Un affresco sui giorni da non dimenticare

Il cavallo rosso - edizione romenaPotrebbe essere uno dei cavalli dell’Apocalisse. Ha attraversato le sterminate nevi della Russia, i lager sovietici, dove i prigionieri muoiono lentamente di fame, dove impazziscono per la fame, sino al cannibalismo. Ha assistito a deportazioni in massa di donne e bambini, a fucilazioni indiscriminate, a poveri oggetti, trascinati nell’abiezione delle proprie miserie fisiche, privi di tutto, perfino della possibilità di ragionare, di ricordare, e viene a portarci un avvertimento necessario, una testimonianza da non dimenticare, il messaggio della Fede cristiana, il solo muro valido contro la barbarie che ci minaccia.

Il cavallo rosso viene soprattutto a salvarci dai fantasmi che ci accerchiano da ogni parte, i fantasmi dell’astrazione che, alterando il disegno della realtà, annebbiano la coscienza sino a dare vita a falsi idoli. Che cosa è il vaneggiare del linguaggio, dell’arte, se non il compiacersi nell’astrazione, e che cosa sono le ideologie che si presentano tra nuvole di nobili promesse, di sentimentalismi addirittura, e che quando si concretano significano sterminio, crudeltà, schiavitù, pazzia?

Il cavallo rosso, il libro di 1280 pagine di Eugenio Corti, edito di recente dall’Ares, è tutto concretezza; anche la Fede si concreta nelle creature, com’è giusto: Cristo si è incarnato. La concretezza è il pregio grande di questo romanzo, è il segreto della sua presa sul lettore, della evidenza dei suoi personaggi che amiamo come creature vive. E anche del suo potere di evocare, anzi di comunicare a chi legge, l’ansia e l’angoscia del terribile tempo da cui sembrava non si potesse uscire.

Un libro del tutto inatteso nella narrativa odierna, che di solito si estenua nell’autobiografia. Il cavallo rosso ha avuto in pochi mesi due edizioni; non contiene né una parola di retorica, né compiacimenti morbosi: non vi si parla di sesso, non vi si scambia il bianco per il nero, e così testimonia ciò che il lettore veramente desidera e cerca.

Quando Eugenio Corti s’è accinto all’impresa, quando ha scritto in capo al foglio bianco, “Parte prima, Capitolo primo”, già doveva, avere in mente, chiaro, il lavoro che lo attendeva, e soprattutto il significato che esso doveva avere: essere un muro contro la barbarie che minaccia la civiltà occidentale; informare, far conoscere quali sono i pericoli del tempo. Lo dimostra anche l’attacco placido dell’apertura, proprio di chi vuole prendere spazio e tempo per ciò che gli preme dire, raccontare. Per così decidere, Eugenio Corti deve possedere in sé quello che Teresa d’Avila definiva “il castello interiore”, ben costrutto, saldo, illuminato da una luce che non vacilla.

Sono decine d’anni di storia d’Italia, non esposta secondo le regole dei testi scolastici o dei saggi filosofici, ma intessute alla vita degli italiani, di coloro che pagavano con la vita, con le sofferenze e gli strazi, gli sbandamenti, le complicazioni della politica. Storia dolorosissima. L’autore nel suo rapporto, che meglio non lo si potrebbe definire, ha evidentemente letto e riflettuto su una grande quantità di documenti; ma la storia dei lager, la spaventevole sequela dei giorni e delle notti fra gli agonizzanti, i morti col petto squarciato dai compagni pazzi per fame, per sfinimento, i quali ne avevano tolto il fegato, per cibarsene, sembra ottenuta in presa diretta. La figura del prete che affronta gli sciagurati per dissuaderli, domandando ai più inferociti: “Che fa tua madre in questo momento? Ci pensi a tua madre?”. E dell’altro prete agonizzante, che i compagni sollevano dal giaciglio, sorreggendolo in piedi perché dia a tutti loro, essi pure in fin di vita, l’assoluzione in articulo mortis, non possono essere inventate.

