Eugenio Corti, una miniera da scoprire

Eugenio Corti

Eugenio Corti

Ecco una sintesi di tutti i principali capolavori dello scrittore brianteo. Omero e Aristotele furono i grandi maestri. Corti partì per la Russia per toccare con mano il comunismo: «La ritirata? La summa delle esperienze della mia vita»

In Eugenio Corti la vocazione a scrivere si manifestò precocemente: ai giorni del ginnasio Eugenio Corti, ragazzino di campagna abituato alla scena aperta dei colli briantei, si ritrovò tra le eleganti ma anguste strade milanesi adiacenti al collegio San Carlo, presso il quale studiava. Nei suoi ricordi senili, l’autore rammenta spesso di aver passato ore alla finestra a osservare gli uccelli, unica traccia del mondo di natura in un ambiente metropolitano. In contemporanea, avveniva l’incontro con la parola scritta, mediante i poemi omerici, sui banchi di scuola: impressionato dagli esametri di Omero al punto che il personaggio di Michele Tintori (ne Il cavallo rosso) si distrae dalle lezioni per scrivere poemi “su tutto”, ispirato da quella che da adulto riconoscerà come la propria poetica: la poetica realista di Aristotele per la quale «il particolare rimanda all’universale».

I più non ritornano (1947)
«Fin da ragazzo volevo essere scrittore» dice Corti in un’intervista a proposito del suo primo libro: «quando ho avuto in mano Omero, mi ha preso in modo totale perché trasformava in bellezza tutte le cose di cui parlava. Avrei voluto fare lo stesso. È stato il mio primo binario. Il secondo l’ho imboccato durante la ritirata, nella valle di Arbusov. Mi sono impegnato con Domineddio per il secondo versetto del Pater Noster: “Venga il Tuo Regno”. Ovviamente nel campo letterario, il mio».

Studente di giurisprudenza alla Cattolica di Milano, poi allievo alla scuola ufficiali di artiglieria di Moncalieri, fu Corti a chiedere di essere destinato in Russia. «Nella biblioteca dell’università leggevo la rivista Esprit e gli articoli di Emmanuel Mounier, il portavoce di Maritain, che sosteneva che il comunismo fosse positivo e che i comunisti fossero autentici cristiani. “Bisogna che vada a vedere”, decisi». Il tagliente diario che scriverà, duro come quelle coperte ghiacciate che lui stesso, sottotenente di artiglieria sul fronte russo nell’inverno 1942-43, dovette sperimentare, narra dei 28 tragici giorni, a pennellate gelide ma mai crudeli. «La ritirata è stata la summa delle esperienze della mia vita», commenta Corti: «lì ho conosciuto le abiezioni a cui può arrivare un essere umano e nello stesso tempo i possibili eroismi non solo militari, ma umani e civili, la solidarietà, l’aiuto al prossimo. Marciavamo con 15 gradi sotto zero e di notte a meno 40: non c’erano più viveri né munizioni. I muli morivano. Eravamo costretti ad abbandonare i feriti». Le pagine di questo libro non sono riassumibili: opera giovanile ma maturissima, incastona cristalli di verità brillante come neve gelata, brevi frasi strazianti e soprattutto incontri con uomini reali, molti dei quali l’autore (e noi lettori con lui) sappiamo che non incontreremo mai più.

Tutto è irrevocabile, nitido: Corti vi compare come voce narrante e protagonista, ma sa dare voce agli echi infiniti della guerra, dello smarrimento, della preghiera, soprattutto a Maria Vergine. Corti lo scrisse a ventiquattro anni e assieme alla sorella seppellì il manoscritto nella terra del proprio giardino per salvarlo dai rastrellamenti nazisti. Il manoscritto si salvò, e pure l’autore. Sia il primo che il secondo rivelano una stoffa che li rende illustri nella letteratura italiana: lo capì a suo tempo persino Benedetto Croce. Oggi anche i Bedeschi e i Rigoni Stern appaiono inferiori, al paragone.

