Vanda Corti: «La mia vita con Eugenio? Un’epopea»

Eugenio Corti

Un uomo cammina nel giardino. Sfiora le piante. Le ha innestate lui, si sincera della loro crescita. Ammira gli uccelli. Quell’uomo si chiama Eugenio Corti. «In tanti mi dicono, chissà che bella vita con uno scrittore… Mica tanto, rispondo io», e sorride, Vanda, radiosa novantenne. Adesso Vanda è sola, nella grande casa di famiglia di Eugenio Corti, a Besana in Brianza. «Era il 1947, eravamo all’Università Cattolica di Milano, io facevo il secondo anno e lui aveva 26 anni, quando ci siamo conosciuti. Eugenio era un uomo triste. Aveva passato la guerra e aveva forti dissidi con il padre, che non capiva il suo bisogno di scrivere. Gli sembrava tempo perso». Anche Vanda, umbra, figlia di un uomo «che aveva combattuto la guerra dalla parte sbagliata», non attraversava un momento facile. «Mi ero chiusa completamente. Non volevo avere a che fare con nessuno. E Eugenio si era messo in testa di trovare la donna giusta». Dai diari di Corti traluce una ricerca appassionata, quasi ossessiva di una Beatrice. «Ne aveva provate tante, di donne». Infine il matrimonio. Ad Assisi, nel maggio del 1951, celebrato da don Carlo Gnocchi.

Vanda Corti – che oggi sarà ospite al meeting di Rimini per raccontare la sua storia e quella di Eugenio – è stata al fianco di quello che è riconosciuto il più grande scrittore italiano cattolico del ‘900. Tra i grandi in assoluto. «Ma Eugenio non accettava nessuna intromissione, nessun consiglio. Di mattina passeggiava in giardino, poi lavorava per 2 o 3 ore al Cavallo rosso. Scriveva con una matita, così poteva cancellare le parole che non gli piacevano. Un giorno fui vinta dalla tentazione di leggere qualcosa. Beh, non erano proprio delle belle pagine, erano per lo più appunti…». Non è stato facile credere nel successo letterario, nel riscatto. Dal 1963, intanto, per fortuna, Vanda prende a insegnare in una scuola media statale. Trent’anni fa diventerà preside in un istituto privato. Corti sprofonda nel suo romanzo. Che occuperà il cuore della sua vita. Con qualche parentesi. Il lavoro per l’abrogazione della legge sul divorzio, nel 1974. Poi, quattro anni dopo, l’esperienza come direttore de L’Ordine di Como, per una manciata di mesi, dopo la morte dell’allora responsabile, Luigi Brusadelli. La realtà, improvvisamente, si fa romanzo. «In quel periodo ospitammo a casa nostra diversi dissidenti russi. Mi ricordo bene di Juri Mal’cev, che abitò per lungo tempo da noi, prima di diventare docente di Letteratura russa in Cattolica. Durante un interrogatorio i sovietici gli avevano distrutto tutti i denti. Ricordo ancora la sua dentiera di alluminio, era impressionante». Il Cavallo rosso viene pubblicato nel 1983, per le edizioni Ares; ma i momenti più difficili accadono di lì a poco. «Eugenio era sempre impegnato in conferenze, per presentare il romanzo. Per parlare con lui dovevo prendere l’appuntamento… E lui era un po’ deluso. Era consapevole di aver scritto un libro importante, ma non riusciva ad ottenere quella gratificazione in cui sperava».

Il disagio si sente nella vita di coppia, priva di figli. «Fu un periodo di grande nervosismo. Vede, io non lo annoiavo con le mie malinconie. Ma un giorno, nel 1993, scrissi una poesia in cui riversavo i miei sentimenti e gliela feci trovare su un tavolo. Lui mi rispose con una lettera magnifica, in cui mi descriveva tutto il significato della nostra vita. Allora, ci siamo uniti con più forza».

