Eugenio Corti alla Sorbona di Parigi

Vi segnaliamo con piacere un importante convegno che si terrà alla Sorbona di Parigi il 29 e il 30 gennaio.
Il convegno, interamente dedicato alla figura e all’opera di Eugenio Corti, vedrà la partecipazione di importanti studiosi di livello internazionale.

È possibile scaricare la locandina dell’evento dal sito di Aciec, all’indirizzo: http://www.aciec.org/docs/Conferenza_Corti_Parigi_Gennaio_2016.pdf

Eugenio Corti

Eugenio Corti

Di seguito il programma degli interventi:

Francois Livi – Les lettres de Corti du front russe
Vanna Calmieri Marcolini – Les figures féminines dans “Le cavallo rosso”
Paola Scaglione – Il realismo della trascendenza: angeli e poeti nel cielo di Lombardia
Gérard Genot – Traduire Eugenio Corti
Lydwine Helly – Eugenio Corti et le Moyen-Age
Elena Landoni – Il Medioevo di Eugenio Corti : una questione di estetica
Rachel Monteil – Eugenio Corti poète pictural. Les natures animées
Cesare Cavalleri – L’interpretazione cortiana di Catone
Philippe Pichot-Bravard – Les totalitarismes dans l’oeuvre de Eugenio Corti
Philippe Maxence – Eugenio Corti et Soljenitsyne
Guy Moign – Lecture de quelques passages de l’oeuvre de Eugenio Corti

Table ronde animée par Lydwine Helly avec Charles-Henri d’Andigné, Cécile de Crémiers, Jean-Pierre Maugendre et les partisans du colloque.

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Eugenio Corti e il suo Medioevo

Il Medioevo e altri racconti

Il Medioevo e altri racconti

Ecco un libro agile per conoscere Eugenio Corti (Il Medioevo e altri racconti, Milano, Ares, 2008, pp. 192, euro 12.00) per chi non l’avesse ancora letto (spaventato dalla mole del suo Il cavallo rosso, 1983, 1280 pagine), o per chi non si fosse accostato agli altri suoi capolavori: il diario di guerra I più non ritornano (1947), drammatico resoconto della ritirata di Russia durante la Seconda Guerra Mondiale alla quale l’autore ha partecipato come sottotenente d’artiglieria, oppure il romanzo Gli ultimi soldati del re (1994) sulla guerra di liberazione dell’Italia. Senza dimenticare che Corti è autore anche di sceneggiature: La terra dell’Indio (1998), L’isola del paradiso (2000) e Catone l’antico (2005) e di saggi: Il fumo nel tempio (1995) e Processo e morte di Stalin (1999) comprendente anche l’omonima tragedia).

Con questo nuovo libro Corti si è dedicato al periodo storico da lui più amato, il Medioevo, per esprimere ai suoi lettori la tesi di cui è fermamente convinto: che la civiltà occidentale così come la conosciamo oggi si fonda, senza sconto alcuno, sul Medioevo. Questo periodo storico bollato dai più in maniera pressapochista come «oscurantista» e «barbaro» in realtà, soprattutto a partire dai secoli della Res Publica Christiana (vale a dire il Basso Medioevo) ha visto la massima fioritura culturale conosciuta dall’umanità, paragonabile soltanto — dice Corti — alla Grecia di Pericle. Scrive infatti: «Possiamo definire questo il tempo dell’umanesimo cristiano. Nel grande quadro della storia dell’Occidente esso fu l’unico comparabile… con la meravigliosa primavera ellenica dei secoli VI, V e IV a. C .»

L’autore argomenta quanto afferma con una breve introduzione che affronta l’origine della vita dell’uomo, poi la preistoria, l’età classica, fino ad arrivare al Medioevo che viene affrontato con il racconto della vita della beata Angelina da Montegiove (1377-1435), lontana antenata della moglie dello scrittore e conterranea della più nota beata Angela da Foligno (1208-1309). L’approccio narrativo alla vita della beata An-gelina (in mancanza di fonti storiche) serve all’autore per presentare con la sua penna il profondo umanesi-mo di cui era pervaso il Medioevo. Lo scrittore immagina un suo colloquio con la beata Angelina: «Il fatto è che a me, che son qui sulla terra, dà molto fastidio sentire di continuo due diverse categorie di miei contemporanei: i più ignoranti e i più colti in malafede, sparlare del Medioevo. Per cui io ora vorrei… fare l’unica cosa che sono capace di fare: scrivere del vostro tempo, intendo descrivere la realtà del vostro tempo secondo verità. Per farla conoscere e, se possibile, amare».

Corti usa vari registri, pur mantenendo uno stile nel complesso semplice e lineare: narrazione in prima persona, racconto di cronaca, racconto per immagini (che rendono il testo quasi cinematografico), racconto teatrale (si veda ad esempio la sequenza «A Montegiove»). Il suo procedere piano è uno dei meriti più riconosciuti allo scrittore brianzolo, non a caso soprannominato il «Tolstoj italiano del Novecento»: se la scrittura può sembrare fin troppo elementare, in verità è perché fa da supporto alla trasparenza e chiarezza delle idee che Corti vuole testimoniare. Corti è un testimone dell’umanesimo cristiano del Novecento contro l’ideologia nazista e quella comunista che hanno fatto rispettivamente venticinque e cento milioni di morti (come lui stesso afferma in più parti del libro). Questo tono piano, saldamente ancorato alle fonti storiche, è quello che lui usa con gli studenti universitari che vengono a trovarlo nella sua casa in Brianza.

