ciò che è la mia impressione sul mondo cattolico di oggi, specialmente in Italia. Questa realtà cattolica è ancora presente, ma è come se fosse sommersa, pensate di osservare uno dei nostri laghetti qui intorno: sotto il pelo dell’acqua è ancora possibile vedere quella solida realtà che caratterizzò gran parte del Novecento, c’è, ma rimane sotto. La domenica qui in Brianza le chiese sono ancora frequentate, c’è ancora gente, ma mi pare una realtà che messa alla prova possa cedere con una certa facilità: c’è rimasto qualcosa che potremmo definire una forma, ma di sostanza ne corrisponde poca. Faccio un esempio per tutti: i giovani hanno paura di sposarsi. Almeno in Brianza la domenica c’è ancora gente in chiesa, in altre parti d’Italia purtroppo scarseggia anche la partecipazione domenicale. Insomma la situazione non sembra molto migliorata rispetto a trentacinque anni fa, forse riprendendo la metafora del diluvio potremmo dire che non piove più, ma le acque ricoprono ancora molta terra e il mondo cattolico è più simile a un arcipelago che non a un continente».

Oggi c’è un notevole dibattito circa l’interpretazione del Concilio Ecumenico Vaticano II, molti cominciano a intravedere i problemi che sono derivati da una certa “modernità ideologica”, quella che in teologia ha preferito le scienze umane e la filosofia moderna, abbandonando il metodo metafìsicoscolastico. (…)
«Il punto di partenza per me è rappresentato dalla presa di posizione di san Pio X, successivamente vi sono state una serie di spinte innovatrici che piano piano hanno proposto e introdotto sviluppi che poi sono entrati prepotentemente nella Chiesa. Queste innovazioni furono accettate da alcuni sì e da altri no, ma si sono fatte sentire fortissimamente, a mio modo divedere questi sviluppi non erano legittimi. Si è dimostrato, infatti, che anche se muovevano da buone intenzioni contenevano degli errori che poi hanno fatto sentire il loro effetto. Dal dopoguerra in poi questa è la situazione che la Chiesa si è trovata a vivere: sulla spinta di innovazioni ambigue si è via via venuta a creare una vera e propria spaccatura all’intemo del mondo cattolico che risulta profondamente diviso. Questo è il nostro guaio di oggi (…) Oggi verrebbe quasi da dire che una cultura cattolica non esiste più, la divisione intestina che la abita sembra paralizzarla. Forse bisogna risalire ai tempi di Pio XII per trovare ancora quella chiarezza che forniva un riferimento preciso per tutti. Oggi siamo alla ricerca di quell’interpretazione certa che manca da troppo tempo, ma mi pare che Papa Benedetto XVI stia cercando di combattere proprio questa mancanza di certezza. Questa è una grande Grazia perché non dobbiamo perdere quello che conta di più, che è vero e che vale».

(…) Come ha più volte sottolineato proprio Papa Benedetto XVI, l’Occidente (…) sembra voler dimenticare le sue radici cristiane. Cosa ne pensa?
«Oggi la cultura occidentale è in ritirata e coloro che in qualche modo la detengono, pur riconoscendo una situazione di crisi, non accettano che venga proposto qualche cosa di diverso rispetto a ciò che loro stessi rappresentano. Per chi osa farlo c’è immediatamente una sorta di morte civile. La situazione ha origini lontane nel tempo e potremmo sintetizzarla per sommi capi. La visione teocentrica della realtà, tipica del Medioevo cristiano, fu in qualche modo soppiantata da una visione antropocentrica che in partenza non era programmaticamente anticristiana o contro Dio. Questo antropocentrismo di fatto si è poi sviluppato in aperto contrasto con quella visione teocentrica, ciò si è verificato in particolare nel periodo illuministico che cominciò ad escludere Dio dalla visione della realtà. Subentrò poi l’idealismo tedesco che in pratica, una volta che la cultura uscì dalle biblioteche, si condensò in due personaggi: Nietzsche e Marx, i padri di quei due indirizzi politici che nel secolo scorso hanno prodotto eccidi spaventosi. Mi riferisco ovviamente a nazismo e comunismo. È vero che già nel Settecento in pieno illuminismo i moti della Rivoluzione francese avevano anticipato questa situazione, ma la devastazione prodotta nel XX secolo non ha paragoni. In seguito alle conseguenze prodotte da queste ideologie la cultura occidentale ha tentato un passo indietro, ripiegando di fatto sull’iiluminismo. A mio modo di vedere ancora oggi la nostra cultura è ripiegata su una visio ne della realtà che, almeno in linea generale, possiamo dire di stampo illuminista».

Share

Eugenio Corti, l’uomo che non si è mai arreso

Eugenio Corti

Eugenio Corti

«C’è un eroe dell’Iliade che amo più di tutti gli altri: Ettore. Incarna l’uomo che non si arrende. E non teme la sconfitta perché dà sempre tutto se stesso». Eugenio Corti, che di battaglie se ne intende, non ha nessuna intenzione di risparmiarsi. Anche sulla soglia dei novant’anni che si appresta a festeggiare venerdì prossimo. Nel salone della storica villa di famiglia, a Besana in Brianza, lo scrittore avanza piano, con incedere epico, sottolineato da un bastone da profeta e dal folto pizzetto bianco. Il caminetto è spento. Ma un fuoco sembra animarlo quando come un antico aedo si siede e racconta. Le lancette dell’orologio scorrono via veloci. Lo sguardo austero diventa quello paterno di un nonno che ricorda lucidamente i suoi trascorsi e gli occhi azzurri brillano quando rievoca l’esperienza che ha segnato la sua vita: «Penso spesso alla campagna di Russia del 1942. Ai colpi di cannone da rimanere sordi. Sei mesi in cui mi son ritrovato da novellino in prima linea. Quando ci hanno accerchiato per 28 giorni nei dintorni di Arbusov, nella cosiddetta Valle della morte, avevo già seminato e distrutto tutto ciò che avevo addosso: ero sicuro di finire prigioniero dei russi. E poi centinaia di chilometri a piedi, 15 gradi sotto lo zero, con unica coperta in testa come riparo. Ho visto molti amici cadere. Eravamo 1700, tornammo in 300».

