Leggere il capolavoro di Eugenio Corti
Ormai da diversi anni, più precisamente dal lontano 2003 quando conobbi per la prima volta Eugenio Corti, assegno ai miei studenti di IV Liceo Scientifico la lettura estiva del capolavoro di questo grande scrittore contemporaneo. Alla base della mia scelta stanno motivazioni legate non solo alla notevole capacità di lettura dell’animo umano presente ne Il cavallo rosso, ma anche alla possibilità di utilizzarlo come opera che racchiude preziose testimonianze di carattere letterario e storico, utilissime per aiutare i lettori, soprattutto quelli più giovani, ad analizzare le complesse e spesso tragiche vicende del Novecento.
Il cavallo rosso, affresco di drammatiche vicende storiche (1940 – 1974)
Eugenio Corti ha sempre sostenuto di aver tratto ispirazione, per la stesura del suo capolavoro, dai poemi omerici e dai Promessi Sposi: lo avevano affascinato sia il respiro epico di Omero, con la straordinaria serietà con la quale era avvertita la drammaticità quasi tragica della vita umana, sia la mirabile capacità introspettiva del Manzoni, in grado di creare una solida cornice storica nella quale calare dei personaggi dalle caratteristiche morali e umane immortali. Se Iliade e Odissea aiutano il lettore, come Corti auspicava, a prendere consapevolezza del carattere profondamente drammatico dell’esistenza umana, sempre chiamata a rispondere al compito affidatole da Dio per concorrere a rendere migliore il mondo, a livello prettamente di genere letterario Il cavallo rosso si inserisce a pieno titolo nell’alveo della grande stagione del romanzo otto-novecentesco. Affine al capolavoro manzoniano per la scelta del carattere storico (ci viene infatti presentata la vicenda dei vari componenti della famiglia Riva, imprenditori lombardi attivi nel settore tessile, tra il 1940 e il 1974), il capolavoro di Corti permette al lettore di cogliere elementi di continuità e di differenziazione rispetto ai romanzi che hanno cercato di offrire potenti affreschi della società del loro tempo: immediato appare pertanto il confronto non solo con l’opera di Manzoni, ma anche con i grandi romanzi legati alla temperie del Verismo e del Decadentismo, con i capolavori di Pirandello, di Svevo e di D’Annunzio per arrivare al potente affresco che abbraccia diverse generazioni di uomini racchiuso ne Il mulino del Po di Bacchelli.
Il romanzo di Corti, dunque, può aiutare il giovane lettore ad approfondire le caratteristiche di un genere letterario così importante per la nostra tradizione letteraria quale il romanzo, a coglierne la capacità di riprodurre visioni sintetiche della società del tempo, ad analizzare tecniche narrative peculiari delle varie opere.Parallelamente al valore letterario che l’opera riveste, non dobbiamo trascurare il suo indubbio contributo all’approfondimento di vicende storiche fondamentali per la vita del nostro Paese: testimone diretto della terribile tragedia della II Guerra mondiale (e in particolare della famigerata campagna di Russia), Corti inserisce nella sua narrazione illuminanti analisi dei sistemi totalitari nazista e comunista, di cui arriva a cogliere con lucidissimo acume la sostanziale affinità (legata alla volontà di imporre un ordinamento ispirato a una mentalità anticristiana e liberticida, capace di soffocare qualsiasi istanza popolare in nome della superiore autorità indiscussa del dittatore, unico interprete dell’ideologia).
Ecco, dunque, i continui riferimenti alla guerra e alle sue conseguenze drammatiche per la vita dei vari popoli, la lucida analisi del movimento della Resistenza, la grande attenzione riservata alla nascita del nuovo ordinamento repubblicano in Italia con le elezioni per l’Assemblea Costituente prima e per il Parlamento poi, la rivincita dell’ideologia marxista, sconfitta nelle urne ma capace di divenire egemone nell’ambito della cultura e dell’arte, per poi arrivare alla stagione della secolarizzazione della società italiana sino al referendum per abrogare la legge sul divorzio, con il quale si chiude l’opera. Lo sguardo che illumina le vicende, si diceva, è quello di un autentico testimone oculare degli orrori perpetrati dai totalitarismi nazista e comunista durante la II Guerra mondiale e delle loro spaventose conseguenze per l’Europa, e in particolare l’Italia, del dopoguerra. Tale drammatico frangente storico può a buon diritto essere considerato una evidente manifestazione del Male nella sua essenza di non senso e di scandalo per la nostra stoffa di uomini.