Il consuntivo di una vita passata al fianco di un papabile Nobel (nel 2010 fu avanzata la candidatura al riconoscimento planetario) è positivo. «Abbiamo avuto una vita intensa. Eugenio era complicato, ma era di una generosità unica. Era un uomo curioso, di tutto e tutto entrava nella sua scrittura. Mi ha fatto vedere la profondità delle cose». Di questo abisso, ora, resta una testimonianza aurea. Il manoscritto del Cavallo rosso: 6500 fogli compilati e corretti con minuzia. «Forse lo metto all’asta per farci un po’ di soldi», scherza Vanda. «Penso di consegnarlo alla Biblioteca Ambrosiana. Per il momento, lo serbo come una cosa preziosa». Quasi un anello nuziale.

(Davide Brullo, 23/08/2016, Il Giornale)

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Eugenio Corti al meeting di Rimini

La copertina di Io ritorneròIl 23 agosto, presso lo Spazio incontri della Libreria del Meeting, appuntamento con Vanda Di Marsciano Corti, moglie di Eugenio, e il curatore del libro “Io ritornerò. Lettere dalla Russia 1942-1943”.

Martedì 23 agosto alle 17 presso lo Spazio incontri della Libreria del Meeting di Rimini (padiglione A3), Vanda Di Marsciano Corti, moglie di Eugenio Corti, e il curatore del libro Io ritornerò. Lettere dalla Russia 1942-1943 (Edizioni Ares), racconteranno la ricerca letteraria di Eugenio Corti a partire dalla sua corrispondenza dal fronte russo.

Nel giugno del 1942 Eugenio Corti partì volontario per il fronte russo. Per vedere in presa diretta i lineamenti dell’“esperimento comunista”, quel misterioso mondo “costruito” in aperta opposizione a Dio.

Dall’esperienza il 21enne sottotenente di artiglieria uscì segnato per sempre. Fu, infatti, tra i pochi a scampare dalla Valle della morte di Arbusov, la sacca ghiacciata in cui morirono migliaia di italiani. Raccontò la tragica avventura ne I più non ritornano, il diario, pubblicato nel 1947 da Garzanti, che presto sarebbe diventato un classico della memorialistica di guerra insieme alle opere di Bedeschi e di Rigoni Stern.

Quei 28 giorni di Odissea nella neve ispirarono anche alcuni dei più celebri passi del Cavallo rosso (su tutti la morte del capitano Grandi circondato dall’abbraccio dei suoi alpini), il capolavoro a cui Corti dedicò undici lunghissimi anni di scrittura solitaria nella sua casa di Besana Brianza.

Il ritrovamento delle lettere dal fronte russo getta nuove luci sull’esperienza del giovane scrittore, che fin dai banchi del liceo era stato conquistato dalla ricerca di verità e di bellezza di Omero.

Da queste missive, sono un centinaio indirizzate in massima parte ai genitori e corredate da splendide foto, trapela una fede profondissima.

Corti si affidò alla Provvidenza fin dalla prima lettera scritta il giorno della partenza della tradotta per il fronte. Era il 9 giugno 1942 e il treno stava per lasciare la stazione di Bologna: “Io parto sereno, allegro anche: ciò che viene dalle mani di Dio dà sempre gioia.

Vorrei che anche voi riusciste a pensarla come me. E ricordatevi: tornerò. Da quanto vi ho detto prima è chiaro che devo tornare: lo sento. Potrò magari essere ferito o esser dato disperso, ma di una cosa voglio che vi ricordiate assolutamente: che tornerò. Sento che Dio mi guida per una strada che Lui solo conosce, ma che è ancora lunga”.

La sua profonda vita interiore si sarebbe rivelata in molti altri passi del carteggio. Il 5 luglio raccontava la sua preparazione alla Messa: si era confessato in piedi nel bosco davanti al Cappellano in divisa da ufficiale. Una scena che gli ricordava l’immagine dei primi cristiani mentre compivano i loro doveri religiosi nelle catacombe o in aperta campagna.

La fede di Corti sapeva materializzarsi in una generosità molto concreta. In lui rimase indelebile l’immagine delle sofferenza dei civili polacchi, «file di bambini e donne che chiedevano il pane»: volle allora devolvere a loro il proprio stipendio militare.

Come leggiamo ne I più non ritornano, la sua fede si accese in modo particolare nel Natale del ’42, agli inizi della ritirata, quando si affidò totalmente alle mani della Madonna: “Siccome non mi fidavo più della mia forza di volontà non ho fatto un voto vero e proprio, ma mi sono impegnato con una promessa: se mi fossi salvato, avrei speso tutta la vita in funzione di quel versetto del Padre nostro che recita: “Venga il tuo Regno””.