È pensando anche a loro che ha scritto questo libro, lasciandolo come «testamento spirituale» (come ha fatto con uno dei suoi ultimi libri un altro grande scrittore francese: Jean Guitton). La seconda parte del volume racchiude una quindicina di testi brevi, scritti nell’arco di un quarantennio, che accanto agli indimenticabili ricordi di guerra propongono interventi sulla contestazione del ’68, istantanee di amici esemplari (don Carlo Gnocchi, in primis), un originalissimo ex-voto per san Michele Arcangelo e una suggestiva Apocalisse anno duemila. Questa seconda parte assume a volte il tono della fabula: ci sono aneddoti sulla vita da campo durante la guerra (Corti ha scritto che «La guerra è stata la maggiore esperienza della mia vita»), fatti accaduti, descrizioni della natura e degli animali che si sono accompagnati ai soldati italiani durante la guerra in Russia, personaggi stravaganti messi in scena (come Ardito, o Carlo B., o Il Popi).

Quel che risalta da tutti questi racconti è la loro classicità: la presenza, cioè, di un’autentica tensione morale che li permea e li caratterizza; come le favole classiche di Esopo, anche qui Corti imprime alla scrittura un forte insegnamento morale. A questo scopo sono funzionali i dialoghi: si veda l’ultimo bellissimo dialogo (quasi un commiato) tra lo scrittore (che, nella fantasia, si immagina giunto in Paradiso) e un amico vescovo polacco appena ritrovato. Alla domanda circa il perché del male nel mondo commesso da quei flagelli satanici che si sono rivelati il nazismo e il comunismo, il vescovo risponde: “Ricorda: una somma così iperbolica di sofferenze umane non va affatto perduta… è andata ad aggiungersi alla sofferenza, anch’essa terribile, sofferta dall’Uomo-Dio sulla croce, a riscatto degli infiniti peccati degli uomini”.

Quando la lettura finisce, ha il sapore di un commiato. Ma noi speriamo sia soltanto un arrivederci, fino alla prossima volta.

(Elisabetta Modena, 26/01/2009, RebeccaLibri)

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Eugenio Corti, un uomo capace di attraversare il secolo che ha negato Dio armato della sola fede cattolica

Eugenio Corti

Eugenio Corti

Si andava a Besana Brianza da Eugenio Corti perché lui sapeva raccontare proprio come sapeva scrivere. Le storie della ritirata di Russia e le cronache da un mondo cattolico smarrito dietro alle sirene del mondo, i quadri luminosi della cristianità medievale e le oscurità abissali del comunismo prima e dopo Stalin, prima e dopo la caduta del muro di Berlino. Era impossibile stancarsi al cospetto di un uomo capace di attraversare il secolo che ha negato Dio armato della sola fede cattolica. Perché era proprio questo che, ogni volta, ti si fermava tra le mani. Lo stesso regalo avvolto nelle pagine di gioielli come “Il Cavallo Rosso”, “Gli ultimi soldati del re”, “I più non ritornano”, “Processo e morte di Stalin”, “Il fumo nel tempio” e gli altri tasselli della sua bibliografia. Corti dava un volto alla bellezza e alla precisione della fede cattolica, alla sua efficacia nella vita di tutti i giorni, dentro uno studio di una casa padronale della Brianza e nella radura ghiacciata e bestiale della campagna di Russia.

“Ho salvato la fede perché senza la fede non si vive” diceva per spiegare come fosse uscito indenne dall’inferno della seconda guerra mondiale. La fede è quanto di più concreto vi sia in tutta la sua opera. Tanto che, seduti nel salotto di casa sua, veniva fatto di guardarsi attorno per capire dove questo reduce dalle battaglie con il secolo ateo avesse posato quella corazza così solida

Fuori dall’orizzonte della fede, è difficile comprendere la sua arte e più ancora è difficile afferrare la bellezza concreta della sua pagina. “Don Romano” scrive negli “Ultimi soldati del re” “cappellano del reggimento, venne da noi a celebrare la Messa. (…) Sull’altare pochi lini rigidi, e due candele con le fiammelle in permanenza orizzontali per lo spirar dell’aria. In noi che assistevamo, il pacifico senso, come sempre, dell’incommensurabile grandezza di ciò che si compiva in quel campo di stoppie, tra la terra e il cielo, e la semplicità del luogo, e di quei quattro lini, e del povero calice. (…) Si trattava però dell’ultima Messa del nostro cappellano, che in giornata sarebbe stato straziato a morte. Non poteva saperlo, e nessuno si rendeva conto di quanto fosse simile a Cristo che nelle sue mani si sacrificava sull’altare: era simile all’inconscio Agnello, mansueto e parato d’oro, che sta per essere sacrificato”.

Questo delicato miracolo letterario non è realismo, non è verismo, non è neorealismo, non è strutturalismo, non è frutto di nessuna scuola. E’ la rara capacità di dare la stessa quantità di attenzione alle cose del visibile e alle cose dell’invisibile, è fede che diventa scrittura, racconto e, in certi momenti, migra nella poesia. E’ capacità di discernere in quel gran repertorio di destini che è la vita, di narrare le esistenze e portarle a buon fine, all’epilogo designato da Colui che le ha concepite sin dall’inizio. E’ sottomissione: quanto di più lontano dall’urlo ribelle della cosiddetta arte moderna, da quell’eresia dell’informe che ha devastato i canoni del vero, del bello e del buono allo scopo di indurre l’uomo a sbeffeggiare Dio e a sostituirsi a Lui.

Quanta nostalgia della Brianza paolotta di Corti ai tempi del cattolicesimo per soli adulti. Quanto rimpianto per una terra e un’epoca in cui ogni vecchia con il Rosario in mano avrebbe potuto raccontare il suo “Cavallo Rosso”, senza inventare nulla, solo guardando nella propria vita attraverso i misteri da sgranare.