É la parte più bella, forse. Poi il ritorno in patria di alcuni, nelle famiglie, e la storia dell’Italia in pezzi. Il governo-fantasma legale nel Sud, i gruppi dei partigiani divisi tra loro, che fra loro si contrastano, preannuncio dei vari partiti per il “dopo”. La popolazione disorientata, impaurita, preda di ambiziosi grandi e piccoli, di una bestialità cui è stata data via libera. Ma anche con alcune figure semplici ed eroiche. Tutto ciò reso con equanimità e dolente amore di patria, con vigile carità cristiana.

Poi la vita riprende nella sua concretezza. Il libro non si può definire romanzo; io lo direi “rapporto”. Nella chiarezza della sua scrittura, del suo pensiero, l’autore vuole renderci integralmente l’uomo: né tutto angelo, né tutto bestia, creatura di terra, destinato a tornare alla terra, ma non per sempre, animato com’è da un soffio divino che rende tutto, intorno a lui e in lui, tragico e misterioso. Di questo richiamo, della concretezza e nobiltà del suo raccontare, della sua valida difesa contro i fantasmi, dobbiamo essere profondamente grati all’autore del Cavallo rosso.

V’è l’epica, e v’è l’idillio, vi è lo spavento, e l’umorismo. Chiuso il libro, ci sembra di accomiatarci da persone conosciute, da un tempo pieno di voci, di invocazioni, di orrori che non è abbastanza lontano.

Purtroppo.

(Orsola Nemi, gennaio 1985, Prospettive Libri)

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Così Eugenio Corti galoppa ancora sul “Cavallo rosso”

Eugenio CortiIl cavallo rosso, cui «fu dato potere di togliere la pace dalla terra», come è scritto nell’Apocalisse, ha devastato la vita di Eugenio Corti per un decennio. Lo ricorda ancora la moglie Vanda, che vedeva il marito randagio nel giardino, a dissotterrare i ricordi, affilare in testa la frase e misurare la rotondità dell’episodio, del capoverso. In quei momenti, di estasi e di crisi, di vita magra e benedetta, Corti, che aveva già scritto I più non ritornano e Processo e morte di Stalin, pensò di lasciare tutto, disarcionato dalla fatica.

«Vorrei dunque pregarti di dirmi, senza mezzi termini, e senza giri di parole consolatori, se tu mi vedi come scrittore, e se ritieni che come tale io possa servire a qualcosa», scrive il 19 giugno 1977, prostrato, al suo futuro editore, Cesare Cavalleri. Insieme avevano combattuto la battaglia perduta contro il divorzio. «Essere isolato è anche una forza per il tuo lavoro di scrittore», risponde l’amico. A quel tempo, Corti non era ancora uno «di quegli intellettuali scomodi la cui voce, spesso antipatica e discorde, rappresenta sempre e in ogni caso un salutare antidoto all’omologazione culturale, ai luoghi comuni e al pensiero dominante» (Giuseppe Langella) né «uno dei romanzieri di prim’ordine del secondo Novecento» (il cardinale Angelo Scola). In quegli anni è uno scrittore di 50 anni che sacrifica la vita per scrivere un romanzo manzoniano ma in realtà atipico, privo di precedenti diretti e di padri semmai, va avvicinato a Vita e destino di Vasilij Grossman apolide dall’avanguardia come dalla letteratura di massa. Nel 1983, infine, Corti pubblica per Ares quel tomo da 1200 e passa pagine, costantemente ristampato (siamo all’edizione numero 32), tradotto in tutte le lingue possibili, brandito come la bandiera del romanzo cattolico.

