Il senso dell’uomo e della storia nell’opera di Eugenio Corti

Eugenio CortiQuando considerava la propria vocazione letteraria, Eugenio Corti ne individuava il passaggio decisivo in un episodio accaduto durante la ritirata di Russia. Proprio in uno tra i momenti più drammatici di quella vicenda, infatti, la sua intuizione di essere chiamato al compito di scrittore assume la forma consapevole e definitiva di una chiamata a cui consacrare l’intera esistenza.

Era la notte di Natale del 1942 e per lui, giovane ufficiale di artiglieria dell’Armata Italiana in Russia, la ritirata era iniziata il 19 dicembre, quando, dopo tre giorni di battaglie furibonde seguite a un’offensiva russa sul fronte del Don, era arrivato l’ordine di ripiegare, abbandonando le postazioni e tutti i materiali.

In quella notte Eugenio, che non ha ancora compiuto ventidue anni, come molti altri soldati è nel pieno di una marcia ininterrotta nel gelo (la temperatura media è di 20-30° sotto zero e una notte il termometro tocca -47°), senza viveri né munizioni, con la prospettiva di morire o, peggio, di finire prigioniero dei russi, dalle mani dei quali si diceva che nessun nemico fosse mai uscito vivo. Assediati nella vallata di Arbusov (la «Valle della morte», nella memoria dei reduci), Corti e i suoi compagni hanno la sensazione che la fine sia imminente. La necessità più immediata è quella di continuare a muoversi per sfuggire alla morsa di un freddo intensissimo, che costella i bordi della pista battuta dai soldati di mucchietti di carne e stracci congelati, resti senza vita di quello che era stato un esercito.

La situazione, a viste umane priva di scampo, induce ancora una volta Eugenio ad affidarsi a Maria, come gli aveva insegnato a fare sua madre. Racconta nel diario I più non ritornano: «Feci alla Madonna una promessa […] che avrebbe informata tutta la mia vita futura, se mai m’avesse concesso il ritorno alla mia casa. Ed è anche per mantenere questa promessa che mi son deciso a pubblicare queste memorie» (Eugenio Corti, I più non ritornano, Garzanti, Milano 1947, p. 126).

Il riferimento metaletterario si rivela decisivo per chiarire il fine che Corti attribuisce alla propria scrittura, nel quadro di quell’indissolubile unità tra vita e letteratura che è elemento determinante nel suo percorso biografico e nella sua riflessione. In tale dimensione, il valore della circostanza vissuta si rivela nella prospettiva della trascendenza e la pagina scritta, nel suo compito di chiarificazione e di testimonianza, ne assume la portata.

In seguito lo scrittore avrebbe spiegato di aver deciso, in quell’istante, di spendere la vita a servizio della verità:

«Siccome non mi fidavo più della mia forza di volontà non ho fatto un voto vero e proprio, ma mi sono impegnato con una pro­messa: se mi fossi salvato, avrei spesa tutta la vita in funzione di quel versetto del Padre nostro che recita: “Venga il Tuo Regno”. Lì, nella sacca, vedendo i tedeschi e i russi – meglio: i nazisti e i comunisti – che si massacravano così bestialmente tra loro, io pensavo soprattutto al Regno del Padre, cioè a un Regno di amore fraterno tra gli uomini. In seguito mi sono reso conto che ero pressoché inetto ad a­gire in quell’ordine di cose. Perciò del Regno di Dio (che è il Regno dell’Amore, ma anche della Verità) ho deciso di privilegiare la Verità, ed è in funzione di quella che ho impostato la mia vita» (Paola Scaglione, Parole scolpite. I giorni e l’opera di Eugenio Corti, Ares, Milano 2002, pp. 79-80).

Se quella promessa di darsi da fare per la verità costituisce un emblematico esordio, gli studi d’archivio in corso rivelano che la volontà espressa nella notte di Natale del 1942 è piuttosto la conferma sul campo di una vocazione alla scrittura avvertita con incrollabile chiarezza fin dagli anni del liceo.

Le riflessioni annotate dal giovane mostrano come già a 18 anni dia per acquisita tale vocazione come fine specifico della propria esistenza, riconoscendo in sé delle doti di poesia che mette a servizio di un ideale grande: «Io ho intenzione di scrivere e di compiere un’opera che serva potentemente alla gloria di Dio sulla terra. Io non avrò merito s’intende; ma quest’idea è venuta prendendo in me salde basi, mi pare che sono stato creato soprattutto per questo».

Tale coscienza trova indubbiamente fondamento nell’educazione cristiana ricevuta, ma soprattutto in una naturale sensibilità che, spesso con sofferenza, distingue il futuro romanziere dai suoi familiari e amici. La partecipazione alla ritirata di Russia radica l’intuizione vocazionale nella tragicità dell’esperienza vissuta, nella concretezza della situazione in cui Eugenio Corti si trova a vivere.

Eugenio Corti è tra i pochissimi superstiti del suo settore sul fronte del Don: dei circa 30.000 soldati italiani che componevano il 35° Corpo d’Armata dell’ARMIR riescono a uscire dalla sacca poco più di 4.000 uomini, tre quarti dei quali feriti o congelati non in grado di camminare. L’essere stato restituito alla vita rafforza in lui la coscienza di avere, come tutti, un compito da assolvere nel mondo: il suo è dare testimonianza alla verità attraverso la produzione letteraria.

Paola ScaglioneCorre l’obbligo di precisare che nel febbraio 1941 gli studenti universitari nati nel 1921, che avevano diritto al rinvio della leva per motivi di studio, vengono chiamati anticipatamente alle armi con la qualifica di «volontari»: Corti, matricola di Giurisprudenza all’Università cattolica di Milano, è tra questi. Ritenendo che, in quel momento storico, il fenomeno più rilevante sia l’esperimento ideologico di realizzazione del comunismo in Unione Sovietica ed essendo convinto che i tedeschi avrebbero vinto la guerra e cancellato ogni traccia di quell’esperimento, vuole rendersi conto della situazione prima che la realtà comunista sia eliminata: per tale ragione, una volta chiamato alle armi, si adopera in ogni modo per essere mandato al fronte russo, per vedere dal vivo, comprendere e condividere attraverso la scrittura quel tentativo di costruire un mondo perfetto estromettendo Dio. Così, nel romanzo maggiore, il suo doppio narrativo, Michele, chiarisce le ragioni che lo spingono in Russia:

«I comunisti hanno tentato un esperimento unico […], una redenzione dell’uomo e della società al di fuori di Cristo e del cristianesimo, anzi contro Cristo. E per fare questo – questo terribile tentativo – si sono isolati dal resto del mondo. Per noi cristiani è importantissimo renderci conto di cos’hanno realmente combinato. […] Voglio parlare con la gente comune russa, con gli operai, i contadini, con tutti. Questa è un’occasione straordinaria, unica. […] Voglio vedere ogni cosa con questi occhi, non voglio limitarmi al sentito dire» (Eugenio Corti, Il cavallo rosso, Ares, Milano 201431, p. 130).

Sin dalle prime intuizioni, dunque, la scrittura cortiana è generata da un intento di rappresentazione realistica e fonda le proprie radici nell’esperienza diretta. Le atrocità vissute nella ritirata confermano l’innata propensione di questo autore al realismo, inteso come scelta narrativa di un soggetto che interpreta da protagonista la realtà e ne scrive. Nasce dalla necessità vitale di testimoniare l’opera prima di Corti, il diario I più non ritornano (1947), un resoconto così asciutto e scarno nella sua tragicità da apparire a tratti una cronaca.