Per anni e anni, questo scrittore è stato un vecchio splendido, con quel pizzo bianco un po’ da ufficiale d’altri tempi e un po’ da gentiluomo di campagna quale era davvero. Riceveva con generosa ospitalità nella sua casa, una villa ricavata da quella che un tempo era stata una filanda, una lunga teoria di porte e finestre affacciate su un grande parco. Il “dottor Corti”, come lo chiamavano tutti, conosceva con sorprendente precisione il canto e il piumaggio degli uccelli che vi facevano il nido, come Flannery O’Connor con i suoi pavoni o Cristina Campo con i suoi merli e i suoi usignoli. Una passione che diventava poesia in alcune memorabili pagine del “Cavallo Rosso”.

Quando arrivavi a Besana, il dottor Corti ti faceva accomodare nel grande salotto illuminato dai riflessi verdi del parco. Spesso faceva da sottofondo la presenza discreta ed elegante della moglie, Vanda dei Conti di Marsciano, mentre la piccola cagnetta Colibrì si infilava tutta contenta fra le gambe degli ospiti. Nella libreria campeggiavano una poderosa edizione della “Commedia” di Dante, Cesare, Plutarco e gli altri classici, i sedici volumi della “Geschichte der Pâpste seit dem Ausgang des Mittelalters”, la Storia dei Papi dalla fine dell’etá medioevale di von Pastor. Questo intellettuale sconosciuto al mondo dell’intelligenza era uno studioso serio e infaticabile, amava e quindi conosceva nell’intimo la letteratura russa, si era studiato sui testi il pensiero marxista-leninista, aveva approfondito Jacques Maritain prima rimanendone affascinato e poi prendendone le distanze in ossequio a un tomismo che non poteva essere piegato alle paturnie mondane dell’autore di “Umanesimo Integrale”. “Maritain e Dossetti” diceva “sono pensatori che in perfetta buona fede hanno condotto il mondo cattolico alla paralisi attuale”. Figlio della Brianza solida e bianca, Corti ha incarnato la versione letteraria del pensiero filosofico di Augusto Del Noce con una poetica gli valse la stima incondizionata di un grande filosofo come padre Cornelio Fabro.

Irriducibilmente controrivoluzionario, vedeva in Lutero e nel 1789 la radice malata in cui si innestano Feuerbach, Marx, Hegel, Nietzsche. Lì nascono le malepiante delle utopie novecentesche, nazismo e comunismo. Ripeteva spesso, con accenti accorati, questa teologia della storia, una filastrocca breve, lineare che riassumeva anni di studi lunghi e faticosi. In questa prospettiva, aveva elaborato la teoria della “sostituzione di cultura”: “Nel mondo occidentale del dopoguerra nelle liberal-democrazie si è realizzata un’imponente sostituzione della visione del mondo illuminista a quella della cultura cristiana”.

Non poteva immaginare nulla di più doloroso un paolotto come lui, cattolico dalla fede semplice, abituato ad affidarsi totalmente alla Provvidenza e alla Madonna, ispirato da un sacro rispetto per il clero, naturaliter immerso nella dottrina di sempre che ignora ogni elucubrazione teologica: un buon cristiano, uomo buono. “Purtroppo il mondo dei paolotti è finito” diceva “e la causa è che una generazione è come saltata, incapace di trasmettere con la testimonianza e le parole la fede in Gesù Salvatore”. Il paolotto è un cattolico che guarda il mondo in controluce e sa che, là dietro, c’è un ordine da rispettare e a cui rispondere perché l’ha voluto il Padre Eterno.

Per questo il paolotto Corti, quando negli anni Settanta l’Italia fu squassata dalla rivoluzione sessuale, dal Sessantotto, dal terrorismo, si rimise a combattere gettandosi in una delle battaglie più scomode e aspre. Girava l’Italia del nord per tenere conferenze a sostegno del referendum contro la legge divorzista Fortuna-Baslini varata nel 1974, scontrandosi apertamente con quella parte del mondo cattolico che voleva tenersi la legge o, comunque, non voleva il referendum. Lui stava dalla parte di Gabrio Lombardi, di Augusto Del Noce, di Emanuele Samek Lodovici, i quali puntarono tutto sulla tesi giusnaturalistica secondo cui il matrimonio, civile o religioso, è intrinsecamente indissolubile. A opporsi a questa dottrina, classica e non clericale, c’erano figure ingombranti come il rettore della Università Cattolica Giuseppe Lazzati, del quale lo scrittore di Besana aveva grande stima personale, giudicandolo un autentico cristiano. Lo sfrangiamento clamoroso del mondo cattolico e la conseguente sconfitta in quel referendum lo amareggiarono. Di fronte alla prospettiva di impegnarsi allo stesso modo per il referendum del 1981 sull’aborto, decise di restarsene a casa: “Avevo posto una sola condizione per battermi: tappezzare l’Italia di manifesti che mostrassero le foto raccapriccianti di che cosa succede a un feto abortito. Per convincere la gente che l’aborto è sbagliato, bisogna mostrare alla gente che cos’è l’aborto. Mi risposero che questo era impossibile, e che sarebbero stati usati messaggi positivi e foto di bambini sorridenti. Capii in quel momento che la battaglia era persa in partenza e mi ritirai in buon ordine. E così fu”.

In obbedienza al sacro ordine che regge il mondo, il paolotto Corti è stato per decenni un imprenditore impegnato a dare lavoro alla sua gente, artefice di un capitalismo sociale nel quale il bene degli operai si promuove per ossequio al Vangelo piuttosto che ai sindacati. Attraversò il fascismo senza diventare antifascista, osservò il ventennio con molto distacco. “Il recupero del mito della romanità” diceva “fu una sceneggiata piuttosto ridicola, ma il fascismo fu provvidenziale nella Guerra di Spagna e nel concordato del 1929. Mussolini fu una figura poco profonda, ma fu uomo della Provvidenza perché evitò all’Italia di cadere preda del comunismo”. Un merito non da poco per uno che, come dettava la sua razza spirituale, fu un anticomunista non viscerale, ma razionale, conscio che nulla di quella ideologia poteva essere conciliato il cattolicesimo.

