Claudio Costa intervista Eugenio Corti

Eugenio Corti soldatoIl racconto dell’esperienza dello scrittore soldato sul fronte russo

Cinquanta minuti in compagnia del tenente di artiglieria dell’Armir Eugenio Corti, che in una lunga intervista ha raccontato a Claudio Costa la sua esperienza di soldato durante la Seconda guerra mondiale, prima in Russia (ha vissuto direttamente la tragica ritirata) e poi nel territorio patrio, dove è stato inquadrato nel Corpo Italiano di Liberazione (formazione schierata al Sud dopo l’8 settembre).

Il film documentario, che contiene anche alcune animazioni e un’interessante commento di Claudio Fava, si intitola “Uno scrittore al fronte” (Ronin production 2010). Ideato e diretto da Claudio Costa, fornisce un’importantissima testimonianza del dramma dei militari italiani in Russia e di come gli alti comandi italiani di allora affrontarono quel che accadde. Ma non solo: Corti espone anche le sue considerazioni sui totalitarismi del Secolo scorso. Per quanto riguarda in particolare il nostro Paese, “nella guerra di liberazione vede le varie fazioni partigiane e si convince che i comunisti non vogliono solo liberare l’Italia, ma anche instaurare un regime che non differisce dalle dittature che combattono”. Dopo la guerra Eugenio Corti, come è noto, “diventa uno scrittore e nei suoi libri lascia un prezioso e preciso resoconto di quei giorni”.

(Cristina Di Giorgi, 29/01/17, Il Giornale d’Italia)

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Voli di angeli nel mondo degli uomini

Il cavallo rosso - edizione spagnolaTutto ha inizio, con deliziosi quadri di vita campestre in un angolo della Brianza, la Nomanella, specchiantesi in un lembo di quel cielo lombardo che fa venire in mente la colorita pennellata manzoniana: “così bello quand’è bello, così splendido, così in pace”. Scene incantevoli di pacifica vita agricola, popolate da gente tranquilla e laboriosa, che non tardano a rivelare una penna dotata di eccezionale arte descrittiva. Due contadini, padre e figlio, falciano il prato. I loro gesti più minuti hanno l’eloquenza della verità delle cose. Come, per parte sua, il cavallino sauro che, consumata avidamente la razione d’erba, si protende furbamente alle foglie del gelso, che gli regala la propria ombra. E sembra partecipare alle rare battute che i padroni si scambiano, sullo sfondo di un verde intenso, per commentare le suggestioni che passano da una bocca all’altra. Ci sarà o no la guerra? Siamo nel maggio del 1940, e il contadino giovane, Stefano, dall’alto del carro carico d’erba getta occhiate sulla strada se mai scorga da lontano arrivare il suo coetaneo Ambrogio per una fine anticipata dell’anno scolastico.

Da questo primo nucleo campagnolo, come da polla fresca di sorgente, sgorgano le 1.274 pagine del romanzo dl Eugenio Corti, Il cavallo rosso (Edizioni Ares, Milano), su una trama riccamente composita e ramificata, che dà l’idea del grande fiume, da cui ruscelli impetuosi si staccano e, magari dopo un percorso sotterraneo, tornano ad immettersi nella piena originaria. Dalla Nomanella le diramazioni raggiungono, naturalmente, Milano, la grande e industriosa metropoli, ma un po’ alla volta oltrepassano i confini d’Italia, man mano che il vortice della guerra ingoia Il lavoratore e lo studente; in Africa, Grecia, Albania, Russia; poi fanno ritorno all’operoso centro brianzolo, dove dalle voragini del conflitto non tutti sono tornati, per la lotta partigiana e la ricostruzione democratica, fino al 1974, anno del referendum sul divorzio.

