Eugenio Corti tra gli ultimi soldati del re

Gli ultimi soldati del reGli ultimi soldati del re sono quei soldati italiani che dal 1944 al 1945, inquadrati in quello che rimane dell’esercito regolare, hanno combattuto insieme con gli alleati contro i tedeschi. Corti, rientrato in Italia dopo la tremenda esperienza della ritirata di Russia, trascorre qualche tempo in caserma a Bolzano, viene poi trasferito a Nettunia, dove lo sorprende l’armistizio dell’8 settembre 1943, e da dove a piedi si mette in viaggio in direzione dell’Abruzzo attraverso l’Appennino; partecipa alle operazioni militari che portano allo sfondamento della linea Gustav sul Sangro e all’entrata a Chieti. Queste vicende, e tutte quelle riguardanti la guerra di liberazione, sono narrate ne Gli ultimi soldati del re che si presenta quindi come un diario dello scrittore.

Vediamo in particolare le vicende di Chieti, narrate da tre testimoni d’eccezione: oltre a Eugenio Corti, Corrado Alvaro e Luigi Paratore. La città, “umanissima” – come la definirà Corti – e tranquilla, viene a trovarsi, dopo l’armistizio dell’8 settembre, nell’occhio del ciclone. Lo scontro tra le forze alleate che tentano di risalire la penisola verso il Nord e la difesa tedesca si attesta lungo la Linea Gustav, che va da Gaeta a Ortona, località sulla costa adriatica poco più a sud di Chieti.

Nel territorio di questa provincia, intorno al fiume Sangro, i Tedeschi, prima di rassegnarsi alla ritirata, decidono di distruggere tutti i centri abitati, così come i ponti, le ferrovie, le strade e i porti, convinti come sono che “il nemico al suo arrivo non deve trovare alcuna risorsa”. La popolazione è costretta allo sfollamento: le case, evacuate, vengono minate dall’interno una per una e fatte esplodere.

Per di più, trovandosi il quartier generale della X Armata tedesca nei pressi di Avezzano, capoluogo del Fucino, non si contano i bombardamenti alleati su tutta la zona.

Nel novembre 1943 si svolge la prima grande battaglia della seconda guerra mondiale sul suolo italiano, la battaglia del Sangro, e nel mese successivo una delle più dure, quella di Ortona. Qui le perdite sono davvero ingenti: 1314 tra i civili, 1375 tra gli alleati (truppe canadesi del generale Vokes), quasi 1000 i tedeschi. A Ortona appunto è presente un grande cimitero che accoglie i caduti canadesi.

A Chieti nascono spontaneamente, come reazione alle incredibili violenze e vessazioni subite ad opera dei tedeschi in ritirata, e forse senza una precisa consapevolezza ideologica, le prime formazioni partigiane ad opera di giovani civili. Già il 9 settembre ’43 si costituisce – presso la fornace di Pietro Falco – la Banda Palombaro, che prende il nome da un paesino alle pendici della Maiella e che si scioglierà, vinta dalle rappresaglie e dalle fucilazioni operate dai tedeschi, nel febbraio ’44.

Un’altra formazione, più consistente e meglio organizzata, la Brigata Maiella, si forma a Casoli (45 km a sud del capoluogo) nel dicembre ’43, e conta tra i 400 e i 500 uomini. Parteciperà più tardi, procedendo verso il nord, alla liberazione di Bologna e di Asiago, per essere sciolta solo nel luglio ’45.

La popolazione civile d’Abruzzo vive in quei mesi un’immane tragedia: decine di migliaia di famiglie disperse e al freddo sono in cerca di riparo e di un alloggio. Una gran quantità si riversa nella città di Chieti, dove nei primi mesi del ’44 si calcola siano centomila gli sfollati, accolti dalla solidarietà e dalla proverbiale ospitalità dei cittadini. Corrado Alvaro è uno degli sfollati e racconta così la vita di allora in città.

Le angherie che fanno al piano di sotto, in casa della signora *, allo sfollato contadino Michele. Sul principio lo avevano accolto per profittare della farina e dei legumi che egli aveva portato per campare in città. Ora lo maltrattano, ora che egli non può dare più nulla. Tutta la borghesia locale, in genere, ha trattato i cafoni alla stessa maniera. I piccoli professionisti, in mezzo alla polizia, agli ospedali, ai tribunali, sono i nuovi feudatari di questa povera gente. Per tutto questo inverno si adoperarono perché i poveri contadini qui rifugiati sfollassero, nella neve, temendo di essere costretti a sfollare loro. E quelli sfollarono, con le robe in testa, i bimbi in braccio, i loro morti seppelliti in fretta. I tedeschi stessi sono stupiti di una tale mancanza di solidarietà. Ora i borghesi tremano di dovere sfollare anche loro, e non si sono accorti che i primi scacciati serviranno ad alleggerire il compito di scacciare tutti. (…)

I borghesi hanno fatto una grande processione per ringraziamento e propiziazione contro lo sfollamento. C’era tutto il clero della provincia e il meglio della città. 