Il cavallo rosso non sbandiera alcuna ideologia, ma soltanto il genio del suo autore. «È ora – dice Cavalleri – di sfatare la leggenda del complotto. Bisogna prendere atto che un editore che si vede arrivare un manoscritto di 1280 pagine fa due conti e capisce che ne verrebbe un libro dal prezzo di copertina proibitivo. Il romanzo di Corti, per di più, era cattolico, ma anche se fosse stato politicamente corretto, avrebbe incontrato difficoltà commerciali insormontabili». Finita la polemica, i romanzi vanno letti per ciò che sono: testamenti di grandezza o attestati inutili, degni di oblio. Il cavallo rosso, piuttosto, si installa in quella stretta cerchia di romanzi in perpetua «lotta contro le evidenze», secondo la formula critica usata da Lev Sestov per Dostoevskij, romanzi in cui uno scrittore «apre senza riserve la sua anima ai supremi misteri dell’esistenza umana».

La storia letteraria, che è anche una straordinaria parabola editoriale in cui «Autore e editore diventavano tutt’uno» (ogni scrittore più che una casa editrice desidera una casa), si è trasfigurata in mito: in concomitanza con un paio di anniversari (il 4 febbraio sono i tre anni dalla morte di Corti, domani sono i 96 dalla nascita), Interlinea pubblica un tomo di studi su «Eugenio Corti scultore di parole», titolato Al cuore della realtà, curato da Elena Landoni (pagg. 144, euro 15) in cui lo scrittore è trattato per ciò che è, un classico. E se alcuni, in Italia, ancora fanno gli schifiltosi al cospetto del romanziere cattolico, beh, cosa importa, «se non dovesse essere accettato nel canone italiano, Il cavallo rosso e altri libri gli garantiranno un posto nel canone europeo» (François Livi). Tutto il resto è noia, un panorama sulle rovine della critica italica.

(Davide Brullo, 20/01/17, Il Giornale)

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Eugenio Corti, uno sconosciuto di successo

Eugenio Corti“Ho conosciuto un uomo di pacata, insopprimibile allegria” scrive la biografa di Eugenio Corti. “Non l’allegria dell’ottimismo vociante e senza ragione, ma il sereno e arguto buonumore dell’uomo che ha il gusto della vita. E non perché essa gli sia stata lieve. Nei suoi giorni più dolorosi Corti ha verificato che l’esistenza è sotto il segno del Creatore. Vale a dire che è per il bene”.

“Gli ho domandato una volta” dice Paola Scaglione nel suo I giorni di uno scrittore (Minchella, 1997) “quale fosse la cosa più bella che gli sia accaduta. Ha sgranato gli occhi azzurri, rispondendo: l’essere venuto al mondo, sicuramente. La prova è stata abbastanza dura, come per tutti, ma la conclusione dovrebbe essere veramente splendida: noi siamo stati creati per la felicità futura”.

Chi non sarà attratto da uno scrittore dalla maniera tanto semplice e decisa? Moltissimi sono infatti lettori di Corti, l’autore de Il cavallo rosso (Ares, 1993): un libro che si è aperto una strada nel cuore di chi l’ha letto e che continua a essere apprezzato qua e là nel mondo. Giunto alla tredicesima edizione italiana, tradotto in numerose lingue (spagnolo, francese, lituano, e presto inglese, giapponese, romeno), è ignorato solamente dai critici. Cerchiamo di capire perché.

Eugenio Corti è uno dei “ragazzi del ’21” chiamati alle armi quando l’Italia scese in guerra a fianco della Germania: sottufficiale d’artiglieria nelle truppe dell’Armir, partecipò alla tragica ritirata di Russia nell’inverno tra il 1942 e il 1943. Ventotto giorni di sbando, a piedi nella neve sui campi gelati presso il fiume Don, accerchiati dai russi, abbandonati dai tedeschi: Corti ricordò quelle vicende nel suo primo libro, I più non ritornano (1947). Ebbe successo, per via della sincera descrizione della guerra e della pietà che gli uomini possono esercitare persino in momenti tanto crudeli: disse allora Benedetto Croce che nel racconto c’era il “lampeggiare della bontà e della nobiltà umana”.