La Nomanella. Terra dl “paolotti” come venivano chiamati i cattolici. Popolo semplice e schietto, dotato di una incommensurabile forza di volontà, di rapida intelligenza, di buon senso pratico. L’operaio che, con le proprie mani, è diventato industriale. Il piccolo proprietario terriero, che lavora i campi con l’amore del manzoniano “pio colono”. Le famiglie impiantate su robusto ceppo, che si intrecciano nella rete delle amicizie del figlioli. E i giovani. Spiccano figure caratteristiche, dalla personalità forte, ognuno con proprie vicende; volti limpidi, scanzonati ed ilari. Ambrogio detto “faccia-di-tutti-i-giorni”, Stefano, Manno, Michele, Luca, Pierello; i ventenni della vigilia della guerra. E delicate immagini femminili: Colomba; Giustina capace di imporporarsi fino alla radice dei capelli; Fanny, la più estroversa; Francesca dal volto allungato ed espressivo nonostante il contrasto tra la capigliatura castana e gli occhi azzurri; Alma detta statuina o gattino di marmo per la inespressività della persona, tutta perfetta linearità. Gioventù dal cuore pulito, che effonde all’esterno la bellezza interiore e guarda alla vita nella prospettiva di un conflitto prima paventato poi affrontato con la speranza della sua brevità, poi subìto e da alcuni vissuto atrocemente.

Michele, lo vive sulle prime linee del fronte russo. Audacemente, egli aveva cercato quell’impresa. Voleva rendersi conto della realtà del comunismo. Dal vivo l’Autore narra la terribile esperienza. Dal vivo: lo si capirebbe molto bene dalla precisione delle sue descrizioni, anche se egli non lo confessasse dallo spioncino di una parentesi, a pagina 406, del romanzo. La ritirata del Don, la caduta di Stalingrado, la vita in campi di prigionia sono pagine di alta drammaticità. Il realismo, in cui il Corti intinge la penna, raggiunge in alcuni di questi capitoli momenti vibratamente raccapriccianti. La crudezza di situazioni tragiche in una disperata carneficina umana è raccontata in ogni particolare, anche in ripetuti episodi di antropofagia, così brucianti che viene spontaneo domandarsi se non sia di troppo tanta insistenza. A nostro parere, la drammaticità della descrizione risulterebbe intatta, non perderebbe efficacia dal silenzio su molti dettagli, che, menzionati una volta, diventano intuibili ad un semplice cenno in situazioni analoghe.

La medesima osservazione mi è capitato di fare nel corso della lettura incontrando volgarità del linguaggio parlato.

A parte questi rilievi – che ci sembrano però di qualche importanza – anche dalle situazioni più drammatiche emerge il filo trascendente che unisce le vicende. Agli eroismi dell’immolazione della vita, corrispondono gli eroismi dello spirito. Quei giovani condannati alla condizione di carne da macello, hanno la perseveranza di pensare al cielo. Ai dolci ricordi degli affetti candidi lasciati lontano, intrecciano gli accenti delle Ave Maria. Essi sono persuasi che gli uomini, non Iddio, hanno voluto la guerra, e alcuni arrivano ad accorgersi che la tragica contingenza li ha maturati. Quadri patetici, soffusi di angoscia, aperti alla fiducia nella Provvidenza o alla fede nell’aldilà. Non dimenticherò mai la scarna figura dei cappellano morente di fame e di freddo, al quale altri morenti come lui in condizioni di abbrutimento tengono alzata la destra perché li conforti con una estrema assoluzione.

Pagine vere. Nel lungo susseguirsi di affreschi appaiono personaggi che hanno fatto storia. Il mondo cattolico milanese, per esempio, è rappresentato da esponenti del calibro di padre Gemelli, affettuosamente denominato “il Gemellone” nello spaccato di vita universitaria, tanto vivacemente fotografato dall’Autore, di Mario Apollonio, notissimo docente e critico letterario, di Don Carlo Gnocchi, eroico cappellano militare e angelo tutelare dei mutilatini. Appare la realtà culturale e quella politica, nella varietà delle loro dimensioni ed  espressioni. E lo sforzo della proposta cattolica in un momento in cui un subdolo vento compromissorio si insinua nel costume e applica quanto meno il silenziatore alla cultura cattolica a vantaggio proprio di quel comunismo, il cui volto qui è ritratto nella tragica sua verità.