Quando si sistemava sulla sua poltrona preferita, occhieggiava con quello sguardo manzoniano che interrogava senza inquisire e rispondeva senza pontificare. Quegli occhi avevano visto una delle guerre più spaventose della storia dell’umanità, quel corpo era passato attraverso una massacrante ritirata nella steppa russa che in poche settimane aveva spazzato via una fetta della gioventù italiana. Era partito volontario nell’Armir perché voleva vedere con i suoi occhi l’esperimento comunista. Questa esperienza si era trasformata nel primo romanzo, “I più non ritornano”, diario della ritirata di Russia, scritto a soli 22 anni. Dopo l’8 settembre del 1943, il giovanissimo autore aveva fatto seppellire il manoscritto in una tela impermeabile per timore cadesse in mani sbagliate. Poi aveva raggiunto l’esercito del Re in Puglia e aveva risalito la penisola combattendo fino al 1945. Recuperato il manoscritto, lo aveva pubblicato nel 1947 con Garzanti, rivelandosi subito come una promessa della narrativa, della quale si accorsero Benedetto Croce e Mario Apollonio.

Il luogo magico della creatività di Corti era lo studio al primo piano, luminoso, ordinato, carico di libri, di documenti e di una quantità immensa di messaggi di lettori entusiasti, il riconoscimento più prezioso. E’ in questo studio che per lunghi pomeriggi Paola Scaglione, la sua biografa, ha raccolto le confidenze di una vita: a lei e ad Andrea Sciffo si deve il merito di aver sottratto al silenzio della critica l’opera di un autentico romanziere.

“Il Cavallo Rosso”, il capolavoro, fu pubblicato dalle Edizioni Ares di Milano nel 1983. Oggi è arrivato a 29 edizioni ed è stato tradotto in Francia, Stati Uniti, Romania, Giappone. In Francia i critici e il pubblico ne hanno decretato un successo clamoroso: il direttore di “Le Figaro Litteraire”, Etienne de Montety, lo ha definito il romanzo più importante degli ultimi 25 anni. Michael O’Brian scrive che i suoi tre maestri di scrittura sono Tolkien, Dostoevskij e Corti.

Quel romanzo cambiò la vita a tanti giovani, fece tanto bene, ma non poteva piacere all’intellighenzia di sinistra, perché Corti parlava dei milioni di morti fatti dai nazisti e pure di quelli fatti dai comunisti. Però il punto vero era un altro, più profondo: questo romanzo mette alla berlina la lettura ideologica dei fatti e dice in modo convincente che, alla fine, il problema non sono il fascismo, il nazismo, il comunismo o la resistenza. Il problema è l’uomo. “Il Cavallo Rosso” racconta la vita, la morte, la fede, il dolore, la famiglia, l’amore, l’odio, la vendetta, una civiltà travolta dal benessere, lungo una fetta di storia esemplare che va dal 1942 agli anni Settanta. E’ un romanzo pulito senza l’ingombrante chiodo fisso del sesso che domina gran parte della letteratura del Novecento, eppure dentro c’è tutta la realtà, compresa quella dell’amore e della passione. Solo che qui succede ciò che ormai nemmeno i cattolici innamorati del mondo credono possibile: l’uomo si imbatte nelle tentazioni, ma può resistere. “La povertà” spiegava Corti “non è il più grave problema dell’umanità, come crede certa teologia del Novecento. Il vero problema resterà sempre il peccato e la speranza che qualche cosa o Qualcuno possa perdonarlo”.

Questa visione medievale del cristianesimo è costata il disprezzo e la censura di una fetta importante del mondo cattolico. Nel 2000, gli fu assegnato il Premio Internazionale di Cultura Cattolica, ma la chiesa delle conferenze episcopali e dei giornali clericali, dei “progetti culturali” e delle “cattedre dei non credenti” gli ha girato accuratamente al largo. Il vescovo di Como, monsignor Maggiolini, suo grande estimatore, parlava di “una congiura del silenzio”.

Da parte sua, lo scrittore non faceva sconti e nel 1996 pubblicò un saggio dal titolo inequivocabile: “Il fumo nel tempio”. Evocava quanto nel 1972 aveva detto Paolo VI scandalizzando il mondo: “Il fumo di Satana è entrato nel tempio di Dio. Si credeva che dopo il Concilio sarebbe venuta una giornata di sole per la storia della Chiesa. E’ venuta invece una giornata di nuvole, di tempesta, di buio”. Il paolotto, di fronte allo sfacelo della Chiesa, non poteva più tacere. Per lui, la vita rimaneva quella che gli avevano insegnato i suoi genitori, una battaglia. Sapeva bene che la Chiesa è composta da tre comunità: quella dei trionfanti già in paradiso, quella dei purganti e quella dei militanti. La sua poetica, il suo lavoro di intellettuale si sono concentrati su quest’ultima, su quello che amava chiamare “il tragico mondo degli uomini”.

(Mario Palmaro e Alessandro Gnocchi, Il Foglio, febbraio 2014)

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“La verità esiste, io l’ho incontrata”

Eugenio Corti

Eugenio Corti

A 88 anni compiuti il grande scrittore si racconta in questa intervista esclusiva al Timone: perché nazismo e comunismo hanno fallito; dove hanno sbagliato Maritain e Lazzati; qual è il compito dei cattolici oggi. La vita avventurosa di un uomo diventato scrittore per un voto fatto alla Vergine Maria.