Da questa vicenda è nata una delle sue prime perle, il diario I più non ritornano (1947). Ma è in Russia che ha deciso di diventare scrittore?
No. Ho sempre sognato di fare lo scrittore. In prima media mi sono ritrovato in mano i poemi omerici e ne sono stato conquistato dalla loro bellezza. Ho subito provato il desiderio di emularli. Mi piace molto la figura di Ettore. Ma anche il coraggio di Ulisse, cantato magnificamente pure da Dante: “e volta nostra poppa nel mattino, de’ remi facemmo ali al folle volo”….

Lo stesso coraggio che l’ha portata poco più che ventunenne sul fronte russo…
Io non avrei mai chiesto di andare sotto le armi. Figurarsi per un cattolico poi… Tanto più che gli studenti erano esonerati. Ma cedetti al bellicismo della Gioventù universitaria fascista. Non avevo simpatia per questa organizzazione, ma pensai: “Perché i nostri compagni operai sono sotto le armi e noi studenti no?”. Così mi arruolai e scelsi il fronte russo. E non mi sono mai pentito. Sentivo di non poter diventare uno scrittore del mio tempo se non avessi preso parte a quell’evento. Ero certo che sarebbe stata una delle grandi esperienze del secolo. Volevo vedere sul campo l’esperimento comunista di costruire un mondo nuovo contro Dio.

E che idea si fece?
Ho parlato molto con i russi. C’era un compagno siciliano, Antonino Allegra, che aveva imparato benissimo il russo e mi faceva da interprete. Chissà se c’è ancora quel ragazzo lì… Non è rimasto più nessuno di allora…(e gli occhi si fanno lucidi). Chiedevo ai russi del comunismo, ma ne parlavano malvolentieri. Avevano tutti parenti fucilati o deportati. Capii che la collettivizzazione forzata era stata per loro un dramma. I comunisti avevano portato via la terra ai contadini. Sequestravano il loro grano e lo cercavano nelle case anche sollevando i pavimenti. Così per fame la gente ha iniziato a mangiare prima il miglio, poi di tutto: cani, gatti, l’erba dei campi, fino al cannibalismo.

L’utopia comunista è al centro di un’altra sua opera Processo e morte di Stalin (1962) circolato anche in russo e in polacco come “samizdat” (stampa clandestina). Fu però rifiutato da numerosi editori italiani. Le stesse difficoltà incontrò il suo capolavoro Il cavallo rosso (1983) prima che lo pubblicasse la casa editrice Ares: oggi è giunto alla 25° edizione. Ma il  nome di Corti in Italia non è ancora molto conosciuto…
La grande stampa laicista e il mondo della cultura di stampo marxista mi hanno sempre ignorato o attaccato. Ma anche una parte del mondo cattolico mi ha scomunicato. Anche Avvenire in passato mi ha emarginato, soprattutto ai tempi del divorzio, quando mi esposi in prima fila nel Comitato lombardo per l’indissolubilità del matrimonio e mi scontrai con Lazzati e altri cattolici. E all’Università Cattolica fino a pochi mesi fa erano bandite le tesi che parlassero delle mie opere: in questi anni sono solo 6-7 quelle che mi riguardano. E per giunta solo alla facoltà di Lingue, cioè lavori sui miei testi tradotti all’estero….

Eppure un’Associazione culturale internazionale (Aciec) che porta il suo nome e un comitato ad hoc della sua Brianza promuovono la sua candidatura al Nobel…
Li ringrazio molto, ma per un cattolico oggi è molto difficile ricevere questo premio. C’è grande difficoltà ad accettare la cultura cristiana. Il Nobel è un’istituzione prestigiosa, ma in anni recenti è stato premiato anche chi con la cultura ha poco a che fare… A me basta che le mie opere siano conosciute e che magari Il cavallo rosso venga letto nelle scuole. Poi penso sempre che se non hanno dato il Nobel a Tolstoj, posso star tranquillo….

Alcuni critici stranieri, paragonano la sua opera proprio a quella di Tolstoj…
Sono onorato. Tolstoj è il più grande narratore del Novecento, l’erede dei migliori scrittori della letteratura occidentale: Omero, Virgilio, Dante… Purtroppo dalla seconda metà del Novecento le opere letterarie nascono già morte. La scrittura è arte. E come nell’arte assistiamo da Picasso in poi a un disfacimento delle figure, così in letteratura. Non si è più in grado di rendere l’universale nel particolare…

In che senso?
Facciamo un esempio. Prendiamo Manzoni: è riuscito a ritrarre così bene la figura dell’avvocato fumoso che oggi Azzeccagarbugli è diventato sinonimo per antonomasia. E così la Perpetua è diventata la domestica del parroco. La scrittura deve riuscire a cogliere la realtà e tradurne la bellezza che è in essa. Ma nel panorama italiano novecentesco, l’ultimo scrittore originale è stato Riccardo Bacchelli con il suo Il mulino del Po.

Il suo monumentale Cavallo rosso è stato tradotto in otto lingue, perfino in giapponese e da poco anche in olandese. Quasi tremila pagine per un affresco di oltre trent’anni di storia italiana. Ma uno studioso protestante, Jean Marc Berthoud, ha scritto che il personaggio principale del romanzo è Dio…
È vero. Però credo che Il cavallo rosso sia un romanzo riuscito non perché abbia una visione religiosa. Ma perché riesca a tradurre l’universale nel particolare. Penso al passo che amo di più e quello preferito dai tanti studenti che mi scrivono: la morte del capitano Grandi, esprime tutta l’umana tragedia. Alcuni sostenitori in Inghilterra mi dicono che Il cavallo rosso riesce a rendere tutti i maggiori problemi della cultura contemporanea: come il nichilismo. Se oggi i giovani hanno smarrito i valori la responsabilità è di molti genitori e professori cresciuti con il mito del ’68.