“Il cavallo rosso” spezza la congiura del silenzio astutamente creata attorno a tutto ciò che sa di marxismo, con un coraggio che non è merce da tutti i giorni. Così che i fari della pubblicità sono rimasti piuttosto spenti di fronte a questa opera, che è certamente una capolavoro destinato a durare, ed al suo solitario Autore. E’ un vero peccato, non per lui, ma per il pubblico – penso soprattutto a quello giovanile -, cui resta precluso un documento di raro talento artistico ed una testimonianza di oltre un trentennio di storia vissuta.

La storia, infatti, è la vera, o almeno la principale protagonista. La storia della seconda guerra mondiale e del difficile dopoguerra, che umili attori costruiscono partecipando ai drammi e alle speranze del mondo, nel tenace intento di lavorare per la verità. La storia in ciò che ha di fatalistico e di irrazionale, e sempre nella prospettiva del tessuto delle realtà invisibili, che costituiscono la fonte dl certezza e l’ispirazione ideale degli altri protagonisti. La storia vista senza lenti, così com’è, o interpretata nella luce religiosa, come lo svolgersi, direbbe Carlo Jemolo, “di un piano misterioso di Dio, il realizzarsi di una volontà superiore”. Si spiega che la narrazione, sempre così potente, non si tramuti in apologetica né in polemica. La apologetica e la polemica sono, nella realtà, la realtà alla quale le risorse narrative di Eugenio Corti danno corpo. “Dobbiamo stare bene attenti che la nostra lotta contro il male non si trasformi in persecuzione per qualcuno”; è una delle tante consegne che Michele Tintori, divenuto scrittore cattolico accreditato dalla critica più qualificata ma emarginato dalle imperanti élites filomarxiste, ha dato ad Alma, la “statuina” diventata sua moglie.

Ad Alma, a questa creatura singolare per la candida spiritualità della sua struttura, tocca di chiudere il romanzo, in un epilogo tragico di altissimo valore simbolico. La morte l’aspetta nella notte, in un banale incidente d’auto, mentre va a rilevare il marito rimasto in panne. Un povero drogato le taglia d’improvviso la strada. La vettura sbanda e precipita nelle acque scure del fiume. E’ l’Adda, che Almina, mentre lo costeggiava, era andata mentalmente celebrando col poetico “Addio” dei Promessi Sposi. La sensazione del freddo a contatto con la corrente è l’ultima vissuta quaggiù. Ma lassù, i due angeli custodi, il suo e quello di Michele, splendide creature a mezzo tra raggi di luce e soldati, le danno il benvenuto, “Sei qui, gattino di marmo”? E tante altre creature le si affollano attorno, vecchie conoscenze del suo piccolo mondo, anche talune cui non avrebbe pensato: tante e tante, “perché non uno di quelli per cui Cristo è morto si perde, non uno”. Sulla terra la storia continua, alla Nomanella e dappertutto, nel suo incessante altalenare, intersecato da voli d’angeli e da sprazzi di un cielo largo di cuore.

(Giulio Nicolini, 20/10/84, L’Osservatore Romano)

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Processo e morte di un Edipo che si chiama Stalin

Processo e morte di StalinDi Eugenio Corti, già noto per aver quindici anni or sono pubblicato un suo diario di guerra in Russia (I più non ritornano) cui fece seguito I poveri cristi, da lui definito “romanzo-poema-dramma-storia sulla campagna d’Italia”, il Teatro della Cometa diretto da Diego Fabbri ha rappresentato una tragedia in due tempi, Processo e morte di Stalin, la quale ha suscitato pareri discordi. E li ha suscitati nonostante il testo, oltre che da Fabbri (il quale lo ha prescelto per dare inizio a una “Rassegna teatrale dell’opera prima”), fosse avallato da Mario Apollonio. Fabbri aveva scritto nella sua presentazione: “Apre la rassegna un’opera singolarissima che io devo alla segnalazione quanto mai impegnata di quello studioso della storia e del fatto teatrale che è Mario Apollonio. Una tragedia contemporanea; tanto contemporanea che allorché provai a immaginare la realizzazione scenica, fui istintivamente contrastato dal pensiero di dover dar vita scenica a uomini che sono ancora tra noi come Krusciov, Molotov, Malenkov. E devo alla particolare fantasia registica di Orazio Costa se la tragedia ha trovato una sua forma di alta partecipazione scenica che, a mio parere, potrebbe aprire addirittura impensate vie di nuova suggestione allo spettacolo teatrale”.