I poveri cristi (1951) e Gli ultimi soldati del re (1994)
«Donna, ponte fra noi e Dio, via dall’uomo all’Arte la quale ha sede in Dio, Maria nostra, mostrami in lui le cose che prendo a narrare, e farai la mia voce sicura come il volo dell’aquila, mentre dice le cose che io e i miei compagni vivemmo in quegli anni». Così iniziava il libro meno noto di Corti, riscritto quarantatré anni dopo con nuovo titolo. È un romanzo imperdibile per almeno quattro motivi: primo, perché è una scoperta geografica dell’Italia centrale quando ancora gli italiani “restavano da fare”, con descrizioni paesaggistiche dolcissime; secondo, perché incarna l’esperienza umana dell’amicizia e dell’incontro imprevisto: l’autore chiama «tempo deforme» quello di cui racconta e incomincia nel vivo dei fatti, «al principio del giugno 1944, in linea sopra Lanciano, in Abruzzo», e poi dipinge una galleria di ritratti di persone indimenticabili.

Terzo e quarto motivo, perché mostra come il piano visibile e invisibile della storia e della vita siano inestricabilmente congiunti: per esempio, la politica è qui riletta con occhio d’eternità quando il soldato Fianchino, morente, domanda al suo superiore perché si debba morire per la patria; oppure, quando l’innamoramento tra uomo e donna ha un respiro di carne ma sempre in presenza dell’angelo custode, che Corti ha spesso nei momenti decisivi. «Per noi uomini c’è anche l’amore», dice Corti mentre descrive scene di tentazione sentimentale, d’involontaria bestemmia («È un Dio crudele, il nostro»), di santità (il frate cappellano che «nella smorfia del Cristo appeso al legno, ritrovava quella dei fanti miserabili, supini nella neve a morire»). In questo capolavoro sconosciuto al grande pubblico, troviamo dialoghi come questo:
«Quello è il Dio crudele verso gli uomini? – chiese beffardo l’angelo.
– Proprio ora parli – pensai.
– La questione – disse l’angelo – è che il vostro è un destino da giganti.
– A volte troppo – pensai.
– Povero ragazzo – disse l’angelo».

Il cavallo rosso (1983)
«Ma alla fine di questo corso» gli obiettava con amarezza qualche allievo «noi non sappiamo neppure se riceveremo la nomina a sottotenente o no. (…) Signor tenente: noi a volte ci chiediamo se il nostro studiare non sia semplicemente inutile». «No. Non fosse perché, rifiutandovi di studiare, favorireste per quanto vi riguarda questo tremendo caos in cui stiamo sempre più sprofondando. Ci sono dei momenti, a volte periodi di pochi mesi, in cui si gioca il futuro di un popolo per molto tempo. E noi ci troviamo in uno di tali momenti, come non ve ne rendete conto?».

Così disse Manno ai militari dopo 1’8 settembre 1943, così si dirà sempre. Infatti, saggiamente travestito da enorme romanzo storico, Il cavallo rosso è è in realtà un’opera totale: per ora è giunto alla 27esima edizione, tradotto in otto lingue (spagnolo, lituano, francese, inglese, rumeno, giapponese, serbo-croato, olandese; tedesco in corso dì traduzione), ma un giorno sarà considerato come un talismano o una “divina commedia”.

Già adesso, chi ne ama le 1274 fitte pagine può aprirlo a caso e citare e commentare: tutto si adatta magnificamente all’occasione. La storia è storia italiana, briantea, personale e privatamente individuale e presto nessuno potrà riconoscersi sociologicamente nelle vicende ambientate tra il 1940 e il 1974. Eppure, verrà un giorno in cui questo testo sarà fatto oggetto di studi come un codice del Corpus Hermeticum, come gli Acta Martyrum di età patristica, come i Cantos di Ezra Pound: i nostri posteri glosseranno le note a margine per cercarvi nutrimento, responsi, scaglie di vita. Lo dimostra, oggi, il fatto che chi detesta questo romanzo lo fa per cause estrinseche, per idiosincrasie, per partito preso; sulle pietre di paragone ci si sfracella.
Se Corti è un autore italiano “per caso” (infatti assomiglia più a un Solzenicyn che a un Alberto Moravia), anche Il cavallo rosso è un libro “straniero”: c’è chi ha parlato di Tolstoi, chi di Shakespeare. Tutto vero, ma il futuro dirà ancora di più, oltre. Mentre i detrattori saranno confusi, e muti. Qui dentro troviamo quello che serve a un uomo che vuole servire la verità, dunque tralascio a malincuore l’elenco, che da entusiasta stilerei, delle realtà che un lettore genuino può trovarvi. Basta dire che tutti piangono alla morte di Stefano e di Manno e di Alma, perché sentono “il grande capovolgimento”; basti dire che l’intreccio è solo quello di una famiglia numerosa, dal cognome comune, e che la fabula si svolge tra Nomana Brianza e il lago di Lecco: nessun uomo è trascurabile e nessun luogo è dimenticato da Dio.