L’esperienza della morte, della tortura, dell’ideologia che schiaccia ogni forma di libertà, della disumanizzazione indotta dal totalitarismo, dell’arrivare a considerare Bene ciò che in realtà ne rappresentava la più lucida negazione risulta la cornice nella quale vengono calate le principali vicende de Il cavallo rosso (1). Fin dal titolo Corti ci vuole lanciare una grande provocazione, facendo coincidere la narrazione delle vicende degli anni 1939 – 45 con l’immagine profetica della cavalcata che, all’interno dell’Apocalisse di S. Giovanni, precede l’annuncio della fine dei tempi e della ricapitolazione di tutto in Cristo, la parusia. L’autore, in questo modo, intende mettere il lettore, noi, nella condizione di guardare alle vicende racchiuse nel testo come alla manifestazione apocalittica del Male destinato in apparenza a trionfare prima dell’affermazione finale del Cristo.
Una lucida analisi del cuore umano
Ma l’aspetto che colpisce ancora di più il lettore, e rende il romanzo estremamente affascinante al di là dei pur notevoli e indiscutibili pregi di carattere letterario e storico, è la capacità dell’autore di cogliere le sfumature e l’insondabile guazzabuglio del cuore umano. Il cavallo rosso, di conseguenza, appartiene a quella ristretta categoria di opere la cui lettura, ripetuta a distanza di tempo, offre sempre nuovi spunti di analisi e di riflessione sull’animo umano, proprio perché si adegua alla differente maturazione del lettore, al quale propone una visione della realtà sempre più approfondita, illuminante e vera. A questo proposito, una parte significativa del romanzo è dedicata al racconto della partecipazione delle armate italiane all’impresa di Russia, voluta da Mussolini sotto le insegne dell’ARMIR in appoggio all’offensiva sferrata all’URSS dall’alleato tedesco.
Nella spaventosa ritirata che improvvisamente si verifica in modo caotico e disordinato nella piana di Mescoff, uno dei personaggi del romanzo, il giovane Stefano Giovenzana, amico dei protagonisti Ambrogio Riva e Michele Tintori, va incontro alla morte quasi senza accorgersene, perché travolto dall’onda impetuosa degli eventi, in questo caso l’attacco a sorpresa dei Sovietici che disarticola il fronte italiano. Imprigionato in una sacca, Stefano viene colpito a morte da una raffica di mitragliatrice. Questi i suoi ultimi istanti di vita:
Sforzandosi di reprimere la propria orribile agitazione, Stefano si protese sul terrapieno per prendere di mira qualcuna di quelle invisibili ombre che avevano ucciso il suo compagno di squadra. Ma non potè sparare: un urto, come un pugno in pieno petto, gli tolse ogni possibilità di agire ancora, di compiere un qualsiasi ulteriore sforzo: si afflosciò con lentezza dietro il terrapieno. «M’hanno colpito al cuore» pensò. Tutt’intorno il combattimento che lo aveva impegnato fino allora continuava, ma egli ormai non c’aveva più a che fare: altre cose, diverse e accavallantisi, estenuavano i suoi ultimi istanti: quella fitta implacabile che sembrava al cuore, il terrore, più che della morte, del mistero che la seguiva, e il pensiero di sua madre.Stefano giaceva come ammucchiato contro lo spalto: l’altro, deposto per un istante il moschetto, si piegò su di lui e lo tirò supino; il dolore nel petto di Stefano diminuì un poco, cessò il suo lamento; egli tuttavia non apriva gli occhi. […]
Si chinò nuovamente su Stefano, che stavolta aprì gli occhi e vide quella larva di faccia imminente. «Il Giovannino di Nomana…» pensò, come in una nebbia; poi: «No, no…» si disse: «è…è la faccia della morte!» e compiendo un supremo sforzo alzò entrambe le braccia per respingerla. La sua anima abbandonò il corpo. Come quando, bambino, nel cortile della Nomanella, poggiati per gioco mani e ventre su una stanga del carro Stefano spingeva le gambe in alto e la testa in giù per vedere il mondo capovolto, così ora intorno a lui si produsse un grande capovolgimento (2).
