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Il cavallo rosso

Alcune domande a Eugenio Corti, a proposito de “Il cavallo rosso”

Dai lettori mi attendo che fra quanti sotto sotto non condividono le concezioni della cultura illuministica oggi dominante, anzi stra dominante (in particolare fra i cristia­ni), ce ne siano che accolgono con gioia la mia nuova ope­ra, nella quale le loro concezioni più autentiche sono pre­sentate non già in modo subalterno, ma al contrario poste alte sul monte. Spero inoltre che qualcuno cominci a in­travedere finalmente la possibilità d’uscire dalla lisa pro­vincialità in cui la cultura illuministica d’importazione (or­mai fallimentare dovunque — pensi a ciò che ne dice Te­stori) costringe l’Italia.

Eugenio Corti

L’isola di Eugenio

Di Corti ricordo lo sguardo acuto e limpido sotto i folti sopraccigli, il pizzetto grigio ben curato, il tratto signorile e insieme modesto: una figura che un pittore d’altri tempi avrebbe ricercato come modello per qualche gagliardo padre della Chiesa. E come uno di loro, dietro la sua pacatezza, Corti celava una tempra di lottatore.

Eugenio Corti

Eugenio Corti e la Provvidenza

In “Il ricordo diventa poesia. Dai Diari, 1940-1948“ (a cura di Vanda Corti & Giovanni Santambrogio, edizioni Ares), Corti (che ha legato il proprio nome al romanzo Il Cavallo rosso) descrive gli orrori della Seconda guerra mondiale e, in particolare, racconta gli avvenimenti vissuti in prima persona da giovane ufficiale impegnato sul fronte russo. L’esperienza di quei tragici anni diventa una profonda condanna e un netto rifiuto del totalitarismo.

Eugenio Corti

Eugenio Corti: «La mia Russia povera e affamata»

Vari erano nel paese già i morti di fame. Alia si lasciava strappare le notizie con ritrosia. Ogni tanto gli occhi le si riempivano di lacrime. Decisi di fare di tutto per salvare la vita di Anatolio, se pure ero ancora in tempo. Pensai che se l’avessi visto avvicinarsi proprio alla fine l’avrei battezzato. L’attendente m’aiutava con una delicatezza e una gravità religiose: giorno per giorno gli preparavamo qualcosa da mangiare, cercando fosse roba possibile per lui che doveva essere stato slattato da poco. Ma spesso dovevamo dargli del cibo normale, da soldato. Mi faceva impressione vederlo addentare con la piccola bocca senza forza un pezzo di dura pagnotta cosparsa di miele (in nessun modo migliore avrebbe potuto essere impiegato il miele inviato da mia madre). Alle volte Alia se lo traeva fuori dalla scollatura dello stracciato abitino sotto il quale lo teneva, contro il proprio corpicciolo, per avere la forza di camminare di più.

Tornerò dalla Russia, è Dio che mi guida

Il conversare con i familiari lontani, per via epistolare, segna per Eugenio il battesimo alla scrittura: la parola lo ancora alla vita, vaglia ciò che conta in un uomo denudato dalla guerra, segna la necessità di ritornare, dopo anni, su quelle fonti di cronaca grezza per coglierne la profondità con lo scandaglio narrativo.