Ma negli anni a venire, quella stessa visione cristiana delle cose, il radicamento cattolico e il fiero anticomunismo gli costarono cari: la repubblica delle lettere lo boicottò, a partire dalla prima teatrale della sua tragedia Processo e morte di Stalin, che nell’aprile 1962 non andò oltre le serate di presentazione. Corti non è uomo che si scoraggi: dedicatosi da allora a una paziente ricostruzione degli errori della cultura lontana dalla religione, partecipò in prima fila alle battaglie referendarie contro il divorzio (1974) e contro l’aborto (1981). Condusse un nascosto ma tenace duello culturale con gli esponenti dell’ideologia che portò l’Italia agli anni di piombo. Infine, a coronamento di una fecondità umana e artistica, ecco uscire Il cavallo rosso, un romanzo di quasi milletrecento pagine che solo un editore coraggioso come l’Ares di Cesare Cavalleri osò pubblicare nel 1983, giusto in tempo per consegnare la prima copia nelle mani di Sua Santità Giovanni Paolo II in visita in Brianza. Da allora, chi legge Eugenio Corti incontra un uomo e un cristiano e viene attratto dal suo coraggio, dalla visione aperta a questa vita e alla vita eterna che ci attende dopo la morte. I personaggi della sua penna potremmo essere noi, i nostri cari e gli amici, le storie sono quelle dolci e amare di ogni giorno: inconfondibile è la luce che l’autore sa dare ai suoi racconti. Forse la chiave della propria opera l’ha data lui stesso, ricordando un fatto avvenuto nel ’43: mentre erano a Nettunia, gli ufficiali della sua batteria vennero convocati “a rapporto” dal comando tedesco. Soltanto lui, giovane sottotenente già provato dalla sofferenza in terra russa, intuiva il pericolo. I superiori andarono tuttavia alla convocazione: vennero arrestati dai tedeschi e deportati. Dopo qualche anno, incontrerà ancora uno di quei tenenti, il quale gli confesserà di non aver mai dimenticato la stretta al polso che il giovane commilitone gli aveva dato per dissuaderlo.

“Mi ero liberato dalla tua insistenza per infilarmi dritto dentro la prigione”, concludeva l’amico. Oggi, facciamo tesoro dell’esperienza di scrittori come Eugenio Corti e accettiamo volentieri le strette al nostro polso che ci richiama alla speranza. Una volta letti libri di tale genere, siamo nel medesimo stato d’animo di due personaggi de Il cavallo rosso, Alma e Michele, dei quali è scritto che “pareva loro ormai assurdo doversi separare, sebbene sia l’uno che l’altra sentissero anche, a tratti, bisogno di un po’ di solitudine per riflettere su ciò che stava loro accadendo, riandare le ore meravigliose passate insieme, rendersi conto che, obiettivamente, non si trattava di un sogno. E dire che sia l’uno che l’altra non avevano mai fatto in vita loro un sogno così bello come questa realtà”.

(Andrea Sciffo, 16/11/99, 7 giorni)

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Eugenio Corti: sul Fronte orientale non è ancora stato detto tutto

Il cavallo rosso - edizione lituana

A titolo di curiosità proponiamo un articolo pubblicato in Lituania nel 1993 poco prima della pubblicazione della prima parte de Il cavallo rosso.

E’ giunto in visita in Lituania per alcuni giorni lo scrittore milanese Eugenio Corti con la moglie, la studiosa di letteratura Vanda Corti. Tra non molto uscirà in libreria la traduzione lituana (casa editrice “Mintis”, traduzione a cura di A.Vaisnoras) della prima parte della trilogia di Corti “Il cavallo rosso (Sul fronte orientale)”. Vengono preparate per la pubblicazione anche le altre parti del libro.
Lo scrittore è stato ospite della redazione di “Lietuvos rytas”.

Eugenio Corti è in Lituania per la prima volta. Ebbe occasione di avere informazioni dettagliate sulla Lituania nel 1940, in circostanze abbastanza interessanti. Studente di giurisprudenza all’Università di Milano, conobbe la studentessa di psicologia Agota Sidlauskaite, che con passaporto diplomatico era fuggita dalla Lituania occupata dai sovietici. A. Sidlauskaite più tardi emigrò in Canada, divenne professoressa dell’Università di Ottawa e uno dei più noti specialisti di psicologia dell’America settentrionale. E proprio da questa ragazza E. Corti venne informato per la prima volta del destino del nostro Paese.