Il passo racchiude una mirabile descrizione della morte nella sua drammatica essenza, percepita per giunta dal punto di vista interno di colui che le va incontro: Corti ci parla degli ultimi attimi di vita di Stefano, tra spasmodica eccitazione, crescente tensione nell’imminenza della fine e sofferenza fisica in conseguenza del colpo mortale subito. Eppure, anche in questi terribili frangenti non viene mai meno il senso sublime del passaggio esistenziale che si sta compiendo:
Stefano infatti non è mai dimentico della provocazione misteriosa alla sua vita racchiusa in questi istanti finali e decisivi al tempo stesso, del compito al quale aveva sempre aderito anche in un contesto tanto carico di tensione e di negatività rispetto al suo attaccamento agli affetti, ma è anche consapevole del Mistero grande che si celava al di là del confine dell’esistenza terrena. È proprio in questi istanti che comprende che la sua vita non si sarebbe esaurita per effetto di una morte sgradevole anche perché prematura, avvenuta lontana dal calore familiare, in una terra nemica e circondato da nemici, ma si sarebbe aperta verso la dimensione dell’oltre, dell’incontro col Mistero che gli si era fatto incontro proprio nel dolore, salvandolo. Di qui la mirabile espressione di grande capovolgimento con la quale Corti intende la ricapitolazione generale alla quale l’uomo va incontro nel momento del passaggio finale, quando arriva a vedere le cose, tutte le cose, così come esse sono realmente, perché illuminate dalla gloria di Cristo.
Le risposte più autentiche al dramma della sofferenza, quale è affiorato nel contesto sopra analizzato, arrivano da diversi passaggi del romanzo, nei quali tutti risulta evidente l’ingresso del Mistero nella vita terrena dell’uomo, che tutto illumina e invera. Ci fornisce il primo esempio di tale dimensione l’episodio accaduto sempre nel contesto della ritirata di Russia al protagonista dell’opera, Michele Tintori, colui dietro il quale si cela la figura stessa dello scrittore. Michele, giovane intellettuale e cultore di storia che si è arruolato volontario per la Russia al fine di studiare da vicino un regime totalitario ateo come quello comunista, vive una singolarissima esperienza di incontro con la Provvidenza nel contesto del dramma della guerra.
Giunto nella famigerata ‘vallata della morte’, la sacca di Arbusov, egli, durante una perlustrazione notturna, si imbatte in un soldato ormai morente, che gli rivolge delle parole accorate e al contempo rivelatrici per lui:
Il sottotenente l’osservava nel buio. «Beh» disse infine «adesso vado a dormire anch’io, perché non ce la faccio proprio più. Domattina, appena si fa chiaro, torno qui a darti un’occhiata. Hai capito? Domani mattina».
«Non ci sarà un domani mattina per me» disse il ferito: «Io sto per morire».
«Ma va, cosa dici?» gli s’oppose Michele, che sentì la pelle accapponarsi sulle braccia. Senza badare alle sue parole l’altro continuò: «Quanto a te, Iddio stanotte ti salverà».
«Mi salverà?» fece sorpreso Michele: «E in che modo?»
«Ricordati di questo che t’ho detto» ripeté debolmente il moribondo: «Dio stanotte ti salverà» (3).
Ed effettivamente Dio lo avrebbe salvato misteriosamente servendosi di un sottufficiale russo, il tenente Laricev, che avrebbe riconosciuto nel protagonista un intellettuale amante dell’arte e della letteratura proprio come lo era lui, e avrebbe altrettanto liberamente deciso di risparmiargli la vita, cooperando in questo modo al disegno della Provvidenza. Una Provvidenza dunque che, come quella del Manzoni, entra, anzi irrompe nell’esistenza dell’uomo capace di riconoscerne i segni e l’agire e disposto ad accettarne il piano sulla sua vita.