Se in questo testo memorialistico non viene certamente meno l’interesse a comprendere la realtà storica che aveva mosso l’autore a chiedere la destinazione al fronte russo, è tuttavia centrale l’istanza di rappresentazione della propria condizione individuale: la testimonianza, supportata dalla volontà di approfondire razionalmente le vicende personali e collettive, prevale qui su ogni deliberata intenzione letteraria.

In quella drammatica ricerca di una via di salvezza, tra il gelo inimmaginabile dell’inverno russo e i colpi nemici, mentre la morte appare sempre più vicina, il giovane ufficiale, incline per intelligenza, educazione ed esperienza a non fermarsi alle apparenze, coglie l’evidenza di una realtà ben più complessa e profonda rispetto a quanto di essa appaia a uno sguardo superficiale. Pressoché unico tra i testi memorialistici sulla ritirata di Russia, il suo diario, ponendo al centro del narrare la testimonianza personale, ne trascende i confini fino a dilatare lo sguardo sul significato ultimo degli eventi narrati.

Si tratta di un carattere trasversale di ogni sua opera, in una produzione letteraria che indaga nei particolari più minuti e concreti il senso di ogni vicenda umana e della storia nel suo complesso. Proprio questa dimensione esistenziale, che intuisce e razionalizza nella realtà quotidiana il nesso tra il particolare e l’universale, si impone come cifra costitutiva della sua pagina.

Questa impostazione deriva innanzitutto da una marcata connotazione di appartenenza territoriale, che si palesa come sigillo di originalità del suo stile: il modo stesso di essere e di scrivere di Corti è infatti Brianza, intesa più che come luogo fisico come modello di vita, di pensiero, di fede. Di qui una narrazione il cui valore è universale proprio perché nasce da un radicamento deciso in un tempo, in un luogo, in una storia.

Il cavallo rossoAnche quando le vicende narrate si muovono in mondi diversissimi per struttura umana e mentalità dalla sua terra natale, l’autore le delinea passandole al vaglio della propria appartenenza culturale, che il lettore giunge a percepire come chiave di lettura di tutto ciò che vive nelle pagine cortiane. Tale orientamento si manifesta con particolare evidenza nel romanzo Il cavallo rosso nel quale, sebbene l’opera sia ambientata nella sua terra natale solo per una parte minoritaria, la Brianza assurge naturalmente a punto di origine e di ritorno – fisico o ideale – della storia e dei suoi protagonisti, e il mondo brianteo si delinea come contesto umano e desiderabile per la vita dei singoli e della comunità, garanzia di ordine e possibilità di bellezza offerta a ogni lettore.

«Vorrei essere di carta per entrare nel libro», scriveva a Corti una ragazza dopo aver letto questo romanzo. Il mondo bello della Brianza tratteggiato qui è tutt’altro che uno spazio idilliaco esente dal male, ma è uno luogo in cui la pienezza del vivere quotidiano è resa realtà sperimentabile dal riferimento a Dio che segna la vita dei singoli e della comunità. Paradigmatico di tale prospettiva è, nel romanzo capolavoro, il personaggio dello scrittore Michele. Per lui l’arte è «un prodotto spontaneo del nostro popolo, del suo mondo interiore, senza influenze o aggiunte esterne» (Il cavallo rosso, p. 85): per questa ragione, nell’opera di Corti, anche quando la narrazione si sposta fuori dalla terra natale, ogni vicenda è ricondotta alla prospettiva chiarificatrice del sentire brianteo, che consiste, per limitarci all’essenziale, in uno sguardo sulla trascendenza indagata e vissuta con senso pratico e operosità.

Michele, convinto che come per i maestri comacini l’arte si trasmetta di padre in figlio, «sebbene scolpisse pagine anziché pietra», considera la propria vocazione come una continuazione dell’opera di suo padre, uno scalpellino che raffigura drammatici bassorilievi marmorei (Il cavallo rosso, p. 1169)

Analogamente, per Corti la scrittura è un concreto – quasi fisico – portare alla luce il trascendente che fa capolino nel volto sensibile della realtà e ne svela il significato, in una continua e vivificante dialettica tra l’universale e il particolare in cui esso si incarna. Questa radice genera da una parte l’appassionata indagine del particolare che dà vita alla pagina cortiana, dall’altra la presenza di una speranza sempre costruttiva, anche quando il mondo bello e amato raffigurato nel romanzo sembra dissolversi sotto la spinta di una modernità non sempre vivificante. Mai la scrittura scade nel rimpianto o nella nostalgia, perché il cuore della pagina non è il particolare (di cui, pure, lo scrittore avverte pienamente il fascino), ma il suo nesso con l’universale: a questo significato, che nel suo darsi storico si manifesta in un tempo e in un luogo precisi, la parola poetica affida il compito di porsi come modello esemplare offerto al lettore che accolga la sfida di accoglierlo e farlo brillare nei propri giorni.

Con disposizione fattivamente briantea il compito che Corti assegna al proprio lavoro supera i limiti spaziali e temporali della sua vita, in un coinvolgimento del lettore nella costruzione del bene che – a ben vedere – è il compimento di quell’opera «che serva potentemente alla gloria di Dio sulla terra» vagheggiata da ragazzo.

L’esperienza bellica e la riflessione sul contesto storico e culturale del dopoguerra radicano in lui la vocazione di scrittore-testimone, impegnato in una battaglia civile di cui avverte l’urgenza. La consapevolezza di una vocazione ineludibile segna la conclusione del suo romanzo autobiografico sulla guerra di Liberazione in Italia. Riflettendo sul proprio compito e sul nuovo tipo di milizia che avrebbe dovuto affrontare, considera: «“Se non saremo costretti con le armi, a combattere con le idee, con l’azione civile forse? “. Ecco: proprio così! In quel momento avvertii lo Spirito in me, e compresi che non avevo scampo» (Eugenio Corti, Gli ultimi soldati del Re, Ares, Milano 1994, p. 316).

Combattente con la penna per l’intera esistenza, per il portavoce della propria concezione letteraria nel Cavallo rosso sceglie il nome dell’arcangelo verso il quale ha sempre nutrito una speciale devozione: Michele, vale a dire Chi-come-Dio. Se l’arcangelo guerriero lotta per il bene nella trascendenza, Eugenio Corti scrittore-testimone si assume fino in fondo il compito di soldato a servizio della verità nella dimensione storica. Ai suoi lettori lascia il pegno di una tensione a vivere e a raccontare pienamente ogni realtà, in un cammino sospinto da soffi gagliardi di ali d’angelo.

(Paola Scaglione, maggio 2016, LineaTempo)

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Eugenio Corti, una miniera da scoprire

Eugenio Corti

Eugenio Corti

Ecco una sintesi di tutti i principali capolavori dello scrittore brianteo. Omero e Aristotele furono i grandi maestri. Corti partì per la Russia per toccare con mano il comunismo: «La ritirata? La summa delle esperienze della mia vita»

In Eugenio Corti la vocazione a scrivere si manifestò precocemente: ai giorni del ginnasio Eugenio Corti, ragazzino di campagna abituato alla scena aperta dei colli briantei, si ritrovò tra le eleganti ma anguste strade milanesi adiacenti al collegio San Carlo, presso il quale studiava. Nei suoi ricordi senili, l’autore rammenta spesso di aver passato ore alla finestra a osservare gli uccelli, unica traccia del mondo di natura in un ambiente metropolitano. In contemporanea, avveniva l’incontro con la parola scritta, mediante i poemi omerici, sui banchi di scuola: impressionato dagli esametri di Omero al punto che il personaggio di Michele Tintori (ne Il cavallo rosso) si distrae dalle lezioni per scrivere poemi “su tutto”, ispirato da quella che da adulto riconoscerà come la propria poetica: la poetica realista di Aristotele per la quale «il particolare rimanda all’universale».