Per noi lettori di oggi, serve citare le parole di padre Rodolfo, un personaggio del libro, frate missionario in procinto di partire per l’Africa nel 1955, rivolte ai suoi genitori anziani, industriali brianzoli di estrazione popolare e in quel momento angosciati dai debiti delle loro aziende: «questa grossa prova è voluta da lui, a fin di bene. Vi impedirà, a tutti, di diventare ricchi, come c’era effettivamente il pericolo (…). Il pericolo c’era: che prendessimo gusto alla ricchezza, che attaccassimo il cuore all’abbondanza materiale». Qui, e in cento altri passi del testo, si evidenzia come Corti «aveva messo mano a una grande opera narrativa… per quelli che, domani, dovranno pur accingersi a ricostruire» (p.1256).

Processo e morte di Stalin (1961-62)
Tragedia teatrale scritta nel 1961 e messa in scena per la prima volta nel ’62 dalla Compagnia di Diego Fabbri presso il romano Teatro della Cometa, fu ostracizzata dall’egemonia togliattiana prima e gramsciana poi, esercitata sulla cultura italiana dal PCI anche grazie alla pavidità della DC e all’indifferenza colpevole delle forze “liberali”. L’opera di Corti era un j’accuse al sistema comunista sovietico: in futuro ci sarà piuttosto materia di meditazione per gli uomini sapienti che si domanderanno, se sarà possibile, come mai il marxismo fu violenza. Intanto nel 2011 il dramma cortiano è ritornato sui palcoscenici, come un fossile rispolverato e riposto in bacheca.

Il fumo nel tempio (1996)
Il fumo di Satana è entrato nel tempio di Dio […]. Si credeva che dopo il Concilio sarebbe venuta una giornata di sole per la storia della Chiesa. È venuta invece una giornata di nuvole, di tempesta, di buio»: sono le testuali parole del papa Paolo VI, dette nel 1972. Hanno a che fare con cose ultime come: cattocomunismo, gerarchia, eresia, gnosi, anticristo. A mano a mano che l’ottusità dilaga sui media occidentali, queste realtà sono sempre meno comprensibili e l’umanità ne diventa preda, vittima. Al contrario, avendo letto il proprio tempo con passione, semplicità, ingenuità, discrezione, come
un moderno cronista medievale, Corti riconduce tutta la storia umana ed ecclesiastica alle mani dell’Autore e agli atti liberi degli uomini. Nessuno, in pieno XX secolo, ha saputo fare così.

La terra dell’indio (1998).
L’isola del Paradiso (2000).
Catone l’antico (2005)
Compiuti i settant’anni, Corti si è applicato ai “romanzi per immagini”: per cercare di essere ascoltato nell’epoca della civiltà dell’immagine. Non aveva fatto i conti con i potenti, i produttori cinematografici, i direttori dei canali televisivi: costoro, e non la bellezza dei suoi testi o la gratitudine dei suoi lettori, gli hanno impedito di andare al grande pubblico massmediatico. Chi ci ha
perso è stato quest’ultimo, e la società nel suo insieme. Peccato, perché nelle tre opere, pronte per essere trasformate in copione, si narra di tre miti (falsi) della storiografia attuale: se si fossero sceneggiati i libri di Corti, avremmo l’immagine limpida dell’America Latina dopo i Conquistadores; del destino degli europei moderni dopo la rivoluzione francese; della vera anima del mondo romano tra Repubblica e Impero.

Medioevo e altri racconti (2008)
Nel suo ultimo libro, Corti finalmente si dedica al periodo storico amato, raccontando la storia della beata Angelina da Montegiove (1377-1435), e premettendo un excursus sulla storia dell’umanità scritto da un ottantasettenne: cioè da uno che è sul punto di, morendo, andare a vedere se le proprie generose idee sull’infinito corrispondono con l’infinito stesso.
Il testo è il frutto dei suoi tanti incontri con studenti universitari che di anno in anno vanno a trovarlo nella sua casa in Brianza: «come i grandi scrittori», dice Cesare Cavalieri, «Corti ha una concezione “evenemenziale” della storia: ricostruisce minuziosamente particolari e singoli eventi che diventano significativi; i personaggi del suo microcosmo diventano i veri attori della storia, che non è fatta solo dai re e dai condottieri, ma anche dalla gente comune». I poveri, i piccoli, i semplici e gli sconosciuti sono al centro del quadro: i potenti gli fanno da contorno. Del resto, non occorre essere un critico d’arte per sapere che la tela dell’opera d’arte vale infinitamente di più della sua cornice.