Durante la seconda guerra mondiale E. Corti ottenne il grado di ufficiate d’artiglieria e nel 1941 venne arruolato nell’esercito. Fu inviato sul fronte orientale, partecipò a combattimenti contro l’esercito sovietico. Nel 1943 i soldati italiani vennero accerchiati dai russi. Non avevano carri armati, avevano esaurito le munizioni, combattevano quasi a mani nude. L’armata di Guderian era sbaragliata. I russi si avventavano come cavallette in 8-10 su un singolo soldato del nostro esercito, – raccontò E. Corti. Tuttavia gli italiani riuscirono ad uscire dall’accerchiamento, tutti avevano una gran paura di essere fatti prigionieri, in quanto si sapeva che i russi fucilavano i prigionieri di guerra sul posto.

Eugenio Corti analizza le ragioni della sconfitta degli stati dell’asse. Le cause principali furono la disparità di forze e il cattivo vettovagliamento. A ciò si aggiunse il rigido inverno del 1943, quando i soldati Italiani e tedeschi, vestiti inadeguatamente morivano per il freddo. La Wehrmacht non si era preparata ad una lunga guerra nelle immense distese della Russia.

Ci furono anche altre cause. Un grande errore del regime di Mussolini fu l’invasione dei Balcani. Le atrocità della Wehrmacht ed in particolare delle SS nei territori occupati, gli orrori dei campi di concentramento sollevarono una forte ondata di opposizione. Erano spaventati dal terrore di Hitler più di quello di Stalin. Se non ci fossero state queste cose, perfino Roosvelt non avrebbe fatto nulla, – ritiene E. Corti.

Quale è il rapporto dello scrittore con l’ideologia del fascismo? Corti dice di non essere mai stato fascista, il patto con i nazisti tedeschi ha fatto all’Italia soltanto danno. Lui stesso era ed è membro della democrazia cristiana, cattolico praticante, mentre i nazisti tedeschi sono pagani. La gran parte degli italiani che combattevano dalla parte della Wehrmacht rabbrividivano per le crudeltà del nazisti. Tuttavia questa questione non è così semplice. “Noi combattevamo non contro il popolo russo, ma contro il comunismo”, – sottolineò E. Corti. Nella trilogia “II cavallo rosso” egli parla di due Russie: quella bolscevica e quella delle persone semplici, nei cui cuori non si erano spenti la compassione e l’amore cristiano nei confronti del prossimo. Ciò si vedeva in particolar modo nelle donne, russe e ucraine (Corti combattè nelle steppe del Don), – esse aiutavano gli italiani, davano loro da mangiare.

Dopo la guerra E. Corti, stando a quanto dice, partecipò alla ricostruzione economica dell’Italia. Il Paese aveva subito ferite profonde, la gente era disorientata. Gli inglesi e gli americani si comportarono con crudeltà. Vennero bombardati perfino i teatri di Milano, i comunisti portavano avanti la loro propaganda, incitavano i lavoratori a scioperare. Ma in Italia allora giunse al governo la democrazia cristiana, che condusse il Paese fuori dalla crisi.

E. Corti pubblicò nel 1947 il suo primo libro “Non ritorneranno più”, nel 1951 Il romanzo “I miserabili”, nel 1962 il dramma “Processo e morte di Stalin”, che venne portato sulle scene teatrali a Roma dalla compagnia di Diego Fabbri. Il dramma uscì in russo e in polacco clandestinamente, tradotto da dissidenti. Ha pubblicato in tutto nove libri. Ha scritto articoli, tra i quali due sulla persecuzione religiosa in Lituania, dove è dedicato molto spazio al destino dell’arcivescovo di Vilnius J. Steponavicius.

