Un ricordo di Eugenio Corti

Eugenio CortiIl 4 febbraio scorso, è mancato, nella sua casa di Besana Brianza, Eugenio Corti. Forse  qualcuno non se lo ricorderà, ma Eugenio Corti è stato, pochi anni fa, ospite a Verona del Circolo “Mario Balestrieri”. Lo avevamo invitato per una serata culturale di spessore,  dove avrebbe parlato  anche della sua esperienza in guerra,  in Russia,  e dei suoi libri più conosciuti : I più non ritornano  e Il cavallo rosso.

Fu un alto momento , quella serata, di ottima cultura con  uno scrittore e saggista tra a i più importanti contemporanei, anche se non conosciutissimo al grande pubblico,  e grande testimone del ventesimo secolo.

In quella occasione ebbi la fortuna di andare a cena con lui. Mi trovavo di fronte ad un grande uomo, ormai avanti con gli anni, semplice e schivo, ma di profonda  lucidità storica ed intellettuale e di una morale intensa. Parlammo di molte cose e soprattutto della sua esperienza tragica in Russia (lui sottotenente di artiglieria).  Nel parlarne, usava  quella  forma di ritrosia che spesso si ritrova nei reduci, in coloro che il Calvario lo hanno visto e vissuto davvero.  Parlammo della Resistenza, che lui visse  dopo l’8 settembre con l’Esercito del Sud. E parlammo del mondo di oggi, con tutte quelle miriadi di incongruenze che ancora in questo tempo ci attanagliano, ed è stata una serata indimenticabile, dal grande piacere dell’ascoltare.

In lui, nato a Besana nel 1921, figlio di industriali, e laureato in giurisprudenza nel 1947,  affiora presto la  vena di scrittore con il volume “I più non ritornano” . Libro di intensa esperienza autobiografica sulla ritirata di Russia.  Questo volume lo colloca, infatti, tra i grandi scrittori autobiografici del dopoguerra, come Giulio Bedeschi. Mario Rigoni Stern e Beppe Fenoglio.  Dopo il primo libro, Corti prepara subito il secondo “I poveri cristi”, sulla guerra di liberazione.  Si sposa  nel 1951, e il suo matrimonio è celebrato da don Carlo Gnocchi. Nel 1983 vede la luce quell’imponente romanzo storico  “Il cavallo rosso” la cui trama  si svolge nell’arco del novecento,  toccando i punti salienti della vita di quel secolo.   Profondamente cattolico, Corti affronta anche le sfide che i tempi nuovi pongono all’uomo con forti interrogativi, anche in tema di religiosità e fede, in maniera decisa e profonda . Si cimenta, oltre che con la narrativa, in opere di saggistica come “il Fumo del tempo” e “ Breve Storia della Democrazia Cristiana con particolare riguardo ai suoi errori” e “ la responsabilità della cultura occidentale nelle grandi stragi del nostro secolo”. Si avventura anche nel il teatro, con il suo rilevante lavoro “Processo e morte di Stalin”.

La sua densa opera letteraria lo ha portato a ricevere molti riconoscimenti; ma il più importante è senza dubbio  la proposta, nel 2010, di candidatura al Premio Nobel per la letteratura, accompagnata da ben 9000 firme a sostegno, (sarà invece assegnato allo svedese Tomas Transtromer).

Vogliamo quindi ricordare Eugenio Corti come un grande  scrittore estremamente contemporaneo e che meriterebbe di essere ben più conosciuto ed approfondito, particolarmente dalle nuove generazioni.  Non solo per il valore letterario delle sue opere, ma per il contenuto morale, di una fede profonda  di un uomo che ha vissuto  varie e difficili stagioni  del suo tempo.

(Carlo Chemello, 06/03/14, AnaVerona)

Share

La morte di Eugenio Corti e il silenzio (ingiusto) sulla sua opera

Eugenio CortiIl successo di uno scrittore e il silenzio sulla sua opera possono convivere per anni e lasciare a stagioni future possibili riscoperte e rivalutazioni da parte della critica. La morte, ieri, di Eugenio Corti, romanziere nato 93 anni fa in Brianza, a Besana, e tenacemente rimasto legato alla sua terra, porta a questa considerazione. Nel marzo del 2013 il Presidente Giorgio Napolitano gli conferì la “Medaglia d’oro ai benemeriti della cultura e dell’arte”, nel 2010 fu presentata la candidatura di Corti al Nobel per la letteratura e nel 2000 ricevette il Premio internazionale “Al merito della cultura cattolica”. Tre atti che hanno riportato all’attenzione un romanziere molto tradotto e conosciuto all’estero.

L’esordio di Corti avviene nell’immediato secondo dopoguerra con “I più non ritornano” (Garzanti, 1947, edito poi nel 1993 da Mursia e dal 2013 passato ad Ares diventata la casa editrice di tutto il “corpus cortiano”). Il libro è uno spoglio diario di un mese di sacca nella ritirata di Russia scritto da un giovane sottotenente che ha come prima preoccupazione di “rispettare la verità, al punto da poter giurare sul contenuto di ogni singola frase”. Una cronaca cruda dove gli uomini mostrano gli aspetti più diversi del proprio essere fino alla brutalità selvaggia. Il filosofo Benedetto Croce, segnalando l’autore, scrive che è “una lettura angosciosa e straziante, alla quale non manca la consolazione del non infrequente lampeggiare della bontà e della nobiltà umana”. Corti è protagonista e testimone di una micro-storia, la sua con i suoi uomini, ma nello stesso tempo vive la grande storia, il conflitto che stravolge l’Europa. Questa coscienza del vissuto e la drammaticità dell’esistenza in cerca di ragioni, di spiegazioni e di un significato ultimo diventano la preoccupazione principale della narrativa di Corti: raccontare è un atto di memoria per consegnare a chi ascolta la grandezza e la miseria, la gioia e il dolore, l’eroismo e la vigliaccheria, la tradizione e il cambiamento. La narrazione acquista spessore quando si fa testimonianza. Per lo scrittore significa compiere un atto di verità, che contiene allo stesso tempo un valore profondamente religioso e un compito civile. L’esperienza della guerra spinge alla semplificazione estrema: l’uomo è combattuto tra bene e male. Nella battaglia per la sopravvivenza le domande interrogano le cose, i fatti, la realtà, gli istinti, le speranze mettendo a nudo chi siamo e interrogandoci sul significato ultimo del nostro vivere.