I più non ritornano (1947)
«Fin da ragazzo volevo essere scrittore» dice Corti in un’intervista a proposito del suo primo libro: «quando ho avuto in mano Omero, mi ha preso in modo totale perché trasformava in bellezza tutte le cose di cui parlava. Avrei voluto fare lo stesso. È stato il mio primo binario. Il secondo l’ho imboccato durante la ritirata, nella valle di Arbusov. Mi sono impegnato con Domineddio per il secondo versetto del Pater Noster: “Venga il Tuo Regno”. Ovviamente nel campo letterario, il mio».

Studente di giurisprudenza alla Cattolica di Milano, poi allievo alla scuola ufficiali di artiglieria di Moncalieri, fu Corti a chiedere di essere destinato in Russia. «Nella biblioteca dell’università leggevo la rivista Esprit e gli articoli di Emmanuel Mounier, il portavoce di Maritain, che sosteneva che il comunismo fosse positivo e che i comunisti fossero autentici cristiani. “Bisogna che vada a vedere”, decisi». Il tagliente diario che scriverà, duro come quelle coperte ghiacciate che lui stesso, sottotenente di artiglieria sul fronte russo nell’inverno 1942-43, dovette sperimentare, narra dei 28 tragici giorni, a pennellate gelide ma mai crudeli. «La ritirata è stata la summa delle esperienze della mia vita», commenta Corti: «lì ho conosciuto le abiezioni a cui può arrivare un essere umano e nello stesso tempo i possibili eroismi non solo militari, ma umani e civili, la solidarietà, l’aiuto al prossimo. Marciavamo con 15 gradi sotto zero e di notte a meno 40: non c’erano più viveri né munizioni. I muli morivano. Eravamo costretti ad abbandonare i feriti». Le pagine di questo libro non sono riassumibili: opera giovanile ma maturissima, incastona cristalli di verità brillante come neve gelata, brevi frasi strazianti e soprattutto incontri con uomini reali, molti dei quali l’autore (e noi lettori con lui) sappiamo che non incontreremo mai più.

Tutto è irrevocabile, nitido: Corti vi compare come voce narrante e protagonista, ma sa dare voce agli echi infiniti della guerra, dello smarrimento, della preghiera, soprattutto a Maria Vergine. Corti lo scrisse a ventiquattro anni e assieme alla sorella seppellì il manoscritto nella terra del proprio giardino per salvarlo dai rastrellamenti nazisti. Il manoscritto si salvò, e pure l’autore. Sia il primo che il secondo rivelano una stoffa che li rende illustri nella letteratura italiana: lo capì a suo tempo persino Benedetto Croce. Oggi anche i Bedeschi e i Rigoni Stern appaiono inferiori, al paragone.

I poveri cristi (1951) e Gli ultimi soldati del re (1994)
«Donna, ponte fra noi e Dio, via dall’uomo all’Arte la quale ha sede in Dio, Maria nostra, mostrami in lui le cose che prendo a narrare, e farai la mia voce sicura come il volo dell’aquila, mentre dice le cose che io e i miei compagni vivemmo in quegli anni». Così iniziava il libro meno noto di Corti, riscritto quarantatré anni dopo con nuovo titolo. È un romanzo imperdibile per almeno quattro motivi: primo, perché è una scoperta geografica dell’Italia centrale quando ancora gli italiani “restavano da fare”, con descrizioni paesaggistiche dolcissime; secondo, perché incarna l’esperienza umana dell’amicizia e dell’incontro imprevisto: l’autore chiama «tempo deforme» quello di cui racconta e incomincia nel vivo dei fatti, «al principio del giugno 1944, in linea sopra Lanciano, in Abruzzo», e poi dipinge una galleria di ritratti di persone indimenticabili.

Terzo e quarto motivo, perché mostra come il piano visibile e invisibile della storia e della vita siano inestricabilmente congiunti: per esempio, la politica è qui riletta con occhio d’eternità quando il soldato Fianchino, morente, domanda al suo superiore perché si debba morire per la patria; oppure, quando l’innamoramento tra uomo e donna ha un respiro di carne ma sempre in presenza dell’angelo custode, che Corti ha spesso nei momenti decisivi. «Per noi uomini c’è anche l’amore», dice Corti mentre descrive scene di tentazione sentimentale, d’involontaria bestemmia («È un Dio crudele, il nostro»), di santità (il frate cappellano che «nella smorfia del Cristo appeso al legno, ritrovava quella dei fanti miserabili, supini nella neve a morire»). In questo capolavoro sconosciuto al grande pubblico, troviamo dialoghi come questo:
«Quello è il Dio crudele verso gli uomini? – chiese beffardo l’angelo.
– Proprio ora parli – pensai.
– La questione – disse l’angelo – è che il vostro è un destino da giganti.
– A volte troppo – pensai.
– Povero ragazzo – disse l’angelo».

Il cavallo rosso (1983)
«Ma alla fine di questo corso» gli obiettava con amarezza qualche allievo «noi non sappiamo neppure se riceveremo la nomina a sottotenente o no. (…) Signor tenente: noi a volte ci chiediamo se il nostro studiare non sia semplicemente inutile». «No. Non fosse perché, rifiutandovi di studiare, favorireste per quanto vi riguarda questo tremendo caos in cui stiamo sempre più sprofondando. Ci sono dei momenti, a volte periodi di pochi mesi, in cui si gioca il futuro di un popolo per molto tempo. E noi ci troviamo in uno di tali momenti, come non ve ne rendete conto?».

Così disse Manno ai militari dopo 1’8 settembre 1943, così si dirà sempre. Infatti, saggiamente travestito da enorme romanzo storico, Il cavallo rosso è è in realtà un’opera totale: per ora è giunto alla 27esima edizione, tradotto in otto lingue (spagnolo, lituano, francese, inglese, rumeno, giapponese, serbo-croato, olandese; tedesco in corso dì traduzione), ma un giorno sarà considerato come un talismano o una “divina commedia”.

Già adesso, chi ne ama le 1274 fitte pagine può aprirlo a caso e citare e commentare: tutto si adatta magnificamente all’occasione. La storia è storia italiana, briantea, personale e privatamente individuale e presto nessuno potrà riconoscersi sociologicamente nelle vicende ambientate tra il 1940 e il 1974. Eppure, verrà un giorno in cui questo testo sarà fatto oggetto di studi come un codice del Corpus Hermeticum, come gli Acta Martyrum di età patristica, come i Cantos di Ezra Pound: i nostri posteri glosseranno le note a margine per cercarvi nutrimento, responsi, scaglie di vita. Lo dimostra, oggi, il fatto che chi detesta questo romanzo lo fa per cause estrinseche, per idiosincrasie, per partito preso; sulle pietre di paragone ci si sfracella.
Se Corti è un autore italiano “per caso” (infatti assomiglia più a un Solzenicyn che a un Alberto Moravia), anche Il cavallo rosso è un libro “straniero”: c’è chi ha parlato di Tolstoi, chi di Shakespeare. Tutto vero, ma il futuro dirà ancora di più, oltre. Mentre i detrattori saranno confusi, e muti. Qui dentro troviamo quello che serve a un uomo che vuole servire la verità, dunque tralascio a malincuore l’elenco, che da entusiasta stilerei, delle realtà che un lettore genuino può trovarvi. Basta dire che tutti piangono alla morte di Stefano e di Manno e di Alma, perché sentono “il grande capovolgimento”; basti dire che l’intreccio è solo quello di una famiglia numerosa, dal cognome comune, e che la fabula si svolge tra Nomana Brianza e il lago di Lecco: nessun uomo è trascurabile e nessun luogo è dimenticato da Dio.