I poveri sono sulle vie dell’Italia centrale, a portare la vera croce. (…)

Non si finisce mai di capire. Nella casa di fronte dove mi hanno più volte chiamato per invitarmi ad andarmene, unirmi agli sfollati raminghi, fare quello che voglio purché me ne vada, m’hanno invitato a pranzo a Pasqua. Una tregua. Ma insomma, questa è un’ultima traccia di ospitalità, l’ospitalità festiva, così viva nel popolo e stranamente sopravvissuta anche fra i più avviliti e paurosi. Ad Ari, questa estate, nei poveri paesi dei contadini, non vi fu una sola casa dove, alle centinaia di soldati che tornavano in giù, a piedi, dai fronti sgretolati di Francia e di Jugoslavia, per due o tre mesi di cammino, non vi fu una casa benché povera dove rifiutassero una minestra e un pane. (…)

Non si potrebbe essere più semplici e buoni di così. Avevo preparato il mio fagotto per sfollare. Camillo era sul letto. Una delle sue sorelle mi aveva fatto intendere che me ne dovevo andare. C. chiede: «Dove andate, professore?» Dico: «Vado via». Risponde: «Fa ancora freddo, le strade sono brutte. Dove andate! Restate; Dio provvede». Sono rimasto.
(Corrado Alvaro, Quasi una vita, 1950)

La situazione in città è ben presto al limite del collasso, mentre non cessano i bombardamenti. A questo punto decide di intervenire l’arcivescovo, monsignor Giuseppe Venturi (originario di Verona, dal 1931 è vescovo della diocesi abruzzese, dove rimarrà fino alla morte avvenuta nel 1947) il quale scrive al Segretario di Stato Vaticano: “…mi aiuti a dichiarare Chieti Città Ospedaliera”. E’ l’8 dicembre 1943.

Il 21 dicembre, affrontando tutti i rischi di un viaggio in quel momento così pericoloso, si reca dal papa Pio XII, che era stato suo compagno di studi al collegio Capranica di Roma, a perorare la causa del suo gregge. A Roma incontra, oltre al Santo Padre, alti prelati e generali, tra cui il capo di Stato Maggiore tedesco, feldmaresciallo Kesserling. I colloqui tuttavia non sembrano avere l’esito sperato: nonostante la disponibilità dimostrata da Kesserling, cattolico, che Venturi incontra ben due volte sul Monte Soratte, a 50 km a Nord di Roma, il Comando tedesco ordina l’evacuazione totale di Chieti da parte dei profughi ivi affluiti.

Ma l’indomito arcivescovo non si arrende, le trattative proseguono e dopo altri passi diplomatici, grazie anche all’intervento dell’ambasciatore inglese sir Osborne, il 21 marzo ’44 arriva la dichiarazione che Chieti è Città Aperta.

Gli ultimi soldati del reIl comando dispone che presso tutti gli accessi alla città sia collocato un cartello che nella loro lingua interdice l’ingresso alle truppe tedesche. Ecco come il famoso latinista Ettore Paratore, giovane chietino, racconta quei momenti.

Che ci fosse qualcosa in vista, lo si capiva dall’affollamento veramente eccezionale al centro. Verso il Pozzo, all’altezza dei portici e del Caffè Vittoria, bisognava fare a gomitate per passare. E, quel ch’è più, all’angolo dell’Arcivescovado, la folla aveva lasciato un bello spazio vuoto e formava una specie di cordone per evitare che ci si cacciassero dentro passanti isolati, e quasi per fare ala al «venerato presule», in cui erano riposte tutte le speranze. (…)

Le facce, di solito aggrondate, dei passanti, erano atteggiate al sorriso. Nei gruppetti si conversava allegramente, ci si scambiava saluti da un crocchio all’altro, come se si fosse alla passeggiata domenicale, allo struscio per il Corso.

