Eugenio Corti, una miniera da scoprire

Eugenio Corti

Eugenio Corti

Ecco una sintesi di tutti i principali capolavori dello scrittore brianteo. Omero e Aristotele furono i grandi maestri. Corti partì per la Russia per toccare con mano il comunismo: «La ritirata? La summa delle esperienze della mia vita»

In Eugenio Corti la vocazione a scrivere si manifestò precocemente: ai giorni del ginnasio Eugenio Corti, ragazzino di campagna abituato alla scena aperta dei colli briantei, si ritrovò tra le eleganti ma anguste strade milanesi adiacenti al collegio San Carlo, presso il quale studiava. Nei suoi ricordi senili, l’autore rammenta spesso di aver passato ore alla finestra a osservare gli uccelli, unica traccia del mondo di natura in un ambiente metropolitano. In contemporanea, avveniva l’incontro con la parola scritta, mediante i poemi omerici, sui banchi di scuola: impressionato dagli esametri di Omero al punto che il personaggio di Michele Tintori (ne Il cavallo rosso) si distrae dalle lezioni per scrivere poemi “su tutto”, ispirato da quella che da adulto riconoscerà come la propria poetica: la poetica realista di Aristotele per la quale «il particolare rimanda all’universale».

I più non ritornano (1947)
«Fin da ragazzo volevo essere scrittore» dice Corti in un’intervista a proposito del suo primo libro: «quando ho avuto in mano Omero, mi ha preso in modo totale perché trasformava in bellezza tutte le cose di cui parlava. Avrei voluto fare lo stesso. È stato il mio primo binario. Il secondo l’ho imboccato durante la ritirata, nella valle di Arbusov. Mi sono impegnato con Domineddio per il secondo versetto del Pater Noster: “Venga il Tuo Regno”. Ovviamente nel campo letterario, il mio».

Studente di giurisprudenza alla Cattolica di Milano, poi allievo alla scuola ufficiali di artiglieria di Moncalieri, fu Corti a chiedere di essere destinato in Russia. «Nella biblioteca dell’università leggevo la rivista Esprit e gli articoli di Emmanuel Mounier, il portavoce di Maritain, che sosteneva che il comunismo fosse positivo e che i comunisti fossero autentici cristiani. “Bisogna che vada a vedere”, decisi». Il tagliente diario che scriverà, duro come quelle coperte ghiacciate che lui stesso, sottotenente di artiglieria sul fronte russo nell’inverno 1942-43, dovette sperimentare, narra dei 28 tragici giorni, a pennellate gelide ma mai crudeli. «La ritirata è stata la summa delle esperienze della mia vita», commenta Corti: «lì ho conosciuto le abiezioni a cui può arrivare un essere umano e nello stesso tempo i possibili eroismi non solo militari, ma umani e civili, la solidarietà, l’aiuto al prossimo. Marciavamo con 15 gradi sotto zero e di notte a meno 40: non c’erano più viveri né munizioni. I muli morivano. Eravamo costretti ad abbandonare i feriti». Le pagine di questo libro non sono riassumibili: opera giovanile ma maturissima, incastona cristalli di verità brillante come neve gelata, brevi frasi strazianti e soprattutto incontri con uomini reali, molti dei quali l’autore (e noi lettori con lui) sappiamo che non incontreremo mai più.

Tutto è irrevocabile, nitido: Corti vi compare come voce narrante e protagonista, ma sa dare voce agli echi infiniti della guerra, dello smarrimento, della preghiera, soprattutto a Maria Vergine. Corti lo scrisse a ventiquattro anni e assieme alla sorella seppellì il manoscritto nella terra del proprio giardino per salvarlo dai rastrellamenti nazisti. Il manoscritto si salvò, e pure l’autore. Sia il primo che il secondo rivelano una stoffa che li rende illustri nella letteratura italiana: lo capì a suo tempo persino Benedetto Croce. Oggi anche i Bedeschi e i Rigoni Stern appaiono inferiori, al paragone.

I poveri cristi (1951) e Gli ultimi soldati del re (1994)
«Donna, ponte fra noi e Dio, via dall’uomo all’Arte la quale ha sede in Dio, Maria nostra, mostrami in lui le cose che prendo a narrare, e farai la mia voce sicura come il volo dell’aquila, mentre dice le cose che io e i miei compagni vivemmo in quegli anni». Così iniziava il libro meno noto di Corti, riscritto quarantatré anni dopo con nuovo titolo. È un romanzo imperdibile per almeno quattro motivi: primo, perché è una scoperta geografica dell’Italia centrale quando ancora gli italiani “restavano da fare”, con descrizioni paesaggistiche dolcissime; secondo, perché incarna l’esperienza umana dell’amicizia e dell’incontro imprevisto: l’autore chiama «tempo deforme» quello di cui racconta e incomincia nel vivo dei fatti, «al principio del giugno 1944, in linea sopra Lanciano, in Abruzzo», e poi dipinge una galleria di ritratti di persone indimenticabili.

