Il Cavallo di Corti, long-seller da 40 anni
Trentasette edizioni e oltre quarant’anni di cammino. “Il cavallo rosso” di Eugenio Corti torna in libreria per le Edizioni Ares, confermandosi un long-seller unico nel suo genere. Un romanzo corale, consacrato dal passaparola di generazioni di lettori e lettrici, capace di sgretolare i pregiudizi della critica e la frenesia dei consumi culturali con la limpidezza della sua lingua e la forza del realismo cristiano.
Una testimonianza di libertà e verità storica che interpella la coscienza dell’uomo e il cuore di questo presente ferito. L’Ordine ha intervistato Alessandro Rivali, direttore editoriale di Ares e amico del grande scrittore brianzolo.
Alessandro Rivali, “II cavallo rosso” è giunto alla trentasettesima edizione. Come dovremmo definire questo romanzo: un autentico long-seller? Un classico contemporaneo? Un’opera di culto?
È prima di tutto un grande romanzo corale, diventato nel tempo un long-seller. Rappresenta un caso forse unico nella letteratura italiana del secondo Novecento. Parliamo di un libro passato di bocca in bocca grazie alla forza spontanea dei lettori. Eugenio Corti aveva vissuto un breve e intenso momento di gloria ne11947 con “I più non ritornano”, pubblicato da Garzanti, in cui per primo raccontò la guerra sul fronte russo. Poi, però, la sua figura di scrittore è stata isolata.
Le sue tematiche erano fuori dal mainstream: se il suo antinazismo era accettato senza problemi, la sua critica serrata al comunismo gli costò l’ostilità di una fetta dell’opinione pubblica. Ciononostante, questo romanzo-totem ha continuato a camminare da solo.
Corti vi dedicò undici anni di lavoro. Da dove nasceva questa urgenza?
A cinquant’anni decise di dedicare la vita a questa grande opera. Buona parte dei contenuti de “Il cavallo rosso” proviene dalla sua vicenda privata: la campagna di Russia, il ritorno, la guerra, la Resistenza, il primo dopoguerra e gli anni del boom economico. Eppure, le principali case editrici italiane lo rifiutarono. Fa specie vedere, leggendo la sua agenda, il numero di dinieghi ricevuti. Finché non arrivò sulla scrivania di Cesare Cavalieri, che decise di pubblicarlo con Ares.
Da poco abbiamo mandato in stampa la trentasettesima edizione. Evidentemente questo testo continua a toccare il cuore delle persone come fanno solo i grandi classici.
In un presente sempre più accartocciato su sé stesso, dentro un paesaggio editoriale saccheggiato da consumi rapsodici, storie frammentate e narrazioni brevi, qual è il fascino irrorato da un volume di oltre milleduecento pagine?
Bisogna dare un iniziale credito di fiducia per il romanzo e avere il coraggio di affrontare una narrazione dal passo lungo. E necessario leggere le prime pagine che rompono la crosta di ghiaccio iniziale e la diffidenza verso la mole del testo: una volta entrati nella storia, la trama ti prende felicemente.
Recentemente ho fatto un’altra scommessa editoriale simile, pubblicando “La messa dell’uomo disarmato” di Luisito Bianchi, un libro di ottocento pagine ambientato nel tragico biennio 1943-1945.
Come editore credo sia fondamentale avere in catalogo pietre miliari che vadano in controtendenza rispetto alla fretta contemporanea
Totalitarismi, tragedie, guerre. In che modo il racconto dialoga con l’attualità e prova a decifrarne le crisi?
Corti è uno scrittore che interpella direttamente il senso della libertà dell’uomo. Ci costringe a chiederci cosa debba fare un individuo per restare tale senza piegarsi alle sirene del momento. Oggi leggere la sua opera equivale a fare un esame di coscienza
Ci interroga sulla nostra capacità di mantenere un cuore libero limpido di fronte alle seduzioni del mondo moderno, che forse sono più sfuggenti rispetto a quelle di un regime totalitario, ma rimangono altrettanto pericolose.
Nessuna finzione ideologica. Nessuna versione edulcorata della vita, del destino, della fede. C’è il male della storia, si precipita nell’orrore dell’umano, ma palpita anche un profondo realismo cristiano. Corretto?
È un buon punto di partenza Eugenio Corti era uno studioso rigoroso, ho avuto la fortuna di vedere la sua vastissima biblioteca: era un uomo che documentava meticolosamente ogni cosa. Ma possedeva anche una sensibilità straordinaria per il dettaglio concreto. Sui suoi libri di lavoro annotava i resoconti altrui sulla ritirata di Russia confrontandoli con ciò che aveva visto di persona.