Della regia di Costa, e della interpretazione di Carlo D’Angelo e di Elena Da Venezia si dirà più avanti. Al momento basterà notare che si tratta di un allestimento antiveristico, come del resto (né avrebbe potuto accadere altrimenti) è antiveristico il testo del Corti. Collocare sulla scena un personaggio della statura di Stalin e, vicinanza a parte, volerlo cogliere in un momento di crisi (Stalin vittorioso deve scegliere tra due vie: sopprimere i suoi collaboratori o esserne soppresso), quanto dire isolarlo nella solitudine propria d’ogni dittatore e alla quale per un attimo potrebbe porre rimedio la nuora Nadia Mironova (vedova del figlio, suicida in un campo di prigionia tedesco), e per metà della tragedia impegnarlo in un dibattito fra i suoi collaboratori e sottoposti divenuti suoi giudici, e in quel dibattito assegnargli la parte del condannato a morte ma non del soccombente, cioè lasciargli il tempo di asserire che una dittatura collegiale non è possibile e prevedere che fra i suoi giudici (Malenkov, Beria, Krusciov, Kaganovic, Bulganin, Mikolan, Molotov, e Voroscilov) presto si scatenerà la lotta dalla quale sortirà nuovamente un dittatore individuale, vuol dire decidere in partenza di fare opera immaginaria e antistorica almeno per quanto riguarda la plausibilità dei fatti e dei discorsi. E tutto ciò non tanto perché un processo del genere è fantastico, e anche se fosse avvenuto nessuno sarebbe in grado di ricostruirne un resoconto attendibile (così come, storicamente parlando, resterebbe ancora da dimostrare che Stalin meditava davvero una purga di tali dimensioni), ma perché la tragedia ideologica immaginata dal Corti si muove inevitabilmente in funzione di uno schema precostituito. Si aggiunga che in Processo e morte di Stalin lo schema ideologico si inserisce nello schema estetico, sia pure largamente inteso, della tragedia classica.

Se un solo spettatore ne avesse avuto il dubbio, sarebbe bastato a dissiparlo l’epilogo affidato alla parola di Nadia: “Io lascio ad altri le considerazioni di portata troppo vasta perché io le possa capire. Io mi chiedo: come mai il mondo parla ancora oggi delle antiche famiglie dei re mitologici: di Edipo, di Oreste e di Niobe, e dei dolori innumerevoli che loro sopravvennero per avere, con le loro azioni, sfidato la divinità? La nostra famiglia è moderna, è la famiglia di un capo del nostro tempo, di uomini d’oggi. Poiché il grande Stalin, di cui con grande trepidazione un giorno io divenni la nuora, è un uomo d’oggi. E il destino che egli si è fabbricato così modernamente con le sue stesse mani gli ha fatto uccidere la moglie, e il figlio maggiore, e forse anche il suo maestro, sopra ogni essere da lui venerato. E oggi i suoi discepoli, e anche un suo congiunto, uccidono lui. Che sarà poi di Vassilli, il figlio superstite, e dell’infelice Svetlana, cui non il marito, ma il padre viene ora ucciso? Ahimé, quanto incerto e pieno di paurosa oscurità è il nostro futuro!”.