Per noi lettori di oggi, serve citare le parole di padre Rodolfo, un personaggio del libro, frate missionario in procinto di partire per l’Africa nel 1955, rivolte ai suoi genitori anziani, industriali brianzoli di estrazione popolare e in quel momento angosciati dai debiti delle loro aziende: «questa grossa prova è voluta da lui, a fin di bene. Vi impedirà, a tutti, di diventare ricchi, come c’era effettivamente il pericolo (…). Il pericolo c’era: che prendessimo gusto alla ricchezza, che attaccassimo il cuore all’abbondanza materiale». Qui, e in cento altri passi del testo, si evidenzia come Corti «aveva messo mano a una grande opera narrativa… per quelli che, domani, dovranno pur accingersi a ricostruire» (p.1256).

Processo e morte di Stalin (1961-62)
Tragedia teatrale scritta nel 1961 e messa in scena per la prima volta nel ’62 dalla Compagnia di Diego Fabbri presso il romano Teatro della Cometa, fu ostracizzata dall’egemonia togliattiana prima e gramsciana poi, esercitata sulla cultura italiana dal PCI anche grazie alla pavidità della DC e all’indifferenza colpevole delle forze “liberali”. L’opera di Corti era un j’accuse al sistema comunista sovietico: in futuro ci sarà piuttosto materia di meditazione per gli uomini sapienti che si domanderanno, se sarà possibile, come mai il marxismo fu violenza. Intanto nel 2011 il dramma cortiano è ritornato sui palcoscenici, come un fossile rispolverato e riposto in bacheca.

Il fumo nel tempio (1996)
Il fumo di Satana è entrato nel tempio di Dio […]. Si credeva che dopo il Concilio sarebbe venuta una giornata di sole per la storia della Chiesa. È venuta invece una giornata di nuvole, di tempesta, di buio»: sono le testuali parole del papa Paolo VI, dette nel 1972. Hanno a che fare con cose ultime come: cattocomunismo, gerarchia, eresia, gnosi, anticristo. A mano a mano che l’ottusità dilaga sui media occidentali, queste realtà sono sempre meno comprensibili e l’umanità ne diventa preda, vittima. Al contrario, avendo letto il proprio tempo con passione, semplicità, ingenuità, discrezione, come
un moderno cronista medievale, Corti riconduce tutta la storia umana ed ecclesiastica alle mani dell’Autore e agli atti liberi degli uomini. Nessuno, in pieno XX secolo, ha saputo fare così.

La terra dell’indio (1998).
L’isola del Paradiso (2000).
Catone l’antico (2005)
Compiuti i settant’anni, Corti si è applicato ai “romanzi per immagini”: per cercare di essere ascoltato nell’epoca della civiltà dell’immagine. Non aveva fatto i conti con i potenti, i produttori cinematografici, i direttori dei canali televisivi: costoro, e non la bellezza dei suoi testi o la gratitudine dei suoi lettori, gli hanno impedito di andare al grande pubblico massmediatico. Chi ci ha
perso è stato quest’ultimo, e la società nel suo insieme. Peccato, perché nelle tre opere, pronte per essere trasformate in copione, si narra di tre miti (falsi) della storiografia attuale: se si fossero sceneggiati i libri di Corti, avremmo l’immagine limpida dell’America Latina dopo i Conquistadores; del destino degli europei moderni dopo la rivoluzione francese; della vera anima del mondo romano tra Repubblica e Impero.

Medioevo e altri racconti (2008)
Nel suo ultimo libro, Corti finalmente si dedica al periodo storico amato, raccontando la storia della beata Angelina da Montegiove (1377-1435), e premettendo un excursus sulla storia dell’umanità scritto da un ottantasettenne: cioè da uno che è sul punto di, morendo, andare a vedere se le proprie generose idee sull’infinito corrispondono con l’infinito stesso.
Il testo è il frutto dei suoi tanti incontri con studenti universitari che di anno in anno vanno a trovarlo nella sua casa in Brianza: «come i grandi scrittori», dice Cesare Cavalieri, «Corti ha una concezione “evenemenziale” della storia: ricostruisce minuziosamente particolari e singoli eventi che diventano significativi; i personaggi del suo microcosmo diventano i veri attori della storia, che non è fatta solo dai re e dai condottieri, ma anche dalla gente comune». I poveri, i piccoli, i semplici e gli sconosciuti sono al centro del quadro: i potenti gli fanno da contorno. Del resto, non occorre essere un critico d’arte per sapere che la tela dell’opera d’arte vale infinitamente di più della sua cornice.

(Andrea Sciffo, febbraio 2013, Il Timone)

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Eugenio Corti, vedere l’inferno di ghiaccio e ritornare per raccontarlo

La copertina di Io ritornerò

La copertina di Io ritornerò

E’ facile, dopo, dire che le cose erano segno della Provvidenza. Col senno di poi si riempiono fosse di carta, e si costruiscono epiche fondative di dubbia verginità. Il problema, come diceva Guccini, è che «bisogna saper scegliere in tempo, non arrivarci per contrarietà». Eugenio Corti, non certo un fascista militante, partiva per la Russia a metà del 1942 e ai suoi genitori scriveva così: «Vedo questa mia partenza per la guerra, come tutte le altre cose che capitano nella vita, inquadrata nei piani superiori della Provvidenza». Aveva chiesto lui di partire, certo che quella tappa drammatica («di una cosa voglio che vi ricordiate assolutamente: che tornerò», scrisse) sarebbe stata cruciale per la costruzione di uno dei più grandi soggetti letterario del Novecento italiano. Facile dirlo anni dopo, nella pace di Besana Brianza e con i trionfi del Cavallo rosso alle spalle. Meno semplice dirlo allora, in viaggio per le steppe. Eppure Corti lo mise nero su bianco, e oggi ne abbiamo una prova poderosa grazie alla cura di Alessandro Rivali, che con Silvia Stucchi ha raccolto, catalogato e pubblicato per le lettere, rinvenute di recente, che Corti spedì in Brianza dalla Russia («Io ritornerò», pp. 248, euro 14, in libreria da oggi).