«Don Enrì, ci siamo. S. Giustino l’ha fatta la grazia. Quel sant’uomo di mons. Venturi l’ha spuntata. Sta per uscire dall’Arcivescovado per andare al comando tedesco a concordare la dichiarazione solenne. Anche loro, via, sono meno fetenti del solito. Non hanno fatto difficoltà, ce l’hanno avuta compassione di tanti poveretti.» (…)

Un grido, un rimbombo, un frastuono di gioia esplose e si propagò all’improvviso dalla vicina piazza S.Giustino. Voltandosi al rumore Enrico scorse uno schizzo di gente, specialmente giovani, che veniva giù correndo e gesticolando a bocca spiegata, con urla che fendevano l’aria come frecce, agitando le braccia a mulinello, facendo capriole, percorrendo su e giù metri di strada in un carosello ininterrotto, come cani in fregola. «È fatte, è fatte! L’ha fatte lu miracule! Pozz’esse benedette! Scine, scine! Siamo aperti! Nun ce ponne bumbardà! Ci potemo stà sicuri ccà dentre. Viva, viva lu vescuve!»
(Ettore Paratore, Era un’allegra brigata, 1987)

Il 26 marzo tutti si riversano in cattedrale per il Te Deum di ringraziamento e in giugno i tedeschi lasciano finalmente la città. Nel giugno del 1944, dopo la rottura della linea Gustav, la ritirata dei tedeschi apre la strada all’arrivo delle truppe italiane. Eugenio Corti, dopo aver attraversato campagne semi-abbandonate e paesini deserti, entra in città col suo reggimento d’artiglieria:

L’11 giugno il battaglione entrò in Chieti. Era domenica, giorno del Signore, e l’apparizione della città in vetta al suo colle, mi colse mentre pregavo camminando, simile a una risposta sorridente di Dio. D’un tratto prese a cadere un’acquerugiola gradevole e luminosa, che ci fece lieti. Superammo, lungo la strada asfaltata in salita, dei pacchi devastati di tritolo, accanto a buche in cui avrebbero dovuto essere deposti. La loro polvere gialla striava pigramente i rigagnoli della pioggia all’intorno. Evidentemente qui l’avanguardia paracadutista aveva sorpreso dei minatori tedeschi. Incrociammo diversi branchi di civili che scendevano verso la campagna, molti carichi di robe le spalle o il capo; ci salutavano appena, ansioso ciascuno d’arrivare a vedere cosa gli fosse rimasto.

Prima d’entrare tra le case il Decimosesto battaglione fece alt e sommariamente s’inquadrò; dietro di noi s’inquadrò il Decimoquinto. Dopo di che avanzammo a passo cadenzato, fendendo a fatica la folla che si andava facendo via via sempre più fitta, acclamava, gridava, usciva in improvvisi scroscianti battimani. Il nostro passo echeggiava marziale sull’asfalto. «Italiani! Tutti italiani! Sono i nostri soldati, e arrivano primi!…» La gente gridava in preda all’entusiasmo, ci buttava qualche fiore, cercava di toccare le nostre divise con le mani tese. “Ecco” mi dicevo, “abbiamo fatto bene a rimettere in piedi questo moncone d’esercito!” Mentre emozionato marciavo, s’affollavano nella mia mente le lunghe giornate di viaggio tra le montagne: la sferza del sole, quella di Dio, tutte le dure vicende dal giorno in cui, con l’armistizio, l’Italia era caduta in ginocchio.
(Eugenio Corti, Gli ultimi soldati del re, 1994, p.37)

Il feldmaresciallo Kesserling, nel corso del processo di Norimberga, a guerra terminata, chiederà ed otterrà da monsignor Venturi una dichiarazione attestante l’aiuto prestato per la salvezza di Chieti grazie alla quale vedrà la sua condanna a morte commutata in carcere a vita.

Il vescovo Venturi dopo la guerra sarà inserito tra i Giusti d’Israele per aver salvato moltissimi ebrei: venivano nascosti perfino nella grande cripta dellacattedrale, e insieme a numerosi partigiani, in un cimitero nelle campagne del Sangro, fiumeche attraversavano di notte per trovare salvezza nelle linee alleate.

Che differenza rispetto al comportamento del re Vittorio Emanuele III che con incredibile tempismo alle 4.50 del 9 settembre ‘43 si era messo in fuga da Roma alla volta dell’Adriatico! Proprio in Abruzzo i Savoia col loro seguito – una carovana di ben 40 automobili- fecero una pausa e trascorsero la giornata del 9 settembre ospiti del castello di Crecchio -ora sede di un Museo Archeologico-, poiché la duchessa era dama di compagnia della regina. “Nel fondo valle aggirammo, presso le macerie del paese di Crecchio -che io vedevo per la prima volta- un castello medievale dalle grossa mura frugate in tutti i modi dalle artiglierie, ma ancora saldamente in piedi.” (Eugenio Corti,ivi p.29)

Raggiunto dopo pochi chilometri il porto di Ortona, si imbarcarono nella notte per Brindisi, dove poi venne trasferito il governo.

