“La mia ultima sconfitta”

Eugenio CortiL’autore del Cavallo rosso racconta la sua battaglia contro il divorzio come capo del Comitato per il Sì della Lombardia e ricorda: decisivi i cattolici divorzisti 

Perdemmo per quei tre milioni di cattolici che vollero il no»: Eugenio Corti, anche a quasi 90 anni, portati con qualche acciacco fisico ma con una grande, affascinante, lucidità mentale, è sempre lui: diretto, lineare, schietto. L’autore de Il cavallo rosso, il cantore di una Italia (e di una Brianza) minima eppure epica, 40 anni fa guidò i referendari cattolici lombardi nella battaglia per l’abrogazione della legge Baslini-Fortuna. Non è un caso che il suo capolavoro finisca proprio nei giorni della mobilitazione contro il divorzio. Lo incontriamo nella villa di famiglia, a Besana, alla vigilia di un grande convegno monzese per celebrarne l’opera organizzato dal dinamico comitato che vuol candidare Corti al Nobel. 

Come finì alla guida del comitato?
Per una mia vecchia conoscenza con Gabrio Lombardi, che ne era l’organizzatore a livello nazionale. Aveva servito con me nel Corpo italiano di liberazione (i militari italiani che dopo 1’8 settembre ’43 rimasero fedeli ai Savoia) e c’eravamo conosciuti a Lecce, lui capitano, io sottotenente. Ricordo che nacque una simpatia: avevo capito che anche lui era un paolotto. Ma poi non ci rivedemmo, essendo lui nel comando del Cil e io impegnato in prima linea. E fu così per quasi 30 anni, quando mi scrisse una bella lettera… 

Per coinvolgerla?
Sì, la legge era stata da poco approvata e lui andava costituendo i comitati. Si era ricordato di quel nostro incontro sotto le armi e mi aveva scritto dicendo: “Sono certo che su questa battaglia tu sarai dei nostri”. E non mi tirati indietro. 

Che cosa c’era da fare?
Tutto. Il presidente lombardo era un uomo di banca e di tempo libero non ne aveva molto. Io già a quel tempo mi dedicavo alla scrittura. Anzi ricordo che, con l’approssimarsi del voto, accantonai la stesura del Cavallo rosso per almeno quattro mesi. Cominciando a girare in lungo e in largo la Lombardia: per incontrare i volontari, sostenere incontri pubblici, fornire spunti e indicazioni. Fu una bellissima esperienza, per la gente incontrata e anche per i luoghi. 

Che clima trovava fra i cattolici?
C’era la consapevolezza che quella legge fosse davvero un pericolo per la famiglia e la società italiana e che ce l’avremmo fatta a rimediare, abrogandola. 

Perché pensavate di vincere…
Sì, almeno all’inizio, c’era la convinzione che l’Italia non avrebbe accettato il divorzio e di mettere in crisi il modello familiare che, contrariamente a quanto si voleva rappresentare, teneva ancora… 

Ma venivamo dal ’68, in cui si era contestata fortemente la famiglia patriarcale, autoritaria e vessatoria della donna e dei figli…
Una mentalità ideologica che pesò e dette il suo contributo, anche con la cosiddetta Rivoluzione sessuale ad attaccare il ruolo del padre, il pater familias ma la famiglia non era in crisi nei primi anni ’70. Certo, con i suoi difetti: era eccessivamente patriarcale e maschilista al Sud, ma nel complesso teneva. Anche in Toscana, dove magari, per impostazione culturale ci si separava di più, c’era una certa base popolare comunista che comunque guardava al matrimonio e alla sua indissolubità con fiducia. Ricordiamoci che per anni, la storia fra Togliatti e la Jotti dovette essere taciuta perché i compagni della base non avrebbero approvato. 

Quali argomenti utilizzò il Comitato negli incontri pubblici?
Mostravamo, dati alla mano, che laddove si era introdotto il divorzio, c’era stata una moltiplicazione delle divisioni, rispetto alle separazioni precedenti. E soprattutto cercavamo di rendere consapevole la gente del fatto che il divorzio avrebbe distrutto la famiglia. E putroppo così è stato. 

Proprio in questi termini?
Il colpo di grazia. Oggi se ci si sposa meno e o lo si fa in ritardo è perché si è indotta nei giovani una paura del matrimonio, una sfiducia nell’unione fra l’uomo e la donna basata sulla lealtà reciproca. I risultati sono sotto gli occhi di tutti. Si introdusse un vulnus e oggi ne paghiamo le conseguenze. L’avevano capito, a suo tempo, persino i Romani… 

Vale a dire?
Era un argomento, che utilizzavo spesso nelle conferenze: nella Roma del 200 avanti Cristo, ai tempi di Catone, si introdusse il divorzio, non senza polemiche pubbliche anche rilevanti perché veniva meno la lealtà e il concetto di parola data, ma nessuno osava divorziare. Si capiva che si metteva in crisi la società e si resisteva. 