Impossibile scindere, nel lavoro meticoloso di Rivali, il dato storiografico, quello biografico e quello letterario: perché sarebbe impossibile farlo con Corti stesso. Oltre ai testi – in alcuni casi siamo alla poesia pura – il contributo più prezioso è nel lavoro certosino che raccorda le missive dello scrittore scomparso un anno e mezzo fa con le pagine “russe” dei suoi lavori, da I più non ritornano (1947) al monumentale il cavallo rosso (1983). Con perizia il curatore riannoda i fili tra i libri che sarebbero nati e le righe mandate a casa tra il giugno 1942 e gli inizi del 1943, prima della massacrante ritirata (Corti fu uno dei pochi reduci di un battaglione di cui 8 soldati su 10 morirono tra i ghiacci), mostrando il ruolo decisivo di quelle lettere nel costruire prima un racconto fedele della tragica spedizione e, quindi, le pagine dell’opera che ha reso noto Corti al mondo. Qui spunta un personaggio autobiografico, lì un paesaggio, o la descrizione di un’arma o di una fase della guerra: e le lettere danno nuovo peso e senso alla prosa. Alcuni passaggi sono letteralmente ricalcati su foto o brani che Corti aveva spedito a casa anni prima. C’è qualcosa della grandezza di un Solzenicyn nella cura totale con cui, come fece Giovannino Guareschi (che conobbe Corti nel secondo dopoguerra), lo scrittore brianzolo si mette a intrecciare storia ed epica, romanzo e cronaca, accidente e metafisica.

Ma cosa scrive al padre, alla madre, ai parenti? Spande tranquillità come può, ripete di stare «benissimo», riporta condizioni di salute, di rischio e di alimentazione ottime («C’è sempre la pasta asciutta», annota sottolineando con tenerezza l’avverbio), si preoccupa dei casi di tutta la famiglia, dagli esami universitari dei ragazzi alla Comunione dei piccoli. Chiede libri (al fronte legge Tre uomini in barca di Jerome K. Jerome). Si informa sul futuro beato don Carlo Gnocchi, altro brianzolo in Russia con gli alpini (sposerà lo scrittore e la moglie Vanda nel 1951). Manda foto da far sviluppare (tantissime si trovano nel libro, tra cui una straordinaria immagine di Corti sotto un edificio bombardato che sembra stare in piedi per miracolo, quasi fosse appoggiato all’uomo, anziché il contra-rio). Ragguaglia anche con iro-nia sulle ragazze russe che «purtroppo dicono tutto quello che pensano, e l’han-no detto varie volte anche ai miei soldati». Non nasconde, ovviamente, né il dolore (una caduta lo costringe a una vistosa ingessatura al braccio per settimane) né le tremende condizioni delle popolazioni e della guerra («Gente ridotta dovunque a cencio dalla fame», tanto che chiede ai suoi di devolvere fondi per i civili polacchi), ma si avverte la volontà di non impensierire la famiglia.

Più tardi, e dopo aver vissuto l’inferno nei primi mesi del ’43 (le lettere si concludono a gennaio), sarà meno tenero. In un’intervista a Libero del 2006 parlerà di una «marcia dell’orrore, con temperature tra 10 e 45 gradi sotto zero, ridotti alla fame e senza mai un tetto. L’uomo in quelle condizioni diventa capace di ogni cosa. Parlare di bestialità è un’offesa alle bestie. Non a caso, dopo il ritorno, molti non sono letteralmente riusciti a parlare. Non nei libri o sui giornali: non era possibile parlarne a casa, con le madri, le mogli, i parenti. Non c’erano parole per rendere ciò che era successo». Il calore della grande letteratura si sposerà col gelo di questi racconti: la profezia di Corti sul ritorno che dà il titolo alla raccolta di queste lettere non si avvererà solo con l’abbraccio ai cari, ma anche nella vocazione creativa che sgorgherà dall’inferno di ghiaccio attorno al Don. E in un groviglio dolce sarà uno dei personaggi del Cavallo rosso a spiegare così la poetica di questo autore immenso che finalmente l’Italia sta imparando a conoscere: «Voglio vedere ogni cosa con questi occhi, non voglio limitarmi al sentito dire».

(Martino Cervo, 07/07/2015, Libero)

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Eugenio Corti, l’uomo che non si è mai arreso

Eugenio Corti

Eugenio Corti

«C’è un eroe dell’Iliade che amo più di tutti gli altri: Ettore. Incarna l’uomo che non si arrende. E non teme la sconfitta perché dà sempre tutto se stesso». Eugenio Corti, che di battaglie se ne intende, non ha nessuna intenzione di risparmiarsi. Anche sulla soglia dei novant’anni che si appresta a festeggiare venerdì prossimo. Nel salone della storica villa di famiglia, a Besana in Brianza, lo scrittore avanza piano, con incedere epico, sottolineato da un bastone da profeta e dal folto pizzetto bianco. Il caminetto è spento. Ma un fuoco sembra animarlo quando come un antico aedo si siede e racconta. Le lancette dell’orologio scorrono via veloci. Lo sguardo austero diventa quello paterno di un nonno che ricorda lucidamente i suoi trascorsi e gli occhi azzurri brillano quando rievoca l’esperienza che ha segnato la sua vita: «Penso spesso alla campagna di Russia del 1942. Ai colpi di cannone da rimanere sordi. Sei mesi in cui mi son ritrovato da novellino in prima linea. Quando ci hanno accerchiato per 28 giorni nei dintorni di Arbusov, nella cosiddetta Valle della morte, avevo già seminato e distrutto tutto ciò che avevo addosso: ero sicuro di finire prigioniero dei russi. E poi centinaia di chilometri a piedi, 15 gradi sotto lo zero, con unica coperta in testa come riparo. Ho visto molti amici cadere. Eravamo 1700, tornammo in 300».

Da questa vicenda è nata una delle sue prime perle, il diario I più non ritornano (1947). Ma è in Russia che ha deciso di diventare scrittore?
No. Ho sempre sognato di fare lo scrittore. In prima media mi sono ritrovato in mano i poemi omerici e ne sono stato conquistato dalla loro bellezza. Ho subito provato il desiderio di emularli. Mi piace molto la figura di Ettore. Ma anche il coraggio di Ulisse, cantato magnificamente pure da Dante: “e volta nostra poppa nel mattino, de’ remi facemmo ali al folle volo”….

Lo stesso coraggio che l’ha portata poco più che ventunenne sul fronte russo…
Io non avrei mai chiesto di andare sotto le armi. Figurarsi per un cattolico poi… Tanto più che gli studenti erano esonerati. Ma cedetti al bellicismo della Gioventù universitaria fascista. Non avevo simpatia per questa organizzazione, ma pensai: “Perché i nostri compagni operai sono sotto le armi e noi studenti no?”. Così mi arruolai e scelsi il fronte russo. E non mi sono mai pentito. Sentivo di non poter diventare uno scrittore del mio tempo se non avessi preso parte a quell’evento. Ero certo che sarebbe stata una delle grandi esperienze del secolo. Volevo vedere sul campo l’esperimento comunista di costruire un mondo nuovo contro Dio.

E che idea si fece?
Ho parlato molto con i russi. C’era un compagno siciliano, Antonino Allegra, che aveva imparato benissimo il russo e mi faceva da interprete. Chissà se c’è ancora quel ragazzo lì… Non è rimasto più nessuno di allora…(e gli occhi si fanno lucidi). Chiedevo ai russi del comunismo, ma ne parlavano malvolentieri. Avevano tutti parenti fucilati o deportati. Capii che la collettivizzazione forzata era stata per loro un dramma. I comunisti avevano portato via la terra ai contadini. Sequestravano il loro grano e lo cercavano nelle case anche sollevando i pavimenti. Così per fame la gente ha iniziato a mangiare prima il miglio, poi di tutto: cani, gatti, l’erba dei campi, fino al cannibalismo.