Corti romanziere indaga in questi territori e non lascia tranquilli. Potremmo dire che i suoi personaggi interpretano l’inquietudine, la personificano nel loro attraversamento quotidiano, invitando noi che li osserviamo a scoprire la medesima inquietudine nel nostro vissuto per trovare una risposta. Non a caso, l’autore parla e si misura con la Provvidenza e con un ineliminabile protagonista: il male.

Il male ha il volto del conflitto tra grandi potenze ne I più non ritornano, percorre Gli ultimi soldati del re, il romanzo della liberazione del nostro paese dall’esercito nazista che lo occupa; il male fa da filo conduttore ne Il cavallo rosso, il grande romanzo di più generazioni ed espressione del popolo della Brianza, una storia che incrocia la Brianza con la Lombardia, l’Italia, la Russia e la Germania. Scrive l’autore: “La guerra viene … è il prodotto dell’immoralità umana, né più, né meno”. Per Corti il male non è mai astratto e generico. E non basta dire soltanto “la guerra”. Il male porta sempre un nome specifico perché si muove attraverso individui, decisioni, comportamenti. E tutto risponde sempre a un’idea che sorregge e alimenta l’azione. Il Novecento, il secolo breve, vede all’opera due ideologie: il nazismo e il comunismo. La deriva, la degenerazione e l’annullamento della persona – umiliata, offesa, torturata, mandata a morte nei lager come nei gulag, trucidata sui fronti di combattimento di tutta Europa – appartengono a queste due realtà storiche che, a loro volta, assumono il volto di uomini che esercitano il potere. E insieme a loro troviamo il volto di tanti uomini che, con il loro assenso, costruiscono il consenso. Una responsabilità individuale e una collettiva.

Quando l’attenzione di Corti si concentra sull’ideologia comunista con Processo e morte di Stalin – tragedia messa in scena a Roma nel 1962 al Teatro della Cometa dalla Compagnia stabile di Diego Fabbri – riscuote un immediato ma breve successo; da quel momento scatta “un’operazione silenzio” sull’autore che non riuscirà più a scrollarsela di dosso anche se la sua opera maggiore Il cavallo rosso (1983) farà presa, verrà letta e ristampata ininterrottamente (è giunta alla 24esima edizione ed è stata tradotta anche in giapponese). Da molti critici Il cavallo rosso viene indicato come il grande romanzo cattolico del Novecento. François Livi, docente alla Sorbona ha scritto: “Il Cavallo rosso lancia una sfida alla cultura dominante e, contro ogni aspettativa, la vince… Romanzo della storia e sulla storia, è al tempo stesso un bellissimo romanzo d’amore, un mirabile affresco della vita in provincia (ma non certo un romanzo provinciale). Questo mondo brulicante di personaggi, di drammi, di grandiose scene collettive – si pensi in particolare alla disfatta delle truppe dell’Asse sul fronte russo – è immerso nella complessa luminosità del vero… Una miniera di pagine da antologia…”.

In Francia, dove la fama di Corti è più solida, a lui e alla sua opera è dedicato un capitolo nel volume Les romanciers e le catholicisme (Editions de Paris 2004) accanto a Huysmans, Bloy, Proust, Claudel, Bernanos e Boll. E’ l’unico italiano.

(Giovanni Santambrogio, 05/02/14, Il Sole 24 Ore)

Share

Eugenio Corti, uno sconosciuto di successo

Eugenio Corti“Ho conosciuto un uomo di pacata, insopprimibile allegria” scrive la biografa di Eugenio Corti. “Non l’allegria dell’ottimismo vociante e senza ragione, ma il sereno e arguto buonumore dell’uomo che ha il gusto della vita. E non perché essa gli sia stata lieve. Nei suoi giorni più dolorosi Corti ha verificato che l’esistenza è sotto il segno del Creatore. Vale a dire che è per il bene”.

“Gli ho domandato una volta” dice Paola Scaglione nel suo I giorni di uno scrittore (Minchella, 1997) “quale fosse la cosa più bella che gli sia accaduta. Ha sgranato gli occhi azzurri, rispondendo: l’essere venuto al mondo, sicuramente. La prova è stata abbastanza dura, come per tutti, ma la conclusione dovrebbe essere veramente splendida: noi siamo stati creati per la felicità futura”.

Chi non sarà attratto da uno scrittore dalla maniera tanto semplice e decisa? Moltissimi sono infatti lettori di Corti, l’autore de Il cavallo rosso (Ares, 1993): un libro che si è aperto una strada nel cuore di chi l’ha letto e che continua a essere apprezzato qua e là nel mondo. Giunto alla tredicesima edizione italiana, tradotto in numerose lingue (spagnolo, francese, lituano, e presto inglese, giapponese, romeno), è ignorato solamente dai critici. Cerchiamo di capire perché.

