Dopo 40 anni, “Il cavallo rosso” continua a correre con il passaparola
Il romanzo di Eugenio Corti, giunto alla 37esima edizione, è paragonato a “Guerra e pace”, ed esplora la storia italiana con una prospettiva unica, intrecciando fede e realtà in un’epica che continua a provocare e affascinare i lettori
Scandaloso ancora oggi, e a più di quarant’anni dalla prima pubblicazione per le edizioni Ares, «Il cavallo rosso» di Eugenio Corti, ha raggiunto la sua 37ma edizione con il solo passaparola dei lettori soddisfatti ma nel silenzio raggelante di tutti gli altri mezzi dell’establishment politico culturale. Imparagonabile a qualsiasi romanzo italiano del secondo novecento. Meglio: del tutto alieno al mondo letterario e televisivo del tempo, così come di ora, estraneo quanto potrebbe esserlo un fiero guerriero tuareg o masai tra agli scrittori addomesticati di un qualsiasi premio Strega o Viareggio, o simili.
La trama e l’ambientazione in Brianza
Nel «Cavallo rosso» (immagine assunta dall’Apocalisse) decine di personaggi venuti dalla Brianza lombarda si aggirano in un’Italia che non esiste più, nell’arco di tempo compreso fra il 1940 e il 1974, portando con sè il loro credo cristiano fino agli estremi limiti della campagna militare di Russia e d’Africa, tenacemente legati all’idea del ritorno a casa.
Una narrazione fluviale che si prolunga per oltre mille pagine fitte, rimescolando le acque in continui andirivieni tra correnti impetuose, rami secondari e deviazioni, polle stagnanti e gorghi mortali. Sempre illuminata dal ricordo della sorgente originaria: la Brianza cattolica vissuta dall’autore, se pure rivestita da nomi di fantasia.
Ma sono altre le ragioni che ne fanno un romanzo a suo modo scandaloso. «Il cavallo rosso» è anzitutto realistico, spuntato come per caso fra le pieghe di una letteratura italiana auto referenziale e narcisistica, transitata attraverso la neoavanguardia, la contestazione, l’impegno marxista, la società dello spettacolo, la divulgazione mediatica.
Il confronto con Guerra e Pace
Il paragone inevitabile, a causa della mole e del respiro solenne tolstoiano, è quello con «Guerra e pace». Tuttavia, a differenza di quello russo, ispirato a una religiosità naturale e immanentistica, estranea alle regole della Chiesa, il cristianesimo del Corti è inscindibile dall’ortodossia dottrinale di Roma, e dai suoi precetti sia politici che morali. Il che però costituisce soltanto la cornice tematica, poiché la vera rottura con la contemporaneità è anzitutto dovuta al genere letterario, definibile come realismo sacro.
Il narratore, anche quando affronta situazioni estreme di guerra e desolazione in terre esotiche e nemiche, non suggerisce o evoca, ma fotografa. Ogni descrizione, persino nei momenti più raccapriccianti (come il disfacimento dei corpi caduti e persino il cannibalismo indotto fra i prigionieri italiani dalla fame in terra sovietica) non allude, ma riproduce con disarmata semplicità il reale. Inclusi i discorsi superflui, le banalità quotidiane, le frasi fatte e gli equivoci della vita, visibilmente privi di accorgimenti letterari.
Il realismo sacro di Eugenio Corti
E c’è un grado ancor più forte di provocazione. La stessa precisione fotografica delle descrizioni, costantemente alimentate dalla fede nel trascendente, riguarda sia l’aldiqua che l’aldilà: le due dimensioni si proiettano spesso l’una nell’altra, anche quando i personaggi che le sperimentano non ne sono coscienti. Così gli interventi diretti del soprannaturale nel quotidiano (attimi di estrema chiaroveggenza, seduzione maligna o intercessione provvidenziale) ricorrono naturali, parte integrante degli avvenimenti che si susseguono. Persino l’apparire di angeli – che altrove ci aspetteremmo in romanzi fantasy – qui segnano semplicemente il culmine di ciù che accade.
Poi, certo, restamo impresse altre scene storicamente drammatiche e rivelatrici, come la deportazione dei piccoli spagnoli in Urss e di quelli greci in Jugoslavia, sinistramente simili a quelle odierne commesse in terra ucraina. O le atrocità sovietiche ai danni delle donne tedesche durante la ritirata dei nazisti dalla Prussia. O le brutalità della lotta partigiana comunista in Italia, poi edulcorata dalla retorica resistenziale. O l’arrendevolezza crescente della Chiesa postconciliare, di fronte ai nuovi miti secolari e progressisti.
Ma tutto ciò confluisce sempre in un’epica complessiva, che non assolve senza discriminare ma giustifica molti, riassumendo debolezze e colpe di un’epoca sanguinosa nella prospettiva di una, sempre possibile, redenzione.
(Dario Fertilio, 29/05/26, ItaliaOggi)