Senza attendere l’epilogo, a chiarire i propositi del Corti contribuivano qua e là accenni per così dire corali, i quali pongono Stalin e i suoi antagonisti su un piano che supera la polemica spicciola a vantaggio di una verità non soltanto politica. La solitudine alla quale è condannato ogni despota assoluto, e la dialettica della tirannia (la quale non può non tener fede alle premesse donde scaturisce) meglio che giustificare il discorso di Stalin, a volte troppo disteso e insistito, esprimono la tragicità di una condizione di oggi in tutto simile alla condizione di ieri e di sempre. Nessun dittatore il quale si trovi nella necessità di difendere la propria azione, può rinunziare ai modi che essa richiede, anche se si era illuso di poterli accantonare. E quanto più la difesa sarà necessaria, tanto più grande sarà la ferocia. Tanto più folle, si può aggiungere, quanto più è lucida. Il tiranno è reo e vittima nello stesso tempo, ribadisce Processo e morte di Stalin, imprigionato in una alternativa la quale, dal momento in cui egli scompare, passa automaticamente ai suoi successori. La pietà tragica dalla quale il Corti si è non senza ingenuità sentito investire è questa. E si capisce che Costa, per meglio esprimerla, si sia attenuto ad una forma spettacolare la quale si avvicina alla così detta lettura più che alla rappresentazione comunemente intesa. Disponendo di attori della capacità e del prestigio di Carlo D’Azeglio (Stalin) e di Elena Da Venezia (Nadia), della cui bravura e castigatezza si sono giovati una ventina di allievi della Accademia Nazionale d’arte drammatica “Silvio D’Amico” e del centro sperimentale di cinematografia impegnati nello spettacolo, il regista ha evitato l’equivoco che sarebbe potuto derivare da ambientazioni e riferimenti veristici anche minimi (la evocazione tende a misurarsi sulla distanza del tempo, o addirittura ad astrarsene) e contemporaneamente si è misurato in un esperimento che da noi solitamente è considerato come cosa nella quale non occorra impegnarsi a fondo, laddove invece esige particolare rigore.

Se dalla rappresentazione di Processo e morte di Stalin emerge una contraddizione palese, la ragione sta in questo: che mentre da una parte si auspica e si sollecita la tragedia d’oggi, quando poi la tragedia è tentata, al momento di sperimentarla si studia il modo di estrarla dalla attualità e trasportarla in una dimensione più grande. La contraddizione non è di natura drammaturgica. Deriva dal fatto che i contemporanei non sono mai tragici, nemmeno quando al loro nome sono legate tragedie immani.

(Raul Radice, 15/04/61, L’Europeo)

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Guerra e pace in Brianza

Il cavallo rosso - edizione americanaCi sono culture che danno il meglio di sé quando volgono al tramonto. Ne possono nascere capolavori – d’arte figurativa o di letteratura, non importa – che sembrano provvidenzialmente voluti per trasmettere alle nuove culture emergenti la sintesi di un mondo di valori. Come messaggi in una bottiglia lanciati da un Titanic ormai in difficoltà; o capsule inviate nello spazio perché qualcuno, in un altro pianeta, le raccolga e sappia. Potrebbe essere questa la chiave di lettura di un libro straordinario uscito tre mesi fa a Milano e destinato, a parere di chi lo ha letto, a restare nella storia della nostra letteratura. E se finora se ne è parlato poco, soprattutto da parte della stampa laica, se non lo si è visto inserito in alcuna delle “rose” di candidati ai vari premi, questo testimonia solo la sordità di un serto mondo: ma non dovrebbe pregiudicare affatto il futuro di un’opera che, anche se esclusa dai clamori dell’effimero (forse proprio per questo), potrà trovare da sola la sua strada e vivere negli anni e nei decenni di una sua vita autonoma, punto di riferimento culturale e miniera di pagine antologiche.
Il libro si intitola Il cavallo rosso. L’autore si chiama Eugenio Corti. La casa editrice è la Ares di Milano, piccola ma pugnace, l’unica che non si sia lasciata spaventare dalla mole dell’opera.