Eugenio Corti è uno dei “ragazzi del ’21” chiamati alle armi quando l’Italia scese in guerra a fianco della Germania: sottufficiale d’artiglieria nelle truppe dell’Armir, partecipò alla tragica ritirata di Russia nell’inverno tra il 1942 e il 1943. Ventotto giorni di sbando, a piedi nella neve sui campi gelati presso il fiume Don, accerchiati dai russi, abbandonati dai tedeschi: Corti ricordò quelle vicende nel suo primo libro, I più non ritornano (1947). Ebbe successo, per via della sincera descrizione della guerra e della pietà che gli uomini possono esercitare persino in momenti tanto crudeli: disse allora Benedetto Croce che nel racconto c’era il “lampeggiare della bontà e della nobiltà umana”.

Ma negli anni a venire, quella stessa visione cristiana delle cose, il radicamento cattolico e il fiero anticomunismo gli costarono cari: la repubblica delle lettere lo boicottò, a partire dalla prima teatrale della sua tragedia Processo e morte di Stalin, che nell’aprile 1962 non andò oltre le serate di presentazione. Corti non è uomo che si scoraggi: dedicatosi da allora a una paziente ricostruzione degli errori della cultura lontana dalla religione, partecipò in prima fila alle battaglie referendarie contro il divorzio (1974) e contro l’aborto (1981). Condusse un nascosto ma tenace duello culturale con gli esponenti dell’ideologia che portò l’Italia agli anni di piombo. Infine, a coronamento di una fecondità umana e artistica, ecco uscire Il cavallo rosso, un romanzo di quasi milletrecento pagine che solo un editore coraggioso come l’Ares di Cesare Cavalleri osò pubblicare nel 1983, giusto in tempo per consegnare la prima copia nelle mani di Sua Santità Giovanni Paolo II in visita in Brianza. Da allora, chi legge Eugenio Corti incontra un uomo e un cristiano e viene attratto dal suo coraggio, dalla visione aperta a questa vita e alla vita eterna che ci attende dopo la morte. I personaggi della sua penna potremmo essere noi, i nostri cari e gli amici, le storie sono quelle dolci e amare di ogni giorno: inconfondibile è la luce che l’autore sa dare ai suoi racconti. Forse la chiave della propria opera l’ha data lui stesso, ricordando un fatto avvenuto nel ’43: mentre erano a Nettunia, gli ufficiali della sua batteria vennero convocati “a rapporto” dal comando tedesco. Soltanto lui, giovane sottotenente già provato dalla sofferenza in terra russa, intuiva il pericolo. I superiori andarono tuttavia alla convocazione: vennero arrestati dai tedeschi e deportati. Dopo qualche anno, incontrerà ancora uno di quei tenenti, il quale gli confesserà di non aver mai dimenticato la stretta al polso che il giovane commilitone gli aveva dato per dissuaderlo.

“Mi ero liberato dalla tua insistenza per infilarmi dritto dentro la prigione”, concludeva l’amico. Oggi, facciamo tesoro dell’esperienza di scrittori come Eugenio Corti e accettiamo volentieri le strette al nostro polso che ci richiama alla speranza. Una volta letti libri di tale genere, siamo nel medesimo stato d’animo di due personaggi de Il cavallo rosso, Alma e Michele, dei quali è scritto che “pareva loro ormai assurdo doversi separare, sebbene sia l’uno che l’altra sentissero anche, a tratti, bisogno di un po’ di solitudine per riflettere su ciò che stava loro accadendo, riandare le ore meravigliose passate insieme, rendersi conto che, obiettivamente, non si trattava di un sogno. E dire che sia l’uno che l’altra non avevano mai fatto in vita loro un sogno così bello come questa realtà”.

(Andrea Sciffo, 16/11/99, 7 giorni)

Share

Il senso dell’uomo e della storia nell’opera di Eugenio Corti

Eugenio CortiQuando considerava la propria vocazione letteraria, Eugenio Corti ne individuava il passaggio decisivo in un episodio accaduto durante la ritirata di Russia. Proprio in uno tra i momenti più drammatici di quella vicenda, infatti, la sua intuizione di essere chiamato al compito di scrittore assume la forma consapevole e definitiva di una chiamata a cui consacrare l’intera esistenza.

Era la notte di Natale del 1942 e per lui, giovane ufficiale di artiglieria dell’Armata Italiana in Russia, la ritirata era iniziata il 19 dicembre, quando, dopo tre giorni di battaglie furibonde seguite a un’offensiva russa sul fronte del Don, era arrivato l’ordine di ripiegare, abbandonando le postazioni e tutti i materiali.

In quella notte Eugenio, che non ha ancora compiuto ventidue anni, come molti altri soldati è nel pieno di una marcia ininterrotta nel gelo (la temperatura media è di 20-30° sotto zero e una notte il termometro tocca -47°), senza viveri né munizioni, con la prospettiva di morire o, peggio, di finire prigioniero dei russi, dalle mani dei quali si diceva che nessun nemico fosse mai uscito vivo. Assediati nella vallata di Arbusov (la «Valle della morte», nella memoria dei reduci), Corti e i suoi compagni hanno la sensazione che la fine sia imminente. La necessità più immediata è quella di continuare a muoversi per sfuggire alla morsa di un freddo intensissimo, che costella i bordi della pista battuta dai soldati di mucchietti di carne e stracci congelati, resti senza vita di quello che era stato un esercito.

La situazione, a viste umane priva di scampo, induce ancora una volta Eugenio ad affidarsi a Maria, come gli aveva insegnato a fare sua madre. Racconta nel diario I più non ritornano: «Feci alla Madonna una promessa […] che avrebbe informata tutta la mia vita futura, se mai m’avesse concesso il ritorno alla mia casa. Ed è anche per mantenere questa promessa che mi son deciso a pubblicare queste memorie» (Eugenio Corti, I più non ritornano, Garzanti, Milano 1947, p. 126).