(Silvana Rapposelli, maggio 2016, LineaTempo)

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Il senso dell’uomo e della storia nell’opera di Eugenio Corti

Eugenio CortiQuando considerava la propria vocazione letteraria, Eugenio Corti ne individuava il passaggio decisivo in un episodio accaduto durante la ritirata di Russia. Proprio in uno tra i momenti più drammatici di quella vicenda, infatti, la sua intuizione di essere chiamato al compito di scrittore assume la forma consapevole e definitiva di una chiamata a cui consacrare l’intera esistenza.

Era la notte di Natale del 1942 e per lui, giovane ufficiale di artiglieria dell’Armata Italiana in Russia, la ritirata era iniziata il 19 dicembre, quando, dopo tre giorni di battaglie furibonde seguite a un’offensiva russa sul fronte del Don, era arrivato l’ordine di ripiegare, abbandonando le postazioni e tutti i materiali.

In quella notte Eugenio, che non ha ancora compiuto ventidue anni, come molti altri soldati è nel pieno di una marcia ininterrotta nel gelo (la temperatura media è di 20-30° sotto zero e una notte il termometro tocca -47°), senza viveri né munizioni, con la prospettiva di morire o, peggio, di finire prigioniero dei russi, dalle mani dei quali si diceva che nessun nemico fosse mai uscito vivo. Assediati nella vallata di Arbusov (la «Valle della morte», nella memoria dei reduci), Corti e i suoi compagni hanno la sensazione che la fine sia imminente. La necessità più immediata è quella di continuare a muoversi per sfuggire alla morsa di un freddo intensissimo, che costella i bordi della pista battuta dai soldati di mucchietti di carne e stracci congelati, resti senza vita di quello che era stato un esercito.

La situazione, a viste umane priva di scampo, induce ancora una volta Eugenio ad affidarsi a Maria, come gli aveva insegnato a fare sua madre. Racconta nel diario I più non ritornano: «Feci alla Madonna una promessa […] che avrebbe informata tutta la mia vita futura, se mai m’avesse concesso il ritorno alla mia casa. Ed è anche per mantenere questa promessa che mi son deciso a pubblicare queste memorie» (Eugenio Corti, I più non ritornano, Garzanti, Milano 1947, p. 126).

Il riferimento metaletterario si rivela decisivo per chiarire il fine che Corti attribuisce alla propria scrittura, nel quadro di quell’indissolubile unità tra vita e letteratura che è elemento determinante nel suo percorso biografico e nella sua riflessione. In tale dimensione, il valore della circostanza vissuta si rivela nella prospettiva della trascendenza e la pagina scritta, nel suo compito di chiarificazione e di testimonianza, ne assume la portata.

In seguito lo scrittore avrebbe spiegato di aver deciso, in quell’istante, di spendere la vita a servizio della verità:

«Siccome non mi fidavo più della mia forza di volontà non ho fatto un voto vero e proprio, ma mi sono impegnato con una pro­messa: se mi fossi salvato, avrei spesa tutta la vita in funzione di quel versetto del Padre nostro che recita: “Venga il Tuo Regno”. Lì, nella sacca, vedendo i tedeschi e i russi – meglio: i nazisti e i comunisti – che si massacravano così bestialmente tra loro, io pensavo soprattutto al Regno del Padre, cioè a un Regno di amore fraterno tra gli uomini. In seguito mi sono reso conto che ero pressoché inetto ad a­gire in quell’ordine di cose. Perciò del Regno di Dio (che è il Regno dell’Amore, ma anche della Verità) ho deciso di privilegiare la Verità, ed è in funzione di quella che ho impostato la mia vita» (Paola Scaglione, Parole scolpite. I giorni e l’opera di Eugenio Corti, Ares, Milano 2002, pp. 79-80).

Se quella promessa di darsi da fare per la verità costituisce un emblematico esordio, gli studi d’archivio in corso rivelano che la volontà espressa nella notte di Natale del 1942 è piuttosto la conferma sul campo di una vocazione alla scrittura avvertita con incrollabile chiarezza fin dagli anni del liceo.

Le riflessioni annotate dal giovane mostrano come già a 18 anni dia per acquisita tale vocazione come fine specifico della propria esistenza, riconoscendo in sé delle doti di poesia che mette a servizio di un ideale grande: «Io ho intenzione di scrivere e di compiere un’opera che serva potentemente alla gloria di Dio sulla terra. Io non avrò merito s’intende; ma quest’idea è venuta prendendo in me salde basi, mi pare che sono stato creato soprattutto per questo».

Tale coscienza trova indubbiamente fondamento nell’educazione cristiana ricevuta, ma soprattutto in una naturale sensibilità che, spesso con sofferenza, distingue il futuro romanziere dai suoi familiari e amici. La partecipazione alla ritirata di Russia radica l’intuizione vocazionale nella tragicità dell’esperienza vissuta, nella concretezza della situazione in cui Eugenio Corti si trova a vivere.