Terzo e quarto motivo, perché mostra come il piano visibile e invisibile della storia e della vita siano inestricabilmente congiunti: per esempio, la politica è qui riletta con occhio d’eternità quando il soldato Fianchino, morente, domanda al suo superiore perché si debba morire per la patria; oppure, quando l’innamoramento tra uomo e donna ha un respiro di carne ma sempre in presenza dell’angelo custode, che Corti ha spesso nei momenti decisivi. «Per noi uomini c’è anche l’amore», dice Corti mentre descrive scene di tentazione sentimentale, d’involontaria bestemmia («È un Dio crudele, il nostro»), di santità (il frate cappellano che «nella smorfia del Cristo appeso al legno, ritrovava quella dei fanti miserabili, supini nella neve a morire»). In questo capolavoro sconosciuto al grande pubblico, troviamo dialoghi come questo:
«Quello è il Dio crudele verso gli uomini? – chiese beffardo l’angelo.
– Proprio ora parli – pensai.
– La questione – disse l’angelo – è che il vostro è un destino da giganti.
– A volte troppo – pensai.
– Povero ragazzo – disse l’angelo».

Il cavallo rosso (1983)
«Ma alla fine di questo corso» gli obiettava con amarezza qualche allievo «noi non sappiamo neppure se riceveremo la nomina a sottotenente o no. (…) Signor tenente: noi a volte ci chiediamo se il nostro studiare non sia semplicemente inutile». «No. Non fosse perché, rifiutandovi di studiare, favorireste per quanto vi riguarda questo tremendo caos in cui stiamo sempre più sprofondando. Ci sono dei momenti, a volte periodi di pochi mesi, in cui si gioca il futuro di un popolo per molto tempo. E noi ci troviamo in uno di tali momenti, come non ve ne rendete conto?».

Così disse Manno ai militari dopo 1’8 settembre 1943, così si dirà sempre. Infatti, saggiamente travestito da enorme romanzo storico, Il cavallo rosso è è in realtà un’opera totale: per ora è giunto alla 27esima edizione, tradotto in otto lingue (spagnolo, lituano, francese, inglese, rumeno, giapponese, serbo-croato, olandese; tedesco in corso dì traduzione), ma un giorno sarà considerato come un talismano o una “divina commedia”.

Già adesso, chi ne ama le 1274 fitte pagine può aprirlo a caso e citare e commentare: tutto si adatta magnificamente all’occasione. La storia è storia italiana, briantea, personale e privatamente individuale e presto nessuno potrà riconoscersi sociologicamente nelle vicende ambientate tra il 1940 e il 1974. Eppure, verrà un giorno in cui questo testo sarà fatto oggetto di studi come un codice del Corpus Hermeticum, come gli Acta Martyrum di età patristica, come i Cantos di Ezra Pound: i nostri posteri glosseranno le note a margine per cercarvi nutrimento, responsi, scaglie di vita. Lo dimostra, oggi, il fatto che chi detesta questo romanzo lo fa per cause estrinseche, per idiosincrasie, per partito preso; sulle pietre di paragone ci si sfracella.
Se Corti è un autore italiano “per caso” (infatti assomiglia più a un Solzenicyn che a un Alberto Moravia), anche Il cavallo rosso è un libro “straniero”: c’è chi ha parlato di Tolstoi, chi di Shakespeare. Tutto vero, ma il futuro dirà ancora di più, oltre. Mentre i detrattori saranno confusi, e muti. Qui dentro troviamo quello che serve a un uomo che vuole servire la verità, dunque tralascio a malincuore l’elenco, che da entusiasta stilerei, delle realtà che un lettore genuino può trovarvi. Basta dire che tutti piangono alla morte di Stefano e di Manno e di Alma, perché sentono “il grande capovolgimento”; basti dire che l’intreccio è solo quello di una famiglia numerosa, dal cognome comune, e che la fabula si svolge tra Nomana Brianza e il lago di Lecco: nessun uomo è trascurabile e nessun luogo è dimenticato da Dio.