(Andrea Sciffo, febbraio 2013, Il Timone)

Share

Il fumo nel tempio

Il fumo nel tempio

“Il fumo di Satana è entrato nel tempio di Dio […]. Si credeva che dopo il Concilio sarebbe venuta una giornata di sole per la storia della Chiesa. E’ venuta invece una giornata di nuvole, di tempesta, di buio” (Paolo VI, 1972).

E’ l’insegna, che il grande scrittore Eugenio Corti eleva sulla fronte del suo ultimo libro “Il fumo nel tempio” (Edizioni Ares, Milano 1996, pp. 300, L. 28.000). Ancor prima che mi pervenisse, ero convinto che tra la nuova opera di Corti e il sottoscritto si sarebbe stabilita una complice intesa. Così è stato. Ho letto il volume non soltanto con la curiosità e l’attenzione che i delicati temi trattati comportano, ma anche con quel disperato piacere, che prende un individuo nel constatare come, pur avendo avuto ragione in tempi di contestazione e di emarginazione, si ritrova ugualmente tra gli sconfitti.

Sconfitti, però, non dalla verità, ma dalla menzogna. E’ doloroso dirlo, ma indispensabile riconoscerlo. Siamo pessimisti? Può darsi. Si osservi, allora, il panorama culturale, religioso, morale, politico, giudiziario, sociale ed economico del Paese: comunisti o eredi del comunismo, affiancati da ossequiosi domestici del mondo cattolico, nonostante le reiterate condanne del socialcomunismo da parte della Chiesa, sono ora al potere. Unico Paese occidentale, l’Italia, caduto nelle grinfie di forze, definite dal Magistero “intrinsecamente perverse”. Si dice: ma sono cambiate, quelle forze. Siamo molto scettici. Sta il fatto che la teoria gramsciana si è affermata con l’avallo e il sostegno politico di quanti, nell’universo cattolico, invece di difendere la propria identità, si sono lasciati abbindolare e snaturare. Oppure sono passati all’altra sponda per opportunismo o per odio a un determinato schieramento. Diceva Gramsci: conquistate culturalmente la società, il potere vi sarà servito su un piatto d’argento.

Il consenso a quanto scrive Corti scaturisce anche dalla comunanza della battaglia da molti di noi condotta in sintonia con l’impegno e la preparazione molto più autorevole dell’autore nello spazio di tempo, che, approssimativamente, va dalla fine del Concilio agli inizi degli anni Novanta. Ma Corti punta le luci indagatrici del suo osservatorio sino ai nostri giorni e ne fa testimonianza, tra l’altro, il saggio Breve storia della Democrazia Cristiana, con particolare riguardo ai suoi errori, che egli mi inviò, appena stampato, nell’aprile del 1995.

Lo strabismo degli “illuminati”

Sarà bene, tuttavia, proseguire con un po’ d’ordine. Il volume raccoglie inediti e interventi tra i più significativi, pubblicati in diverse testate nel periodo sopra indicato. E’ stata quella dell’autore una scelta ben mirata per riproporre una serie di analisi degli sbandamenti e dei tradimenti di talune sfere del mondo cattolico e laico democratico. Analisi, aggiungiamo noi, inoppugnabili, perché veritiere e documentatissime; oneste, perché sollecitate dal bisogno, dall’impulso appassionato di far riflettere gregge e pastori. E per dimostrare che Corti non era il solo a denunciare deviazioni e distorte interpretazioni dello spirito del Vaticano II, va riprodotto un periodo di una recensione a Il cavallo rosso del compianto padre Cornelio Fabro, apparsa sulla rivista Renovatio nel 1991 e ripresa nel volume.

“Nessuna meraviglia – scrive con amarezza Fabro – che la corruzione dei costumi, pubblici e privati dilaghi senza freni […]. La cultura cattolica, dopo la morte di Pio XII ,allora come oggi, anziché lottare contro le errate analisi marxiste, insisteva a cercare punti di incontro con essa: il Papa dovette intervenire […]. Si aveva l’impressione che la società cristiana si sfasciasse e la nostra diventasse, per un ecumenismo male inteso, la religione della tolleranza”.