Eugenio Corti è tra i pochissimi superstiti del suo settore sul fronte del Don: dei circa 30.000 soldati italiani che componevano il 35° Corpo d’Armata dell’ARMIR riescono a uscire dalla sacca poco più di 4.000 uomini, tre quarti dei quali feriti o congelati non in grado di camminare. L’essere stato restituito alla vita rafforza in lui la coscienza di avere, come tutti, un compito da assolvere nel mondo: il suo è dare testimonianza alla verità attraverso la produzione letteraria.

Paola ScaglioneCorre l’obbligo di precisare che nel febbraio 1941 gli studenti universitari nati nel 1921, che avevano diritto al rinvio della leva per motivi di studio, vengono chiamati anticipatamente alle armi con la qualifica di «volontari»: Corti, matricola di Giurisprudenza all’Università cattolica di Milano, è tra questi. Ritenendo che, in quel momento storico, il fenomeno più rilevante sia l’esperimento ideologico di realizzazione del comunismo in Unione Sovietica ed essendo convinto che i tedeschi avrebbero vinto la guerra e cancellato ogni traccia di quell’esperimento, vuole rendersi conto della situazione prima che la realtà comunista sia eliminata: per tale ragione, una volta chiamato alle armi, si adopera in ogni modo per essere mandato al fronte russo, per vedere dal vivo, comprendere e condividere attraverso la scrittura quel tentativo di costruire un mondo perfetto estromettendo Dio. Così, nel romanzo maggiore, il suo doppio narrativo, Michele, chiarisce le ragioni che lo spingono in Russia:

«I comunisti hanno tentato un esperimento unico […], una redenzione dell’uomo e della società al di fuori di Cristo e del cristianesimo, anzi contro Cristo. E per fare questo – questo terribile tentativo – si sono isolati dal resto del mondo. Per noi cristiani è importantissimo renderci conto di cos’hanno realmente combinato. […] Voglio parlare con la gente comune russa, con gli operai, i contadini, con tutti. Questa è un’occasione straordinaria, unica. […] Voglio vedere ogni cosa con questi occhi, non voglio limitarmi al sentito dire» (Eugenio Corti, Il cavallo rosso, Ares, Milano 201431, p. 130).

Sin dalle prime intuizioni, dunque, la scrittura cortiana è generata da un intento di rappresentazione realistica e fonda le proprie radici nell’esperienza diretta. Le atrocità vissute nella ritirata confermano l’innata propensione di questo autore al realismo, inteso come scelta narrativa di un soggetto che interpreta da protagonista la realtà e ne scrive. Nasce dalla necessità vitale di testimoniare l’opera prima di Corti, il diario I più non ritornano (1947), un resoconto così asciutto e scarno nella sua tragicità da apparire a tratti una cronaca.

Se in questo testo memorialistico non viene certamente meno l’interesse a comprendere la realtà storica che aveva mosso l’autore a chiedere la destinazione al fronte russo, è tuttavia centrale l’istanza di rappresentazione della propria condizione individuale: la testimonianza, supportata dalla volontà di approfondire razionalmente le vicende personali e collettive, prevale qui su ogni deliberata intenzione letteraria.

In quella drammatica ricerca di una via di salvezza, tra il gelo inimmaginabile dell’inverno russo e i colpi nemici, mentre la morte appare sempre più vicina, il giovane ufficiale, incline per intelligenza, educazione ed esperienza a non fermarsi alle apparenze, coglie l’evidenza di una realtà ben più complessa e profonda rispetto a quanto di essa appaia a uno sguardo superficiale. Pressoché unico tra i testi memorialistici sulla ritirata di Russia, il suo diario, ponendo al centro del narrare la testimonianza personale, ne trascende i confini fino a dilatare lo sguardo sul significato ultimo degli eventi narrati.

Si tratta di un carattere trasversale di ogni sua opera, in una produzione letteraria che indaga nei particolari più minuti e concreti il senso di ogni vicenda umana e della storia nel suo complesso. Proprio questa dimensione esistenziale, che intuisce e razionalizza nella realtà quotidiana il nesso tra il particolare e l’universale, si impone come cifra costitutiva della sua pagina.

Questa impostazione deriva innanzitutto da una marcata connotazione di appartenenza territoriale, che si palesa come sigillo di originalità del suo stile: il modo stesso di essere e di scrivere di Corti è infatti Brianza, intesa più che come luogo fisico come modello di vita, di pensiero, di fede. Di qui una narrazione il cui valore è universale proprio perché nasce da un radicamento deciso in un tempo, in un luogo, in una storia.