Per noi lettori di oggi, serve citare le parole di padre Rodolfo, un personaggio del libro, frate missionario in procinto di partire per l’Africa nel 1955, rivolte ai suoi genitori anziani, industriali brianzoli di estrazione popolare e in quel momento angosciati dai debiti delle loro aziende: «questa grossa prova è voluta da lui, a fin di bene. Vi impedirà, a tutti, di diventare ricchi, come c’era effettivamente il pericolo (…). Il pericolo c’era: che prendessimo gusto alla ricchezza, che attaccassimo il cuore all’abbondanza materiale». Qui, e in cento altri passi del testo, si evidenzia come Corti «aveva messo mano a una grande opera narrativa… per quelli che, domani, dovranno pur accingersi a ricostruire» (p.1256).

Processo e morte di Stalin (1961-62)
Tragedia teatrale scritta nel 1961 e messa in scena per la prima volta nel ’62 dalla Compagnia di Diego Fabbri presso il romano Teatro della Cometa, fu ostracizzata dall’egemonia togliattiana prima e gramsciana poi, esercitata sulla cultura italiana dal PCI anche grazie alla pavidità della DC e all’indifferenza colpevole delle forze “liberali”. L’opera di Corti era un j’accuse al sistema comunista sovietico: in futuro ci sarà piuttosto materia di meditazione per gli uomini sapienti che si domanderanno, se sarà possibile, come mai il marxismo fu violenza. Intanto nel 2011 il dramma cortiano è ritornato sui palcoscenici, come un fossile rispolverato e riposto in bacheca.

Il fumo nel tempio (1996)
Il fumo di Satana è entrato nel tempio di Dio […]. Si credeva che dopo il Concilio sarebbe venuta una giornata di sole per la storia della Chiesa. È venuta invece una giornata di nuvole, di tempesta, di buio»: sono le testuali parole del papa Paolo VI, dette nel 1972. Hanno a che fare con cose ultime come: cattocomunismo, gerarchia, eresia, gnosi, anticristo. A mano a mano che l’ottusità dilaga sui media occidentali, queste realtà sono sempre meno comprensibili e l’umanità ne diventa preda, vittima. Al contrario, avendo letto il proprio tempo con passione, semplicità, ingenuità, discrezione, come
un moderno cronista medievale, Corti riconduce tutta la storia umana ed ecclesiastica alle mani dell’Autore e agli atti liberi degli uomini. Nessuno, in pieno XX secolo, ha saputo fare così.

La terra dell’indio (1998).
L’isola del Paradiso (2000).
Catone l’antico (2005)
Compiuti i settant’anni, Corti si è applicato ai “romanzi per immagini”: per cercare di essere ascoltato nell’epoca della civiltà dell’immagine. Non aveva fatto i conti con i potenti, i produttori cinematografici, i direttori dei canali televisivi: costoro, e non la bellezza dei suoi testi o la gratitudine dei suoi lettori, gli hanno impedito di andare al grande pubblico massmediatico. Chi ci ha
perso è stato quest’ultimo, e la società nel suo insieme. Peccato, perché nelle tre opere, pronte per essere trasformate in copione, si narra di tre miti (falsi) della storiografia attuale: se si fossero sceneggiati i libri di Corti, avremmo l’immagine limpida dell’America Latina dopo i Conquistadores; del destino degli europei moderni dopo la rivoluzione francese; della vera anima del mondo romano tra Repubblica e Impero.

Medioevo e altri racconti (2008)
Nel suo ultimo libro, Corti finalmente si dedica al periodo storico amato, raccontando la storia della beata Angelina da Montegiove (1377-1435), e premettendo un excursus sulla storia dell’umanità scritto da un ottantasettenne: cioè da uno che è sul punto di, morendo, andare a vedere se le proprie generose idee sull’infinito corrispondono con l’infinito stesso.
Il testo è il frutto dei suoi tanti incontri con studenti universitari che di anno in anno vanno a trovarlo nella sua casa in Brianza: «come i grandi scrittori», dice Cesare Cavalieri, «Corti ha una concezione “evenemenziale” della storia: ricostruisce minuziosamente particolari e singoli eventi che diventano significativi; i personaggi del suo microcosmo diventano i veri attori della storia, che non è fatta solo dai re e dai condottieri, ma anche dalla gente comune». I poveri, i piccoli, i semplici e gli sconosciuti sono al centro del quadro: i potenti gli fanno da contorno. Del resto, non occorre essere un critico d’arte per sapere che la tela dell’opera d’arte vale infinitamente di più della sua cornice.