Il riferimento metaletterario si rivela decisivo per chiarire il fine che Corti attribuisce alla propria scrittura, nel quadro di quell’indissolubile unità tra vita e letteratura che è elemento determinante nel suo percorso biografico e nella sua riflessione. In tale dimensione, il valore della circostanza vissuta si rivela nella prospettiva della trascendenza e la pagina scritta, nel suo compito di chiarificazione e di testimonianza, ne assume la portata.

In seguito lo scrittore avrebbe spiegato di aver deciso, in quell’istante, di spendere la vita a servizio della verità:

«Siccome non mi fidavo più della mia forza di volontà non ho fatto un voto vero e proprio, ma mi sono impegnato con una pro­messa: se mi fossi salvato, avrei spesa tutta la vita in funzione di quel versetto del Padre nostro che recita: “Venga il Tuo Regno”. Lì, nella sacca, vedendo i tedeschi e i russi – meglio: i nazisti e i comunisti – che si massacravano così bestialmente tra loro, io pensavo soprattutto al Regno del Padre, cioè a un Regno di amore fraterno tra gli uomini. In seguito mi sono reso conto che ero pressoché inetto ad a­gire in quell’ordine di cose. Perciò del Regno di Dio (che è il Regno dell’Amore, ma anche della Verità) ho deciso di privilegiare la Verità, ed è in funzione di quella che ho impostato la mia vita» (Paola Scaglione, Parole scolpite. I giorni e l’opera di Eugenio Corti, Ares, Milano 2002, pp. 79-80).

Se quella promessa di darsi da fare per la verità costituisce un emblematico esordio, gli studi d’archivio in corso rivelano che la volontà espressa nella notte di Natale del 1942 è piuttosto la conferma sul campo di una vocazione alla scrittura avvertita con incrollabile chiarezza fin dagli anni del liceo.

Le riflessioni annotate dal giovane mostrano come già a 18 anni dia per acquisita tale vocazione come fine specifico della propria esistenza, riconoscendo in sé delle doti di poesia che mette a servizio di un ideale grande: «Io ho intenzione di scrivere e di compiere un’opera che serva potentemente alla gloria di Dio sulla terra. Io non avrò merito s’intende; ma quest’idea è venuta prendendo in me salde basi, mi pare che sono stato creato soprattutto per questo».

Tale coscienza trova indubbiamente fondamento nell’educazione cristiana ricevuta, ma soprattutto in una naturale sensibilità che, spesso con sofferenza, distingue il futuro romanziere dai suoi familiari e amici. La partecipazione alla ritirata di Russia radica l’intuizione vocazionale nella tragicità dell’esperienza vissuta, nella concretezza della situazione in cui Eugenio Corti si trova a vivere.

Eugenio Corti è tra i pochissimi superstiti del suo settore sul fronte del Don: dei circa 30.000 soldati italiani che componevano il 35° Corpo d’Armata dell’ARMIR riescono a uscire dalla sacca poco più di 4.000 uomini, tre quarti dei quali feriti o congelati non in grado di camminare. L’essere stato restituito alla vita rafforza in lui la coscienza di avere, come tutti, un compito da assolvere nel mondo: il suo è dare testimonianza alla verità attraverso la produzione letteraria.

Paola ScaglioneCorre l’obbligo di precisare che nel febbraio 1941 gli studenti universitari nati nel 1921, che avevano diritto al rinvio della leva per motivi di studio, vengono chiamati anticipatamente alle armi con la qualifica di «volontari»: Corti, matricola di Giurisprudenza all’Università cattolica di Milano, è tra questi. Ritenendo che, in quel momento storico, il fenomeno più rilevante sia l’esperimento ideologico di realizzazione del comunismo in Unione Sovietica ed essendo convinto che i tedeschi avrebbero vinto la guerra e cancellato ogni traccia di quell’esperimento, vuole rendersi conto della situazione prima che la realtà comunista sia eliminata: per tale ragione, una volta chiamato alle armi, si adopera in ogni modo per essere mandato al fronte russo, per vedere dal vivo, comprendere e condividere attraverso la scrittura quel tentativo di costruire un mondo perfetto estromettendo Dio. Così, nel romanzo maggiore, il suo doppio narrativo, Michele, chiarisce le ragioni che lo spingono in Russia:

«I comunisti hanno tentato un esperimento unico […], una redenzione dell’uomo e della società al di fuori di Cristo e del cristianesimo, anzi contro Cristo. E per fare questo – questo terribile tentativo – si sono isolati dal resto del mondo. Per noi cristiani è importantissimo renderci conto di cos’hanno realmente combinato. […] Voglio parlare con la gente comune russa, con gli operai, i contadini, con tutti. Questa è un’occasione straordinaria, unica. […] Voglio vedere ogni cosa con questi occhi, non voglio limitarmi al sentito dire» (Eugenio Corti, Il cavallo rosso, Ares, Milano 201431, p. 130).

Sin dalle prime intuizioni, dunque, la scrittura cortiana è generata da un intento di rappresentazione realistica e fonda le proprie radici nell’esperienza diretta. Le atrocità vissute nella ritirata confermano l’innata propensione di questo autore al realismo, inteso come scelta narrativa di un soggetto che interpreta da protagonista la realtà e ne scrive. Nasce dalla necessità vitale di testimoniare l’opera prima di Corti, il diario I più non ritornano (1947), un resoconto così asciutto e scarno nella sua tragicità da apparire a tratti una cronaca.