Senectus ipsa morbus est, la vecchiaia di per sé è una malattia. Lo diceva il latino Terenzio, non senza qualche ragione. Ma quando incontri Eugenio Corti ti accorgi che, almeno per lui, il proverbio non vale. Non che a Corti – 88 anni suonati – manchino gli acciacchi della vecchiaia: adesso si muove lentamente, come una tartaruga saggia e prudente, per colpa delle gambe, stanche di portarlo in giro. Però bisogna guardarlo negli occhi, che guizzano come quelli di un ragazzino curioso; ascoltarlo, mentre giudica con lucidità chirurgica la storia; osservare il suo sorriso furbo da cattolico intelligente. E allora si fa una sorprendente scoperta: a 88 anni si può restare ancora giovani. Senza nascondersi che la stagione è quella del tramonto, e che si avvicina il momento in cui tutta l’esistenza verrà presentata ai piedi del Signore, per essere giudicata. Una vita, quella di Corti, divisa tra avventure salgariane e lunghe giornate chino sul tavolo di lavoro; un’esistenza fatta di critici pronti a ignorarlo e censurarlo, e di lettori innamorati che gli scrivono e lo vengono a trovare nella vecchia casa di Besana Brianza. Eugenio Corti è “quello del Cavallo Rosso”. Eugenio Corti è Eugenio Corti, uno che ormai occupa un posto importante nell’empireo dei grandi scrittori. Anche se lui ci tiene ad apparire un uomo come tutti gli altri, ormai il suo nome è entrato nella storia. Lo incontriamo nel salotto silenzioso della sua abitazione, per provare a tracciare il bilancio di una vita che è stata, in ogni istante, combattimento.

Dottor Corti, San Paolo – presagendo il suo imminente martirio – offrì questa sintesi straordinaria: “Ho terminato la corsa, ho combattuto la buona battaglia, ho conservato la fede”. Eugenio Corti come riassume la sua vita?
«La frase di Paolo mi ha sempre fatto impressione. Io, che in confronto all’apostolo delle genti sono ben poca cosa, partirei da questa constatazione: sono uno che ha fatto l’esperienza delle due società terrene che hanno tentato di togliere di mezzo Dio, il nazionalsocialismo e il comunismo. Avevo sempre avuto un giudizio negativo di natura teorica nei confronti di queste due ideologie. E il giudizio si è rafforzato quando ho toccato con mano comunismo e nazionalsocialismo: durante la Campagna di Russia ho visto con i miei occhi, e da allora non ho più avuto dubbi».

Ecco, lei non ha dubbi. Per molti lettori Eugenio Corti è l’espressione di una persona solida, di un cattolicesimo roccioso, senza fronzoli e senza strani maldipancia teologici: come si fa ad avere una fede così nel mondo in cui viviamo?
«Francamente, mi sembra impossibile avere dei dubbi. Proprio le terribili ideologie del Novecento hanno confermato che il fatto cristiano è vero, e che la verità si trova nella Chiesa cattolica. Non penso di avere un merito particolare nel vivere con questa naturalezza la fede e il giudizio sulle ideologie partorite dall’uomo. Prego ogni giorno di non scivolare nel dubbio, e ringrazio Dio per questa chiarezza nel riconoscere come stanno le cose. Il Novecento ha espresso delle idee filosofiche veramente curiose, che tuttavia hanno avuto un certo successo: la “morte di Dio”, il “silenzio di Dio”, l’impossibilità di un discorso su Dio dopo Auschwitz. In realtà, è stato l’uomo a volersi escludere dall’amore del Creatore, è stato l’uomo a usare della sua libertà per fare a meno di Dio: i risultati sono stati i gulag, le camere a gas, una guerra spaventosa che ha fatto milioni di vittime innocenti».

Lei ha scritto che o si costruisce la città di Dio, o si edifica la città del principe di questo mondo. Un’alternativa bella e terribile, che non lascia spazio a terze vie di comodo. Una visione della storia che è diventata inusuale anche per molti cattolici. Perché?
«Perché nel secondo dopoguerra molti intellettuali cristiani hanno dedicato le loro migliori energie per cercare una sorta di abbraccio con i pensatori più lontani – o addirittura avversi – alla tradizione cattolica. Convinti che in tutte le ideologie fossero presenti pezzi di verità cristiana, ne ricavavano l’illusione che sulla base di questi frammenti sarebbe stato possibile incontrarsi a metà strada con “gli altri”. Jacques Maritain e Giuseppe Lazzati sono stati due formidabili interpreti di questo tragico errore. Due figure per molti versi stimabilissime: Maritain grande filosofo, e Lazzati grande maestro di spiritualità che io conoscevo bene e al quale ero legato da stima e amicizia ricambiate».

Dove sta l’errore di Maritain e di Lazzati?
«Maritain si definiva un minatore, cioè un cercatore delle virtù cristiane nascoste altrove, ma finiva con l’assimilare ideologie erronee. Non capiva che quando i pezzi di verità cristiana sono separati dall’ortodossia, impazziscono, cioè producono effetti spaventosi ed esattamente opposti al contenuto originario di quella verità. Mi spiego con un esempio: Rudolf Hoss, primo comandante ad Auschwitz, nei suoi diari racconta che non era facile mantenere gli altissimi ritmi previsti per lo sterminio degli ebrei. Fu possibile farlo solo grazie al grande “spirito di abnegazione” delle SS addette ai crematori, che rinunciarono alle licenze e si sobbarcarono turni pesantissimi. Ecco la follia: lo spirito di abnegazione è certamente un valore cristiano, ma al servizio di una causa sbagliata la rende solo più micidiale. I famosi “pezzi di verità cristiana” innestati in un contesto erroneo funzionano da additivi del male. Lo aumentano».