Le lettere dalla Russia aprono spiragli sulla limpida anima di Corti, ma fanno anche conoscere gli esordi della sua vocazione di scrittore. Le immagini, i flash, i ricordi che occupano lo spazio di poche righe, anni più tardi diventeranno le ampie narrazioni del Cavallo rosso. Corti annotava ogni cosa: il lungo viaggio nella steppa, l’incontro con i primi morti, le cavalcate nella “terra dei Cosacchi”, la costruzione dei rifugi per l’inverno, il sospirato arrivo della posta sulla linea di combattimento.

All’inizio della corrispondenza Corti si definì poeta.

E lo fu davvero. Basta leggere l’attacco “contemplativo” di una lettera al papà: “Carissimo papà, ti scrivo e mi par di cantare, in questa magnifica mattina di luglio. Umida è ancora la terra di pioggia; bagnati i prati verdissimi che senza confine si stendono all’orizzonte, costellati e profumati di altri fiori gialli, madidi i cespugli del bosco in cui siamo nascosti, questo verde bosco da cui si vedono squarci di cielo meravigliosamente azzurro. Ti scrivo e mi par di cantare.

Ho pensato a te, a voi, a tutti voi ieri sera, mentre attendevo di addormentarmi. Pioveva… Perché bastano piccole cose all’anima, un suono di pioggia che ricordi un altro suono di pioggia uguale, per varcare immense distanze, davanti alle quali l’occhio resterebbe sgomento, grandi fiumi, il tempo, persino.

Anche voi mi pensate, certo, e in questo pensiero vi saluto. E attendiamo insieme il giorno in cui vi rivedrò e avrò infinite cose da raccontarvi e infinite cose da descrivervi…”.

Era solo l’inizio di un viaggio che sarebbe stato lunghissimo…

(Alessandro Rivali, 21/08/2016, Zenit)

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Scritti di Eugenio Corti – Morte del capitano Grandi

Il cavallo rossoBrano tratto da Il cavallo rosso – selezionato nel 2008 da Eugenio Corti per i lettori di questo sito.

Col trascorrere del tempo l’ambiente tornò a farsi a grandi linee: per quanto si marciasse di buon passo, sembrava a momenti d’essere fermi nell’immensità.

A un sobbalzo improvviso della slitta il capitano dal ventre squarciato aprì gli occhi. Prese lentamente coscienza della propria situazione e si guardò intorno: incontrò lo sguardo di un alpino che gli camminava a lato: <<La battaglia è finita?>> chiese.

<< Si,  è finita. >>
<< Ce l’abbiamo fatta, eh? >>
<< Sì, abbiamo aperta la strada. >>

Accorse l’unico ufficiale rimasto alla compagnia, si chinò sul ferito: <<Ce l’abbiamo fatta signor capitano. Abbiamo riaperta la strada.>>

<< Mm. Meno male. >>
<< Come vi sentite signor capitano? >>
<< Io? Ne ho per poco. >>

L’ufficiale non ribatté. <<Loro erano tre battaglioni>> disse invece: <<Adesso lo sappiamo con certezza. Il Tirano è ridotto alla metà, però>> ripeté <<ha aperta la strada alla colonna.>>

<< Se arrivi fuori, dillo a mia madre.>>
<< Signorsì, m’impegno a dirglielo. >>
<< Dille che ho fatto il mio dovere, e perciò muoio in pace con gli uomini e con Dio. >>

Dall’una e dall’altra parte della slitta i suoi alpini, fattisi avanti, guardavano con facce angustiate il capitano; anche il conducente che camminava con le redini dei due muli girate intorno alle spalle alla brava, si voltava ogni poco a guardarlo, aveva le lacrime agli occhi.