Anche per la Chiesa e per i cristiani nel mondo non sembra un buon momento…
I cristiani hanno il martirio nel dna, è nella loro storia ma siamo sopravvissuti anche agli orrori delle ideologie del ‘900. Più della pedofilia o delle minacce del fondamentalismo islamico, la Chiesa deve temere la perdita della fede o una fede tiepida. Uno dei problemi maggiori è che ci sono troppe teste, anche nel clero, che vogliono insegnare al Papa a fare il Papa. E poi purtroppo i cattolici son divisi tra progressisti e conservatori. Ecco perché seguo con entusiasmo e fiducia La Bussola Quotidiana: occorre raccogliere le fronde sparse. Che il Papa poi sia attaccato da “intellettuali” laicisti che deviano le masse non è una novità.

Non a caso li chiama “intellettuali”…
Sì preferisco essere considerato uomo di cultura più che “intellettuale”, figura che nasce nel 1700 e incarna l’utopismo senza Dio. I primi segnali ci furono già alla fine del Medioevo. Poi l’Illuminismo francese e l’Idealismo teorizzarono apertamente l’ateismo e la morte di Dio: pensiero che nel ‘900 è uscito dalla storia e illudendo popoli interi ha prodotto milioni di morti con nazismo e comunismo.

A che cosa sta lavorando oggi?
Sto curando una nuova edizione de Il fumo nel tempio (1995), l’unico mio libro di saggistica, dedicato al naufragio dei cattolici in politica: è una sintesi degli errori della Democrazia Cristiana, il cui guaio maggiore purtroppo son state le correnti, come profetizzò De Gasperi. Oggi poi abbiamo personaggi che non sono politici. C’è molto personalismo e arrivismo. Ci vorrebbe davvero uno come Catone l’antico (il titolo di un altro mio romanzo del 2005).

Pensa di scrivere altri libri?
Ringrazio il cielo per i 90 anni, sono tanti, ormai non mi resta molto: in media ci metto 5 anni per scrivere un libro, a parte gli 11 per Il cavallo rosso in cui ho voluto approfondire la radice del male. Sono 1500 fogli scritti a macchina. Oggi per fortuna c’è il computer, anche se scrivo sempre prima a mano con la matita. Il testo deve essere bello, deve avere una sua musicalità.

Come festeggerà il suo compleanno?
Sarà una Babilonia… Non farei nulla per paura di scontentare qualcuno: dovrei organizzare una festa con i nipoti (sono il maggiore di 10 fratelli). Una per tutti gli amici. Una per le associazioni… La mia giornata è molto sbalestrata. Riesco a rispondere solo a metà delle migliaia di lettere che mi arrivano. Spesso accolgo con piacere gruppi di studenti che mi vengono a trovare. Molti giovani mi mandano i loro libri per chiedermi un parere. Li metto sul comodino e la sera li leggo. Do i miei consigli, ma poi come dico a tutti “tocca a voi riscriverli”….

Nell’aldilà si vede ancora come scrittore?
No… Penso di aver scritto abbastanza. In cielo vorrei soltanto riabbracciare i miei genitori, i miei fratelli, tutti quelli che ho amato sulla terra. Ho sempre ammirato la carità irraggiungibile di mio fratello, missionario in Ciad e di un altro, medico, che ha fondato un ospedale in Uganda. Io mi sono impegnato con la penna a trasmettere la verità. Ma fino a che punto ci son riuscito è un punto interrogativo. Per me la cosa più importante è la misericordia divina. Ho fatto tanti errori, ma quando mi presenterò a Dio credo che mi riterrà ancora uno dei suoi.

La speranza non è mai venuta meno neanche nei momenti più drammatici?
Durante l’accerchiamento dei Russi nel 1942 ho pensato davvero di non uscirne vivo. Avevamo finito viveri e munizioni. Ed eravamo costretti ad abbandonare i feriti. L’odio che ho visto in guerra, con i prigionieri bruciati vivi, non è paragonabile nemmeno ai 47 gradi sotto zero toccati in una notte. Ma altri momenti terribili li ho vissuti con il Corpo Italiano di Liberazione, spesso ignorato quando si parla di Resistenza. Erano quei militari italiani che nell’esercito regolare hanno combattuto contro i tedeschi insieme con gli Alleati. Io però sono un “paolotto” (un cattolico praticante) della Brianza, e ho sempre avuto fiducia nell’angelo custode. Pensavo a mia madre che a casa pregava. Feci un voto alla Madonna: se esco da questo inferno mi impegno come scrittore a battermi per il suo Regno, come dice il Padre Nostro.

Come ha fatto a mantenere una fede così granitica?
Esperienze come quella russa hanno rinforzato la mia fede. Ho sperimentato che Dio non abbandona l’uomo. Siamo noi casomai ad abbandonare Lui. Nel romanzo Gli Ultimi soldati del re (1994) racconto di quando stavo in trincea nelle Marche e pensavo a quando sarebbe finita quella maledetta guerra. Vidi alcune farfalle che mi dettarono questa riflessione: questi insetti non sanno nemmeno di esistere eppure danno dimostrazione di come la realtà dipenda da qualcosa di trascendente. La loro bellezza mi faceva pensare a quanta felicità deve esserci in Dio.

(a cura di Antonio Giuliano, 05/02/14, La Nuova Bussola Quotidiana)