Il suo discorso è chiaro. Mi sembra collegato anche al tema del cosiddetto ecumenismo: che cosa pensa Eugenio Corti del dialogo fra le religioni?
«Guardo con molta speranza al confronto con i cristiani degli Stati Uniti. Un giorno sono venuti a trovarmi dei professori calvinisti del Nord America: avevano letto il Cavallo Rosso e, con un certo ottimismo, erano convinti di trovare in me un personaggio importante, rappresentativo del mondo cattolico, avendo, come spesso accade ai protestanti, un’idea molto coesa e compatta del cattolicesimo, piuttosto lontana dalla realtà. In ogni caso, conoscerli è stato illuminante: ho percepito tutto il loro dramma per la mancanza di un magistero, per l’assenza della voce certa e risolutiva del Papa. Questi amici calvinisti mi parevano sinceramente desiderosi di attuare una sorta di coalizione con i cattolici per riaffermare la Trinità, e altre verità proclamate dalla Chiesa cattolica, perché lamentavano il progressivo “svuotamento” della dottrina operato da molti protestanti. La stessa cosa mi è capitata nel dialogo con un pastore calvinista olandese, che era rimasto entusiasta del Cavallo Rosso. Sì, io vedo nel futuro un positivo riflusso verso Roma e verso il Papa da parte di molti cristiani».

Come vede il rapporto tra la Chiesa e gli Ebrei?
«Credo si debba lavorare per una pacificazione, e che si debba creare poco alla volta un clima favorevole alla loro conversione».

La nostra è un’epoca di grande confusione, anche sul piano dottrinale. Come si fa a conservare la vera fede in un contesto come il nostro?
«Io penso che un buon metodo consista nel guardare che cosa è successo a coloro che hanno lasciato la Chiesa: la porta è sempre aperta, nessuno è obbligato a rimanere. Ma chi se ne va, alla fine che cosa trova? È forse più felice? Vale sempre anche in questo caso l’esortazione del Vangelo: dai loro frutti li riconoscerete. Anche la grave crisi interna al mondo cattolico si può leggere utilizzando questo metodo, guardare cioè i frutti, io so soltanto che nel secondo dopo guerra, quando ne facevo parte, l’Azione Cattolica aveva 3 milioni e mezzo di iscritti, ed esprimeva persone di qualità. Dopo una certa svolta progressista, oggi la stessa associazione conta 400.000 aderenti e ha perso la capacità di incidere davvero sulla società italiana. I frutti parlano chiaro».

Secondo lei, quai è il compito principale dei cattolici di fronte alle sfide e alle inquietudini del mondo moderno?
«I cattolici dovrebbero essere i primi ad aiutare ogni uomo a smascherare l’errore. L’errore non merita pietà. Si deve avere pietà per l’errante, mai per l’errore. Ci sono dei silenzi che possono risultare molto colpevoli. Ad esempio, all’epoca del Concilio Vaticano Il infuriava nel mondo il comunismo, e ci si sarebbe aspettata da quella solenne assise una presa di posizione molto dura sul fratello gemello del nazionalsocialismo. Quella condanna purtroppo non venne. Ma alle volte penso che quel silenzio abbia avuto un qualche misterioso significato provvidenziale che noi quaggiù non riusciamo a intravedere».

Come mai il mondo cattolico non ha sempre capito Eugenio Corti?
«Ho sempre pensato che la fede che abbiamo ricevuto ci debba guidare nel giudizio della realtà che ci circonda. È quella che alcuni chiamano teologia della storia. La crisi che ha colpito una parte del cattolicesimo si è manifestata nel rifiuto di questa capacità di giudizio dei fatti che viene dal Vangelo e dal Magistero. Poco alla volta, a partire dalla fine della seconda guerra mondiale, i cattolici che avevano questa impostazione, come ad esempio il grande critico letterario Mario Apollonio, sono stati messi da parte. Anche io ho subito la stessa sorte, ma sono stato salvato dai lettori e dalla loro passione per i miei libri».

Lei non si è limitato alla letteratura, ma ha partecipato in prima persona ad alcune battaglie culturali di portata storica: penso alle elezioni del 1948. E penso al referendum del 1974 per abrogare la legge sul divorzio…
«Gabrio Lombardi, e alcuni di noi insieme a lui, aveva capito che quella sarebbe stata una svolta epocale: se il divorzio avesse vinto, sarebbe arrivato ben presto l’aborto. E così fu. Per altro, quel 40% di italiani contrari al divorzio fu una percentuale di tutto rispetto, se confrontata con i mass media, che al 90% erano accanita-mente divorzisti».

Che cosa rende difficile lo scrivere?
«Il rendersi conto che talvolta sono proprio i “tuoi”, i cattolici, a non sostenerti. Il sentirsi – uso un’espressione di Mario Apollonio – delle sentinelle abbandonate. Ti viene da pensare: “Almeno i miei, i miei fratelli cattolici, saranno d’accordo con quello che scrivo”. E scopri che non è sempre così. Poi però uno rilegge il Vangelo, e si accorge che Nostro Signore è stato rinnegato dai suoi, e che Pietro, guardandolo, in preda alla paura dice: “non lo conosco, non so chi egli sia”. Se è successo a Gesù, figuriamoci se noi dobbiamo lamentarci per qualche piccolo rinnegamento che ci colpisce».

Medioevo o Era moderna: Eugenio Corti che cosa sceglie?
«Nel Medioevo gli uomini conducevano una vita più degna, più bella. La gente era più contenta di essere al mondo, e la vita degli uomini non veniva sprecata. È tutta questione di sguardo. Lo sguardo dell’uomo medioevale era proiettato oltre la vita terrena, e così anche il mondo rifletteva questa luce particolare: si costruivano chiese stupende. L’arte era il frutto dell’impostazione aristotelica e tomistica, l’universale veniva colto e rappresentato nel particolare, il riflesso di Dio si percepiva in ogni singola cosa. Il Medioevo è l’era che pone fine alla schiavitù. Dio e la donna: queste due realtà animano nell’ordine gli ideali cavallereschi, sublimando tutto ciò che di bello e di buono si agita nel cuore dell’uomo».