I personaggi del romanzo di fronte al mysterium iniquitatis
Quello che popola le scene del romanzo nella parte della descrizione dei gulag sovietici, è un Dio che interviene ripetutamente anche là dove la Sua mano in apparenza non si sarebbe potuta mai manifestare, almeno in base a categorie razionali. Ne è un esempio lo spettacolo spaventoso che si spalanca davanti agli occhi di Michele nel lager –gulag di Oranchi, dove egli viene internato in attesa che il suo destino fosse definitivamente stabilito, in quanto prigioniero di guerra. Tale contesto diviene ben presto per lui un vero e proprio girone infernale, segnato da atrocità di ogni tipo come i ricorrenti fenomeni di cannibalismo ai quali i prigionieri, ormai ridotti a miserabili larve, erano indotti dall’assenza di cibo imposta dai Sovietici. Eppure anche in un contesto così disumano, perché lontano dalla dimensione dell’amore peculiare del cuore dell’uomo, Michele ha la possibilità di assistere ad una scena che gli rivela il fatto che il Bene potesse manifestarsi anche là dove il Male sembrava avere partita vinta, perché in grado di soffocare qualsiasi anelito sincero di tensione umana. Egli viene condotto ad osservare il trattamento che era riservato ad alcune prigioniere di guerra, tra cui si individuano alcune deportate legate al partito Social – rivoluzionario, uscito sconfitto nella lotta contro i Bolscevichi, e due monache ortodosse, rinchiuse in quell’anticamera dell’Inferno proprio per iniziativa delle prime. Questa la scena che si para davanti allo sguardo incredulo di Michele:
Le ore trascorsero senza che egli approdasse ad alcunché. Verso sera potè vedere le suore, completata la propria ‘norma’ (ossia la cubatura di legname prescritta), interrompere il lavoro e chinare la fronte: probabilmente pregavano, forse rendevano grazie a Dio d’avercela fatta anche quel giorno. Dopo di che, scambiatosi un cenno, si diressero verso le due comuniste sfinite, che adesso erano particolarmente in difficoltà: non ce la facevano proprio più, sollevavano le scuri ad intervalli sempre più lunghi, e le calavano con gesti da ubriache, senza quasi riuscire a indirizzarle; una delle due piangeva perché un guardiano, dopo averla sgridata più volte, l’aveva sollecitata urtandole ripetutamente la schiena con la bocca del fucile fino a farla urlare di dolore. Quasi non bastasse, anche le loro compagne di squadra per tema di andarci di mezzo si mostravano esacerbate. Le suore si avvicinarono dunque con passo pesante, come di boscaioli, alle comuniste, e presero ad aiutarle in silenzio.
Anche suor Natalia, deportata da più di vent’anni: si mise con stanchezza all’opera per aiutare chi le aveva, con le sue scelte, deliberatamente distrutta la vita. Uno spettacolo, pensò emozionato Michele, che Cristo in questo momento doveva guardarsi con le lacrime agli occhi dal cielo (4)
Un simile spettacolo (come non ricordare per antifrasi il prodigio mancato così ricorrente negli Ossi di seppia di Montale?), così lo definisce l’autore, non si sarebbe potuto comprendere in base a categorie esclusivamente umane, eppure è un fatto che si è palesato agli occhi del protagonista – narratore: egli ha così la possibilità di comprendere col cuore che il Male non avrebbe avuto mai l’ultima parola nella vita dell’uomo, anche nel deserto più arido della disumanizzazione, a patto che questi avesse liberamente cooperato ad affermare il Bene che desiderava in ogni sua fibra. È ancora una volta il mistero grande della libertà del cuore umano, posto di fronte alla possibilità di scegliere se seguire l’anelito del suo spirito piuttosto che il proprio cinico interesse. Le monache, in questo caso, vogliono con la loro iniziativa libera e volontaria testimoniare, anche in un simile contesto dominato dall’odio, dalla vendetta e dal non senso, la Presenza che salva, perché richiama l’uomo alla sua stessa stoffa, a quello che il suo stesso cuore non avrebbe potuto non desiderare.