(Andrea Sciffo, febbraio 2013, Il Timone)

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Giuseppe Romano presenta La terra dell’indio

La terra dell'indio

La lingua scritta possiede una magia particolare grazie alla quale si fa avanti da sola e da sola conquista l’attenzione. Diversamente dalle parole orali, dove soccorrono intonazioni, espressioni del volto, gesti, perfino componenti ambientali, le parole fissate sulla pagina vivono e si esprimono in solitudine, nero su bianco. Un film o un’opera teatrale possono avvalersi pure di aspetti estrinseci, tipo la qualità della fotografia o le armonie della colonna sonora.

Un libro, un romanzo, non ha armi che non siano le sue parole. La terra dell’Indio è un romanzo che infrange l’etichetta dei romanzi. Sconcerta il lettore presentandosi con un aspetto inconsueto, esteriormente simile a una partitura teatrale o a una sceneggiatura cinematografica. Alla voce narrante subentrano notazioni di regia. L’agire dei personaggi è rappresentato con dialoghi recitabili. La sequenza dei capitoli è tradotta in “scene”, ora lunghe ora corte ora cortissime.

Per dirimere le eventuali perplessità conviene intraprendere immediatamente la lettura. La lettura spiega tutto. I libri (almeno, quelli dove il racconto funziona) si spiegano da sé, leggendoli. Ed Eugenio Corti, l’autore de Il cavallo rosso, certo non teme la prova della lettura. Se volete capire e amare La terra dell’Indio – un romanzo, un nuovo grande romanzo -, leggetelo. Subito, tranquillamente e per intero.

Resta però la possibilità (magari l’opportunità) di soffermarsi brevemente sulla soglia. Non per giustificarlo né per “introdurlo” ma, letteralmente, com’è detto in capo a questa pagina, per presentarlo, per far presente quel minimo di elementi e illuminare non il romanzo in sé, bensì il contorno.

Anzitutto, l’autore. Ci troviamo davanti a un itinerario creativo approdato da tempo alla maturità, che può vantare solidi esiti su svariati versanti: quello diaristico con I più non ritornano, quello saggistico con L’esperimento comunista e Il fumo nel tempio, quello teatrale con Processo e morte di Stalin, quello narrativo con Il cavallo rosso e Gli ultimi soldati del re. Proprio Il cavallo rosso, imponente capolavoro storico e creativo, è l’opera più diffusa e più universalmente apprezzata di Corti. Sono tredici edizioni in quindici anni, raggiunte senza quasi pubblicità, con l’aiuto silenzioso del passaparola di lettore in lettore. Un caso letterario che ha felicemente imboccato la strada del longseller, del classico destinato a sopravvivere al tempo in cui fu scritto.

Ed è bello e sintomatico constatare come la stessa avventura si ripeta tal quale all’estero, man mano che le traduzioni varcano i confini italiani: dopo le edizioni spagnola e lituana, l’edizione francese apparsa nell’aprile 1997 (in attesa delle imminenti traduzioni giapponese, americana e romena) ha suscitato oltralpe un dibattito serrato sul valore del romanzo e della scrittura. Credo di fare cosa gradita ai lettori italiani riportando alcuni dei giudizi apparsi sulla stampa francese:

“I libri davvero grandi” scrive Benoit Maubrun su L’Homme Nouveau, “sono rari. Ed è evidente che con Le cheval rouge dell’italiano Eugenio Corti ci ritroviamo al cospetto di uno di quei monumenti che marcano un’epoca… Contiene una terribile requisitoria storica contro la follia omicida del XX secolo preso tra due demoni, il nazismo e il comunismo… Crisi della società, crisi della Chiesa. Due direttrici di questo romanzo che, in millecento pagine, ci conduce attraverso quarant’anni di storia italiana E’ il romanzo della verità che le ideologie totalitarie, ieri e oggi, cercano di imbavagliare… Ci si può chiedere in cosa risieda la forza e il successo di quest’opera immensa? Ci sono troppe qualità per farne una semplice contabilità. Ma una le riassume tutte: la fedeltà alla verità.