Sono infatti 1.277 pagine: il che ne fa indubbiamente uno dei romanzi di maggiore respiro del dopoguerra. Il contenuto dell’opera, che è “grosso modo” la storia di una famiglia lombarda calata nelle vicissitudini storiche, sociali e politiche dell’ultimo mezzo secolo, e soprattutto lo spirito che la informa e i paesaggi che vi si disegnano, hanno già suggerito una serie di richiami letterari. E’ stato fatto il nome di Manzoni, poi quelli di Tolstoj di Guerra e pace e di Hugo de I miserabili: e non abusivamente; anche se Il cavallo rosso finisce per avere una sua autonomia che lo distacca da tutto. Come succede, appunto, ai capolavori.

E che di capolavoro si tratti, molti non hanno dubbi. Il che non equivale a dire che l’opera sia perfetta. C’è anche qualche caduta di tono, qualche rallentamento di ritmo, qualche ripetizione, qualche lombardismo e qualche personalismo di troppo, qualche pagina di troppo.
Non tanto, però, da scalfire – a nostro modo di vedere – il valore generale del libro, che ha anche il merito, singolarissimo e quasi inaudito nell’attuale stagione letteraria italiana, di sapersi far leggere, anzi, di catturare il lettore fin dalla prima pagina, rendendolo curioso di scoprire quello che succederà nelle pagine successive. Capita così che perfino i lettori – si tratta, in genere, di lettrici – allergici alle descrizioni di combattimenti e di eventi bellici, finiscano per immergersi perdutamente nel racconto della guerra di Russia, degli scontri partigiani nell’Ossola, della battaglia di Montelungo. Spiegare come ciò possa accadere significa mettere a nudo la linea guida dell’opera, l’attenzione continuamente portata sull’uomo in un’ottica di tenerezza cristiana, che si fa carico di tutto, tutto cerca di capire, se non di dissolvere, e in nome della superiore libertà dei figli di Dio si permette di sfidare le convenzioni e di guardare agli eventi fuori dai consolidati parametri della storiografia imperante. La guerra, la Resistenza, la Liberazione, il dopo guerra, visti dal di dentro e nell’ottica di cui si diceva, sembrano nuovi e diversi: più veri.

La cultura che Eugenio Corti esprime appartiene ancora alla cristianità: termine andato in disuso e perfino esorcizzato dopo il Concilio che tuttavia si presta bene ad esprimere un tipo di società non certo perfetta, ma in cui i valori cristiani sono riconosciuti come fondamentali anche da chi non può o non vuole adeguarvisi. La Chiesa, entità spirituale o edificio di pietra, è la realtà in cui una maggioranza di convinti di riconosce e si incontra.

Storicamente, nel nostro Paese, questa concezione della vita comunitaria ha avuto, fin dai secoli passati, scarsa presa nelle città. Ma qua e là, nelle campagne, è sopravvissuta, in enclaves, via via più ridotte. La Brianza, che si estende a settentrione di Milano, è una di queste: patria di “paolotti” (il termine è solo vagamente dispregiativo, e l’autore ne fa grande uso) il cui seme non si è interamente perduto: e dalla profonda Brianza, dalla terra dei “paolotti”, viene Eugenio Corti. Questo libro non poteva nascere che qui, a Besana, nello studio severo fino a essere spoglio della casa di famiglia, dove penetra l’ombra verde di un antico giardino. La casa è, con qualche modifica di orientamento, quella descritta nel romanzo, una fabbrica ottocentesca adattata ad abitazione civile, in cui si esprime la prepotente vitalità della famiglia Riva: il padre, ex operaio divenuto industriale tessile, la madre e sette figli. Il grande locale a pianterreno – sala da pranzo, soggiorno e locale di ricevimento, tutti insieme – che prende luce da quattro finestre e da due porte finestre, ammobiliato con solidi pezzi d’anteguerra, è quello dove i Riva del romanzo si radunano a pranzare e a recitare il rosario. Ma la realtà, come sempre nelle opere d’arte, è stata liberamente interpretata. I ragazzi Corti non erano sette, come i figli Riva, ma dieci: e dieci sono rimasti, a testimonianza della splendida robustezza di una stirpe tutta lombarda. I genitori sono mancati da poco: il padre nel 1976 a 86 anni; la madre nel 1980 a 88 anni. Senza fare in tempo a vedere il romanzo del figlio in cui c’era tanto di loro e del loro mondo.