Ha lavorato undici anni alla sua opera più grande, “Il cavallo rosso”, in cui ha cercato di fornire un quadro generale delle esperienze della sua generazione e del suo Paese. Il critico letterario italiano M. Polonio [Apollonio, ndT] ha definito la trilogia simbiosi di quattro generi – il romanzo, il poema, il dramma, la cronaca storica. “Il cavallo rosso” è stato tradotto in diverse lingue, figura nelle antologie scolastiche italiane. Ora la televisione italiana insieme a compagnie televisive di altri paesi sta preparando un film televisivo in più puntate.

Durante il suo soggiorno in Lituania E. Corti ha raccolto materiali sul movimento partigiano della Lituania. Nel secondo tomo del romanzo sono descritte le battaglie in Dzukija ed a Koenigsberg, Corti ha intenzione di inserire nella trilogia un nuovo testo sulle vicende di un ufficiale italiano che combatte In Lituania e sulla conoscenza del medesimo con la gente della Lituania.

E. Corti è ora uno scrittore di professione. Tali persone in Italia non sono molte. Lavorando per molti anni nell’industria, potè farsi un gruzzolo e dedicarsi più tardi alla sola letteratura. A ciò si aggiunga che la moglie lavora. In Italia possono vivere con i proventi della sola letteratura soltanto scrittori come A. Moravia. Gli Italiani leggono poco, tutto è soffocato dalla televisione ora. Quale è il genere di arte più popolare in Italia? Agli italiani piace particolarmente….passeggiare, – dice ridendo E. Corti.

Il tema della seconda guerra mondiale interessa ancora il pubblico italiano, per questo sul tale periodo si scrivono libri, si fanno film. A dire il vero, in tutti gli ambiti di vita del Paese ora si sente la crisi. I segnali della stasi si manifestano anche nell’arte. Certamente, ciò non aiuta la gente ad avvicinarsi all’arte.

Quale è nei suoi romanzi il rapporto tra fatto storico ed esperienza e riflessione personale? E. Corti dice di essere stato testimone di tutte le crudeltà della guerra, del caos del dopoguerra, e di voler raccontare di ciò in maniera veritiera. Tuttavia anche un’opera che si basa su materiale storico deve essere conforme allo spirito di oggi. In un’opera d’arte devono essere presenti necessariamente due cose: la verità e la bellezza.

(Neringa Jonusaite, 17/08/93, Lietuvos rytas)

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Voli di angeli nel mondo degli uomini

Il cavallo rosso - edizione spagnolaTutto ha inizio, con deliziosi quadri di vita campestre in un angolo della Brianza, la Nomanella, specchiantesi in un lembo di quel cielo lombardo che fa venire in mente la colorita pennellata manzoniana: “così bello quand’è bello, così splendido, così in pace”. Scene incantevoli di pacifica vita agricola, popolate da gente tranquilla e laboriosa, che non tardano a rivelare una penna dotata di eccezionale arte descrittiva. Due contadini, padre e figlio, falciano il prato. I loro gesti più minuti hanno l’eloquenza della verità delle cose. Come, per parte sua, il cavallino sauro che, consumata avidamente la razione d’erba, si protende furbamente alle foglie del gelso, che gli regala la propria ombra. E sembra partecipare alle rare battute che i padroni si scambiano, sullo sfondo di un verde intenso, per commentare le suggestioni che passano da una bocca all’altra. Ci sarà o no la guerra? Siamo nel maggio del 1940, e il contadino giovane, Stefano, dall’alto del carro carico d’erba getta occhiate sulla strada se mai scorga da lontano arrivare il suo coetaneo Ambrogio per una fine anticipata dell’anno scolastico.