Jean-Marc Berthoud, scrittore calvinista di Losanna, ha indirizzato a Corti una Lettera aperta (sulla rivista Resister et construire): “Il suo libro ha come personaggio principale il Dio del Cristianesimo. Ed è in questo che esso possiede una originalità che non ci consente di paragonarlo a nessun altro… Leggendolo si nota bene che questa maniera cristiana di guardare la realtà è la sola veritiera; tutto il resto non è che illusione e nebbia di menzogna. Lei non fa che guardare con attenzione, discernimento e bontà, la vita degli uomini e del creato alla luce di Dio, e dice le cose in modo così giusto da farle diventare evidenti per il suo lettore. Esse appaiono così al lettore di buona volontà come naturalmente vere. Esse diventano per lui semplicemente incontestabili. Per me non c’è dubbio. Sul piano della creazione artistica questo secolo sarà contrassegnato da Il Cavallo Rosso come da un segno soprannaturale proveniente da Dio”.

“Con la sua forza e il suo ritmo”, ha scritto Jean-Pierre Rudin su Nice-Matin, “Il cavallo rosso ci ha conquistato. E’ praticamente impossibile staccarsene durante le numerose ore di lettura che ci impone. Quello che è certo è che è impossibile uscire indifferenti dalla lettura di quest’opera… Nello stesso modo in cui I promessi sposi fu il grande libro italiano del XIX secolo, “Il cavallo rosso”, malgrado Moravia o Sciascia, potrebbe essere benissimo “il” romanzo del nostro secolo che si conclude”.

In secondo luogo, i fatti raccontati. Il romanzo si concentra sull’ardita e lungimirante avventura missionaria dei gesuiti in America Latina, tradottasi nella creazione delle reducciones e sconosciuta ai più. Soltanto il film Mission, anni fa, ne aveva dato qualche sommaria cognizione al pubblico, per giunta in termini piuttosto fantasiosi. Ma la vicenda è importante: né più né meno che uno dei più riusciti e tempestivi casi di immedesimazione della fede nella cultura di un popolo, quello sudamericano dei guaranì, che rispose con vivace adesione al lavoro di pochi ed eroici missionari.

La storia dei gesuiti in Paraguay ha inizio nel 1609, dopo che un’ordinanza reale di Filippo III dà modo al governatore del Paraguay, Hernando Arias de Saavedra, di affidare all’ordine fondato da Sant’Ignazio tre territori da cristianizzare: uno all’ovest di Assunciòn fra i guaycuru, un secondo nel Paranà tra i guaranì, il terzo a nord del Paranaparé tra i guayra. La prima missione fallisce. Tra le tribù dei guaranì e dei guayra invece i gesuiti hanno successo fondando nel 1610 le prime riduzioni. Tra i guayra del nord fino al 1628 erano stabilite undici riduzioni, nove delle quali però tra il 1628 e il 1631 furono distrutte dai cacciatori di schiavi portoghesi provenienti dalla regione di San Paolo.

In seguito i gesuiti con 12.000 indios superstiti emigrarono verso sud. Qui avevano fondato fin dal 1610 numerose riduzioni presso i guaranì, specialmente tra i fiumi Paranà e Uruguay e dal 1628 pure sull’altra riva dell’Uruguay. Anche queste ultime, tuttavia, fra il 1636 e il 1638 furono distrutte dai paolisti, sicché questi indios si ritirarono a loro volta verso ovest nelle riduzioni dei guaranì. Così il territorio delle riduzioni gesuitiche del Paraguay ebbe i suoi confini definitivi, che rimasero stabili fino all’espulsione dei gesuiti (1767). A scopo di difesa contro le incursioni dei paolisti, il re di Spagna aveva permesso l’uso delle armi da fuoco agli indios delle riduzioni, i quali dal 1641 poterono così difendersi con successo contro di essi. Al loro apogeo, nel 1731, le riduzioni gesuitiche del Paraguay contavano 141.242 indios cristiani.

Dirette dai gesuiti ma interamente articolate su istruttori indigeni (c’erano due soli missionari ogni quattro cinquemila indios) le riduzioni, a differenza delle altre stazioni missionarie, avevano due centri: la chiesa e il collegio, situati una presso l’altro nella piazza centrale. Mediante l’istruzione scolastica e poi progressiva di tutti i cittadini, maschi e femmine, in queste piccole “città del sole” l’elevazione culturale e civile fu enorme. Venne elaborato un modello che sarebbe stato esportato in altri luoghi di missione dell’America e del mondo. Tuttavia questo fenomeno missionario di colpo si interruppe, soppresso d’autorità, in pratica da un giorno all’altro.

Questi sono, per grandi linee, i fatti storici.

Da questa realtà promettente ma presto estinta, missionaria però coloniale, generosa eppure crudele, è partito Eugenio Corti per scrivere La terra dell’indio. Come in Il cavallo rosso e in Gli ultimi soldati del re, la storia fornisce l’indispensabile basamento su cui poi si erge il racconto. Tanto più è certo e solido il fondamento, tanto più svettante e ardita la narrazione.