Eugenio Corti, oggi, ha 62 anni, una bella figura diritta e occhi azzurri dallo sguardo singolarmente fermo e quasi severo, lo sguardo di un giudice. Ma la severità a tempo e luogo si allenta, si illumina, sa esprimere affetto, benevolenza: il giudice è cristiano. Caso raro, forse unico, nel mondo delle lettere italiane, Eugenio Corti fa lo scrittore a tempo pieno, anche se ha alle spalle molte esperienze di vita. A cominciare dalla guerra, a cui ha partecipato da giovanissimo ufficiale. Prima la campagna di Russia, da cui è tornato con la medaglia d’argento, uno dei diciassette superstiti su un reparto di 550 artiglieri. Poi, la campagna d’Italia, al fianco degli Alleati, nella divisione Folgore. La laurea in legge. Il matrimonio con una bella ragazza umbra, che più tardi ispirerà il personaggio di Alma. Qualche anno di attività nell’industria di famiglia e infine il trionfo, definitivo e senza pentimenti, della vocazione letteraria. Non ci sono figli a cui dar conto del proprio tempo; e la moglie Alma, insegnante di lettere, attualmente preside di scuola media, comprende e accetta.

Tra i libri pubblicati finora da Corti, quello che gli ha dato maggiori soddisfazioni è stato I più non ritornano (1947), diario della ritirata di Russia, otto edizioni presso Garzanti. Piacque a Benedetto Croce. Di un altro suo libro, I poveri cristi, uscito nel 1951, è stato detto che abbia ispirato Il gattopardo (e certamente Tomasi di Lampedusa lo conobbe). L’opera peggio conosciuta, invece, è un dramma, “Processo e morte di Stalin”, fugacemente portato sulle scene in anni di filo-marxismo strisciante.

Poi la decisione di dedicarsi all’opus magnum. Sono trascorsi dodici anni da allora, e salvo due brevi iati – un periodo di sei mesi dedicato alla campagna referendaria sul divorzio; un altro periodo di sei mesi, come fondista del giornale cattolico di Como, L’ordine – tutte le giornate di Corti sono state assorbite dalla stesura della saga. Il genio, ha detto qualcuno, è una lunga pazienza. Migliaia, forse decine di migliaia di pagine, vergate a matita, cancellate e riscritte anche trenta volte, fino a quando, della stesura originale, non sono rimasti che gli accenni: “Perché il ritmo”, sostiene Corti, “è tutto”. Poi la messa “in bella”, battendo sui tasti di una vecchia Olivetti Studio 44.

Così ogni giorno, per undici anni interi: due o tre ore di preparazione, consultando libri e appunti; quattro o cinque ore di stesura. Nella stanza ordinata, intorno alla scrivania ordinata – una sola nota di stravaganza: il portamatite con diciotto matite, temperate a perfezione, – si affollano i mille personaggi del romanzo: i “doppi” dell’autore Manno, impegnato e ardente; Michele, che fa dello scrivere una missione; Ambrogio, che al ritorno dalla Campagna di Russia entra nell’industria paterna e, rinunciando ad un amore che per lui sa di profanazione – la ragazza è l’ex fidanzata di Manno –, si lega ad una giovane di città, frivola e laica quanto basta per essere iscritta tra i radical-chic; e Pino, il fratello moralmente più fragile, l’unico della famiglia che venga meno alla ferrea osservanza della castità prematrimoniale, partigiano nell’Ossola. Poi gli amici e i compagni contadini o operai. Stefano, votato ad una fine tragica; Pierello, che sarà testimone sbigottito della fuga dei civili tedeschi davanti all’avanzata dei Sovietici; Giustina, che morirà di tisi; e altri amici, e le loro famiglie, e il parroco; e conoscenze occasionali sui campi di battaglia e nelle retrovie, compagni di fuga e compagni di riscossa; e tanti personaggi pubblici, alcuni presenti con il loro vero nome.