Il cavallo rossoAnche quando le vicende narrate si muovono in mondi diversissimi per struttura umana e mentalità dalla sua terra natale, l’autore le delinea passandole al vaglio della propria appartenenza culturale, che il lettore giunge a percepire come chiave di lettura di tutto ciò che vive nelle pagine cortiane. Tale orientamento si manifesta con particolare evidenza nel romanzo Il cavallo rosso nel quale, sebbene l’opera sia ambientata nella sua terra natale solo per una parte minoritaria, la Brianza assurge naturalmente a punto di origine e di ritorno – fisico o ideale – della storia e dei suoi protagonisti, e il mondo brianteo si delinea come contesto umano e desiderabile per la vita dei singoli e della comunità, garanzia di ordine e possibilità di bellezza offerta a ogni lettore.

«Vorrei essere di carta per entrare nel libro», scriveva a Corti una ragazza dopo aver letto questo romanzo. Il mondo bello della Brianza tratteggiato qui è tutt’altro che uno spazio idilliaco esente dal male, ma è uno luogo in cui la pienezza del vivere quotidiano è resa realtà sperimentabile dal riferimento a Dio che segna la vita dei singoli e della comunità. Paradigmatico di tale prospettiva è, nel romanzo capolavoro, il personaggio dello scrittore Michele. Per lui l’arte è «un prodotto spontaneo del nostro popolo, del suo mondo interiore, senza influenze o aggiunte esterne» (Il cavallo rosso, p. 85): per questa ragione, nell’opera di Corti, anche quando la narrazione si sposta fuori dalla terra natale, ogni vicenda è ricondotta alla prospettiva chiarificatrice del sentire brianteo, che consiste, per limitarci all’essenziale, in uno sguardo sulla trascendenza indagata e vissuta con senso pratico e operosità.

Michele, convinto che come per i maestri comacini l’arte si trasmetta di padre in figlio, «sebbene scolpisse pagine anziché pietra», considera la propria vocazione come una continuazione dell’opera di suo padre, uno scalpellino che raffigura drammatici bassorilievi marmorei (Il cavallo rosso, p. 1169)

Analogamente, per Corti la scrittura è un concreto – quasi fisico – portare alla luce il trascendente che fa capolino nel volto sensibile della realtà e ne svela il significato, in una continua e vivificante dialettica tra l’universale e il particolare in cui esso si incarna. Questa radice genera da una parte l’appassionata indagine del particolare che dà vita alla pagina cortiana, dall’altra la presenza di una speranza sempre costruttiva, anche quando il mondo bello e amato raffigurato nel romanzo sembra dissolversi sotto la spinta di una modernità non sempre vivificante. Mai la scrittura scade nel rimpianto o nella nostalgia, perché il cuore della pagina non è il particolare (di cui, pure, lo scrittore avverte pienamente il fascino), ma il suo nesso con l’universale: a questo significato, che nel suo darsi storico si manifesta in un tempo e in un luogo precisi, la parola poetica affida il compito di porsi come modello esemplare offerto al lettore che accolga la sfida di accoglierlo e farlo brillare nei propri giorni.

Con disposizione fattivamente briantea il compito che Corti assegna al proprio lavoro supera i limiti spaziali e temporali della sua vita, in un coinvolgimento del lettore nella costruzione del bene che – a ben vedere – è il compimento di quell’opera «che serva potentemente alla gloria di Dio sulla terra» vagheggiata da ragazzo.

L’esperienza bellica e la riflessione sul contesto storico e culturale del dopoguerra radicano in lui la vocazione di scrittore-testimone, impegnato in una battaglia civile di cui avverte l’urgenza. La consapevolezza di una vocazione ineludibile segna la conclusione del suo romanzo autobiografico sulla guerra di Liberazione in Italia. Riflettendo sul proprio compito e sul nuovo tipo di milizia che avrebbe dovuto affrontare, considera: «“Se non saremo costretti con le armi, a combattere con le idee, con l’azione civile forse? “. Ecco: proprio così! In quel momento avvertii lo Spirito in me, e compresi che non avevo scampo» (Eugenio Corti, Gli ultimi soldati del Re, Ares, Milano 1994, p. 316).

Combattente con la penna per l’intera esistenza, per il portavoce della propria concezione letteraria nel Cavallo rosso sceglie il nome dell’arcangelo verso il quale ha sempre nutrito una speciale devozione: Michele, vale a dire Chi-come-Dio. Se l’arcangelo guerriero lotta per il bene nella trascendenza, Eugenio Corti scrittore-testimone si assume fino in fondo il compito di soldato a servizio della verità nella dimensione storica. Ai suoi lettori lascia il pegno di una tensione a vivere e a raccontare pienamente ogni realtà, in un cammino sospinto da soffi gagliardi di ali d’angelo.

