Cavallo non rosso
Scomparso a 93 anni un maestro di vita e scrittura. Due le sue stelle polari, dall’inferno russo all’isolamento nell’amata Brianza: la ricerca della verità e della bellezza. Trovate in un capolavoro che resterà
Fare l’editore è un mestiere difficile e bellissimo, soprattutto quando si lavora in una casa editrice indipendente e battagliera come l’Ares. Qualche volta, però, i miracoli arrivano. E l’avventura di aver pubblicato Il cavallo rosso è stato un miracolo grande (concretizzato in 29 edizioni). Accadeva poco più di trent’anni fa, era il maggio del 1983. L’Ares non si era mai cimentata con la narrativa ed Eugenio Corti stentava a trovare un editore. Per la mole del suo manoscritto (un fatica costata 11 anni di totale dedicazione), per la sua bruciante passione per la verità (i critici, se elogiavano le sferzate contro il nazismo, erano reticenti nel raccontare le sue bordate contro il comunismo), per il suo cattolicesimo integro e a testa alta. Cesare Cavalleri, direttore della casa editrice, volle mandare alle stampe quelle migliaia di pagine senza esitazione. Si fidava dell’amico (conosciuto ai tempi del referendum per il divorzio grazie al giurista Gabrio Lombardi). E si fidava dell’autore, che con I più non ritornano (Garzanti, 1947) aveva testimoniato per primo l’inferno della ritirata di Russia. In redazione iniziarono ad arrivare lettere entusiaste. Non ne erano mai arrivate così tante e si dovette procedere di gran lena alla prima ristampa. Cavalleri scrisse a Corti che il suo nuovo romanzo «aveva il respiro di Guerra e pace, l’inoppugnabilità del miglior Solgenitzin, la tenerezza ctonia del cinematografico Albero degli zoccoli». Corti amava moltissimo quel giudizio.
Omero e Tolstoj come maestri
Nell’epopea del Cavallo rosso (l’arco temporale si distende dal 1940 agli anni Settanta) Corti riversò tutta la sua esistenza, dall’infanzia (era nato in Brianza nel 1921), agli studi di giurisprudenza in Cattolica (subito spezzati dalla guerra), dall’amore (l’incontro con il suo “angelo tutelare”, l’inseparabile Vanda), agli approfonditi studi sui sistemi totalitari (per saperne di più si può leggere anche la sua tragedia Processo e morte di Stalin). Per la scrittura Corti scelse sommi maestri: Omero, Virgilio, Dante, Manzoni, Tolstoj. A guidarlo, due stelle polari: la ricerca della verità e della bellezza.
In una delle ultime uscite in pubblico, prima che la frattura del femore ne compromettesse la capacità di camminare, raccontò a centinaia di ragazzi di una scuola salesiana l’inizio della sua vocazione. Quando era rimasto incendiato dall’Iliade. Quell’incontro letterario gli aveva cambiato la vita: «A quel tempo neppure sapevo dell’esistenza di Omero. Mi buttai a capofitto nella lettura e quell’incontro fu un vero shock. Omero trasformava in bellezza tutte le cose di cui parlava. Qualsiasi fosse l’argomento affrontato, anche il dettaglio più nascosto, era segnato dalla bellezza, era come condizionato dalla bellezza. Ero in quel tempo della vita in cui si iniziano a delineare le decisioni fondamentali. Io decisi di scrivere, anche se i miei familiari erano industriali e contavano parecchio su di me».
E come Omero, Corti scrisse della guerra. Volle andare in Russia da volontario: «Per farmi un’idea di prima mano dei risultati del gigantesco tentativo di costruire un mondo nuovo, completamente svincolato da Dio, anzi, contro Dio, operato dai comunisti. Volevo assolutamente conoscere la realtà del comunismo; per questo pregavo Dio di non farmi perdere quell’esperienza, che ritenevo sarebbe stata per me fondamentale».
Da quell’esperienza restò segnato per sempre. Fu tra i pochissimi a uscire dalla sacca maledetta di Arbusov: «La temperatura, quando andava bene, era di 10-12 gradi sotto zero, ma la norma era di 20 gradi sotto lo zero; ricordo notti allucinanti, come quella in cui giungemmo a Cercovo, una marcia al buio con 47 gradi sotto zero. C’era da impazzire. Provai la fame, la stanchezza, lo spossamento delle marce, le notti sulla neve o sul ghiaccio (molti, moltissimi, alla mattina, non si alzavano più), i combattimenti continui… Provai l’esperienza di un odio assoluto tra russi e tedeschi e dovetti assistere a scene raccapriccianti, in realtà ancora più spaventose della fame e del freddo. Toccai con mano l’abiezione raggiungibile dall’uomo».
Corti annotò minuziosamente la sua anabasi. Prima su dei foglietti. Poi, nella memoria, quando si rese conto che quegli appunti sarebbero stati compromettenti se fosse caduto prigioniero dei sovietici. Al rientro in Italia, era il febbraio del 1943, all’ospedale di Merano, ricostruì il suo calvario in un quaderno di 300 pagine che poi sotterrò in giardino in un telo impermeabile. Questa volta il pericolo erano i tedeschi. La guerra alimentò anche la sua seconda prova: Gli ultimi soldati del re (il titolo originale era I poveri cristi), sulle vicende del Corpo italiano di liberazione. Anche in questo caso, Corti fu testimone in prima linea partecipando alla battaglia per lo sfondamento finale della Linea gotica.
Nel sancta sanctorum della casa brianzola
Negli ultimi anni Corti non poteva più uscire dalla sua grande casa di Besana (quella che nell’800 era stata una fabbrica tessile). Ma il portone era sempre aperto per accogliere amici vecchi e nuovi. Soprattutto i giovani.
Sono stato a trovarlo pochi giorni prima di Natale. L’immobilità del suo corpo sulla carrozzella contrastava con l’azzurro poundiano dei suoi occhi. Volle informarsi delle vendite de I più non ritornano, il testo che concludeva la sua Opera omnia per Ares e sulla possibilità di vedere presto i suoi libri anche in e-book. Mi fece un grande regalo, lasciandomi entrare nello sconfinato solaio della casa. Fu un’esperienza fortissima, che un giorno spero possa essere condivisa da tanti in un apposito Centro di studi a lui dedicato. Corti custodiva con ordine il suo archivio, le varie stesure del Cavallo rosso (scritte sottilmente a matita e lasciate espressamente alla custodia di Vanda), la corrispondenza (faldoni su faldoni), ma anche le divise militari, le fotografie seppiate, persino un casco da motociclista del tempo di guerra.
Nella stanza da letto Corti aveva appeso un crocifisso mutilato su una croce spezzata di colore nero. Appena sotto, una piccola targa: «Montecarotto, agosto 1944». L’autore del Cavallo rosso l’aveva collocato in bella vista per ricordare il giorno in cui sentì più vicino il soffio della morte: quando il suo osservatorio d’artiglieria (nascosto in un ex ospedale) era stato avvistato dai semoventi tedeschi da 105mm. Fu una «Babilonia di fuoco», ma le granate esplosero intorno a lui lasciandolo indenne. Non diversamente da quando un cecchino russo gli sparò nella “Valle della morte”. Il proiettile traforò il passamontagna tra la testa e il collo. Senza toccarlo. Corti sapeva di essere stato risparmiato per un disegno più grande.
(Alessandro Rivali, 06/02/14, Libero)