<<Cosa sono quei musi lunghi?>> esclamò a un tratto il capitano Grandi: <<Sotto piuttosto, cantate con me.>> E con la voce che si ritrovava, che sarebbe stata ridicola in un momento meno tragico, attaccò la tremenda canzone alpina del capitano che sta per morire e fa testamento:

‘Il capitano l’è ferito
l’è ferito e sta per morir’ 

Subito i circostanti gli si unirono nel canto, più d’uno fece segno a quelli che seguivano, corse la voce, tutta la compagnia serrò sotto e si mise con grandissimo dolore a cantare. Nella canzone il morente prescrive che il suo corpo sia tagliato in cinque pezzi:

‘Il primo pezzo alla montagna
che lo ricopra di rose e fior ‘

Che struggimento, che pena il ricordo delle native montagne in quell’enorme pianura senza confini…

‘secondo pezzo al re d’Italia 
che si ricordi del suo soldà’

Il terzo pezzo al reggimento.
Nella sterminata colonna di formiche che procedevano frenetiche, eppure parevano ferme nella gelida immensità, c’era quel breve tratto che cantava.
E la madre compariva nel canto, e la donna amata:

‘il quarto pezzo alla mia mamma 
che si ricordi del suo figliol,
il quinto pezzo alla mia bella
che si ricordi del suo primo amor’

Addio dunque anche a te primo amore, addio per sempre, ciò che abbiamo sognato non sarà mai… Addio montagne, patria, reggimento, addio mamma e primo amore, cantavano gli alpini. Cantavano e piangevano gli alpini valorosi, e c’era nel loro canto paziente tutto lo struggimento della nostra umana impotenza; cantarono anche quando il capitano ormai non cantava più e li accompagnava solo con gli occhi; cessarono di cantare solo quando si resero conto che il capitano Grandi era morto.

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Il mio amico Eugenio

Eugenio Corti

Eugenio Corti

François Livi è uno che di Letteratura se ne intende. Italianista tra i più autorevoli d’Europa, docente emerito di Lingua e Letteratura italiana alla Sorbona di Parigi, nel 1984 è stato il primo in Francia a scoprire l’opera di Eugenio Corti. E nel gennaio 2016, a soli due anni dalla scomparsa dello scrittore, è stato il primo al mondo a organizzare – per di più nella prestigiosa Università parigina – un convegno internazionale su di lui. Il 7 giugno è stato l’ospite d’onore alla sessione italiana del convegno, promossa dall’Università Cattolica di Milano. Già nel 1984, con felice intuito, il professor Livi aveva previsto che Il Cavallo rosso sarebbe rimasto una «stella fissa» nel firmamento della letteratura.

Su quali basi si fondava quel giudizio?
Non sono profeta né figlio di profeta, ma come non cogliere l’eccezionale caratura di questo romanzo, frutto di un lavoro più che decennale, e lo spessore romanzesco dell’opera? L’ambizione dell’autore è sorretta da un’ineccepibile documentazione e preparazione storiografica. Nulla a che vedere con romanzi “usa e getta”, sfornati in gran fretta secondo norme stabilite o mode effimere, destinati a diventare obsoleti ancor prima di essere sfogliati. In altri termini: un vero romanzo storico, in un paese, l’Italia, che non vanta certo una tradizione fiorente in questo campo; i personaggi sono tutti vivi e convincenti, sia quelli realmente esistiti sia quelli creati dall’autore.

Da quali caratteristiche nasce il grande successo di pubblico del romanzo? Quest’opera entrerà nel canone della letteratura?
Si tratta di un romanzo che abbraccia quarant’anni di vita italiana e che abbina magistralmente storia locale – l’epicentro del romanzo è una cittadina della Brianza – e apertura universale. E poi la riflessione critica sui due totalitarismi che hanno drammaticamente sfigurato il volto dell’Europa nello scorso secolo, il comunismo e il nazismo, condotta senza concessioni o patteggiamenti ideologici. Il senso della storia in un narratore cristiano come Corti differisce dallo storicismo delle ideologie novecentesche, perché il narratore cristiano rispetta come vera cronaca la contingenza degli eventi dei quali riferisce, e allo stesso tempo ne ricerca il significato di vera storia alla luce della propria fede in Dio che governa le vicende degli uomini. Se non dovesse essere accettato nel canone italiano, Il cavallo rosso farà parte del canone dell’intero Occidente. Già fa parte, assieme a Solzenicyn, di una costellazione che è stata definita di «dissidenti dell’interno». Eugenio Corti è un profeta.