Eugenio Corti è uno dei grandi apologeti cattolici del ‘900. Questa rivista fa apologetica: in che modo è possibile rendere servizio alla verità, senza perdere di vista la necessaria carità?
«Questo è un punto cruciale. Non bisogna mai dimenticarsi che di fronte abbiamo una persona, una creatura di Dio, che resta tale anche quando sbaglia o quando è un nemico ostinato della Chiesa. D’altra parte, la verità deve essere determinante nella visione delle cose, io stesso mi rendo conto che talvolta sono stato poco caritatevole. Allora ripenso ai cavalieri medioevali, che non finivano il loro avversario sconfitto, ma gli tendevano la mano per farlo rialzare da terra. C’è il combattimento – l’amore per la verità – e c’è la compassione, l’amore per la carità. Questo mi sembra un buon modello per ogni apologeta cattolico del terzo millennio».

Che cosa significa scrivere, per Eugenio Corti?
«Ai tempi del Ginnasio scoprii l’Iliade e quell’incontro fu un vero shock. Omero trasformava in bellezza tutte le cose di cui parlava. Ero in quel tempo della vita in cui si iniziano a delineare le decisioni fondamentali: io decisi di scrivere. Ecco il mio sogno: inseguire la bellezza. È un’idea a cui ho cercato di rimanere sempre fedele. Durante la famosa “ritirata di Russia”, il nostro calvario fu particolarmente tragico: la temperatura, quando andava bene, era di 10-12 gradi sotto zero, ma la norma era di 20 gradi sotto lo zero. C’era da impazzire. Provai la fame, la stanchezza, lo spossamento delle marce, le notti sulla neve o sul ghiaccio, i combattimenti continui. Dovetti assistere a scene raccapriccianti, ancora più spaventose della fame e del freddo. Toccai con mano l’abiezione raggiungibile dall’uomo. La maggior parte di noi ormai non sperava più di uscire fuori dall’inferno bianco. La sera della vigilia di Natale del 1942 passai per un’esperienza particolarissima. Ero vivo per miracolo e feci un voto alla Madonna: “Se ne esco vivo, e non resto lì, come un mucchietto di carne congelata sulla neve, come uno straccio di divisa impolverata dal nevischio, mi impegno a spendere la mia vita per la verità e l’avvento del Regno”. Nel mio pensiero ritornavano le parole del Padre nostro “Venga il tuo Regno”. Attraverso circostanze davvero incredibili riuscii a salvarmi senza restare congelato e neppure ferito. Ero vivo, quindi dovevo mantenere un impegno: servire la verità. Penso che non potrei proprio fare a meno di scrivere, è la mia ragione di vita. Ogni mattina mi alzo e sento di essere chiamato a questo appuntamento con la matita e il foglio bianco».

(a cura di Mario Palmaro, ottobre 2009, Il Timone)

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Eugenio Corti racconta il Medioevo

Il Medioevo e altri racconti

Il Medioevo e altri racconti

«Il popolo cristiano esiste perché ha dei padri e dei fratelli maggiori, ed Eugenio è stato per più di una generazione un vero fratello maggiore, la cui chiarezza mentale e statura morale hanno costituito e costituiscono una risorsa per tutti». Così Cesare Cavalleri, direttore di Studi Cattolici, ha introdotto la figura di Eugenio Corti alla platea riunitasi presso la libreria Archivi del Novecento giovedì 18 dicembre [2008] per la presentazione dell’ultima fatica letteraria dell’autore brianzolo, “Il Medioevo e altri racconti” (pp. 194, Ares). Assieme all’autore sono intervenuti gli scrittori Ferruccio Parazzoli e Alessandro Zaccuri.

Nel 1983 Ares pubblicava il capolavoro dell’autore, l’epopea del Cavallo rosso, romanzo tradotto in nove lingue, che da due decenni sfida le leggi dell’editoria italiana (è giunto ormai alla 24° ristampa) e che ha fatto parlare di Eugenio Corti come del «Tolstoj italiano del Novecento».

In seguito, l’autore si era applicato ai “romanzi per immagini”: La terra dell’indio e L’isola del Paradiso. Con Catone l’antico, Corti aveva fatto rivivere ai lettori un punto cruciale della storia romana, la lotta contro la corruzione dell’ellenismo e contro il sistema socio-economico basato sullo schiavismo. Con questo nuovo libro, Corti può finalmente dedicarsi al periodo storico da lui più amato, il Medioevo, visto come paradigma realizzato della civiltà cristiana. E lo fa raccontando la storia della beata Angelina da Montegiove (1377-1435), conterranea della più nota beata Angela da Foligno (1208-1309), premettendo un ampio excursus che valorizza il Medioevo nella storia dell’umanità. Il tono narrativo, frutto del costante sforzo storico e documentario che caratterizza tutta la produzione dell’autore, è lo stesso che Corti utilizza nei suoi incontri con i numerosissimi studenti universitari che vanno a trovarlo nella sua casa in Brianza, che trovano «nell’aquila dei suoi 87 anni» uno straordinario testimone del Ventesimo secolo e un maestro per i tempi nuovi. Ed è ai giovani che il libro è indirizzato: «Ci sono dei punti fondamentali che vorrei trasmettere ai ragazzi – ha dichiarato l’autore. Vorrei proporre loro quest’epoca, perché credo che vi siano molti elementi di insegnamento».

La direzione verticale
La seconda parte del volume racchiude una quindicina di testi brevi, scritti nell’arco di un quarantennio, che accanto agli indimenticabili ricordi di guerra, allineano interventi sulla contestazione del ‘68, istantanee di amici esemplari (don Carlo Gnocchi, in primis), un originalissimo ex-voto per san Michele Arcangelo e una suggestiva Apocalisse anno duemila.