(Paola Scaglione, maggio 2016, LineaTempo)

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Scritti di Eugenio Corti – Il vecchio prete

Gli ultimi soldati del re

Brano tratto da Gli ultimi soldati del re – selezionato nel 2008 da Eugenio Corti per i lettori di questo sito.

Nel locale le succedeva talvolta, appoggiandosi a un lungo bastone, un vecchissimo prete tutto pillacchere e sdruciture, al quale, con discrezione, i miei due amici facevano prontamente portare una gavetta di rancio. Ch’egli mangiava con straordinaria voracità conversando in pari tempo, per quanto poteva, con noi.

In pensione da molti anni, il vecchio viveva di fame con un’annosa nipote presso una chiesuola sconsacrata in mezzo alla campagna. <<Io sono canonico del duomo di Cerreto>> mi avvertiva ogni volta, quasi ciò rimettesse ogni cosa a posto. Parlava sempre a voce molto alta, perché sordo. Scopo delle sue visite erano quel po’ di rancio, e un cappotto militare ancora in buono stato, che Moroni gli aveva promesso non appena si fosse reso disponibile.

Del cappotto il vecchio parlava scopertamente, con straordinaria compiacenza; se lo sognava addirittura ad alta voce: <<Lo tingerò di nero>> diceva, <<e mi andrà bene, proprio bene.>> In quei momenti i suoi gesti e la voce si facevano simili a quelli con cui gli altri napoletani parlano di una donna.

A parte quei momenti usava, trattando con noi (ufficiali: dunque — secondo lui — persone colte) un tono di colleganza compiaciuta, per quel po’ di latino che gli era rimasto nella memoria. Ad aumentare i punti di contatto ci descrisse anche, e non una volta sola, una lite che aveva sostenuto con i tedeschi. Nella loro tranquilla ferocia quelli avevano accatastato dentro la chiesuola sconsacrata e contro le mura esterne della sua abitazione, lontano dai paesi, un grosso deposito di mine. Ciò egli aveva per necessità tollerato; ma quando un sergente e due soldati avevano preteso d’entrargli in casa per ispezionarla, non l’aveva consentito. Da una finestra sovrastante l’entrata, li aveva sgridati con parole veementi, che ora ci ripeteva, riempiendo di grida napoletane il locale, finché — non si capiva se apposta o incidentalmente — aveva fatto cadere sulla testa del suo principale interlocutore un vaso di gerani. Il tedesco n’era rimasto intontito (<<stunato>>), tanto che i suoi due camerati avevano dovuto sorreggerlo, mentre il vecchio agitando alto il bastone — come faceva ora nel rievocare — <<Sargè … Sargè…>> gli aveva gridato <<lasciami in pace, o ti farò provare anche questo. Vattènne  sargè…>>  <<E u sargente>> concludeva il vecchio <<senza dicere ’na parola se n’è juto.>> Alla fine anche egli, zoppicando e tutto miseria se ne andava, scuotendo la testa con qualche brontolio residuo.

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Scritti di Eugenio Corti – Leggenda umbra

Gli ultimi soldati del reBrano tratto da Gli ultimi soldati del re – selezionato nel 2008 da Eugenio Corti per i lettori di questo sito.

Di lì a non molto, coi primi albori, attraversammo in colonna Perugia.

Sotto il cielo violaceo le alte mura, la rocca, le case, le vie selciate dell’aristocratica città, avevano la bellezza insigne ch’è propria del crepuscolo e delle notti di luna. Allora, per la scarsa luce, le opere degli uomini mostrano soltanto l’essenziale in esse posto dall’artefice: le miserie spicciole e le brutture, retaggio del peccato originale, non si scorgono; le opere appaiono pure, come passate attraverso un loro purgatorio.

<< Che bella città! >> mormorava al mio fianco il soldato autista ad ogni silenziosa visione nuova: <<Però! Com’è bella la città di Perugia!>>

Nelle chiese medievali i guerrieri giacevano col capo appoggiato a guanciali di pietra, le mani chiuse sul petto intorno all’elsa della pesante spada, simile a una croce. Di pietra hanno i volti, il corpo, i giachi e gli altri vestimenti, di pietra l’ascia legata al fianco, che fu così temuta nei campali duelli. Ma dicono che il loro cuore non sia di pietra e, stretto nella morsa della pietra, sia condannato a soffrire finché dureranno le fazioni con cui essi, primi, divisero la nostra gente.