Da questo primo nucleo campagnolo, come da polla fresca di sorgente, sgorgano le 1.274 pagine del romanzo dl Eugenio Corti, Il cavallo rosso (Edizioni Ares, Milano), su una trama riccamente composita e ramificata, che dà l’idea del grande fiume, da cui ruscelli impetuosi si staccano e, magari dopo un percorso sotterraneo, tornano ad immettersi nella piena originaria. Dalla Nomanella le diramazioni raggiungono, naturalmente, Milano, la grande e industriosa metropoli, ma un po’ alla volta oltrepassano i confini d’Italia, man mano che il vortice della guerra ingoia Il lavoratore e lo studente; in Africa, Grecia, Albania, Russia; poi fanno ritorno all’operoso centro brianzolo, dove dalle voragini del conflitto non tutti sono tornati, per la lotta partigiana e la ricostruzione democratica, fino al 1974, anno del referendum sul divorzio.

La Nomanella. Terra dl “paolotti” come venivano chiamati i cattolici. Popolo semplice e schietto, dotato di una incommensurabile forza di volontà, di rapida intelligenza, di buon senso pratico. L’operaio che, con le proprie mani, è diventato industriale. Il piccolo proprietario terriero, che lavora i campi con l’amore del manzoniano “pio colono”. Le famiglie impiantate su robusto ceppo, che si intrecciano nella rete delle amicizie del figlioli. E i giovani. Spiccano figure caratteristiche, dalla personalità forte, ognuno con proprie vicende; volti limpidi, scanzonati ed ilari. Ambrogio detto “faccia-di-tutti-i-giorni”, Stefano, Manno, Michele, Luca, Pierello; i ventenni della vigilia della guerra. E delicate immagini femminili: Colomba; Giustina capace di imporporarsi fino alla radice dei capelli; Fanny, la più estroversa; Francesca dal volto allungato ed espressivo nonostante il contrasto tra la capigliatura castana e gli occhi azzurri; Alma detta statuina o gattino di marmo per la inespressività della persona, tutta perfetta linearità. Gioventù dal cuore pulito, che effonde all’esterno la bellezza interiore e guarda alla vita nella prospettiva di un conflitto prima paventato poi affrontato con la speranza della sua brevità, poi subìto e da alcuni vissuto atrocemente.

Michele, lo vive sulle prime linee del fronte russo. Audacemente, egli aveva cercato quell’impresa. Voleva rendersi conto della realtà del comunismo. Dal vivo l’Autore narra la terribile esperienza. Dal vivo: lo si capirebbe molto bene dalla precisione delle sue descrizioni, anche se egli non lo confessasse dallo spioncino di una parentesi, a pagina 406, del romanzo. La ritirata del Don, la caduta di Stalingrado, la vita in campi di prigionia sono pagine di alta drammaticità. Il realismo, in cui il Corti intinge la penna, raggiunge in alcuni di questi capitoli momenti vibratamente raccapriccianti. La crudezza di situazioni tragiche in una disperata carneficina umana è raccontata in ogni particolare, anche in ripetuti episodi di antropofagia, così brucianti che viene spontaneo domandarsi se non sia di troppo tanta insistenza. A nostro parere, la drammaticità della descrizione risulterebbe intatta, non perderebbe efficacia dal silenzio su molti dettagli, che, menzionati una volta, diventano intuibili ad un semplice cenno in situazioni analoghe.

La medesima osservazione mi è capitato di fare nel corso della lettura incontrando volgarità del linguaggio parlato.

A parte questi rilievi – che ci sembrano però di qualche importanza – anche dalle situazioni più drammatiche emerge il filo trascendente che unisce le vicende. Agli eroismi dell’immolazione della vita, corrispondono gli eroismi dello spirito. Quei giovani condannati alla condizione di carne da macello, hanno la perseveranza di pensare al cielo. Ai dolci ricordi degli affetti candidi lasciati lontano, intrecciano gli accenti delle Ave Maria. Essi sono persuasi che gli uomini, non Iddio, hanno voluto la guerra, e alcuni arrivano ad accorgersi che la tragica contingenza li ha maturati. Quadri patetici, soffusi di angoscia, aperti alla fiducia nella Provvidenza o alla fede nell’aldilà. Non dimenticherò mai la scarna figura dei cappellano morente di fame e di freddo, al quale altri morenti come lui in condizioni di abbrutimento tengono alzata la destra perché li conforti con una estrema assoluzione.