Lo scrittore Ferruccio Parazzoli ha definito l’opera di Corti un libro saggistico solo in apparenza, poiché all’interno di esso si mescolano approcci diversi, e una grande varietà di temi e di scrittura. «Per chi come me non vive in un ambiente dichiaratamente cattolico, la lettura di questo libro scuote, addirittura mette in imbarazzo». La scossa, per Parazzoli, viene causata dalla posizione morale dello scrittore, che si riflette anche sulla sfera della riuscita letteraria. L’opera di Corti si distingue dall’attuale panorama letterario, che legge tutto solo “orizzontalmente”: «Manca oggi la dimensione verticale, quella fatta di cielo e di abisso. La scrittura di Corti, invece, canta i dolori e le gioie della terra tenendo sempre presenta la direzione verticale, con tutti i pericoli che questo arrampicare comporta: prima fra tutte, la complessità dell’essere semplici e al tempo stesso profondi».

A questo proposito, la prima sezione del libro si apre con un saggio che è innanzitutto dichiarazione di poetica. In esso l’autore attua un chiaro distinguo tra contenuto e forma, tra arte e testimonianza, richiamando un concetto ormai in via d’estinzione: quello di identità tra scrittura e fede, tra narrazione e missione di verità. Non vi è dubbio che questi due aspetti coincidano, per un autore che considera il romanzo «il poema dell’antichità classica trasferito nella modernità». Corti si propone di proseguire una linea di scrittura alla quale si sente profondamente legato, che parte da Omero e che si è sviluppata prima nel mondo greco, poi nella classicità romana, soprattutto con Virgilio, e che è proseguita attraverso il Medioevo e il Rinascimento (epoca, questa, che nella sua parte positiva si sviluppa sulle basi stesse del Medioevo) per giungere poi fino agli inizi del Novecento. Questo iter letterario ideale costituisce per Corti la “linea madre” della nostra cultura: una scrittura fondata su un misto di trascendenza e d’immanenza. Secondo l’autore, dopo i primi del Novecento questa linea si è assottigliata, deviando verso un sostanziale nichilismo che non è più stato in grado di fornire all’uomo delle risposte soddisfacenti.

È in questo senso che si spiega la volontà di Corti di trattare in questa nuova opera l’età del Medioevo. L’elogio va letto non come preferenza artistica, ma piuttosto come scelta umana, che corrisponde alla testimonianza di quei valori che amalgamarono la civiltà occidentale.

Sogno (non freudiano)
Di fatto, Corti ha definito tutte le sue opere (comprese quelle saggistiche) in qualche modo autobiografiche. Se con “Il cavallo rosso” l’autore andava progressivamente identificandosi in uno dei personaggi, Michele Tintori, in “Il Medioevo e altri racconti” Corti non si proietta su un personaggio in particolare, ma la storia di Angelina è sempre inframmezzata dalla presenza dello scrittore, in una scrittura anti-narrativa, che si cela, coraggiosa e innovativa proprio nella sua apparente tradizionalità. Esemplificativo in questo senso è il recupero della dimensione del sogno, quella che alcuni critici hanno chiamato «visionarietà». L’onirico, per Eugenio Corti, non è visto come un prodotto della psiche, non è groviglio freudiano da analizzare alla luce di categorie psico-scientifiche, ma coincide piuttosto con un’agnizione, come nell’Omero che tanto ama. I sogni sono esterni al sognatore e realmente esistenti al di là di esso: consistono in una visione illuminata, dialogo con una presenza sognata, che illumina l’uomo sulla verità. Probabilmente è proprio questo realismo onirico a spiegare l’affezione che da anni lega i lettori all’opera cortiana: è infatti attraverso la visione che lo scrittore risponde al bisogno di verità e di semplicità che l’uomo sempre ricerca, e a cui i suoi libri hanno sempre cercato di dare una risposta.

Non è il Nome della rosa
Lo scrittore Alessandro Zaccuri ha contrapposto l’opera di Corti a quella di Umberto Eco, Il nome della rosa. «Per Corti il Medioevo non è un tema, quanto un modello: è visto come categoria alla luce della quale la storia intera può essere interpretata. Non dimentichiamo che è il Medioevo è innanzitutto il tempo delle grandi cattedrali. E costruire cattedrali è anche quello che fa Corti, un’opera ardita, in continua evoluzione, imperitura».

La categoria interpretativa interna all’opera è invece del tutto umana. Corti, vecchio soldato, ha visto gli orrori della guerra e dei lager. «Ho ricercato la figura del soldato anche nel Medioevo. E ho trovato l‘immagine del cavaliere, che metteva Dio sopra tutto. Il cavaliere medioevale non infierisce sul nemico per ucciderlo, ma gli stringe la mano. C’è della bellezza in questo, e questa realtà investe tutto il mondo». Zaccuri ha concluso l’incontro mettendo a fuoco la peculiarità ultima dell’opera: il mancato distacco tra due dimensioni troppo spesso poste ad estremi irraggiungibili, quella del reale e quella mistica. «Corti è un uomo che è andato alla ricerca delle poche cose semplici che sono chiave di risposte. Recentemente in letteratura il linguaggio della teologia della religione è usato ampliamente, ma sempre in senso misticheggiante. L’aspetto affascinante di Eugenio Corti è che al posto della complessità, di fatto vuota, c’è un’immagine, semplice, ferma, riconoscibile. Che dà significato e dà verità a tutto il resto. E il lettore non può fare a meno di pensare: “Se è vera questa storia, ci sono dentro anch’io”».

(Chiara Sirianni, 21/12/08, Tempi)

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