Se in questo testo memorialistico non viene certamente meno l’interesse a comprendere la realtà storica che aveva mosso l’autore a chiedere la destinazione al fronte russo, è tuttavia centrale l’istanza di rappresentazione della propria condizione individuale: la testimonianza, supportata dalla volontà di approfondire razionalmente le vicende personali e collettive, prevale qui su ogni deliberata intenzione letteraria.

In quella drammatica ricerca di una via di salvezza, tra il gelo inimmaginabile dell’inverno russo e i colpi nemici, mentre la morte appare sempre più vicina, il giovane ufficiale, incline per intelligenza, educazione ed esperienza a non fermarsi alle apparenze, coglie l’evidenza di una realtà ben più complessa e profonda rispetto a quanto di essa appaia a uno sguardo superficiale. Pressoché unico tra i testi memorialistici sulla ritirata di Russia, il suo diario, ponendo al centro del narrare la testimonianza personale, ne trascende i confini fino a dilatare lo sguardo sul significato ultimo degli eventi narrati.

Si tratta di un carattere trasversale di ogni sua opera, in una produzione letteraria che indaga nei particolari più minuti e concreti il senso di ogni vicenda umana e della storia nel suo complesso. Proprio questa dimensione esistenziale, che intuisce e razionalizza nella realtà quotidiana il nesso tra il particolare e l’universale, si impone come cifra costitutiva della sua pagina.

Questa impostazione deriva innanzitutto da una marcata connotazione di appartenenza territoriale, che si palesa come sigillo di originalità del suo stile: il modo stesso di essere e di scrivere di Corti è infatti Brianza, intesa più che come luogo fisico come modello di vita, di pensiero, di fede. Di qui una narrazione il cui valore è universale proprio perché nasce da un radicamento deciso in un tempo, in un luogo, in una storia.

Il cavallo rossoAnche quando le vicende narrate si muovono in mondi diversissimi per struttura umana e mentalità dalla sua terra natale, l’autore le delinea passandole al vaglio della propria appartenenza culturale, che il lettore giunge a percepire come chiave di lettura di tutto ciò che vive nelle pagine cortiane. Tale orientamento si manifesta con particolare evidenza nel romanzo Il cavallo rosso nel quale, sebbene l’opera sia ambientata nella sua terra natale solo per una parte minoritaria, la Brianza assurge naturalmente a punto di origine e di ritorno – fisico o ideale – della storia e dei suoi protagonisti, e il mondo brianteo si delinea come contesto umano e desiderabile per la vita dei singoli e della comunità, garanzia di ordine e possibilità di bellezza offerta a ogni lettore.

«Vorrei essere di carta per entrare nel libro», scriveva a Corti una ragazza dopo aver letto questo romanzo. Il mondo bello della Brianza tratteggiato qui è tutt’altro che uno spazio idilliaco esente dal male, ma è uno luogo in cui la pienezza del vivere quotidiano è resa realtà sperimentabile dal riferimento a Dio che segna la vita dei singoli e della comunità. Paradigmatico di tale prospettiva è, nel romanzo capolavoro, il personaggio dello scrittore Michele. Per lui l’arte è «un prodotto spontaneo del nostro popolo, del suo mondo interiore, senza influenze o aggiunte esterne» (Il cavallo rosso, p. 85): per questa ragione, nell’opera di Corti, anche quando la narrazione si sposta fuori dalla terra natale, ogni vicenda è ricondotta alla prospettiva chiarificatrice del sentire brianteo, che consiste, per limitarci all’essenziale, in uno sguardo sulla trascendenza indagata e vissuta con senso pratico e operosità.

Michele, convinto che come per i maestri comacini l’arte si trasmetta di padre in figlio, «sebbene scolpisse pagine anziché pietra», considera la propria vocazione come una continuazione dell’opera di suo padre, uno scalpellino che raffigura drammatici bassorilievi marmorei (Il cavallo rosso, p. 1169)

Analogamente, per Corti la scrittura è un concreto – quasi fisico – portare alla luce il trascendente che fa capolino nel volto sensibile della realtà e ne svela il significato, in una continua e vivificante dialettica tra l’universale e il particolare in cui esso si incarna. Questa radice genera da una parte l’appassionata indagine del particolare che dà vita alla pagina cortiana, dall’altra la presenza di una speranza sempre costruttiva, anche quando il mondo bello e amato raffigurato nel romanzo sembra dissolversi sotto la spinta di una modernità non sempre vivificante. Mai la scrittura scade nel rimpianto o nella nostalgia, perché il cuore della pagina non è il particolare (di cui, pure, lo scrittore avverte pienamente il fascino), ma il suo nesso con l’universale: a questo significato, che nel suo darsi storico si manifesta in un tempo e in un luogo precisi, la parola poetica affida il compito di porsi come modello esemplare offerto al lettore che accolga la sfida di accoglierlo e farlo brillare nei propri giorni.

Con disposizione fattivamente briantea il compito che Corti assegna al proprio lavoro supera i limiti spaziali e temporali della sua vita, in un coinvolgimento del lettore nella costruzione del bene che – a ben vedere – è il compimento di quell’opera «che serva potentemente alla gloria di Dio sulla terra» vagheggiata da ragazzo.

L’esperienza bellica e la riflessione sul contesto storico e culturale del dopoguerra radicano in lui la vocazione di scrittore-testimone, impegnato in una battaglia civile di cui avverte l’urgenza. La consapevolezza di una vocazione ineludibile segna la conclusione del suo romanzo autobiografico sulla guerra di Liberazione in Italia. Riflettendo sul proprio compito e sul nuovo tipo di milizia che avrebbe dovuto affrontare, considera: «“Se non saremo costretti con le armi, a combattere con le idee, con l’azione civile forse? “. Ecco: proprio così! In quel momento avvertii lo Spirito in me, e compresi che non avevo scampo» (Eugenio Corti, Gli ultimi soldati del Re, Ares, Milano 1994, p. 316).