Dicono anzi che talvolta, quando per l’ora antelucana la terra sotto il cielo umbro è simile al paradiso, dormendo ancora gli uomini, quel popolo di statue si desti. Forse è una concessione che Dio fa a santo Francesco. Allora i guerrieri lasciano le chiese, e avanzando tra i colli si lamentano altamente: a loro non è dato ormai di riparare. Il contadino umbro scambierà forse, considerandole, le tracce che hanno lasciato nella rugiada per quelle della lepre furtiva. Ma le antiche donne odono il loro lamento e scendono dagli affreschi e dalle tavole dipinte, e gli angeli le seguono recando gigli, e le monache medievali sorgono dai loro avelli senza nome, e il popolo modesto dei frati vestiti di bigello esce dalla terra. Lascia la propria urna santa Chiara, e angeli, guerrieri, frati, donne e monache, tutto il popolo, si mette dietro a lei in lunga processione, e canta: << O Dio >> dice, <<Dio d’amore del nostro padre Francesco, ascolta noi del tuo antico popolo italico che in paradiso non abbiano pace finché durano le fazioni che dal nostro tempo lo dividono. Ridona a questo popolo l’unione, o Dio>>.

La celestiale processione, trascorrendo i declivi dell’Umbria scolpita nell’argento, muove verso Santa Maria degli Angeli; e i passeri laudanti le si uniscono nel coro, e le francescane rondini, e l’allodola del piano umbro vestita de bigello,e tutti echeggiano: <<Ridona a questo popolo l’unione, o Dio. >>

Dicono che giunta alla basilica, la mistica processione si fermi, quindi l’intero popolo grida:<< Togli o Dio dall’Italia le fazioni. Ahinoi! Al nostro tempo ebbero inizio, a da allora il nostro non e più un popolo. Noi torneremo a scongiurarti fino a che tu le tolga, o Dio.>>

Reggendole per la punta, i guerrieri alzano poi le lunghe spade simili a croci, e gridano: << Perdona, o Dio!>>

E gli angeli sollevano ciascuno il suo pesante giglio dicendo: << Così sia. >>

Dicono che quando Dio accoglierà la preghiera, le rose del roseto torneranno all’improvviso a fiorire, e i guerrieri da allora dormiranno in pace. Ma fino ad oggi il suono bronzeo delle campane di Mattutino ha ricondotto quel popolo di spiriti inesaudito ai sepolcri.

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Scritti di Eugenio Corti – Le farfalle

Gli ultimi soldati del re

Brano tratto da Gli ultimi soldati del re – selezionato nel 2008 da Eugenio Corti per i lettori di questo sito.

Osservatorio di Barbara: le farfalle. Ne venivano spesso, aleggiando, a posarsi sui bordi di terra smossa della nostra trincea, forse per suggerne l’umidità. Un pomeriggio ne arrivò una particolarmente bella: era nero-velluto, striata di fuoco, con macchie bianche. La mia attenzione fu attirata dalla leggiadria di quei colori, i quali – mi resi conto – non erano disposti a caso: anzi anche un grande pittore soltanto in un momento di particolare grazia avrebbe saputo comporli con tanta arte.

La considerai attento: quanto a lei, certo, non era cosi per propria scelta, non sapeva neppure di essere una farfalla, non se ne accorgeva. Nemmeno d’esistere si accorgeva: esisteva e basta, e ferma sul bordo di terra della trincea muoveva ritmica le ali, come uno che respiri nel sonno, inconsciamente lieta del miracolo grande dell’estate di cui faceva parte. Quando però di lì a poco ne comparve un’altra della stessa specie, la farfalla si alzò in volo e prese a volteggiarle intorno, mostrando si sarebbe detto con intenzione all’altra i propri colori, ostentandoli, nascondendoli, ostentandoli di nuovo con somma grazia, come una provetta attrice.

Insetto, concretamento di qualcosa che la trascendeva infinitamente, anche lei come noi. Specchio – minimo come il luccichio d’un granello di sabbia al sole – della gioia e del colore che stanno nella mente di Dio. Una farfalla, mi resi improvvisamente conto, basterebbe da sola a dimostrare l’esistenza di Dio.

Godevo di quell’inattesa festa di colori. La gioia incomparabile che dev’esserci in Dio… Ecco, afferrai, ecco perché siamo stati creati noi uomini e gli angeli, chissà quanti miliardi d’esseri intelligenti e dotati di sensibilità: perché tutti si possa partecipare a una così incommensurabile gioia!

Prima però, riflettei, c’è la prova (che ci dà merito: per il quale non siamo solo passivi), e per noi terrestri c’è anche la morte. Già… Presto le due farfalle sarebbero morte, Con un’ombra di turbamento immaginai le spoglie di tutte le farfalle morte. povere cose gualcite e rotte che le formiche, moriture anch’esse, sul finir dell’estate frettolosamente trascinano via. Che bene, per noi, che le farfalle esistano. E com’è giusto che loro non si accorgano d’esistere (non si accorgano dunque neanche di morire…)

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