L’utopia comunista è al centro di un’altra sua opera Processo e morte di Stalin (1962) circolato anche in russo e in polacco come “samizdat” (stampa clandestina). Fu però rifiutato da numerosi editori italiani. Le stesse difficoltà incontrò il suo capolavoro Il cavallo rosso (1983) prima che lo pubblicasse la casa editrice Ares: oggi è giunto alla 25° edizione. Ma il  nome di Corti in Italia non è ancora molto conosciuto…
La grande stampa laicista e il mondo della cultura di stampo marxista mi hanno sempre ignorato o attaccato. Ma anche una parte del mondo cattolico mi ha scomunicato. Anche Avvenire in passato mi ha emarginato, soprattutto ai tempi del divorzio, quando mi esposi in prima fila nel Comitato lombardo per l’indissolubilità del matrimonio e mi scontrai con Lazzati e altri cattolici. E all’Università Cattolica fino a pochi mesi fa erano bandite le tesi che parlassero delle mie opere: in questi anni sono solo 6-7 quelle che mi riguardano. E per giunta solo alla facoltà di Lingue, cioè lavori sui miei testi tradotti all’estero….

Eppure un’Associazione culturale internazionale (Aciec) che porta il suo nome e un comitato ad hoc della sua Brianza promuovono la sua candidatura al Nobel…
Li ringrazio molto, ma per un cattolico oggi è molto difficile ricevere questo premio. C’è grande difficoltà ad accettare la cultura cristiana. Il Nobel è un’istituzione prestigiosa, ma in anni recenti è stato premiato anche chi con la cultura ha poco a che fare… A me basta che le mie opere siano conosciute e che magari Il cavallo rosso venga letto nelle scuole. Poi penso sempre che se non hanno dato il Nobel a Tolstoj, posso star tranquillo….

Alcuni critici stranieri, paragonano la sua opera proprio a quella di Tolstoj…
Sono onorato. Tolstoj è il più grande narratore del Novecento, l’erede dei migliori scrittori della letteratura occidentale: Omero, Virgilio, Dante… Purtroppo dalla seconda metà del Novecento le opere letterarie nascono già morte. La scrittura è arte. E come nell’arte assistiamo da Picasso in poi a un disfacimento delle figure, così in letteratura. Non si è più in grado di rendere l’universale nel particolare…

In che senso?
Facciamo un esempio. Prendiamo Manzoni: è riuscito a ritrarre così bene la figura dell’avvocato fumoso che oggi Azzeccagarbugli è diventato sinonimo per antonomasia. E così la Perpetua è diventata la domestica del parroco. La scrittura deve riuscire a cogliere la realtà e tradurne la bellezza che è in essa. Ma nel panorama italiano novecentesco, l’ultimo scrittore originale è stato Riccardo Bacchelli con il suo Il mulino del Po.

Il suo monumentale Cavallo rosso è stato tradotto in otto lingue, perfino in giapponese e da poco anche in olandese. Quasi tremila pagine per un affresco di oltre trent’anni di storia italiana. Ma uno studioso protestante, Jean Marc Berthoud, ha scritto che il personaggio principale del romanzo è Dio…
È vero. Però credo che Il cavallo rosso sia un romanzo riuscito non perché abbia una visione religiosa. Ma perché riesca a tradurre l’universale nel particolare. Penso al passo che amo di più e quello preferito dai tanti studenti che mi scrivono: la morte del capitano Grandi, esprime tutta l’umana tragedia. Alcuni sostenitori in Inghilterra mi dicono che Il cavallo rosso riesce a rendere tutti i maggiori problemi della cultura contemporanea: come il nichilismo. Se oggi i giovani hanno smarrito i valori la responsabilità è di molti genitori e professori cresciuti con il mito del ’68.

Anche per la Chiesa e per i cristiani nel mondo non sembra un buon momento…
I cristiani hanno il martirio nel dna, è nella loro storia ma siamo sopravvissuti anche agli orrori delle ideologie del ‘900. Più della pedofilia o delle minacce del fondamentalismo islamico, la Chiesa deve temere la perdita della fede o una fede tiepida. Uno dei problemi maggiori è che ci sono troppe teste, anche nel clero, che vogliono insegnare al Papa a fare il Papa. E poi purtroppo i cattolici son divisi tra progressisti e conservatori. Ecco perché seguo con entusiasmo e fiducia La Bussola Quotidiana: occorre raccogliere le fronde sparse. Che il Papa poi sia attaccato da “intellettuali” laicisti che deviano le masse non è una novità.

Non a caso li chiama “intellettuali”…
Sì preferisco essere considerato uomo di cultura più che “intellettuale”, figura che nasce nel 1700 e incarna l’utopismo senza Dio. I primi segnali ci furono già alla fine del Medioevo. Poi l’Illuminismo francese e l’Idealismo teorizzarono apertamente l’ateismo e la morte di Dio: pensiero che nel ‘900 è uscito dalla storia e illudendo popoli interi ha prodotto milioni di morti con nazismo e comunismo.

A che cosa sta lavorando oggi?
Sto curando una nuova edizione de Il fumo nel tempio (1995), l’unico mio libro di saggistica, dedicato al naufragio dei cattolici in politica: è una sintesi degli errori della Democrazia Cristiana, il cui guaio maggiore purtroppo son state le correnti, come profetizzò De Gasperi. Oggi poi abbiamo personaggi che non sono politici. C’è molto personalismo e arrivismo. Ci vorrebbe davvero uno come Catone l’antico (il titolo di un altro mio romanzo del 2005).

Pensa di scrivere altri libri?
Ringrazio il cielo per i 90 anni, sono tanti, ormai non mi resta molto: in media ci metto 5 anni per scrivere un libro, a parte gli 11 per Il cavallo rosso in cui ho voluto approfondire la radice del male. Sono 1500 fogli scritti a macchina. Oggi per fortuna c’è il computer, anche se scrivo sempre prima a mano con la matita. Il testo deve essere bello, deve avere una sua musicalità.

Come festeggerà il suo compleanno?
Sarà una Babilonia… Non farei nulla per paura di scontentare qualcuno: dovrei organizzare una festa con i nipoti (sono il maggiore di 10 fratelli). Una per tutti gli amici. Una per le associazioni… La mia giornata è molto sbalestrata. Riesco a rispondere solo a metà delle migliaia di lettere che mi arrivano. Spesso accolgo con piacere gruppi di studenti che mi vengono a trovare. Molti giovani mi mandano i loro libri per chiedermi un parere. Li metto sul comodino e la sera li leggo. Do i miei consigli, ma poi come dico a tutti “tocca a voi riscriverli”….

Nell’aldilà si vede ancora come scrittore?
No… Penso di aver scritto abbastanza. In cielo vorrei soltanto riabbracciare i miei genitori, i miei fratelli, tutti quelli che ho amato sulla terra. Ho sempre ammirato la carità irraggiungibile di mio fratello, missionario in Ciad e di un altro, medico, che ha fondato un ospedale in Uganda. Io mi sono impegnato con la penna a trasmettere la verità. Ma fino a che punto ci son riuscito è un punto interrogativo. Per me la cosa più importante è la misericordia divina. Ho fatto tanti errori, ma quando mi presenterò a Dio credo che mi riterrà ancora uno dei suoi.