Corrono tempi terribili, il vaglio è severo. Al Cavallo rosso, che oltre all’opera generale dà titolo alla prima parte e sta a significare, nella simbologia dell’Apocalisse, la guerra tra i popoli, succede il Cavallo livido della guerra civile e degli odi intestini; fino all’Albero della vita, promessa di rinascita non completamente mantenuta. La vicenda si ferma al 1973, l’anno del referendum sul divorzio; non a caso. E’ un’epoca che si chiude. Alma, la “statuina di marmo”, innamoratissima sposa di Michele Tintori, muore in un incidente in automobile, apparentemente banale, apparentemente inspiegabile. “Ho dovuto far morire uno dei personaggi essenziali, perché la fine non fosse gratuita”, dice Corti.
Ci sono, ne Il cavallo rosso, pagine che sembrano particolarmente destinate a far discutere; e sono anche tra le più belle. Sono le pagine, quasi un romanzo dentro il romanzo, dedicate alla Campagna di Russia, chiuse tra un inizio sommesso, la guerra dal “volto umano” in cui è ancora possibile sviluppare una trama di amicizie, trovare tempo per la lettura, la meditazione sul paesaggio, lo scambio di visite; e una conclusione tragica e scomposta, la ritirata che assomiglia ad una fuga disordinata, la prigionia, così efferata da spingere all’abiezione chi ne è vittima. Per non morire di fame, c’è chi si fa cannibale, senza neppure attendere la morte della vittima.

Non c’è nulla di inventato
Tutto vero, purtroppo, conferma l’autore; anche se, ci tiene a precisare, non tutti i campi di prigionia in Unione Sovietica ricalcavano quelli descritti nel libro. Ribadisce: “Non c’è nulla di inventato. Tutto di prima mano, sulla scorta delle mie esperienze personali; o di seconda mano, sulla base di testimonianze attendibili come quelle rese dai cappellani superstiti, padre Turla del battaglione Saluzzo, don Caneva di Cargnacco nel Friuli, il francescano padre Fiora”.
Ma la descrizione dell’orrore non è mai fine a sé stessa. Soprattutto attraverso il personaggio di Michele, Corti vuol far passare al lettore un messaggio di “messa in guardia” che è affine a quello di Solgenitsyn. Si sforza di spiegare, a sé stesso e agli altri, perché certe cose abbiano potuto succedere, nei lager tedeschi come nei Gulag sovietici; con un audace confronto tra marxismo e nazismo, entrambi mossi da “analoghi meccanismi d’odio”; il marxismo, visto come rovesciamento del cristianesimo; il nazismo, con la sua tematica della razza eletta, più propriamente come rovesciamento dell’ebraismo. E per questo meno universale del marxismo.

A fatica conclusa, in Eugenio Corti sembrano convivere due sentimenti contraddittori: la convinzione, mai proclamata, ma intuibile, di aver ben lavorato; e l’altra, che la cultura ufficiale non potrà non fare il viso dell’arme a quest’opera così fuori ordinanza, cattolica di là dai limiti di sopportazione del laicismo. Attende, con una certa serenità. Ha più tempo, ora, da dedicare al giardino: la riproduzione degli oleandri; la potatura o la sostituzione dei vecchi alberi che le tempeste estive hanno danneggiato; la aiuole da ridisegnare; gli invadenti cotoneaster e noli-me-tangere da tenere a bada. Cinque tartarughe si aggirano indisturbate nel prato; i ghiri saccheggiano diligentemente le nocciole; i merli sanno dove trovare il loro becchime. E’ un angolo di vecchia Brianza ritagliato in un tessuto urbano e rurale che sempre più si allontana dalla vecchia terra dei “paolotti”. Ma gli usignoli, la cui voce, ai tempi passati, poteva confondersi con la voce stessa della campagna briantea, ormai non abitano più qui.

(Mariagrazia Cucco, 09/10/83, Famiglia Cristiana)

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