Facciamo un passo indietro: come ha conosciuto l’opera di Corti?
Devo questa scoperta al mio vecchio amico Cesare Cavalleri, direttore delle edizioni Ares ed editore di Corti. È stato lui a inviarmi Il cavallo rosso nel 1983, poco dopo la pubblicazione del romanzo. In seguito ho voluto leggere le altre opere dello scrittore e ho cominciato con I più non ritornano, diario della ritirata di Russia uscito nel 1947.

Qual è stato il suo giudizio immediato da lettore?
Prima del giudizio, c’è stata un’impressione di sgomento di fronte alla mole del Cavallo rosso. Dove trovare il tempo di leggerlo con calma, mentre potevo già dedicare poco tempo ai libri che dovevo leggere per obbligo professionale? Il Cavallo rosso ha rischiato di finire nella catasta di libri “da leggere”. Da leggere non si sa quando, probabilmente nella vita eterna… Per fortuna la curiosità e l’autorevole avallo di Cesare Cavalleri mi hanno fatto aprire il libro, che mi ha conquistato fin dalle prime pagine. E ho continuato a leggerlo, giorno per giorno, fino all’ultima pagina. Ho avuto la certezza di trovarmi di fronte a un’opera dal respiro originale e inusitato, non soltanto per la vastità degli argomenti affrontati – la guerra sul fronte russo e sugli altri fronti della Seconda Guerra mondiale, i grandi totalitarismi del Novecento, l’evoluzione della società italiana dal Dopoguerra agli anni Settanta –, ma innanzitutto per la prospettiva del narratore e per l’arte del romanziere. Per l’umanesimo cristiano che penetra ogni pagina.

La maggior parte dei lettori testimonia che l’opera di Corti entra realmente nella vita: le è possibile, di fronte a un autore simile, separare l’approccio dell’esperto di letteratura da quello del lettore comune?
Faccio parte anche io della maggior parte dei lettori. Il più forte tasso di coinvolgimento personale l’ho provato alla lettura del Cavallo rosso, I più non ritornano e Gli ultimi soldati del re (1994). In quest’ultima opera, un romanzo autobiografico, l’autore racconta le sue vicende dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943: Corti ha attraversato il fronte per raggiungere nel Sud i pochi reparti regolari dell’esercito che si stavano riorganizzando, e per combattere assieme agli Alleati per la liberazione dell’Italia. È un coinvolgimento che, in molti casi, ha determinato cambiamenti e decisioni di ordine esistenziale. Non so distinguere tra approccio professionale e approccio del lettore comune, che non ha preoccupazioni formali o metodologiche. Per me ogni libro è una scoperta. Se è deludente, cosa che avviene non di rado, interrompo la lettura. Se esistono affinità elettive – è il caso dei libri di Corti – provo anche il desiderio di studiare più a fondo il testo, avvalendomi degli “strumenti professionali”, che non cancellano affatto il coinvolgimento: casomai gli danno basi più solide.

Perché la scrittura di Corti continua ad attrarre tante persone e, soprattutto, continua ad affascinare i giovani?
Per la coerenza dello sguardo sugli uomini e sulla società, per la ricerca della verità sull’uomo, per il profondo e salutare anticonformismo nei confronti del politically correct, di ideologie prefabbricate, del prêt-à-penser. Per l’indipendenza rispetto agli imperativi di mercato.

Che cosa, nelle opere di Corti, convince il pubblico francese?
Innanzitutto, nel Cavallo rosso, l’affresco di una società italiana in gran parte ignorata in Francia, così come lo era la partecipazione dell’Italia fascista alla campagna di Russia di Hitler e dell’Italia monarchica alla liberazione della penisola. Nei racconti per immagini – La terra dell’Indio (1998), L’isola del Paradiso (2000), Catone l’antico (2005) – la novità della tecnica narrativa e la riflessione sulle grandi figure della storia antica o sulle pieghe riposte di eventi emblematici della storia moderna. E poi le qualità, percettibili anche in traduzione, del narratore di vaglia. Penso all’analisi finissima che Jacques Robichez, già ordinario di Letteratura francese moderna e contemporanea, aveva fatto dell’esordio del Cavallo rosso. Ma soprattutto, attrae la coerenza e la naturalezza con cui le opere di Eugenio Corti si radicano, senza essere confessionali, in una concezione cristiana dell’uomo.