La vicenda narrata nel presente romanzo occupa un arco temporale che va dal 1740 al 1788, a cavallo dell’ultimo periodo di vita delle riduzioni. La riduzione abitata dai protagonisti è ubicata in pieno territorio guaranì: non è mai esistita, però è esemplificata su quelle reali. Ne apprendiamo innanzitutto la vita quotidiana: la chiesa, il collegio, la casa delle vedove, le abitazioni, i laboratori, disposti ordinatamente entro la pianta dell’abitato; e poi la suddivisione fra “terre di Dio”, da cui si ricava il necessario alla comunità, e “terre dell’indio, o dell’uomo”, che sostentano le singole famiglie.

Presto entrano in gioco elementi drammatici: la battaglia contro gli schiavisti portoghesi provenienti da oltre il fiume, in cui la sollecitudine fraterna e la disciplina hanno la sopravvento sulla cupidigia mercenaria. Poi, dopo anni di serenità, gli eventi prendono una piega sempre peggiore, incalzati da un’amministrazione coloniale ottusa e ingorda. La cacciata dei gesuiti segna il tentativo di estinguerne interamente la memoria e l’opera, comprese la cultura consegnata agli indios e le stesse riduzioni. I buoni debbono fuggire, nascondersi nella foresta.

Infine, vent’anni dopo, un viaggio di riscoperta induce quella catarsi così propria dei romanzi cortiani, dove quand’anche tutto possa apparire distrutto, nulla in sostanza è mai perduto (ma non è forse così anche il segmento di storia presente nel Vangelo?).

E il cerchio narrativo si salda, continuando un discorso intrapreso tanti anni fa.

Qui però c’è una differenza, uno scarto di novità. Mentre i romanzi precedenti facevano i conti con la storia e con la fantasia in maniera tradizionale, adesso viene introdotta una diversa misura di stile.

La storia c’è sempre, e continua a convivere con l’invenzione – ancora, viene spontaneo richiamare quell’invenzione del vero di manzoniana memoria -, tuttavia il contorno è cambiato così profondamente da indurre stupore.

Chi è questo Corti visivo fino alla visionarietà, che brandeggia la penna quasi fosse una telecamera, che dispone personaggi e ambienti in coreografie e li fa muovere su un proscenio immaginario?

Risposta facile: è il Corti di sempre. Il lettore perplesso tiri pure un sospiro di sollievo: lo scrittore è tutt’altro che nuovo alla visualizzazione dei contenuti che descrive, da quel Processo e morte di Stalin che è una pièce teatrale in senso stretto (e la rappresentò Diego Fabbri), a Il cavallo rosso che, guardacaso, al primo apparire Cesare Cavalleri aveva così definito: “1.280 pagine nessuna delle quali è superflua, scandite in brevi sequenze quasi di taglio cinematografico”.

E il fatto è che oggi, volendo rispettare la storia, non si possono più scrivere romanzi storici come scriveva Manzoni. Neanche lui scriverebbe più in quel modo. Come si fa oramai a certificare il “vero” e il “verosimile” sulla pagina, dopo che la tv prima e poi internet ci hanno insegnato che niente è mai come sembra? In questa contraddizione di fine millennio sta il genio della proposta a cui Corti ora dedica le sue più mature ed esperte energie creative.

Un romanzo che oggi voglia raccontare fatti veri, anzi, addirittura schierarsi per la verità, può/deve prendere in prestito le armi di quello stesso nemico che trent’anni fa l’aveva sconfitto: le armi dell’immagine. E’ come se l’autore dicesse al lettore: vieni e vedi tu stesso, usa gli occhi, guardati attorno.

Per cui, certo, La terra dell’indio è una proposta di sceneggiatura (e che film emozionante ne verrebbe fuori: qualcosa di veramente colossale), ma è anche un romanzo legittimo e moderno, che racconta in maniera epica e universalizzante fatti storici ignoti ai più. Così come a suo tempo fece Il cavallo rosso, inventando personaggi veri per illustrare una vicenda vera, trasfigurando la storia in epopea senza niente sottrarre allo svolgersi degli eventi. E, in più, inventandosi pure un linguaggio modellato sui nostri tic di turisti dello zapping, sui cortocircuiti logici del nostro immaginario contaminato da ore e ore di immagini in movimento, sull’inevitabile, imminente convergere di tutti i linguaggi e i canali dell’universo multimediale.