Pagine vere. Nel lungo susseguirsi di affreschi appaiono personaggi che hanno fatto storia. Il mondo cattolico milanese, per esempio, è rappresentato da esponenti del calibro di padre Gemelli, affettuosamente denominato “il Gemellone” nello spaccato di vita universitaria, tanto vivacemente fotografato dall’Autore, di Mario Apollonio, notissimo docente e critico letterario, di Don Carlo Gnocchi, eroico cappellano militare e angelo tutelare dei mutilatini. Appare la realtà culturale e quella politica, nella varietà delle loro dimensioni ed  espressioni. E lo sforzo della proposta cattolica in un momento in cui un subdolo vento compromissorio si insinua nel costume e applica quanto meno il silenziatore alla cultura cattolica a vantaggio proprio di quel comunismo, il cui volto qui è ritratto nella tragica sua verità.

“Il cavallo rosso” spezza la congiura del silenzio astutamente creata attorno a tutto ciò che sa di marxismo, con un coraggio che non è merce da tutti i giorni. Così che i fari della pubblicità sono rimasti piuttosto spenti di fronte a questa opera, che è certamente una capolavoro destinato a durare, ed al suo solitario Autore. E’ un vero peccato, non per lui, ma per il pubblico – penso soprattutto a quello giovanile -, cui resta precluso un documento di raro talento artistico ed una testimonianza di oltre un trentennio di storia vissuta.

La storia, infatti, è la vera, o almeno la principale protagonista. La storia della seconda guerra mondiale e del difficile dopoguerra, che umili attori costruiscono partecipando ai drammi e alle speranze del mondo, nel tenace intento di lavorare per la verità. La storia in ciò che ha di fatalistico e di irrazionale, e sempre nella prospettiva del tessuto delle realtà invisibili, che costituiscono la fonte dl certezza e l’ispirazione ideale degli altri protagonisti. La storia vista senza lenti, così com’è, o interpretata nella luce religiosa, come lo svolgersi, direbbe Carlo Jemolo, “di un piano misterioso di Dio, il realizzarsi di una volontà superiore”. Si spiega che la narrazione, sempre così potente, non si tramuti in apologetica né in polemica. La apologetica e la polemica sono, nella realtà, la realtà alla quale le risorse narrative di Eugenio Corti danno corpo. “Dobbiamo stare bene attenti che la nostra lotta contro il male non si trasformi in persecuzione per qualcuno”; è una delle tante consegne che Michele Tintori, divenuto scrittore cattolico accreditato dalla critica più qualificata ma emarginato dalle imperanti élites filomarxiste, ha dato ad Alma, la “statuina” diventata sua moglie.

Ad Alma, a questa creatura singolare per la candida spiritualità della sua struttura, tocca di chiudere il romanzo, in un epilogo tragico di altissimo valore simbolico. La morte l’aspetta nella notte, in un banale incidente d’auto, mentre va a rilevare il marito rimasto in panne. Un povero drogato le taglia d’improvviso la strada. La vettura sbanda e precipita nelle acque scure del fiume. E’ l’Adda, che Almina, mentre lo costeggiava, era andata mentalmente celebrando col poetico “Addio” dei Promessi Sposi. La sensazione del freddo a contatto con la corrente è l’ultima vissuta quaggiù. Ma lassù, i due angeli custodi, il suo e quello di Michele, splendide creature a mezzo tra raggi di luce e soldati, le danno il benvenuto, “Sei qui, gattino di marmo”? E tante altre creature le si affollano attorno, vecchie conoscenze del suo piccolo mondo, anche talune cui non avrebbe pensato: tante e tante, “perché non uno di quelli per cui Cristo è morto si perde, non uno”. Sulla terra la storia continua, alla Nomanella e dappertutto, nel suo incessante altalenare, intersecato da voli d’angeli e da sprazzi di un cielo largo di cuore.

(Giulio Nicolini, 20/10/84, L’Osservatore Romano)

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