La speranza non è mai venuta meno neanche nei momenti più drammatici?
Durante l’accerchiamento dei Russi nel 1942 ho pensato davvero di non uscirne vivo. Avevamo finito viveri e munizioni. Ed eravamo costretti ad abbandonare i feriti. L’odio che ho visto in guerra, con i prigionieri bruciati vivi, non è paragonabile nemmeno ai 47 gradi sotto zero toccati in una notte. Ma altri momenti terribili li ho vissuti con il Corpo Italiano di Liberazione, spesso ignorato quando si parla di Resistenza. Erano quei militari italiani che nell’esercito regolare hanno combattuto contro i tedeschi insieme con gli Alleati. Io però sono un “paolotto” (un cattolico praticante) della Brianza, e ho sempre avuto fiducia nell’angelo custode. Pensavo a mia madre che a casa pregava. Feci un voto alla Madonna: se esco da questo inferno mi impegno come scrittore a battermi per il suo Regno, come dice il Padre Nostro.

Come ha fatto a mantenere una fede così granitica?
Esperienze come quella russa hanno rinforzato la mia fede. Ho sperimentato che Dio non abbandona l’uomo. Siamo noi casomai ad abbandonare Lui. Nel romanzo Gli Ultimi soldati del re (1994) racconto di quando stavo in trincea nelle Marche e pensavo a quando sarebbe finita quella maledetta guerra. Vidi alcune farfalle che mi dettarono questa riflessione: questi insetti non sanno nemmeno di esistere eppure danno dimostrazione di come la realtà dipenda da qualcosa di trascendente. La loro bellezza mi faceva pensare a quanta felicità deve esserci in Dio.

(a cura di Antonio Giuliano, 05/02/14, La Nuova Bussola Quotidiana)

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L’introduzione di Luca Doninelli a I più non ritornano

I più non ritornano

I più non ritornano

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Spesso si parla di letteratura quando la letteratura non c’è. Oppure c’è, ma si fa come se non ci fosse. Si può passare una vita a parlare di Dante o di Leopardi in loro assenza. A interpretarli. A mettere loro in bocca parole che sono soltanto nostre.

Già, «mettere in bocca». Che espressione sconsolata! Un vero scrittore non mette in bocca nessuna parola ai suoi personaggi, perché un vero scrittore sa che i personaggi non sono suoi, e che le loro parole sono le loro, e non le sue.

Ma un grande romanziere, se grande è, non lo si interpreta: lo si legge, e allora lo si capisce, lo si ama, lo si fraintende, e tutto questo capire e non capire entrerà a far parte del suo destino, del destino della sua opera, ne segnerà il percorso, la forma della sua fortuna, che per i grandi scrittori è diversa da persona a persona – così come è sempre uguale (mi spiace contraddire Tolstoj) la fortuna degli scrittori modesti: caso letterario, ottime recensioni, scalata in cima alle classifiche, saggi dedicati, saturazione, noia, dimenticanza.

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La fortuna, o meglio il pezzo di fortuna toccato finora all’opera di Eugenio Corti dipende soprattutto dalla sua grandezza. Non penso, sinceramente, che l’essere stato osteggiato da una certa cultura laicista dominante, il fatto cioè di non essere piaciuto ai maggiorenti della cultura italiana, sia un elemento importante di questa storia. Non ho mai voluto verificare se questa ostilità ci sia o meno, perché a me queste cose interessano poco. Le innumerevoli ristampe e la diffusione planetaria di opere come Il cavallo rosso o delle terribili pagine de I più non ritornano dimostrano come l’avversione ideologica sia alle volte un bene. La repressione non ha mai ucciso la verità.

Certo, il fatto che un testimone oculare degli orrori della guerra in Russia sia tornato con una versione dei fatti che fa a pugni con il racconto ufficiale, quello che ha fatto da fondamento al nuovo mondo che stava per nascere, gli ha procurato molti nemici e molti silenzi, ma perché lagnarsi di questo?

Non è questo il destino di ogni vero scrittore?

Se lo scrittore non cercasse di dar voce allo strazio che il cemento dei diversi poteri cerca di seppellire come un reattore nucleare in avaria, a che servirebbe mai il suo lavoro?

Che soddisfazione può trarre uno scrittore al pensiero di aver ricevuto onori, posti in parlamento, premi, inchini, lodi universali?

Che piacere può trarre – se non un piacere arido, senza vita – uno scrittore dal pensiero che tutto l’odio seminato intorno a sé è stato tenuto sotto silenzio dalle convenienze politiche, dalla diplomazia della forza, dagli input del potere?

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Esistono naturalmente molti scrittori «di regime» che sono, nondimeno, grandi scrittori, perché il talento ci vuole sempre, sia per opporsi al Pensiero Unico sia per edificarne il monumento.

Io però mi rifiuto di considerare Eugenio Corti una vittima di qualcosa. Andate a trovarlo, parlate cinque minuti con lui, e vi accorgerete che Eugenio Corti non è una vittima. Gli incontri personali che ho avuto con lui hanno sempre portato il segno di una forza vitale fuori del comune, e più d’una volta mi è capitato di pensare che tale doveva essere la sensazione per chi aveva la fortuna di incontrare Tolstoj, o Manzoni. Eugenio Corti non è mai stato seppellito né dai nemici né dagli amici adoranti – che in determinate circostanze possono essere anche peggio dei nemici. Non consideriamolo un ideologo anticomunista avversato dai comunisti: Eugenio Corti, qualunque sia il suo pensiero, è innanzitutto un grandissimo narratore.

Non mi occupo delle sue opinioni sull’ideologia. Non mi occupo della sua posizione sugli anni successivi al Concilio Vaticano II (che gli ha procurato diversi nemici anche dentro la sua amatissima Chiesa Cattolica). Su molte cose non la penso come lui, ma queste divergenze sono niente, sono come discutere del colore delle scarpe di uno scrittore. È del grande scrittore, e soprattutto del grande narratore, che bisogna cominciare a parlare.

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Il mondo ha bisogno di narratori. Non di scrittori: di narratori. Non di racconti, ma di narrazioni. Il racconto è il prodotto di un soggetto (il mio racconto, il tuo racconto, e così via), la narrazione invece è qualcosa che esiste nel mondo, un grande fiume che raccoglie tutto quello che ci fa vivere o che ci uccide, la pena, il dolore ma anche la felicità improvvisa, o quello che i sociologi bugiardi chiamano «disagio», che non è altro che il grido che erompe dal cuore di chi sta dentro una baracca e non sa come dar da mangiare ai suoi figli, ma anche dal cuore di un ricco prigioniero della sua casa da sogno, della sua Ferrari, della sua indifferenza al modo in cui impiegherà il proprio tempo: lavorare, dormire, avere un flirt, fare del bene, non farlo… Che ne dite di un titolo come Il disagio del filantropo?

La narrazione è del tutto indifferente agli indirizzi del potere e al racconto che vuole imporre. Il racconto del potere è parte – una piccola parte – della grande narrazione del mondo, che ha come unico oggetto la verità dei fatti, la loro nudità: le versioni ufficiali non sono che un frammento, un fatterello dentro il grande flusso.

E i narratori sono i rabdomanti, coloro che, camminando sulla lastra di cemento – ossia di silenzio – che ci separa sempre (non ora: sempre) dalla verità dei fatti si soffermano là dove sentono che la lastra è più sottile, e praticano, con cautela ma anche con decisione, dei piccoli buchi, poi in quei buchi infilano una mano, poi un braccio, poi ci s’infilano tutti, e scendono giù, armati di una piccola luce (perché l’ingegno è quello che è, e anche l’uomo più intelligente è comunque un babbeo di fronte al Vero), e cominciano a esplorare, ben sapendo che quello che vedranno è sempre solo una piccola parte di quello che c’è.