Combattente con la penna per l’intera esistenza, per il portavoce della propria concezione letteraria nel Cavallo rosso sceglie il nome dell’arcangelo verso il quale ha sempre nutrito una speciale devozione: Michele, vale a dire Chi-come-Dio. Se l’arcangelo guerriero lotta per il bene nella trascendenza, Eugenio Corti scrittore-testimone si assume fino in fondo il compito di soldato a servizio della verità nella dimensione storica. Ai suoi lettori lascia il pegno di una tensione a vivere e a raccontare pienamente ogni realtà, in un cammino sospinto da soffi gagliardi di ali d’angelo.

(Paola Scaglione, maggio 2016, LineaTempo)

Share

Alle porte dell’inferno (ancora sulle lettere di Eugenio Corti)

La copertina di Io ritorneròEugenio Corti scelse la campagna di Russia di sua volontà per conoscere da vicino il tentativo di un mondo senza Dio del cosiddetto «esperimento comunista». In quella ghiacciata anabasi prese piena consapevolezza della sua vocazione di scrittore. Ne I più non ritornano (1947) scrisse il diario di quella marcia nella neve, fornendo il primo dettagliato resoconto della fine del 35° Corpo d’armata italiano sul Don. Attraverso l’inferno della Russia passano alcuni protagonisti del Cavallo rosso come Ambrogio, Michele e Stefano, lo sfortunato bersagliere del 3° reggimento.

Ora possiamo conoscere nuovi dettagli su quell’avventura allucinante. Vanda, l’inseparabile sposa ha infatti ritrovato le lettere di Eugenio dal fronte. Sono documenti che ricostruiscono quasi giorno per giorno la sua vita al fronte orientale.

Sono documenti molto vari (lettere, cartoline postali, telegrammi, biglietti postali), ma in prevalenza missive ai genitori, che consentono di immergersi in pieno in quei mesi difficili e che lasciano trasparire il desiderio di un figlio di rassicurare i famigliari in ansia per la sua sorte; ma soprattutto permettono di ricostruire, passo dopo passo, quelle sensazioni e quelle immagini di guerra poi confluite nella sua opera maggiore.

Queste lettere sono un documento fondamentale e hanno una vivacità, una presa «cinematografica», che lasciano intuire il talento dello scrittore che verrà. Addirittura, sono quasi un «Ur-Cavallo rosso» e forse Corti se ne sarà servito come fonte primaria per ricostruire la sua vicenda bellica.

Il viaggio di Corti in Russia inizia con la straordinaria testimonianza del 9 giugno 1942: è la lettera che scrive da Bologna «in attesa di partire». In questa «raccomandata» Corti apre il suo cuore ai genitori motivando le ragioni della sua scelta: la partenza per la guerra andava «inquadrata nei piani superiori della Provvidenza». Non si poteva «neghittosamente» tirare indietro.

La lettera che inaugura la corrispondenza dalla Russia apre ulteriori spiragli sulla fede di Corti. Il giovane sottotenente partiva «sereno», sapeva che Dio non l’avrebbe abbandonato nella nuova avventura, e il contenuto di questa missiva si dimostrerà addirittura profetico. Corti era certo di tornare:

Potrò magari essere ferito o esser dato disperso, ma di una cosa voglio che vi ricordiate assolutamente: che tornerò (lettera del 9 giugno 1942).

Corti partì come sottotenente del 30° Raggruppamento di artiglieria (2ª batteria del 61° Gruppo). Il tragitto verso la Russia fu tranquillo e troviamo in nuce quelle che diventeranno le ampie narrazioni del Cavallo rosso. Rimase colpito dalla bellezza dell’alta Croazia e dalla sconfinata pianura ungherese, «un vero inimmaginabile paradiso di caccia». Superata l’Ungheria, la tradotta passò per la Polonia e finalmente, il 13 giugno, giunse in Ucraina, l’«antica terra dei cosacchi».

Scrivendo ai genitori dalla stazione di Bologna, Corti aveva confidato loro di sentirsi «poeta». Certamente dimostrava di esserlo quando arricchiva le sue lettere con preziose immagini. Per esempio, il 16 giugno la grande pianura che si prospettava davanti ai suoi occhi diventava come il mare, oppure il semplice e costante ritmo della pioggia diventava il cuore di una bellissima lettera al padre:

Ti scrivo e mi par di cantare, in questa magnifica mattina di luglio. Umida è ancora la terra di pioggia; bagnati i prati verdissimi che senza confine si stendono all’orizzonte, costellati e profumati di altri fiori gialli, madidi i cespugli del bosco in cui siamo nascosti, questo verde bosco da cui si vedono squarci di cielo meravigliosamente azzurro (lettera del 19 luglio).

Il 18 giugno Corti raggiunse la destinazione assegnata e informò i famigliari con un telegramma: «Giunto felicemente sto bene». Il giorno successivo diede dettagli molto più corposi: si trovava «magnificamente bene», era stato accolto «molto cordialmente» dal colonnello, aveva trascorso la notte in «una casetta, come tutte le altre a un solo piano, circondata di alberi, dove abitava una vecchia nonna con due figlie e vari nipotini: gli uomini sono al fronte, dall’altra parte». Arrivato in linea, Corti chiese ai famigliari «una bella scatola di cioccolatini» e un elenco di materiali, tra cui: «Un Crocifisso (circa 20 cm) da appendere in camera, una rete per catturare gli uccelli, alcune tagliole, cartucce con pallini per lepri e per colombi e simili».