Un linguaggio che ci rintraccia, ci bracca, ci sfida con fermezza e approfitta del nostro momentaneo disorientamento per riportarci dolcemente a casa.

Alla narrativa non tocca di fermarsi ai fatti: quello lo fanno i saggi storiografici. Le compete illuminare i fatti con una filigrana di emozioni e di ragioni umane; dar loro vita costruendo un itinerario di personalità emblematiche, che inducono non soltanto a ripercorrerli, quei fatti, ma addirittura – qui scatta il miracolo del racconto – a riviverli. E così come questo ci era accaduto ne Il cavallo rosso con Michele, con Manno, con Ambrogio, con Alma e Colomba e con tanti altri, in La terra dell’indio ci succede con Nazareno e con Maddalena, con i tre “profeti”, con padre Marziale, con padre Paolo e con l’anziana Parascéve.

(Giuseppe Romano)

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Corti l’anti-Mission

La terra dell’indio

Appena fuori dal giardino avito – la casa della sua infanzia e del padre imprenditore -, la fronte d’un palazzotto mostra i medaglioni col volto dei letterati brianzoli: Verri, Parini, Manzoni…, e anche Testori, aggiunto di bel nuovo. Ci sarà posto anche per lui (che del Giovanni scrittore e critico fu tra l’altro compagno di classe), a suo tempo? Perché non sembrano essere bastate 12 edizioni del diario di guerra I più non ritornano – una delle primissime epopee della ritirata di Russia – e 13 del monumentale romanzo storico Il cavallo rosso (150 mila copie vendute), più varie traduzioni dell’uno e dell’altro, né le edizioni de Gli ultimi soldati del Re, o la tragedia Processo e morte di Stalin (diffusa perfino nel samizdat russo) e infine qualche raccolta saggistica, per stabilire che Eugenio Corti sia un grande scrittore. Non in Italia, almeno. Nemo propheta, d’accordo. Ma forse il piglio battagliero di Corti (nemmeno al regista Ermanno Olmi ha perdonato un certo riferimento “comunista” nell’Albero degli zoccoli), il suo cattolicesimo così fuori luogo nella nostrana “repubblica delle lettere”, la predilezione per una letteratura popolare invece che gonfia delle solite citazioni “colte”, fors’anche il recriminare dei lettori affezionatissimi – che avrebbero voluto per lui un riconoscimento finalmente “ufficiale”.

Oggi, a 78 anni appena compiuti e con un nuovo cospicuo lavoro sulla bancarella del librai – La terra dell’indio (Edizioni Ares, pp. 488, lit. 32.000) -, trova soltanto in Francia un periodico “laico” come Le Figaro Magazine che gli dedica una grande foto per la seconda edizione di Le cheval rouge; e solo da due calvinisti di Losanna ottiene la recensione che forse neppure la critica cattolica gli aveva riservato finora. Ma dunque, con questo romanzo sulle reducciones gesuitiche del Paraguay, Eugenio Corti è finalmente diventato “comunista”…

Ah, la vecchia tradizione del “comunismo” delle reducciones… Ma è un fenomeno che va spiegato. E io, per questo libro sui guaranì, mi sono documentato bene, compiendo tra l’altro anche un’ispezione sul posto. Ci sono stati, sì, dei testi che hanno presentato le reducciones come un esperimento di comunismo cristiano. In realtà i gesuiti, nel tentativo di sottrarre gli indios all’inevitabile distruzione nel contatto con gli europei, hanno cercato di farli progredire nella civiltà, ma conservando tutto il possibile dei costumi indigeni; tra cui l’assenza di denaro. In Occidente molti hanno scambiato la cosa per comunismo.

Però lei non nasconde la simpatia per l’esperimento.
Il tentativo delle reducciones è stato un fenomeno meraviglioso, di cui oggi non ci si rende conto. Tra l’altro uno dei più belli, esteticamente, nella storia della Chiesa. In teoria gli spagnoli non volevano affatto sterminare gli indios, bensì salvarne l’anima e civilizzarli; ma poi in pratica il conflitto tra coloni e indios si rivelò inevitabile e questi ultimi naturalmente avevano la peggio. Perché quel massacro? Perché c’era l’impressione che gli indios fossero più animali che uomini. I guaranì praticavano il cannibalismo, la loro religione si esprimeva in ululati alla luna, la mancanza di igiene era terribile e soprattutto erano popolazioni inerti. Da cui l’idea fondante delle reducciones: la missione non doveva più avere come centro la sola chiesa, ma pure il collegio. Tutti gli indigeni dovevano andare a scuola, anche le bambine. E si ottenne dal re di Spagna che nessun bianco entrasse nelle riduzioni, eccetto due Padri (due soli su 5 mila persone).