Poco prima Fabro aveva parlato di “comportamento non esemplare ai vertici della politica e, talora, della stessa Chiesa”.

Le tematiche degli scritti sono molteplici, tra le quali spiccano: le magagne della mentalità di sinistra; il progressismo avventuroso dei cattocomunisti; la dipendenza acritica dalla teorie di Maritain e Mounier, particolarmente contestate da Corti; lo strabismo di cattolici “illuminati”, tipo Raniero La Valle ecompagni; la condizione di minorità e insignificanza della stampa cattolica; lo stato di dissoluzione di organizzazioni come l’Azione Cattolica e le Acli; la deliberata volontà di ignorare e nascondere i crimini comunisti; la crescente e non ostacolata invadenza dei marxisti nei mass media, nella TV, nelle università e nell’editoria; la criminalizzazione della destra e l’esaltazione dell’antifascismo, sino alla coraggiosa, ma filiale e rispettosissima riflessione sulla complessa personalità di Paolo VI.

E giacché si è citato Papa Montini, sarà bene riprendere un’altra sua denuncia del 1997, che Corti riporta in apertura del libro, quasi a voler rassicurare il lettore che le sue critiche discendono da un alto Magistero. “Ciò che mi colpisce, quando considero il mondo cattolico – afferma il Pontefice – è che all’interno del cattolicesimo sembra talvolta predominare un pensiero di tipo non cattolico e può avvenire che che questo pensiero non cattolico all’interno del cattolicesimo diventi domani il più forte. Ma esso non rappresenterà mai il pensiero della Chiesa. Bisogna che sussista un piccolo gregge, per quanto piccolo esso sia”.

Ci sembra che l’autore appartenga, a pieno titolo, a questo piccolo gregge. Corti avrebbe potuto riprendere anche un’altra dolorosa espressione pronunciata da Paolo VI nel 1973. Questa: “La confusione, la disgregazione è purtroppo entrata ora in non pochi ceti della Chiesa […]. Noi siamo stati forse troppo deboli e imprudenti”.

La drammaticità di queste parole è evidentissima. Papa Montini, che Corti definisce “uomo di bontà non comune e di animo nobilissimo”, non era insensibile alle “prospettive maritainiane, alle quali, come uomo, egli aderiva toto corde, tanto che da giovane è stato taduttore di Maritain”. Fu probabilmente la grande stima e l’amicizia che lo legavano al filosofo francese a suggerirgli di privilegiare uomini maritainiani, come La Valle, alla cui indubbia, ma sospetta intelligenza venne, tra l’altro, sacrificato Il Quotidiano, il giornale cattolico romano soppresso nel 1964.

Paolo VI, quando dice “noi siamo stati troppo deboli e imprudenti”, probabilmente si riferisce anche a scelte non felici e a eccessiva fiducia riposti in uomini e gruppi di dubbia fedeltà. Ciò non toglie – e questa è nostra opinione – che egli sia stato un Pastore dottrinalmente ineccepibile e che le sue aperture al moderno fossero tenacemente ancorate alla tradizione, alla storia, alla bellezza poetica, manifestazioni della vicenda umana, di cui egli aveva il culto e subiva l’irresistibile fascino.

Fabro e Del Noce

In altra parte del libro Corti si chiede come mai il Concilio non avesse ripreso a condanna del comunismo, nonostante le sollecitazioni di molti Padri conciliari. Egli parla di quattrocentocinquanta vescovi. Chi scrive, al tempo direttore di Realtà Politica, ebbe notizia dall’entourage di mons. Carli, vescovo di Segni e alfiere riconosciuto della cordata, che i vescovi richiedenti la condanna del comunismo fossero quasi seicento. Come quella istanza non fosse mai pervenuta – così si vociferava – ai vertici deliberanti del Concilio o fosse stata disattesa è un mistero. In un appunto di diario, riprodotto nel libro, l’autore scrive: “Visto quanto è accaduto in seguito, ho finito di convincermi che a impedire una solenne condanna del comunismo da parte del Concilio Vaticano II sia stato, nientemeno, Dio stesso”.