Share

Vita e destino visto da Eugenio Corti

Eugenio CortiEsattamente trent’anni fa veniva pubblicato in Italia Vita e destino, lo straordinario romanzo di Vasilij Grossman, apparso postumo quattro anni prima in Svizzera (casa editrice L’Age d’Homme).
Grossman, ebreo russo di origine tedesca, era uno tra i più celebrati scrittori e corrispondenti di guerra della Russia sovietica. Comunista ortodosso, ha lasciato proprio in questo romanzo (concluso nel 1960) la testimonianza della sua improvvisa e totale conversione anticomunista. Immediatamente il Kgb confiscò le copie, la carta a carbone e i nastri della macchina da scrivere. Eppure una copia misteriosamente raggiunse l’Occidente e vide la luce vent’anni più tardi. La pubblicazione della traduzione italiana (ad opera di Cristina Bongiorno), curata dalla Jaca Book destò immediatamente grande interesse.
Nel mese di novembre di quell’anno il mensile “Studi Cattolici” (n° 285, pp. 684-690) pubblicò una lunga intervista (o, meglio, dialogo con il giornalista Giuseppe Romano) ad Eugenio Corti, uno dei maggiori esperti italiani della Russia sovietica, che l’anno prima aveva pubblicato il suo capolavoro Il cavallo rosso. Decisione quanto mai felice: il romanzo di Corti presenta infatti singolari analogie storiche e tematiche con l’opera di Grossman e il dialogo con l’autore di Il cavallo rosso è effettivamente stata una via ottimale per approfondire gli orizzonti di Vita e destino.
Sono passati trent’anni. Vita e destino ha conosciuto uno straordinario successo. Dopo il 1990 in Russia emerse una seconda copia con correzioni autografe che ne permise una versione integrale (ora disponibile in Italia, pubblicata da Adelphi nel 2009, nella traduzione di Claudia Zonghetti). Sorprendente successo ha avuto anche Il cavallo rosso, di cui nel 2014 – alla morte del suo autore – la casa editrice Ares ha pubblicato la 29° edizione.
L’intervista/dialogo è molto ampia, ma per la sua qualità ci è sembrato opportuno riproporla ai lettori.

Vogliamo ricordare quali avvenimenti narra Vita e destino?

Il romanzo rappresenta fatti avvenuti nella Russia sovietica durante la ritirata e il successivo contrattacco di Stalingrado, nell’inverno 1942-43. Le vicende storiche e ideali di quei momenti vengono seguite attraverso le storie individuali di un gran numero di protagonisti, personaggi in sé non straordinari, ma che assumono una funzione emblematica. In particolare, i numerosi componenti della famiglia Šapošnikov fungono da centro dinamico della narrazione, che da loro si dipana e a loro ritorna, in un moto circolare che coinvolge sempre nuovi personaggi e nuove vicende. Ne risulta in sostanza un grande quadro unitario, in cui i singoli fatti narrati si fanno portatori di alcune idee universali. Tali idee, a loro volta, non ostacolano la struttura narrativa proprio perché tocca all’azione del romanzo evidenziarle e proporle come fondamentali.

Sembra anche a me che la tensione corale sia l’elemento caratterizzante del romanzo, una tensione che è d’altra parte patrimonio peculiare della letteratura russa, e orientale in genere. Vita e destino costituisce uno sforzo singolare di unità, che sceglie, per realizzarsi, la via della frammentazione; ne risulta un crescendo narrativo che muove strumenti diversi secondo un medesimo accordo, fino a ottenere una sinfonia. Questa sintesi, che attraverso i particolari conquista ciò che è universale, è tanto propria della letteratura russa da poter essere quasi definita una tradizione nazionale, un possesso collettivo che non trova riscontro, fuori di Russia, su identici livelli di eccellenza.
Non è un caso, in questo senso, che l’antecedente più citato di Vita e destino sia Guerra e pace, il romanzo di Tolstoj che l’opera di Grossman riecheggia sintomaticamente fin dal titolo: un parallelismo non solo sintattico, ma di sostanziale empatia. Dello stesso filone ideale fanno parte Le anime morte di Gogol, Il Dottor Živago di Pasternak, Il Maestro e Margherita di Bulgakov, le opere narrative di Solženicyn. Tutti questi autori, anche se con modalità diverse, raccontano un’identica “storia di popolo”, un’epopea che risulta dall’omogeneità di tanti eventi singolari. Per questo motivo credo che anche l’esplicita coralità di Il cavallo rosso non sia riconducibile ad alcuna tradizione occidentale: il suo romanzo ha tutte le caratteristiche del “romanzo russo”, e questo mi sembra tra gli elementi più originali e più riusciti.

Lo riconosco con piacere: il mio romanzo risponde a un desiderio, come lei dice, “sinfonico”, corale, e obbedisce a un atteggiamento assai poco adottato nella letteratura occidentale. Rispetto alla mentalità orientale, la nostra è più individualistica: anche quando rappresenta una moltitudine di protagonisti, rimane focalizzata sui singoli, traendone semmai “tipi” da universalizzare attraverso una forte caratterizzazione drammatica del personaggio. Penso a Balzac, a Mann, allo stesso Manzoni.

Copertina di Vita e Destino

Copertina di Vita e Destino

Il discorso, in fin dei conti, ci porta alla differenziazione anche storica tra Oriente e Occidente, a cui corrisponde l’alternativa tra coralità e individualità; in altri termini, le società occidentali, a partire dal Diciottesimo secolo, hanno smarrito quei connotati di organicità che sono invece ancora tenace patrimonio di quelle orientali (non mi riferisco, ovviamente, al totalitarismo politico, che a questi caratteri etnici si è semplicemente sovrapposto). Da noi è subentrata una concezione di uguaglianza che livella le persone indipendentemente da ciò che rende insostituibile ciascuna di esse: la società di massa si differenzia da quella “organica” perché è composta da un insieme di individui uguali e irrelati. È logico che tutto questo si rifletta nel romanzo, un genere che in Occidente è in crisi proprio perché ha smarrito sia il riferimento sociale, sia, ultimamente, quello individuale. L’individuo, infatti, quando perde ogni riferimento esterno, finisce col disgregarsi e col sopravvivere solo come un fascio di pulsioni.
Ma torniamo alla “coralità”: chi legge Vita e destino rischia di smarrirsi nell’intrico dei personaggi e delle vicende. Crede che queste difficoltà vadano addebitate a oggettive dissonanze, a difetti nell’esecuzione della “sinfonia”?

Le eventuali difficoltà del lettore riguardano essenzialmente la lingua italiana, la quale, malgrado l’ottimo lavoro di traduzione di Cristina Bongiorno, non può sopperire ad alcuni elementi costituzionali che nella lingua russa sono un aiuto prezioso. In russo, infatti, tra i personaggi si instaura una rete di rapporti basata sul ricorrere del nome, del cognome e del patronimico. Lo scrittore, inoltre, si serve spesso dei nomi per infondervi un forte simbolismo, che sostiene il lettore nell’individuare con chiarezza il personaggio. Mi viene in mente un personaggio del mio romanzo, il tenente Laricev: un russo sensibile, che con il suo comportamento salva la vita a uno dei protagonisti. Laricev, che in russo significa “scrigno”, a un lettore che conosca il russo ricorderà subito l’idea di qualcosa di prezioso. Questo simbolismo è invece negato a un lettore straniero. In Vita e destino questo genere di simbolismo è a volte fondamentale: basterà ricordare il caso di Ikonnikov, di cui potremo riparlare più in dettaglio.