I primi tempi al fronte potevano sembrare una sorta di vacanza. La guerra volgeva a favore dell’Asse. I russi si ritiravano. I pericoli erano quasi inesistenti. Anzi, nella lettere trapelano giornate sempre uguali. Corti provava così a immaginare i famigliari nella tranquillità della casa di Besana: i fratelli alle prese con la carabina, le bambine intente a «trafficare per casa e ad andare a spasso». Il clima era così sereno che anche gli episodi minimi, come una cinciallegra che aveva fatto il nido in una cassetta di cariche da cannone, acquistavano il rilievo del grande evento.

La giornata del sottotenente Corti si muoveva secondo questa liturgia. Alle 7.30 o alle 8 veniva svegliato dall’attendente che portava il caffè nella gavetta e una bacinella d’acqua per la toilette. Alle 11 il pranzo: c’era sempre la pastasciutta e il cibo era così abbondante che avanzava sempre. Dopo il pranzo, c’era spazio per un ampio riposo («Si va a dormire qualche oretta»). Alle 18.30 cena, poi partite di football fra i soldati o musica (c’erano una decina di grammofoni). Alle 21-22 si andava a dormire. I periodi di inattività consentirono a Corti di contemplare quella natura con cui ebbe sempre un rapporto privilegiato. Per esempio, il 23 settembre vide uno spettacolo «impagabile» sotto la luna che raccontò dettagliatamente al fratello Giovanni: si trattava della migrazione notturna dei ragni che si lasciavano trascinare dal vento del nord.

Ho assistito a una scena curiosissima e mai sentita: una migrazione di ragni che a centinaia di migliaia si facevano portare dal vento del nord attaccati in uno o due o tre al massimo (sono molto piccoli) a circa un metro di ragnatela. Tutte le spighe e le erbe della campagna avevano attaccato qualcuno di questi esili fili, ma più bello era vederli di sera, lucenti nel cielo, viaggiare sotto il lume della luna. 

Ancora sulla natura. Corti amava cavalcare. In una delle lettere più suggestive, ricorda una sfrenata galoppata tra i girasoli su un cavallo cui era molto affezionato e che sognava di portare in Italia: nella «vecchia terra dei cosacchi» si era sentito «un po’ cosacco».

I tempi distesi consentivano anche la lettura, Corti recuperò al fronte una copia di Tre uomini in barca di Jerome, chiese, inoltre, che gli fossero inviati Il mercante di sole di Angelo Gatti, la Mirella di Frédéric Mistral nella traduzione di Diego Valeri, le Bucoliche e le Georgiche in latino, Moby Dick, la Poetica di Aristotele e Guerra e Pace, nonché gli arretrati della rivista Humilitas.

Tra gli argomenti più frequenti nella corrispondenza ci sono le armi e la caccia. Con il fratello Piero, per esempio, si rammaricò con forza di essere a corto di cartucce adeguate in quella «stra-abbondanza» di selvaggina. Corti chiedeva spesso ai famigliari l’invio di munizioni e, allo stesso tempo, confidava la speranza di trovare un fucile del nemico.

Nella corrispondenza emerge a più riprese la fede di Corti. Lo si è già notato nella lettera da Bologna, ma un altro esempio interessante si trova nella lettera del 5 luglio in cui racconta la sua preparazione alla Messa: si era confessato in piedi nel bosco davanti al Cappellano vestito da ufficiale. Era una scena che gli ricordava l’immagine dei primi cristiani mentre compivano i loro doveri religiosi nelle catacombe o in aperta campagna.

La fede di Corti non era astratta, o il semplice deposito della forte tradizione brianzola, sapeva anzi materializzarsi in una generosità molto concreta. Per esempio, in lui rimase indelebile l’immagine delle sofferenza dei civili polacchi, «file di bambini e donne che chiedevano il pane», un particolare che inizialmente aveva tenuto nascosto ai famigliari: volle allora devolvere a loro il proprio stipendio militare.

La sua fede rifulse in modo particolare nella tragica notte del Natale del ’42, agli inizi della ritirata, quando si affidò totalmente alle mani della Madonna:

Siccome non mi fidavo più della mia forza di volontà non ho fatto un voto vero e proprio, ma mi sono impegnato con una promessa: se mi fossi salvato, avrei speso tutta la vita in funzione di quel versetto del Padre nostro che recita: “Venga il tuo Regno” (1).

Nella narrazione de I più non ritornano abbiamo la cronaca dettagliata di quanto accadde. Corti pregava con «fervore estremo» mentre attendeva la luce del giorno. Ripensava al calore del focolare famigliare, alle grida di gioia dei fratelli più piccoli per i doni intorno al presepio, alle risate del padre che almeno in quei momenti perdeva la «sua severità di patriarca». Mentre continuava ad avanzare nel gelo, ricorse alla Madonna del Bosco, si sentiva una piccola cosa nella mani della Provvidenza» (2).

A metà luglio il reparto di Corti avanzò lasciando la linea del Donez: partiva sempre prima dell’alba, con tappe giornaliere che variavano dai 20 ai 60 km e con soste molto diseguali. Gli autocarri procedevano a 10-20 km all’ora, distanziati una cinquantina di metri gli uni dagli altri per la gran quantità di polvere che si alzava al loro passaggio. Corti trascorreva sempre le nottate sul camion, mentre gli altri militari optavano qualche volta per la tenda e, più raramente, per le case dei civili russi.

I rischi della guerra erano ancora molto relativi, dato che l’artiglieria era l’ultima ad avanzare, Corti fece però in tempo a incontrare i primi morti ai bordi di una trincea: «Buoni soldati, che hanno compiuto il loro dovere» (lettera del 22 luglio). È un’immagine che ritornerà, attraverso gli occhi di Ambrogio, pressoché identica nel Cavallo rosso.