Potrebbe apparire una scappatoia. Ma Corti non è uso a simili sotterfugi. Credente cattolico tutto d’un pezzo, giudica che Dio vagli sulla storia e in qualche modo la guidi, anche quando a noi pare che a guidarla siano gli uomini. Il valore e la credibilità di Corti su questo terreno piuttosto accidentato, ove uno scrittore un po’ avventato potrebbe correre il rischio di scivolare nell’esagerazione, nell’argomento fallace o nella polemica soggettivistica, sono testimoniati dalla conformità di vedute e di giudizio di un Augusto Del Noce e del già citato Cornelio Fabro, dei quali vengono pubblicate lettere inedite. Del Noce si intrattiene sul movimento Comunione e Liberazione, di cui fu ardente sostenitore; mentre Fabro si rivela quasi in confidenza e dimestichezza grande con il suo interlocutore, di cui approva e sostiene la lucida, ortodossa battaglia. Due tra i maggiori esponenti della cultura cattolica dell’ultimo cinquantennio solidarizzano con Corti, di cui fanno un po’ uno dei pilastri del risveglio culturale “per tutta la nazione e di condanna per troppi traditori”.

Impossibile sostare su altri spunti e soggetti discussi dall’autore. Citiamo qualche titolazione: La guerra tra i poveri, Bertold Brecht; Solgenitsin ad Harvard; L’arte in Occidente; L’espropriazione della letteratura italiana; La storia d’Israele.

Da sottolineare soprattutto il vile contegno, con il quale fu accolto dalla generalità dei media italiani, il famoso discorso di Solgenitsin. Annota Corti: “Ciò che più colpisce chi scrive queste note è però un’altra cosa: il fatto che i cristiani – anzi i cattolici – non abbiano immediatamente individuato, nel discorso di Solgenitsin il discorso che è stato loro proprio, finché la cultura italiana non è entrata nell’attuale stato di confusione. Si tratta della nostra stessa visione della storia, che individuava e individua appunto l’inizio della scristianizzazione nel passaggio dal teocentrismo all’antropocentrismo rinascimentale”. Il richiamo allo scrittore russo ci porta a sottolineare una costante nel pensiero di Corti: la documentazione storica. In diverse circostanze egli esorta il lettore a non dimenticare che il comunismo, cui troppi illusi guardavano come al sole della nuova civiltà, avesse causato sessanta milioni di morti inermi in Russia e centocinquanta in Cina, senza contare quelli della Cambogia, del Vietnam e di altri Paesi.

Un dono all’intelligenza

Un rilievo particolare meritano gli articoli pubblicati sull’Ordine di Como. Lo faccio anche per rendere omaggio alla memoria di quel meraviglioso sacerdote e giornalista, don Giuseppe Brusadelli, che ebbi la fortuna di conoscere e che aveva fatto del quotidiano comasco un punto di riferimento e nutrimento ideale anche per noi. A Roma non avevamo più, almeno in quegli anni, testate, che ci dessero stimoli e verticali illuminazioni, proprie di don Brusadelli. A sostituire il santo sacerdote, il quale scriveva un editoriale al giorno, fu chiamato Eugenio Corti. Ovvero la continuità nel sostenere la verità e nel denunciare senza sosta e senza ignavia gli errori e le deficienze della cultura marxista-laicista e di quella progressista cattolica, che vi si inaridiva accanto, ai piedi.

Il libro si chiude con la riproduzione di “ricordi del tempo di guerra”, alcuni straordinariamente toccanti. Ci sono poi tre raconti-fantasia “della contestazione”, uno dei quali dedicato a un non meglio precisato Carlo B.

Ci è sorto subito il sospetto trattarsi di un luminare della critica letteraria ancora in vita, che in questi ultimi mesi ha scoperto, con decenni di ritardo, l’egemonia culturale marxista in Italia, alla cui diffusione intellettuali della stessa risma avevano attivamente e autorevolmente collaborato. Un quadretto esilarante, con stilettate ben assestate nelle vene progressiste del “sognatore”.

Siamo sicuri che il libro di Corti sarà letto, se già non è stato letto, da simpatizzanti e avversari. I primi per godersi un pascolo gratificante; i secondi per contestarlo, non senza però aver fatto i conti con argomentazioni e dimostrazioni difficilente confutabili. Un’opera, comunque, di cui si sentiva il bisogno. Nel gorgo tempestoso del momento politico ove spadroneggiano vigliacchi, demagoghi, traditori, cattolici abdicatari e funamboli dell’ambiguità, una testimonianza lucida, coraggiosa, coerente, come quella di Corti, è un dono all’intelligenza e al desiderio, ove esista, di evadere dalle zone invase da un fumo, che prima acceca e poi uccide l’anima.

(Alcide Cotturone, Studi Cattolici, dicembre 1996)

Share