È evidente che un romanzo, anche quando voglia pervenire all’enunciazione di alcune tesi ideali, resta anzitutto un fatto narrativo. Quali sono, a suo parere, i passi fondamentali diVita e destino?

Direi che i momenti di più alto livello letterario coincidono con le affermazioni ideologicamente più approfondite; per questo motivo, tali momenti sono di altissimo valore aldilà dell’effettiva condivisibilità della filosofia che esprimono. In primo luogo, citerei il colloquio tra il teorico nazista e quello sovietico (pp. 392ss) [le pagine citate qui e più sotto fanno riferimento, naturalmente, alla edizione Jaca Book del 1984 – NdR], dove si afferma che nazismo e comunismo sono le due facce di un’identica realtà. Questa affermazione documenta la tesi di fondo di Grossman, è la causa della sua “conversione” anticomunista, e illumina tutto il romanzo. Dal punto di vista letterario ci troviamo davanti a un capitolo di rara perfezione, un colloquio che resterà memorabile. Di fatto, formalmente, è solo Liss, l’SS che comanda il lager, a parlare, mentre Mostovskoj, il detenuto sovietico convocato per quello che credeva un interrogatorio, tace. Di quest’ultimo però Grossman riporta il pensiero, che per il lettore costituisce un equivalente drammatico delle risposte orali che restano impronunciate.
Immediatamente dopo (pp. 402ss), leggiamo il capitolo che riporta “gli scarabocchi di Ikonnikov”. Si tratta di appunti clandestini, scritti da un altro detenuto, per i quali Mostovskoj aveva creduto di venire incriminato. Il capo del lager, invece, ne ha tratto spunto per il lungo discorso di cui abbiamo detto; alla fine li ha restituiti al prigioniero, che può leggerli appena rientrato in cella. Gli scarabocchi di Ikonnikov sono di importanza capitale: contengono, infatti, il pensiero di Grossman sull’uomo e sulla storia, e si pongono in un rapporto speculare con il colloquio del capitolo precedente.

Mi sembra che per comprendere il significato e la portata degli “scarabocchi di Ikonnikov” sia fondamentale il simbolismo del personaggio, che ci ripromettevamo di approfondire.

Esattamente. Nell’ambiente del lager, Ikonnikov non è considerato una persona come le altre. La sua particolarità viene evidenziata quando Mostovskoj scopre che gli appunti ricevuti da Ikonnikov non sono più nel loro nascondiglio: «E per tutto questo, la sparizione delle carte, il pancaccio vuoto di Ikonnikov, all’improvviso gli balenò chiaro nella mente che si era comportato in modo sconsiderato lasciandosi trascinare in discorsi con un jurodyvyj cercatore di Dio» (p. 318). Una nota a piede di pagina chiarisce: «“Folle in Cristo”: così nella Russia presovietica venivano chiamate le persone con tare fisiche o mentali, che si ritenevano dotate di facoltà profetiche e portatrici di bene alle case in cui erano ospitate».copertina Il cavallo rosso
Il termine jurodyvyj è di capitale importanza per la comprensione della missione di cui lo scrittore ha investito questo personaggio. Come viene detto in nota, esso rappresenta una categoria di persone; il suo significato, più esattamente, è quello di “mentecatto di Dio”. Questa categoria di persone esiste tuttora, ridotta allo stremo, e anche la figlia di Stalin, nel suo diario, ricorda i “mentecatti di Dio” che sua madre accoglieva. Nell’economia del romanzo, il “mentecatto di Dio” svolge appunto un ruolo profetico, è un personaggio che parla da povero demente, ma che può dire, a nome di Dio, cose che a un uomo normale non sarebbero permesse. E infatti il suo discorso è a un livello molto elevato, e di splendida efficacia, almeno nella parte negativa; nella pars construens, invece, affiorano i limiti ideologici di Grossman. È uno splendido capitolo della letteratura russa, che paragonerei al discorso del “Grande Inquisitore” di Dostoevskij, in I fratelli Karamazov; vi si trova la chiave del romanzo.

Qual è, in sostanza, la tesi fondamentale di Vita e destino?

Esiste una netta distinzione tra la pars destruens e la pars construens, il cui motivo risale al processo interiore che, poco prima della stesura del romanzo, si era compiuto nell’animo dello scrittore. Grossman era un ebreo non credente, approdato al comunismo. Il comunismo è in gran parte un prodotto del pensiero ebraico, che poi si è fuso con l’impostazione filosofica tedesca. Ma lo spirito messianico consustanziale all’ebraismo non è andato perduto: è stato trasferito in una visione assolutamente “laica” della realtà, e resta un imperativo assoluto. Quando Grossamn scrive Vita e destino, ha appena costatato il fallimento dell’utopia terrena in cui aveva creduto, cosa che spiega il suo forte pessimismo, lo sconforto con cui guarda la realtà. Questa disposizione spirituale, unita alle sue doti di scrittore e di pensatore, gli consente una straordinaria lucidità nello smantellare tutte le affermazioni del comunismo, e nel cogliere la fonte del male, del dolore, della sofferenza, attraverso i caratteri e i comportamenti delle persone. D’altra parte, però, lo scrittore resta ancorato alle categorie mentali del comunismo, e questo spiega l’assenza di proposte costruttive; quando esse vengono formulate, risultano sempre limitate dall’impostazione di partenza.
Tutto questo è evidente nei due passi di cui abbiamo parlato prima: nell’analisi spietata che si legge nel colloquio tra il teorico nazista e quello comunista, e negli appunti del “mentecatto di Dio”, da cui traspare una realtà fortemente legata agli schemi interpretativi che pure sono stati condannati nella loro radice filosofica. Per Grossman, in sostanza, il bene è una realtà spontanea e immediata, che si corrompe non appena la si voglia elevare a sistema sociale, politico o religioso. Il determinismo comunista interpretava tutto alla luce dell’economia; anche se questo concetto è stato ripudiato, il determinismo resta: «Gli uomini che vogliono il bene dell’umanità sono impotenti anche solo a ridurre il male sulla terra» (p. 404). Anche il cristianesimo, che pure Grossman considera l’insegnamento più umano e nobile che sia mai apparso sulla terra, si rivela per lui un portatore di stragi e di divisioni. Questa è l’opinione dello scrittore: l’uomo, impotente a ridurre e a fronteggiare il male, deve accontentarsi della bontà «fine a se stessa, privata, casuale», la sola che «è eterna», anche se può rivelarsi «bontà folle, dannosa, cieca» (p. 406).
Ciò che Grossman non vede è la globalità della vita, in cui il trionfo del Bene sul Male è possibile e si realizza, giacché non è il cristianesimo a condurre le stragi, bensì le deformazioni di questa dottrina, che lui non esita a riconoscere nobile e benefica. Poiché è fallito l’ideale in cui ha creduto, il grande ideale terreno del comunismo e dell’umanitarismo laico, egli ritiene fallita tutta l’umanità; tra le macerie resta soltanto una bontà istintiva, insensata.

