La verità oltre l’apparenza e le ideologie

Eugenio CortiAll’indomani della scomparsa dello scrittore (4 febbraio 2014) tutta la stampa italiana ha parlato di un Eugenio Corti da scoprire riconoscendo l’ingiusto silenzio che per anni gli era stato riservato dal mondo letterario e dalla critica. Il quotidiano la Repubblica ha auspicato “una discussione supra partes” aggiungendo “siamo tutti debitori a questo scrittore. Il giusto omaggio a lui e il modo migliore di celebrare la sua morte è quello di rileggere, o  leggere, con serenità il Cavallo rosso, non di farne oggetto, con giudizi e silenzi spropositati, di atteggiamenti sostanzialmente ideologici”.

In Francia Le Figaro, il 7 febbraio, pubblica un articolo di Sébastien Lapaque che scrive: “È uno dei sommi scrittori d’oggi, uno dei più grandi, forse il più grande”. Non pochi studiosi hanno affiancato Corti a Tolstoj e paragonato Il cavallo rosso a Guerra e pace.

Com’è potuta accadere tanta indifferenza in Italia? Eppure il romanzo di Corti, pubblicato dalle Edizioni Ares nel 1983, incontrò subito accoglienza presso i lettori che, grazie al passaparola, lo fecero diventare un caso letterario al punto che, dopo sette mesi, il libro di 1.274 pagine era già alla seconda edizione e da allora ogni anno vede una nuova edizione: la quarantesima è vicina. Il testo iniziava a circolare anche all’estero. La prima traduzione è in lingua spagnola (1990) seguita dal lituano (1993), dal francese (1997), dall’inglese (2000).

Oggi le lingue sono otto, compreso il giapponese. Curiosa è l’avventura della traduzione in francese e dei favori incontrati Oltralpe dove Corti è letto ed è inserito nei testi di Storia della letteratura italiana. Suo principale studioso è l’italianista Francois Livi docente alla Sorbona che ha scritto un saggio dal titolo L’Italie littéraire de Dante à Eugenio Corti. Il Cavallo rosso arriva a Parigi partendo da Rimini e passando da Losanna. Protagonista è un piccolo editore e scrittore serbo, Vladimir Dimitrijevic, scappato dal regime di Tito all’età di 19 anni e rifugiatosi clandestinamente in Svizzera dove lavora in nero presso un artigiano che fabbrica orologi. Sogna di aprire una libreria e lo farà nel 1962 per poi compiere l’azzardo nel 1966 fondando la casa editrice Editions L’Age d’Homme. Vuole far conoscere il dissenso dell’Est e inizia a pubblicare autori slavi e russi.

Nel 1980 compie il suo “colpo” dando alle stampe Vita e destino del russo Vasilij Grossman. Dimitrijevic, ormai punto di riferimento per il dissenso – è amico del premio Nobel Andrei Sacharov – approda al Meeting di Rimini nel 1989 e lì vede esposto il romanzo di Corti, lo acquista e se ne innamora. Lo porta a Losanna, contatta Livi e con lui inizia l’avventura della traduzione. Nel 1997, quando a Parigi va in libreria, la critica parla di “un romanzo umano, sotto le parole scorre la vita”; colpisce la “formidabile requisitoria storica contro la follia omicida del XX secolo, preso tra due demoni, il nazismo e il comunismo”.

Dimitrijevic scopre in Corti anche un sincero amico. Nel 2010, il 15 novembre, sette mesi prima di morire in un incidente, è alla Villa Reale di Monza a ricordarlo nella Conferenza Internazionale “Cantare l’universale nel particolare – L’epica del quotidiano nell’opera di Eugenio Corti”. In Italia era sorta una mobilitazione per segnalare lo scrittore brianteo all’Accademia di Stoccolma. Dimitrijevic conosce l’iniziativa e conclude il suo intervento dicendo: “Gli scrittori devono essere in armonia con il loro suolo natale, in armonia profonda con la loro religione; per cui, per me, il premio Nobel è già stato attribuito a Eugenio Corti”. Eguale giudizio ha espresso George Steiner, scrittore e accademico di Francia, accostando Corti a Vasilij Grossman e affermando che “Vita e destino e Il cavallo rosso eclissano quasi tutti i romanzi che vengono presi sul serio oggi”.

Va ricordato che un’altra personalità di rilievo intuì la forza di Corti già nel suo esordio, nel 1947, con I più non ritornano, edito da Garzanti. Il filosofo Benedetto Croce definì il racconto “una lettura angosciosa e straziante, alla quale non manca la consolazione del non infrequente lampeggiare della bontà e della nobiltà umana”. Fu un successo, ma calò il silenzio. Corti amava troppo la verità della storia senza censure.

Diventò scomodo e la sua fede cattolica ingombrante in un’Italia culturalmente orientata dall’intellettuale organico d’ispirazione gramsciana e di militanza comunista. I riconoscimenti postumi rafforzano l’idea di Cesare Cavalleri, fondatore e anima di Ares: “Eugenio Corti ha sempre scritto per i posteri”. E lo scrittore Doninelli aggiunge: “Caro Eugenio, adesso comincia la tua fortuna”.

(Giovanni Santambrogio, 2021, Il Besanese)