Lettere dalla ritirata, il senso del dolore

La copertina di Io ritorneròUn pacchetto di inediti ritrovato nell’archivio dello scrittore Eugenio Corti: sono le missive che spedì a casa dal fronte russo. Testimoniano il cambiamento del giovane volontario partito per conoscere il nemico comunista e finito nel gelo

Ci sono esperienze che segnano talmente profondamente la propria esistenza, da riemergere poi, dal profondo della propria scrittura, in varie forme, dal diario alla lettera fino ad arrivare alla reinvenzione narrativa, senza perdere, in ogni caso, quella forza morale e quella profondità emblematica che descrive e circoscrive il senso universale dei valori posti in gioco. È il caso dello scrittore lombardo, Eugenio Corti, che con la sua opera ha messo a fuoco i valori della Brianza in cui era nato ed aveva sempre vissuto, mettendoli a confronto con altri modelli, dove Dio è stato cancellato, come nella Russia staliniana.

Luca Doninelli, parlando di Corti, ha sottolineato, giustamente, che la vera grandezza di un narratore non deriva dalle sue opinioni, né dall’uso degli strumenti tecnici, nemmeno dalla capacità di dominio della pagina, bensì nella capacità di «penetrare nella grande narrazione del mondo, stando al cospetto del Vero» e ciò significa «lasciar entrare Dio nelle proprie pagine».

Carte preziose
Questa possibilità e questa libertà emergono anche da un prezioso inedito, ritrovato nell’archivio dello scrittore, che sarà inviato alla Biblioteca Ambrosiana, riguardante le lettere, minuziosamente custodite legate con uno spago e catalogate, dallo stesso Corti, che aveva inviato durante la sua avventura sul fronte orientale russo tra il 1942 e il 1943, che ora vengono pubblicate da Ares in un volume, “Io ritornerò” (pag. 248, euro 14), curato in modo assai preciso da Alessandro Rivali.

Come sottolinea il curatore si tratta di «materiali molto vari (lettere, telegrammi, cartoline e biglietti postali), ma in prevalenza missive ai genitori, che consentono di immergersi in pieno in quei mesi difficili e che lasciano trasparire il desiderio di un figlio di rassicurare i familiari in ansia per la sua sorte».

Sono lettere dalle quali emerge la dura esperienza della guerra, che Eugenio Corti aveva già raccontato nel suo primo libro, “I più non ritornano”, pubblicato nel 1947, che racconta la testimonianza drammatica della scelta di un Corti giovanissimo di essere destinato al fronte russo, per farsi un’idea «dei risultati del gigantesco tentativo di costruire un mondo nuovo, completamente svincolato da Dio, anzi, contro Dio, operato dai comunisti. Volevo assolutamente conoscere la realtà del comunismo; per questo pregavo Dio di non farmi perdere quell’esperienza, che ritenevo sarebbe stata per me fondamentale».

E che poi aveva ripreso, in un’ottica diversa e più ampia, attraverso la storia del personaggio di Ambrogio nella lunga ed epica narrazione del libro che gli ha dato la notorietà, anche internazionale, il suo capolavoro, “Il cavallo rosso”, quasi 1.300 pagine, scritte in undici anni e pubblicato nel 1983, un libro radicato nella realtà dei valori della Brianza contadina, che si muove anche in altri ambiti geografici, come la Russia e la Germania e che racconta anche uno spaccato piuttosto ampio della Storia novecentesca, che va dal 1940 ai primi anni Settanta, sorretto da una forte religiosità e da una dimensione etica che sono sempre stati al centro della vita e della scrittura di Corti.

Base per il suo capolavoro
Ha ragione il curatore Alessandro Rivali a definire queste lettere quasi un “Ur­-Cavallo rosso”, indicando anche che «certamente Corti se ne è servito come fonte primaria per ricostruire la sua vicenda bellica», tanto che è criticamente assai felice la scelta fatta di indicare a margine della corrispondenza stessa le relazioni che il racconto epistolare ha con i due libri, in cui lo scrittore elabora la drammatica vicenda, vissuta in prima persona, dei soldati italiani nel gelo della immensa pianura russa.

Nel giugno del 1942 Eugenio Corti viene destinato al fronte russo, come lui aveva chiesto dopo essersi presentato come volontario. Parte sorretto dalla fede, quella che gli è stata insegnata in famiglia e da una rocciosa speranza, la stessa che emerge dal titolo scelto per questo libro. Il giovane Corti è sicuro di tornare, perché sente il destino di Dio su di sé. Ai genitori, prima di partire scrive: «Io parto sereno, allegro anche. Ciò che viene dalle mani di Dio dà sempre gioia. Vorrei che anche voi riusciste a pensarla come me. E ricordatevi: tornerò».

Il viaggio verso la Russia lo porta ad attraversare vari paesaggi, quello dell’Alta Croazia e quello della grande pianura ungherese, ma lo colpisce anche la Polonia, prima di arrivare in Ucraina, l’antica terra dei Cosacchi. Nel cuore ha sempre il pensiero dei suoi familiari, la necessità di essere all’altezza dei valori che gli sono stati insegnati, l’attaccamento alle sue radici brianzole. Lo scrive anche in una lettera in cui parla del paesaggio della Polonia che vede «come un’immensa Brianza, con molte meno case però e un’infinità di boschi, colline, praterie, fiumi. Ogni tanto sulle casette si vedono i nidi delle cicogne».

Questo clima di normalità accompagna i primi mesi di vita militare, anche quando giunge a destinazione: alla fine di giugno, al padre scrive: «Una delle poche cose che mi fa capire di essere in guerra, è la condizione in cui scrivo. Spariamo infatti di raro: ogni tanto i Russi bombardano qualche paesino sotto ai nostri e allora noi spariamo su qualche paesino sotto ai loro. Nient’altro. Sembrerebbe di essere al campo in Italia, se non fosse per la fila di bambini affamati che compaiono vicino agli accampamenti all’ora della distribuzione del rancio».

I mesi fino all’autunno 1942 sono quindi all’insegna della normalità della vita militare con avanzate lunghe ma non difficili fino alla linea del Don, costruzioni di difese e esercitazioni. A dicembre, nel pieno dell’inverno gelido, la situazione precipita, quando i russi scatenano la loro offensiva e i soldati marciano nella bufera, fino ad arrivare nella sacca di Arbusov, indicata come “la Valle della Morte”.

La grande offensiva sovietica sul Don segna il tragico calvario del Corpo D’Armata italiano, tanto che solo quattromila uomini su trentamila riescono ad uscire, a gennaio, congelati e feriti, dall’accerchiamento russo, con i reparti completamente distrutti.

Sorretto dalla fede
È la fede a sorreggere Corti in questi momenti difficilissimi. E ad una cugina che gli comunica il trasferimento sul lago di Como a causa della guerra, risponde: «Dunque tu stai risiedendo in uno dei luoghi di miglior villeggiatura di tutta la nostra Lombardia. Sono contento che sia così. Cerca però nelle tue nuove condizioni, di non dimenticare tutti coloro che in questi momenti, di te meno fortunati, soffrono e sono nel dolore».

Del resto questo tema segna l’esperienza di guerra dello scrittore, scritta e riscritta più volte e in più occasioni perché pone l’uomo di fronte al tema della redenzione e spiega, nell’esperienza, «come Dio recuperi la sofferenza degli uomini, soprattutto degli innocenti – crocifissi al pari del Cristo innocente – la quale per tanto non va affatto sprecata».

(Fulvio Panzeri, 29/11/15, L’Ordine)