Il Mistero irrompe poi inaspettatamente anche nell’explicit della vita di un altro personaggio – chiave per comprendere il messaggio dell’opera, il giovane Manno Riva: egli incarna l’emblema di chi conduce la sua esistenza in pienezza di senso, lasciandosi provocare dalla realtà per essere aiutato a scoprire il proprio compito, la propria vocazione come uomo. Egli intende infatti la vita come risposta alla chiamata di Cristo, che, a suo avviso, avrebbe posto ogni uomo in quella circostanza, e proprio in quella, per metterlo nelle condizioni, attraverso delle libere scelte, di aderire al disegno di Dio sulla sua vita. È solo in questa ottica, allora, che si sarebbe potuta accogliere qualsiasi provocazione, dalla gioia dell’amore per Colomba, al fascino avvertito per la letteratura, l’arte e la poesia, arrivando all’esperienza drammatica della guerra, vissuta prima in Africa, poi in Albania e da ultimo a Monte Cassino. Qui si sarebbe compiuto il suo destino, cioè la scoperta del senso ultimo della chiamata che egli aveva avvertito con evidenza fin dall’infanzia e che, proprio grazie all’incontro con la dimensione del dolore, gli si era palesata in tutta la sua evidenza: Dio non lo aveva chiamato ad una vita matrimoniale con l’amata Colomba, questo era il suo desiderio, ma lo aveva posto in quel contesto e in quel delicatissimo frangente storico per essere di stimolo alla riscossa nazionale dell’Italia, al fine di riscattare, con una condotta militare dignitosa e nobile, la vergogna del regime fascista e della fuga del re. Questi gli ultimi istanti di vita di Manno a partire dal momento in cui viene raggiunto da una raffica esplosa dai difensori tedeschi della rocca di Monte Cassino:
Aveva perso coscienza. La riprese poco dopo: sentiva un gran male tra collo e clavicola, e anche al ventre, specie al bacino; la colonna vertebrale, incredibile, non gli faceva più da supporto, perciò, per quanto egli si provasse, non gli riusciva di rigirarsi. Andava perdendo rapidamente sangue, se lo sentiva per tutto il corpo. «Una raffica – realizzò – è stata una raffica. Dio! Dio!» Per lui era finita, non aveva più scampo… Che cosa orrenda, inammissibile! Ma dov’erano adesso i suoi? La buriana tremenda continuava, gli parve di sentirli gridare poco più avanti…però a lui cosa importava ormai? Per lui era venuto il momento di morire, di morire! Qui, col viso contro la roccia, non gli restava altro, nient’altro sulla terra che morire! Come ne fu veramente conscio, provò un indicibile senso di ribellione. No. No. No. Gli ci volle un grande sforzo per dominarsi, per sottrarsi a una tale rivolta inconsulta. Ansimava. Ciao vita, ciao Colomba, ciao a ogni cosa…no, no, no, non può accadere a me!
Non a me! A me no! Sì invece, gli stava accadendo proprio questo. Tanti e tanti altri soldati erano morti e adesso toccava a lui. Ma allora come avrebbe potuto assolvere il suo compito? Quale compito? Malgrado l’affanno del momento, ebbe a un tratto un’illuminazione anche se, sul principio, molto confusa: la Provvidenza forse lo aveva tenuto in serbo proprio per…per questo? L’aveva destinato a…collaborare all’inizio della risalita, al recupero dell’Italia dalla palude? Nooo…eppure… Se era così, non gli rimaneva che suggellare la sua opera di trascinatore con il sacrificio della giovane vita. Per grazia di Dio lo percepì improvvisamente in modo chiaro, perfetto. Ecco dunque il perché di quella barca pronta per lui in Africa, e poi l’invio in Albania, e…ma allora già da tempo Dio stava predisponendo il recupero dell’Italia! Quanta pena si dava Dio per le cose degli uomini! «Grazie, Signore Iddio» mormorò Manno col suo ultimo fiato «grazie».
Sentì, non con l’orecchio della carne ormai, ma coi sensi dello spirito, un principio di fruscio: gli tornarono in mente, come da molto lontano, le parole dell’allievo: «la bandiera!» spalancò gli occhi dello spirito per vederla: ma non era la bandiera che frusciava, erano le ali del suo angelo: lo vide in faccia per la prima volta e gli sorrise, mentre intorno a lui si produceva il grande capovolgimento (5).