Non è mai stato un buonista. La sua fede è una prova: vissuta in prima persona e riproposta nei suoi personaggi. Era un ufficiale dell’esercito, un uomo che aveva guardato il male dritto in faccia al fronte. Il romanzo contiene passi durissimi perché l’autore conosceva l’abisso del cuore umano, eppure confidava nella libertà e nella Misericordia persino nei pozzi più atroci della storia resta sempre uno spazio residuale in cui l’uomo può scegliere il bene.
Mentre conquistava schiere di lettori, Corti veniva ignorato o marginalizzato dalla critica italiana. Perché?
La critica dell’epoca lo liquidò come uno scrittore reazionario a causa delle sue posizioni anticomuniste, espresse già nella sua tragedia teatrale “Processo e morte di Stalin” che fu duramente stroncata. Lui si considerava uno scrittore cattolico senza arroganza, ma anche senza alcuna vergogna. Nella notte di Natale del1942, stretto nella morsa dell’accerchiamento russo, fece un voto alla Madonna: se fosse uscito vivo da quella sacca, avrebbe speso tutte le sue forze per il Regno, con la R maiuscola.
Questa radicalità negli anni Settanta e Ottanta non lo metteva certo in buona luce davanti ai custodi dell’egemonia culturale. Cesare Cavalleri ricordava sempre che le etichette lasciano il tempo che trovano e che Corti era semplicemente un grande scrittore.
All’estero, però, la percezione è stata diversa.
Sì, con il passare degli anni l’attenzione è cresciuta. Quando morì, mi colpì molto il fatto che Sèbastien Lapaque, sulle colonne de “Le Figaro”, scrisse: «E morto uno dei più grandi scrittori italiani, forse il più grande». In Francia i suoi libri sono letti e continuamente ristampati, probabilmente perché i francesi hanno una familiarità maggiore con il romanzo dal passo lungo rispetto a noi. Nel nostro Paese, la prossima tappa sarà portarlo dentro i manuali scolastici, dove, in effetti, ancora latita: Corti non è un Fenoglio o un Calvino.
Come si conciliano l’aderenza alla verità storica con il soffio del “Mistero” nella sua lingua? È scalpello nella pietra viva?
La sua scrittura si caratterizza per una straordinaria limpidezza. E una prosa nitida, la cui semplicità non è ingenuità, ma rappresenta un punto d’arrivo: una vera”aurea simplicitas”. È il frutto di una sistematica opera di spoliazione e revisione. Ricorda da vicino la capacità dei grandi storici romani di evocare immagini potentissime con un’apparente sobrietà. Questa dote di eccezionale chiarezza interiore emerge non solo nei romanzi, ma anche nei diari e nei carteggi su cui ho lavorato. Lo stile di uno scrittore è sempre lo specchio della sua anima.
Quanto conta, invece, il radicamento territoriale, la Brianza rurale, che è ritmo, specchio, tradizione dell’autore?
La geografia esterna una componente fondamentale della geografia interna di ogni autore. La Brianza ha trasmesso a Corti l’operosità, un’etica forte e un profondo senso della vita intesa come missione e dedizione. Il padre aveva avviato industrie tessili applicando concretamente la dottrina sociale della Chiesa e aiutando gli operai. Quel territorio gli ha donato il realismo, il gusto per le cose concrete e l’attenzione alle piccole cose quotidiane che si respirano in ogni sua pagina.
Pubblicare la trentasettesima edizione de “II cavallo rosso” significa portare avanti la memoria, tenere acceso il fuoco. Ares ha in serbo altre sorprese o progetti particolari per il futuro?
Abbiamo stampato questa nuova edizione perché le librerie continuavano a richiederla, e non potevamo certo lasciarle sprovviste di un tale capolavoro. Il mio impegno, preso fin dal 2021, anno del centenario della nascita, è mantenere vivo l’intero catalogo di Corti. Libri inediti e compiuti non mi risulta che ci siano. Ma lui scriveva fin dai tempi delle scuole elementari: c’è ancora tantissimo materiale d’archivio da studiare. Ci sono le agende, le tracce delle sue numerose conferenze e i carteggi.
Un patrimonio che come Ares intendiamo valorizzare e offrire un po’ alla volta ai suoi lettori.
(a cura di Alberto Galimberti, 11/10/26, La Provincia)