Vasilij Grossman

Vasilij Grossman

Per Grossman, come il titolo del romanzo lascia intuire, alla Vita, all’azione libera dell’individuo, si sovrappone il Destino, e la tragedia della storia consiste nell’eterno scontro delle aspirazioni umane con una realtà cieca e inarrestabile. Questa contraddizione, insita anzitutto nel comunismo, dove Grossman la evidenzia senza risolverla, mi sembra rappresentata con particolare evidenza nei fatti e nei personaggi che fanno capo alla figura del funzionario comunista Krymov. Questi è un fedelissimo del regime, per il quale ha spietatamente denunciato, imprigionato e ucciso in ossequio alla ragion di Stato; improvvisamente, viene arrestato e rinchiuso nel carcere della Lubjanka. L’epilogo è amaro: dopo aver protestato contro ogni accusa la propria ortodossia comunista, in cui continua ostinatamente a credere, crollerà, stremato dagli interrogatori e, come tanti altri avevano fatto prima per sua mano, confesserà delitti che non ha mai commesso.
Sulla sorte di Krymov, personaggio tra i più splendidi e drammatici del libro, il “Destino” si accanisce con terribile ironia: a perderlo involontariamente è Zenja, la donna che ama e che, dopo averlo lasciato quando lui era un tronfio funzionario, sa tornargli accanto nel momento della sventura. Zenja lo ha tradito inconsapevolmente, confidando una frase pericolosa – un antico apprezzamento di Trockij per uno scritto di Krymov – a Novikov, l’uomo con cui pensava di ricominciare la sua vita. Novikov, a sua volta, ha ripetuto la frase incriminata, senza darvi peso, nel corso di un’accesa discussione con un commissario dell’Armata Rossa. Da qui parte la sventura di Krymov, che sospetta la ragione dell’arresto, ma non vuole incolparne la moglie che ama e che è tornata da lui; da qui anche la sventura di Zenja, una figura femminile che ha i connotati interiori di Anna Karenina, alla quale il destino sottrae insieme Novikov, l’uomo che ama, e Krymov, il marito che comunque si dispone a seguire, per senso del dovere, anche in Siberia. Da qui, infine, anche la doppia tragedia di Novikov, l’eroico colonnello che, per la sua integrità, perde Zenja e si avvia anch’egli a una probabile punizione. Krymov, Novikov, Zenja, sono altrettanti esempi di una coerenza ferrea, che non deflette fino a quando, come avviene sempre, il destino giunge a spezzarla e a mostrarne l’inutilità. È una caratteristica che appare pressoché in tutti i personaggi di Grossman – per citarne un altro, lo scienziato Štrum, tormentato dal conflitto tra fama e onore – e che forse, nell’intenzione dell’autore, va letta come unica risposta possibile al destino. È d’accordo con questa interpretazione?

La figura di Krymov mi impressiona. Dall’analisi che Grossman ne ha fatto, mi riesce facile comprendere come abbia potuto lui stesso presentare il suo volume alla Società degli scrittori, e sperare di vederlo pubblicato come era avvenuto a Una giornata di Ivan Denissovič. Mi sembra una conferma evidente del fatto che Grossman non ha abbandonato la forma mentis comunista: nel caso di Krymov, in particolare, lo scrittore vede la condanna più nella sua ingiustizia, che – raffrontandola ai veri e propri crimini che il personaggio ha compiuto in nome del regime – nel suo aspetto di giusta espiazione. Quanto al problema della coerenza, la risposta è la stessa. Sono d’accordo che sia evidente intenzione dello scrittore il proporla come il migliore degli atteggiamenti umani, ma, anche in questo caso, egli non distingue abbastanza: la coerenza è positiva quando la direzione è quella giusta; la coerenza nel male, invece, porta a guai peggiori. Dall’analisi delle affermazioni di Höss, il capo del lager di Auschwitz, appare chiaro come lo sterminio degli ebrei sia stato possibile grazie allo straordinario attaccamento al dovere delle SS. Erano pochissime, ma rinunciavano anche alle licenze per mantenere i forni in funzione: non mi sembra che ci sia da vantarsi di questo “spirito di sacrificio”.