François LiviSpesso su Corti si ripete il ritornello della disattenzione della critica ufficiale per motivi ideologici: è davvero accaduto questo? Le opere destinate a restare ottengono da subito l’approvazione della critica?
Come sa meglio di me, non c’è necessariamente corrispondenza tra attenzione della critica ufficiale e valore di un’opera. Il favore della critica ufficiale può determinare, per un periodo più o meno lungo, il successo di un’opera, ma ovviamente non può crearne il valore. E il silenzio, o il rifiuto, non è come un decreto di condanna. Pensiamo, tra i tanti esempi che si potrebbero addurre, al manoscritto del primo volume di À la recherche du temps perdu, rifiutato da vari editori. Che nei confronti di Corti ci sia stata una disattenzione per motivi ideologici mi sembra probabile – del resto è un isolato, non ha mai fatto parte di movimenti o conventicole letterarie – ma a parer mio il giudizio del pubblico conta, alla lunga, più di quello dei faiseurs d’opinion.

Quali elementi narrativi spiccano per il loro valore nel romanzo maggiore di Eugenio Corti?
Se penso al Cavallo rosso, sottolineerei la mutevolezza dei punti di vista narrativi, sapientemente orchestrati dalla voce narrante, cioè dall’autore, l’estrema efficacia delle descrizioni della natura, e non solo delle battaglie, la credibilità dei personaggi, la sapiente architettura del romanzo, scandito da tre parti che mutuano il loro titolo dall’Apocalisse di Giovanni. È quanto ho cercato di indicare nella postfazione che accompagna l’edizione francese del romanzo. I giudizi di valore cambiano ovviamente secondo i lettori. Vladimir Dimitrijevic, l’editore francese di Corti e suo grande amico, preferiva, contro il parere di tanti altri, la terza parte.

Una volta ha giustamente affermato che nella produzione di un autore non ci sono soltanto le vette eccelse, ma anche il resto: per lei che cosa è rilevante nel resto dell’opera di Corti?
Riprendevo in realtà un’osservazione di Vladimir Dimitrijevic: dei grandi autori si devono conoscere tutte le opere, affermava, e non soltanto i capolavori. Tutte – siano esse pianure, colline o montagne – contribuiscono a creare il paesaggio specifico dell’autore. Per questo aveva predisposto la traduzione francese di tutte le opere di Corti. Personalmente ammiro in modo particolare le descrizioni della natura: la steppa coperta di neve in I più non ritornano, le montagne dell’Appennino e i tratturi, ovvero i sentieri percorsi dai pastori con le loro greggi, ne Gli ultimi soldati del re, come anche le straordinarie descrizioni delle battaglie in Catone l’antico.

Anche lei ha compiuto il percorso di molti lettori di Corti: dall’incontro con i suoi libri a quello con lui. Quando lo ha conosciuto? Di che cosa avete parlato? Che cosa l’ha colpita della sua persona?
Ho incontrato per la prima volta Eugenio a Parigi, quando è venuto, accompagnato dalla moglie, per una presentazione di Le cheval rouge, la cui prima edizione era uscita nel 1996. Gli incontri si svolgevano spesso nei locali che la casa editrice, L’Âge d’Homme, aveva allora in rue Férou, a qualche metro da Saint-Sulpice, nel cuore di Parigi. Sono stato fin dalla prima volta colpito dalla signorilità di Eugenio. Una personalità aliena da ogni tipo di compromissione, cordiale ma senza eccessi, che poteva incutere soggezione. Aveva un’alta concezione del suo dovere e della sua responsabilità di scrittore. Era consapevole che la sua missione consisteva nel lottare come diceva, «per il regno», cioè per il Signore, indipendentemente dai risultati. Abbiamo ovviamente parlato di questo “combattimento” e non soltanto dei suoi libri, dei progetti in corso.