Com’erano i dibattiti, allora?
Dialetticamente vincevamo noi, sul confronto delle idee e delle tesi, in genere soccombevano ma avevano la quasi totalità dei giornali dalla loro, in modo smaccato. A noi rimanevano i giornali diocesani e poco altro: lo stesso Avvenire, all’inizio, pencolò non poco, dando voce anche ai cattolici dissenzienti: ci volle un richiamo dei vescovi… 

Del resto, Raniero La Valle, che di quel giornale era stato direttore, si schierò per il No. E non fu il solo.
Fu una cosa davvero penosa. Oggi, molti di loro non ci sono più e mi spiace persino ricordarlo ma col padre Turoldo ebbe discussioni pubbliche molto accese. Per non dire della Acli, schierate per il no e dell’Azione cattolica, molto defilata, se si eccettua a Milano un gruppo di fucini che si erano formati con gli insegnamenti di padre Olgiati in Cattolica. In compenso fecero un lavoro splendido i giovani di Comunione e liberazione che, al contrario di quanto si è scritto, non lo fecero solo per obbedienza ai vescovi, quasi obtorto collo, ma per adesione convinta. Se la Chiesa avesse insistito, probabilmente quei tre milioni di voti per il divorzio, decisivi per il risultato, non ci sarebbero stati. E invece il Papa, nei giorni del referendum era all’Estero, in visita apostolica. 

In compenso si schierò la Dc…
Fu un merito di Amintore Fanfani, il segretario di allora: pagandone un prezzo politico altissimo. Con la sconfitta, dovette lasciare la guida del partito. Ma ci provò, realizzando che i Comitati, da soli, non ce l’avrebbero fatta. Sembra che avesse detto: «Ma quando cominciano a muoversi?». Non sapeva che lo stavamo facendo da mesi, solo che nessuno se n’era accorto. 

Perché a quel voto fu annesso anche un significato politico: ci fu una storica copertina dell’Espresso post referendum che titolava: Cento posti da occupare subito… 
Sì la vittoria divorzista si caricò di significati politici enormi… 

Dov’era quel giorno del 1974, in cui arrivò la notizia della sconfitta?
A Milano, nella sede del Comitato. C’eravamo preparati: negli ultimi giorni, avevamo chiaro che non ce l’avremmo fatta, lo schieramento divorzista era troppo ampio. 

In Brianza, come andò? Non ci si aspettavo tutti quei «No».
Nelle zone interne, lontano da Milano, prevalemmo. Altrove, i «no» furono maggiori, ma di misura. 

Quanto amara fu quella sconfitta?
Di sconfitte me ne intendevo: la Russia, la guerra di Liberazione, che facemmo combattendo da Sud a Nord, finendo poi in all’Alto Adige, senza nessun riconoscimento, come se avessero fatto tutto solo il partigiani. Ci fu lo sconforto per ciò che quella legge avrebbe inevitabilmente prodotto nella società italiana. Ora toccherà all’aborto, dissi. E fui facile profeta.

Referendum a Nomana
Anche nel Cavallo rosso, il capolavoro di Eugenio Corti, si parla del referendum abrogativo del 1974. Anzi, il grande romanzo inizia con l’entrata in guerra dell’Italia, accolta con dignitosa mestizia dagli abitanti di Nomana, la cittadina brianzola di fantasia da cui Corti fa partire la sua grande saga, e termina proprio alla vigilia del voto sul divorzio, con il protagonista Michele che partecipa alla mobilitazione referendaria. Una delle drammatiche scene finali del libro vede Alma, la moglie del protagonista, morire in un incidente stradale alla fine di una faticosa serata di propaganda del marito, in giro per i paesi lombardi. 

«Questa lotta contro il matrimonio civile», si scrive a pagina 1260, riferendosi proprio ai pensieri di Michele, «la cui indissolubilità era stata introdotta in Italia dal cristianesimo un millennio e mezzo prima, gli appariva l’ultima possibilità obiettiva per bloccare la scristianizzazione delle delle leggi e del costume. Per questo egli – sospesa da quattro mesi ogni attività – vi dedicava gratis e con tutta la forza di cui era capace l’intero suo tempo. Guai se questa lotta fosse andata perduta! Subito dopo sarebbe stata introdotta con certezza anche la libertà d’aborto, cioè di strage degli innocenti ancora non nati…» 

(Il giornale della memoria no. 13, ottobre/novembre 2010)