Lei prima ha citato due momenti fondamentali, quello del colloquio tra i due teorici, e quello degli “scarabocchi di Ikonnikov”. A sembra che ci sia un altro passo, che può comporre un trittico con quei primi due. Mi riferisco al colloquio che Krymov, in cella, intrattiene con un altro detenuto. Quest’ultimo sostiene che il lager «era il riflesso per così dire iperbolico, ingigantito, della vita di fuori. Tuttavia la realtà che si affermava sulle due sponde del reticolato, lungi dall’essere contraddittoria, rispondeva alle leggi della simmetria» (p. 833). In sostanza, il lager sarebbe non un difetto, ma una componente costruttiva e necessaria della società sovietica; vi si creano, poco a poco, condizioni di vita e di produttività identiche a fuori. Krymov si oppone a questa visione, inorridito, affermando: «Lei, compagno Katzenelenbogen, fornisce ai servizi di sicurezza gli attributi della divinità. Era proprio ora che le dessero il cambio» (p. 834).
L’altro detenuto risponde: «Sì, io credo in Dio. Io sono un credente, un vecchio oscurantista. Ogni epoca si crea un Dio a propria somiglianza. I servizi segreti sono saggi e potenti, dominano l’uomo del XX secolo. […] Ma le faccio notare che hanno messo dentro anche lei, non me soltanto. Anche a lei era ora di dare il cambio. Un giorno la storia chiarirà chi ha ragione. Se lei o io» (p. 834). Mi sembra che queste frasi, nella loro triste ironia, suonino come una conclusione ideale dell’itinerario interiore di Grossman, dove risultano falliti sia l’idealismo di stampo tedesco, di cui lei ha già dato conto, sia il comunismo. Non c’è futuro; solo la storia, il destino che ha rinchiuso entrambi nella stessa cella, risponderà alle domande.

Sono ancora evidenti pregi e limiti ideologici di Grossman, all’interno della sua superba creazione fantastica. Anche in questo caso va sottolineata la sua capacità l’intuizione, giacché quanto viene detto in quel colloquio è la logica e necessaria prosecuzione del discorso teoretico che aveva portato alla costituzione dei lager. Questa impostazione è nel germe della realtà comunista, e il detenuto Katzenelenbogen ha pienamente ragione. Ciò che egli dice è successo storicamente in Cambogia, dove si è ridotta tutta la realtà a lager. I russi erano arrivati a quindici milioni di deportati, che su una popolazione di duecento milioni di persone era già una proporzione rispettabile.

Da scrittore e da studioso della realtà sovietica, lei ha potuto esaminare dettagliatamente l’opera di Grossman. Che cosa vi ha riscontrato?

Da scrittore, oltre a una gagliarda visione d’insieme e a quei passi splendidi di cui abbiamo già detto, trovo in Vita e destino un romanzo che sa anche dare corpo ai particolari in modo molto efficace. Vi sono certi aggettivi, certe proposizioni, che illuminano la pagina. È il caso, per esempio, del prigioniero tedesco che cade, quando viene spinto da un russo, perché ormai la sua è una «forza da passero» (p. 707); ma, più che dare altri esempi di questo tipo, che fuori dal contesto risultano poco comprensibili, si tratta di percepire questa continua attenzione del corso della lettura. In sintesi, come ho già detto, il romanzo è del tutto degno della grande tradizione di cui fa parte.
Da studioso della realtà sovietica, e da persona che ne ha scritto ripetutamente, mi ha fatto molto piacere ritrovare in Vita e destino diverse conferme a quello che, dopo la mia esperienza della Russia, ho riportato nei miei libri. Tra questo romanzo e Il cavallo rosso, per esempio, vi è una convergenza sia su numerosi punti concreti, sia per quanto riguarda la sintesi che è possibile desumere dal complesso degli avvenimenti. Le divergenze, come abbiamo visto, cominciano al momento di trarre le conclusioni.
Mi riesce facile immedesimarmi nell’atteggiamento di Grossman, perché per buona parte Il cavallo rosso parla degli stessi argomenti. Lui delinea soprattutto la storia interiore ed esteriore dei russi, degli ebrei, e anche dei tedeschi. Per quanto riguarda la storia degli ebrei, per esempio, Grossamn è straordinariamente valido: è l’unico, che io sappia, ad affrontare a tutto tondo la descrizione di un personaggio che entra nella camera a gas, attraverso tutte le fasi esterne e dello spirito. È un resoconto terribile, il quale fa parte di un quadro complessivo che riporta la realtà come l’ha vista lo scrittore e, in qualche modo, come l’hanno vista tutti e tre i popoli cui egli appartiene (il russo, Grossman è un ebreo di origine tedesca, come indica anche il cognome).
Vorrei citare alcuni spunti concreti, che si ritrovano pari pari nel mio libro. Grossman descrive (p. 339) la storia del maresciallo Rokossovskij, che viene richiamato dal lager in cui era stato deportato, e spedito immediatamente a comandare un gruppo di armate. Il maresciallo obbedisce, e fa il possibile per portare il suo esercito alla vittoria. Il caso di questa persona, che passa dal lavatoio in cui sta pulendo i suoi stracci, a un incarico così importante, mi dà una conferma della mia opinione circa il carattere dei russi. Ciò che ha reso i russi tanto micidiali a se stessi e al mondo è la loro insensibilità di fronte alla schiavitù, che io ho riscontrato in guerra anche negli sguardi indifferenti dei civili russi per i prigionieri che, ammassati gli uni sugli altri, restavano a gelare nelle stazioni ferroviarie. Lasciando da parte i drammi interiori di quel militare, resta il fatto che, passando dall’immondizia e dalla sofferenza al più alto grado, ricomincia ad agire come se non avesse fatto quell’esperienza di schiavitù. È stupefacente, e in qualche modo spaventoso. Ancora, come viene detto a p. 175, vi è l’uso dei cibi salati come pena per i detenuti, un uso di cui io ho parlato a proposito del trasferimento dei prigionieri dal lager di Crinovaia. Ai prigionieri, in treno, venivano distribuite aringhe salate che, per le proteine che contengono, sono un soccorso straordinario per chi sta morendo di fame. I russi lo sapevano benissimo, tanto è vero che, quando hanno deciso di arrestare la mortalità nei campi di prigionia, con questo mezzo vi sono riusciti immediatamente. Ma, nel caso sopra riportato, con le aringhe, non davano da bere; e qui c’è la conferma di quanto anch’io ho sostenuto, che non si trattava di noncuranza, bensì di un castigo inflitto consapevolmente.
Al pari di lui, poi, ho incontrato anch’io casi di fanatismo come quello che viene descritto a p. 628; così come sono d’accordo sul fatto che, nell’estate del ’42, tutti i russi fossero convinti che la guerra era per loro perduta (p. 720): è un’opinione che nel mio romanzo viene espressa dai nostri bersaglieri. Identica è anche la spiegazione circa il cambiamento nelle sorti della guerra, e cioè che i tedeschi riuscirono, in dodici mesi, a rendersi più odiosi al popolo russo di quanto non lo fossero diventati i comunisti in venticinque anni (p. 217). Concordiamo anche sullo spreco che i comandi russi facevano dei loro uomini (p. 502), e sullo smarrimento di Stalin dopo l’attacco di Hitler (p. 642). Dopo aver ricordato che Stalin è stato generato da Lenin (p. 524), Grossman parla della paura che accompagna il russo per tutta la sua vita, ogni giorno: «Questa paura particolare, schiacciante, invincibile per milioni di uomini, è scritta a lettere sinistre, d’un rosso iridescente, nel cielo plumbeo di Mosca: “Terrore di Stato”» (p. 525). Tale paura è anche al centro delle riflessioni del caporale Nichitenco, nel mio Il cavallo rosso. Nella stessa pagina di Grossman si accenna anche al fatto che i comunisti temevano gli orfani delle loro vittime, al punto da essere giunti a fucilarli. Nel mio romanzo si racconta di uno di questi orfani, divenuto cuciniere di una batteria italiana al fronte: riporto un suo colloquio con un tenente – che documenta un mio colloquio, perché ho vissuto di persona questa storia –, in cui quel ragazzo conferma tale barbara eliminazione.
Questi sono alcuni elementi concreti che accomunano ciò che io ho visto e detto della Russia, e ciò che ne dice Grossman. I grandi punti d’incontro sono invece incentrati su quelle realtà del nostro tempo che hanno influito sugli uomini, come il nazismo e il comunismo, e sulle tragedie che hanno prodotto. È esistita una comune corrente di pensiero, che ha portato a risultati analoghi, come lo sterminio degli ebrei, dei contadini, e le altre grandi distruzioni della nostra epoca.