Avanzate non difficili, fino alla linea del Don, costruzione di difese, esercitazioni, controllo della truppa e dei materiali. Questa, in sintesi, fu la guerra di Corti fino al dicembre del 1942. L’unico intoppo fu una caduta accidentale da un camion, che provocò a Corti uno «strappo al polso», una slogatura dolorosa, ma non certo preoccupante.

Tra le novità che rallegravano la vita dei soldati c’era naturalmente l’arrivo della posta. Qualche volta Corti si lamentò che da casa i famigliari scrivessero poco: «Purtroppo aspetto invano vostra posta che non si sogna mai di arrivare».

Il 1° novembre la linea del fronte arretrò dalle posizioni raggiunte per assestarsi su posizioni più favorevoli. Il tempo venne dedicato a preparare rifugi adatti all’inverno. Fu lo stesso Corti a organizzare la costruzione degli alloggi: costrinse i soldati, nonostante il freddo intenso, a un «lavoro forzato»: scavarono dieci grandi buche ricoprendole poi con «solidi tronchi di quercia, di paglia e di terra».

La situazione di «stallo» dal punto di vista militare è riassunta dai primi passi de I più non ritornano:

Fino a dicembre iniziato, le cose erano andate in modo sopportabile sulle rive del Don, anche dopo che il “placido fiume” si era gelato del tutto. Sparatorie non intense delle armi portatili, qualche condotta di fuoco delle opposte artiglierie, e colpi di mano notturni da una parte e dall’altra. Nella prima metà di dicembre quei colpi di mano erano però gradualmente aumentati d’importanza, tanto da trasformarsi a volte in piccole, accanite battaglie. Finché cominciammo prima a sospettare, poi a renderci conto che i russi stavano preparando un’offensiva vera e propria (3).

In quel periodo, Corti era «pattugliere», ad Abrossimowo sul Don, del 61° Gruppo presso il Comando del 2° battaglione dell’Ottantesimo reggimento fanteria Pasubio. Il suo raggruppamento, Trentesimo d’artiglieria di corpo d’armata, contava su tre gruppi 60°, 62° e, appunto, 61°, in «appoggio» alla divisione Pasubio. Faceva affidamento su alcuni vecchi cannoni da 105/32 e su un più moderno gruppo d’artiglieria d’armata (pezzi da 149/40 e 210/22). La divisione Pasubio, insieme alla Torino e alla Duecentonovantottesima tedesca, componevano il Trentacinquesimo corpo d’armata, uno dei tre corpi d’armata in Russia (Armir).

Una delle lettere più intense (anzi una delle ultime prima dello sfondamento del fronte) fu scritta da Corti per consolare i famigliari della sua forzata assenza in vista del Natale: era da pochi mesi in Russia e non poteva chiedere una licenza ad hoc. Ancora una volta, pensò a tutti i famigliari riuniti nella sala grande per «il festoso pranzo natalizio». Sarebbe stato un Natale di guerra, più sobrio, ma forse più intimo.

Corti scrisse così il 4 dicembre 1942. Era sull’orlo dell’abisso. Una manciata di giorni dopo, il 19, i russi attaccarono. Fu l’inferno. Gli italiani dovettero precipitosamente abbandonare le posizioni con tutti i materiali.

Quello che ne seguì fu un lungo bruco nero di uomini in fuga sulla landa ghiacciata. Ne I più non ritornano abbiamo una sequenza dolorosa di immagini che fotografano giorno per giorno quel calvario bianco: soldati che si addormentavano ai bordi della strada per non alzarsi mai più, carni congelate e in cancrena. Il totale disorientamento. Il terrore di essere rinchiusi nella sacca.

Così Corti compendiò a Paola Scaglione la sua marcia nella bufera:

Quella notte tra il 19 e il 20 dicembre 1942 speravamo di poterci sottrarre in tempo all’accerchiamento, invece, dopo alcune ore di marcia, abbiamo dovuto fermarci: la strada verso sud-est era chiusa dai nemici. Abbiamo proseguito il cammino su un’altra strada, verso sud, ma sapevamo di essere ormai circondati: speravamo continuamente di uscire presto dalla sacca… e ne siamo usciti solo il 16 gennaio del 1943. Molto in sintesi: ci sono stati alcuni giorni e notti di marcia, poi tre giorni di sosta nella valle di Arbusov (da noi ribattezzata “Valle della morte”), poi la famosa, tremenda marcia di cinquantasei ore per arrivare a Cercovo, quindi tre settimane di accerchiamento in Cercovo, sotto il fuoco continuo di forse due Divisioni russe. La sera del 16 gennaio, finalmente, siamo usciti dalla sacca, ridotti in pochi, con i reparti completamente distrutti (4).

Corti fece il suo dovere sino alla fine. Fu uno dei pochi (4mila su 30mila) che riuscirono a scampare dalla sacca di Arbusov. La sua Odissea di sofferenze durò 28 giorni. I suoi seppero che era vivo nella data del suo compleanno, il 21 gennaio. Arrivò un telegramma da Richowo che era stato dettato alle 10 del mattino: «Sto sempre bene sono al sicuro nel giorno del mio compleanno. Vi penso e bacio tanto. Eugenio». Nessuno poteva sapere il dramma per cui era passato.

1 Paola Scaglione, Parole scolpite, Ares, Milano 2002, p. 79.
2 Cfr Eugenio Corti, I più non ritornano, Ares, Milano 2013, p. 116.
3 Eugenio Corti, I più non ritornano, cit., p. 21.
4 Paola Scaglione, Parole scolpite, cit., p. 22.

(Alessandro Rivali, maggio 2016, LineaTempo)

Share