Ancora l’immagine del grande capovolgimento, del gran segreto della vita di cui aveva parlato in modo accorato al padre Desiderio un altro morente, Adelchi: si tratta del passaggio per eccellenza, del momento decisivo del vivere, quello in cui si comprende il senso per il quale si è spesa la vita. È un capovolgimento perché tutto finalmente riacquista il proprio valore, perché lo ricolloca nella dimensione dell’Eterno, quella, come aveva già affermato il nostro Dante, fatta per propria dell’umana specie. Ma è un momento che definisce un’idea di esistenza, di pellegrinaggio terreno come ‘combattimento’, come militia per affermare il superiore disegno di Dio per l’uomo, il solo destinato ad orientarlo al Bene e alla felicità senza tramonto.
E che Corti intenda la vita proprio come una lotta per affermare nel tempo e nella storia il fatto che il Male, conseguenza del libero arbitrio che Dio ha concesso all’uomo, non debba avere l’ultima parola nella vita dell’uomo si comprende anche dalle ultime battute del romanzo, che si chiude in modo problematico, aperto al paradosso del vivere. Non un lieto fine fa da epilogo della vicenda avvincente dei tanti personaggi che popolano la scena dell’opera, ma, alla stregua del grande modello dei Promessi Sposi, una chiusa che rilancia la positività del vivere nel momento in cui non si nasconde la perplessità che deriva dalla presenza della sofferenza e del dolore.
Questi ultimi, però, non identificano un fattore di scandalo, anzi rappresentano la più alta provocazione che l’uomo possa ricevere per sé al fine di essere aiutato a guardare la propria fragilità, nella quale leggere il segno lasciato nella sua vita dal Creatore. L’opera termina infatti con la morte in un incidente d’auto della moglie di Michele, la dolce e devota Almina, che stava per raggiungere il marito impegnato nella campagna elettorale per il referendum sul divorzio:
Mentre, rotolando lentamente sott’acqua, la macchina col corpo ormai senza vita di Almina precipitava giù giù verso il fondo del lago, la sua anima e due angeli affiorarono insieme nell’aldilà, nel mondo per noi inimmaginabile perché fatto unicamente di spirito. Sorridendole senza sorridere, e parlandole senza parlare, gli angeli – splendide creature a mezzo tra raggi di luce e soldati – diedero il benvenuto ad Alma: «Sei qui, gattino di marmo?» la accolse all’incirca, con molta familiarità, il suo (e chi mai aveva avuto con quella creatura più costante familiarità di lui, l’angelo invisibile, messole accanto da Dio ancor prima che nascesse?) scorgendo negli occhi non più materiali di lei la domanda: «E Michele? Cosa ne sarà di Michele senza di me?» l’angelo accentuò il sorriso in modo incoraggiante.
«Verrà anche il suo momento» le rispose con piglio più soldatesco l’altro angelo: «Questione solo di poche decine di anni, per chi sta qui lo stesso che niente». In un ultimo residuo di comportamento terreno Alma sospirò. […]
A questo punto l’angelo di Michele fece un gesto circolare di saluto: «Beh, io devo tornar giù» disse con un mezzo sospiro, «il mio posto è ancora là», e schiuse le ali per lanciarsi nel tragico mondo degli uomini (6).
Epilogo emblematico, dicevo, e allo stesso tempo commovente: l’angelo di Michele, del resto, pur desideroso di rimanere in Paradiso, scende nell’agone del mondo, nel tragico mondo degli uomini, segnato da tutte le contraddizioni legate alla drammatica libertà propria di ogni individuo; scende per portarvi la luce di Dio, che non acceca come il sole abbacinante di Montale ma che, proprio come aveva sottolineato il Manzoni, non turba mai la pace dei suoi figli se non per assicurarne una più certa e più grande (7).
Note
1- Per le citazioni dell’opera mi atterrò alla seguente edizione: E. Corti, Il cavallo rosso, Edizioni Ares, Milano, 1983.
2- Ibidem, pp. 322-323.
3- Ibidem, p. 389.
4- Ibidem p. 699.
5- Ibidem, pp. 686-687.
6- Ibidem, pp. 1273-4.
7- A. Manzoni, I Promessi Sposi, capitolo VIII, pp. 395-9.
(Piero Poncetta, agosto 2025, LineaTempo)