15 anni fa ebbe successo un film sulle reducciones. Il suo libro rappresenta dunque l’anti-Mission?
Ho scoperto le riduzioni leggendo Voltaire: nel Candido ne parla con tanta acredine che ho subito pensato che doveva esserci del buono. Ho radunato allora molto materiale e avevo già finito la prima stesura quando uscì il film. Mission non esauriva tutta la storia delle reducciones (che durò oltre 150 anni) e inoltre falsava la realtà, dipingendo il superiore dei gesuiti come complice del potere laico contro i suoi stessi confratelli. Alla fine, comunque, è stato utile perché ha fatto conoscere al pubblico una grande epopea missionaria.

Però la pellicola ha tagliato le gambe a lei…
In effetti ho tralasciato il soggetto per alcuni anni. Anch’io volevo farne un film per la tv.

Ma come: lei ha sempre sostenuto di disprezzare la tv.
I libri incidono sempre meno: ormai la gente costruisce la sua cultura sulle immagini, e ancor più accadrà nel futuro. Per questo ho pensato ad alcune “rappresentazioni per immagini”. Una è già stesa e costituisce la risposta ai miti della cultura radicale, come la vita felice allo stato di natura, senza “peccato originale”: è la storia vera del Bounty. Il secondo è questo romanzo, costruito di soli dialoghi.

Da cui si ricava una duplice impressione: l’entusiasmo per un esperimento cristiano molto “laico”, in cui gli indios stessi dirigevano le loro colonie; ma anche il paternalismo dei gesuiti.
Noi giudichiamo sotto l’impressione della cultura dominante. In realtà, secondo me, quel paternalismo aveva aspetti anche molto positivi: l’autorità del superiore era quella del padre. Difatti, quando arrivarono in America le idee illuministe e si vollero subito “liberare” gli indios dalla tutela cattolica, ne derivò il loro sterminio.

Ecco: lei non rinuncia alle stoccatine. A parte la polemica contro i “nuovi filosofi” (e prima ancora contro Pombal e gli anticlericali), i suoi indios così cattolici non sono affatto dei pacifisti: si armano, fanno esercitazione tutte le domeniche, combattono i mercanti di schiavi…
Ma l’uomo è così: il peccato originale c’è e bisogna fargli fronte. La presenza di Caino è sempre possibile; non bisogna lasciare che uccida Abele. Perciò i gesuiti ottennero che i guaranì potessero avere armi da fuoco.

C’è polemica pure contro una certa idea moderna di missione, che non dovrebbe civilizzare all’europea.
Io sono per lasciare i popoli alla loro cultura, come successe ai guaranì. Ma poi avviene che certe teorie si risolvono in impacci ai missionari che lavorano sul campo”.

Lei indica l’economia di mercato come punto di arrivo per le reducciones. Ma oggi il nemico del cristianesimo non è proprio il capitalismo?
I gesuiti, al momento di lasciare le reducciones, capirono che per difendersi meglio i guaranì avrebbero dovuto introdurre l’economia di mercato. La giustizia distributiva in sé è bella, anche bellissima; ma se si fosse attuata non ci sarebbe stato progresso. Io non sono contro il capitalismo, una tendenza che fa parte addirittura della vita fisiologica; sono piuttosto contro la spietatezza dei proprietari dei mezzi di produzione: e lì bisogna intervenire con la legge.

Lei non cita mai Proust, vive in provincia, tra i suoi “maestri” si ferma a Manzoni: si ritiene un intellettuale?
Assolutamente no. Mi reputo un uomo di cultura. L’intellettuale nasce solo nel Settecento e la sua struttura mentale è demolitrice: gli intellettuali sono utopisti che prima distruggono le esistenze.

Le rimane un po’ il rovello di non essere riconosciuto dalla critica?
No. Sapevo già in partenza che sarebbe andata così. Non vedevo tutte le implicazioni che ne sarebbero venute, però la sostanza la intuivo. Il rimpianto è che, ogni tanto, potrei intervenire su problemi particolari della cultura o della società; ma non dispongo di alcuna tribuna.

E’ vero che scriverà delle fiabe?
Mi piacerebbe. Ho finito per occuparmi di tutte le epoche storiche eccetto quella che preferisco: il medioevo. Vorrei trattarne almeno con qualche favola.

(Roberto Beretta, Avvenire, 09/02/2000)

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