Esistono aspetti in cui l’analisi di Grossman non raggiunge la profondità desiderabile?

Anzitutto l’errata analisi del cristianesimo, di cui abbiamo parlato. In secondo luogo, l’uso del termine “fascismo” per indicare il nazismo. Questo è un errore storico e filosofico, sistematico nei comunisti russi: è una riprova del fatto che lo scrittore adopera ancora quegli stessi strumenti.
Personalmente ho sempre sottolineato come il fascismo non abbia nulla a che vedere col nazismo. Se la filosofia di Gentile fosse stata adottata nella pratica dai fascisti, avrebbe esaltato l’aspetto dell’idealismo fino a renderlo dominante, come era avvenuto, con l’idealismo tedesco, nel nazismo e nel comunismo. Ma in effetti le costruzioni teoriche di Gentile hanno avuto qualche riscontro pratico solo tardi e in modo contingente, sotto l’influsso del nazismo. Il fascismo, di per sé, era “prassi”, cioè non aveva idee, era azione in quanto tale; a mio parere, la sua miglior definizione resta quella che Mussolini ne diede scrivendo la voce “Fascismo” per l’Enciclopedia Treccani.
Un altro punto fondamentale è insieme una conquista e un limite. Grossman (p. 402 ss), analizza la propaganda, strumento che permette a un’accusa, sostenuta dai mezzi moderni di comunicazione, di assumere una forza determinante nelle menti delle persone. Curiosamente, però, non porta alle estreme conseguenze un proprio spunto originale che io ho trovato in un’altra sua opera, Tutto scorre (il panta rei dei greci), il libro più bello e più completo che esista sulla tragedia dei contadini kulaki, e in particolare su quanto succedeva nei villaggi durante l’epurazione. Grossman, in quell’opera, ha rilevato come Stalin abbia allora scoperto l’efficacia dei mezzi di propaganda moderna, rendendosi conto del fatto che il termine kulak, sistematicamente associato all’idea di abominio, diveniva tale da paralizzare colui che ne veniva colpito. Allo stesso tempo veniva influenzato anche chi era vicino all’accusato, tant’è che i contadini stessi denunciavano i loro amici. I contadini più poveri conoscevano benissimo i kulaki, che erano ben poco più ricchi di loro, e potevano intuire che l’espropriazione dei kulaki preludeva all’espropriazione di tutti. Ciononostante, la propaganda aveva effetto anche su di loro.
Quando Stalin si è accorto dell’efficacia di quest’arma, l’ha impiegata su più vasta scala, per annientare, con la paralisi emotiva, altre categorie di avversari. Ha introdotto l’accusa di “nemico del popolo”, che aveva lo stesso effetto del termine kulak, e della quale ancora Kruscev si lamentava nel rapporto al XX Congresso come di un pericolo che sovrasta tutti.
Grossman, che in Vita e destino analizza la propaganda, non risale, inspiegabilmente, all’accusa rivolta da Stalin ai kulaki, che è invece chiaramente evidenziata in Tutto scorre.

Un’ultima domanda: come è possibile che un romanzo, sequestrato vent’anni fa dal Kgb, sia potuto riapparire misteriosamente in Svizzera?

Sembrerebbe un fatto poco plausibile, ma in realtà si è ripetuto più volte. Non so quale possa essere stato il motivo concreto, che probabilmente sarà stato diverso di volta in volta. Resta il fatto che i russi hanno bisogno della stampa occidentale: quando Kruscev ha elaborato il suo Rapporto al XX Congresso, si è ben guardato dal pubblicarlo in Russia, ma lo ha invece trasmesso all’Occidente, perché fosse conosciuto. Quello stesso fenomeno può essersi verificato per il romanzo di Grossman e per altri che, in almeno quattro o cinque occasioni, sono sorprendentemente usciti dai forzieri della polizia per giungere fino a noi.
Per concludere, citerei anche un altro motivo non verificabile, ma per me altrettanto consistente: chi, come me, crede in un costante intervento provvidenziale nella storia, non può non riscontrarne gli estremi nella sopravvivenza di questo romanzo. Un libro come questo, dotato di tanta arte e di tanta efficacia, “doveva” vedere la luce.

(a cura di Giuseppe Romano, da Studi Cattolici n. 285, segnalato e reso disponibile per il web da Marco Dalla Torre su Pagina Tre)

Share