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Leggendo le opere di Eugenio Corti ho capito da cosa si riconosce un vero narratore. Non dalle opinioni dello stesso, non dalla lunghezza dei suoi libri, non dalla sua capacità di dipingere grandi affreschi (attenti agli affreschi, perché esistono anche gli affreschi della menzogna!), insomma non dalla sua capacità di dominio della pagina, ma solo dalla sua capacità di lasciar entrare dentro la pagina qualcosa che non coincide con lui, con il suo pensiero, con la sua abilità tecnica, con le sue tematiche, più o meno grandi (imbarazzo dei professori liceali quando, insieme a Leopardi tutto pieno di tematiche, tocca far studiare Foscolo e la sua grandezza senza tematiche). Penetrare nella grande narrazione del mondo, stando al cospetto del Vero, significa lasciar entrare Dio nelle proprie pagine.

Creda o non creda, professi o non professi a titolo personale (ossia riguardo a ciò che egli, come essere umano, crede di sapere di sé stesso), un vero grande narratore parla di Dio. Le vicende, storiche o fantastiche, da lui narrate ruotano intorno a questo dato (Dio è un dato, non un tema).

Ora, ciò che costituisce l’unicità dell’esperienza e della lezione letteraria di Eugenio Corti consiste, almeno secondo me, in questo: che Corti apre le sue opere mettendo in scena esattamente questo fattore determinante. Di norma, un narratore trova Dio lungo la strada, la sua apertura di cuore e di penna (il cuore, ahimé, non basta al duro lavoro degli artisti, almeno fino a che esso non coincide – duro, duro lavoro! – con lo strumento stesso del proprio fare) lo rendono più sensibile al vento dello spirito, da qualunque direzione venga (a differenza dello scrittore-ideologo, che accetta lo spirito solo se viene da una certa direzione). Ciò che in Eugenio Corti risulta per qualcuno irritante è la sua consapevolezza di questo procedimento: una consapevolezza tale che Dio campeggia, opportunamente camuffato, fin da subito.

Camuffato – questo è ovvio. Un vero narratore non può risparmiare al suo lettore la fatica e la gioia di un ritrovamento personale, di una personale illuminazione. Un vero narratore, come non mette in bocca le parole ai suoi personaggi, allo stesso modo non mette in cuore le emozioni ai suoi lettori.

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Così, alla terza rilettura de Il cavallo rosso mi sono accorto che il piacere che ne ricevevo dipendeva dal piacere speciale – ancora indecifrabile le prime due volte, ma già presente – che mi davano le prime pagine del grande romanzo.

Improvvisamente, sullo sfondo lontano della Storia e delle sue «brutte possibilità» (Giussani) interamente presenti nel bubbolio che pervade quelle straordinarie pagine – che io associo sempre al meraviglioso e insieme spaventoso Primo Tempo della Sinfonia numero Sette «di Leningrado» di Dmitri Shostakovic – compaiono tre personaggi: un padre, un figlio e un cavallo rosso.

A differenza di Goethe, Corti non dichiara trattarsi di un Prologo in Cielo, ma alla terza lettura del capolavoro ho finalmente capito che il solo modo di osservare tutta l’immensa vicenda che scaturirà da quelle pagine è quello di tenere gli occhi fissi non sulla Storia (che a poco a poco finirebbe per coincidere con il caos, o con il trionfo della Legge del più forte), bensì su Chi della Storia è il Signore. Non un burattinaio, ma un cuore carico di pietà per i dolori incessanti che gli uomini recano agli uomini, per la crudeltà senza giustificazione (Auschwitz, i Gulag) e per quella che si giustifica facendosi passare per giustizia (Hiroshima, Dresda e la sicumera dei vincitori). Sullo sfondo dell’orrore, Dio e suo Figlio, insieme con lo Spirito, s’interrogano sul modo di mutare l’orrore in bene, e sanno – perché l’Onnipotenza di Dio è tale da coincidere perfino con la Sua Impotenza – che il dolore e il sangue non si potranno evitare, se si vuole che la Gloria di Dio si manifesti.

In quelle pagine ci sono il Genesi e l’Apocalisse, e noi comprendiamo bene che la scelta del modo in cui si racconta la Storia – se essa cominci con la Creazione e termini con il Giudizio Universale oppure cominci con i Sumeri e finisca con l’Unione Europea – non dipende soltanto dalle scelte ideologiche dello scrittore, ma anche da un criterio oggettivo di narrabilità.

La domanda è: quale contesto rende la Storia più narrabile, più obiettiva, meno soggetta a censure? La risposta (possibile secondo me anche a un non credente, purché sincero) è una sola: solo Dio non censura, solo Dio sa aprire la storia alla sua piena narrabilità, solo in Dio le contraddizioni del cuore diventano destino, e i dolori e perfino gli orrori aprono all’impossibile speranza, che è l’ultimo, il definitivo tra tutti i sentimenti umani: tolta all’uomo ogni cosa, perfino la capacità di amare, cosa gli resta, se non questa impossibile speranza? Credo quia absurdum non è una formula astratta: è la descrizione, la fenomenologia più esatta della nostra struttura ultima e della nostra esperienza umana.

In cielo, affacciati sulla terra, il volto segnato dalla pena, il Padre e il Figlio meditano sul dramma senza fine che non la cattiveria umana, ma il Loro stesso Amore hanno donato all’uomo. Come ricorda il misterioso canto quaresimale filippino: O cor soave / cor del mio Signore / ferito gravemente / non da coltel pungente / ma dallo stral che fabbricò l’Amore.

Dio non se ne sta beatamente seduto in un Olimpo a bere nettare e ambrosia, ma partecipa il mondo della Sua natura, che è drammatica. Chi dice che il Cristianesimo ha segnato la fine della Tragedia sbaglia: il Cristianesimo, e segnatamente la Risurrezione, è il culmine dell’esperienza tragica.

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Perfino un diario terribile come I più non ritornano impone al lettore di rintracciare, per prima cosa, i termini della narrabilità degli eventi reali in esso riportati.

Leggendolo, vengono in mente l’ultimo Eliot con le sue parole irritanti («E il Figlio dell’Uomo non fu crocefisso una volta per tutte / il sangue dei martiri non fu versato una volta per tutte, / le vite dei Santi non vennero donate una volta per tutte (…). E se il Tempio dev’essere abbattuto / dobbiamo prima costruire il Tempio»), le immagini del Terzo Segreto di Fatima, e tutto quello che ci piacerebbe dimenticare.

Perché a tutti piacerebbe un Comunismo senza Gulag, una Resistenza senza foibe, un’America senza Hiroshima. Ma sarebbe una menzogna, anche se si capisce che evitare la menzogna significa guardare cose che ci farebbero girare d’istinto la testa da un’altra parte. I più non ritornano è pieno di cose che fanno girare la testa dall’altra parte, e Corti non prova nessun piacere sadico nel raccontarcele. Semplicemente, ci istruisce circa una possibilità nuova, quella di guardare l’orrore e raccontarlo, testimoniarlo, senza dover cadere nella disperazione, portando l’intelligenza umana fin sul margine di quell’impossibile speranza da cui scaturisce, finalmente incensurata, tutta la narrazione del mondo.

Ma l’esperienza umana arriva fino a quel punto solo se si spalanca al solo Soggetto in grado di abbracciarla tutta: quel Dio che, per rendere narrabile (e quindi non solo sopportabile ma perfino amabile tutta la Storia, anche nelle sue brutture) ha pregato il proprio unico Figlio di scendere, a cavallo di un cavallo rosso, a morire sulla nostra povera Terra.

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