Ricorda altri incontri, dopo quella iniziale conoscenza?
Ho incontrato numerose volte Eugenio Corti nel corso degli anni seguenti, sempre a Parigi salvo l’ultimo incontro, svoltosi a casa sua, a Besana, nel marzo del 2010. Le occasioni erano quasi sempre la pubblicazione di suoi libri in francese, ad esempio La plupart ne reviendront pas, che io avevo tradotto e prefato, oppure Caton l’ancien, eccellentemente tradotto da Gérad Genot, oppure il tuo libro di conversazioni, Parole d’un romancier chrétien. Varie volte ho partecipato assieme a Eugenio e a Vladimir Dimitrijevic a trasmissioni radiofoniche, animate da Lydwine Helly, grande conoscitrice ed estimatrice dell’opera di Eugenio Corti. In questo caso fungevo spesso da traduttore: Eugenio conosceva bene il francese, ma gli ascoltatori preferivano che si esprimesse nella sua lingua materna. Ma ricordo soprattutto l’emozione e il fervore, veramente inabituali, con i quali tante persone – qualche volta famiglie intere – andavano a farsi dedicare copie delle sue opere e conversavano con lui.

La vostra amicizia è stata ben più profonda del rapporto tra un professionista della critica letteraria e uno scrittore: che cosa le resta del rapporto con lui?
Il ricordo, o meglio la presenza di un grande amico, di un grande scrittore con il quale ho condiviso molti progetti, non solo letterari. E la certezza di proseguire un giorno le nostre conversazioni nell’aldilà. La nostra fraterna amicizia non può venir mai meno.

(a cura di Paola Scaglione, 23/06/2016, Tempi)

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Scritti di Eugenio Corti – Il vecchio prete

Gli ultimi soldati del re

Gli ultimi soldati del re

Brano tratto da Gli ultimi soldati del re – selezionato nel 2008 da Eugenio Corti per i lettori di questo sito.

Nel locale le succedeva talvolta, appoggiandosi a un lungo bastone, un vecchissimo prete tutto pillacchere e sdruciture, al quale, con discrezione, i miei due amici facevano prontamente portare una gavetta di rancio. Ch’egli mangiava con straordinaria voracità conversando in pari tempo, per quanto poteva, con noi.

In pensione da molti anni, il vecchio viveva di fame con un’annosa nipote presso una chiesuola sconsacrata in mezzo alla campagna. <<Io sono canonico del duomo di Cerreto>> mi avvertiva ogni volta, quasi ciò rimettesse ogni cosa a posto. Parlava sempre a voce molto alta, perché sordo. Scopo delle sue visite erano quel po’ di rancio, e un cappotto militare ancora in buono stato, che Moroni gli aveva promesso non appena si fosse reso disponibile.

Del cappotto il vecchio parlava scopertamente, con straordinaria compiacenza; se lo sognava addirittura ad alta voce: <<Lo tingerò di nero>> diceva, <<e mi andrà bene, proprio bene.>> In quei momenti i suoi gesti e la voce si facevano simili a quelli con cui gli altri napoletani parlano di una donna.

A parte quei momenti usava, trattando con noi (ufficiali: dunque — secondo lui — persone colte) un tono di colleganza compiaciuta, per quel po’ di latino che gli era rimasto nella memoria. Ad aumentare i punti di contatto ci descrisse anche, e non una volta sola, una lite che aveva sostenuto con i tedeschi. Nella loro tranquilla ferocia quelli avevano accatastato dentro la chiesuola sconsacrata e contro le mura esterne della sua abitazione, lontano dai paesi, un grosso deposito di mine. Ciò egli aveva per necessità tollerato; ma quando un sergente e due soldati avevano preteso d’entrargli in casa per ispezionarla, non l’aveva consentito. Da una finestra sovrastante l’entrata, li aveva sgridati con parole veementi, che ora ci ripeteva, riempiendo di grida napoletane il locale, finché — non si capiva se apposta o incidentalmente — aveva fatto cadere sulla testa del suo principale interlocutore un vaso di gerani. Il tedesco n’era rimasto intontito (<<stunato>>), tanto che i suoi due camerati avevano dovuto sorreggerlo, mentre il vecchio agitando alto il bastone — come faceva ora nel rievocare — <<Sargè … Sargè…>> gli aveva gridato <<lasciami in pace, o ti farò provare anche questo. Vattènne  sargè…>>  <<E u sargente>> concludeva il vecchio <<senza dicere ’na parola se n’è juto.>> Alla fine anche egli, zoppicando e tutto miseria se ne andava, scuotendo la testa con qualche brontolio residuo.

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