Il cavallo rosso, dodici tappe dal romanzo al percorso

19 maggio 2012
Il cavallo rosso

Il cavallo rosso

Dodici tappe alla scoperta dei luoghi del romanzo storico Cavallo rosso: è già stato collaudato con successo dalle scuole l’itinerario proposto per diffondere la conoscenza dell’opera di Eugenio Corti. Gli studenti di alcuni istituti medi e superiori, dopo aver commentato in classe brani del romanzo, hanno imboccato il percorso che accompagna i lettori nelle località descritte dal libro e che viene proposto dalla Provincia della Brianza e realizzato in collaborazione con quella di Lecco, la Regione, i comuni di Besana, Renate, Giussano, Nova Milanese, il consorzio di Villa Greppi, l’associazione Brianze e l’associazione Eugenio Corti.

Nelle intenzioni degli ideatori il tragitto, che può essere affrontato liberamente, seguendo un ordine dettato dai gusti personali, parte da Villa Greppi di Monticello, dove è allestita una mostra permanente sulla ritirata di Russia e dove è a disposizione il materiale sull’attività dello scrittore. Prosegue poi nei campi delle Besanelle e, a Besana, fa tappa nei pressi della Madonnina del Rosario, passa per Villa Corti, la chiesa parrocchiale, la stazione, la vetreria, Villa Filippini, la casa dove abitò don Gnocchi, si dirige a cascina Odosa di Renate, alla fabbrica sul Lambro di Giussano e si conclude a Villa Brivio di Nova.

Ogni luogo è identificato da un pannello che riporta i passaggi del Cavallo rosso che lo descrivono e indica come raggiungere le altre destinazioni. Il tracciato si interseca con altri quattro dedicati alla tradizione cristiana della Brianza, alle ville di delizia, al paesaggio e agli antichi mestieri.

«L’itinerario – spiega Marco Benedetti, assessore alla Cultura della Provincia di Lecco – immerge i visitatori nella cultura del lavoro che ha costituito la fortuna della Brianza».

«Rende omaggio – aggiunge il suo collega di via Grossi Enrico Elli – a uno scrittore che, per ragioni politiche, è più noto all’estero che in Italia». Il progetto dedicato a Corti, che si è articolato in diverse iniziative, sarà concluso da un doppio evento in programma venerdì 1° giugno: alle 14,30 a Villa Greppi è previsto il momento più istituzionale con, tra l’altro, la visita alla mostra fotografica e la lettura di brani tratti dal Cavallo rosso mentre alle 17, nel parco di villa Filippini di Besana, si farà festa con il corpo musicale Santa Cecilia e l’inaugurazione della statua equestre realizzata da Pietro Villa.

«Lì – annuncia Elli misterioso – ci sarà una sorpresa per Corti. È inutile che chiedete di cosa si tratta: sono l’unico a saperlo». Gli estimatori dello scrittore, intanto, non hanno perso la speranza di vederlo ricevere il Nobel per la letteratura: le ottomila firme raccolte lo scorso anno a sostegno della sua candidatura sono a lì a dimostrarlo come gli striscioni che campeggiano sul municipio di Besana.

Per informazioni sul percorso è possibile collegarsi al sito www.labrianzadelcavallorosso.it.

(Monica Bonalumi, 19/05/12, Il Cittadino MB, http://www.ilcittadinomb.it/ )

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La Brianza del Cavallo Rosso

2 maggio 2012
Il logo dell'iniziativa

Il logo dell'iniziativa

Il progetto La Brianza del cavallo rosso è stato promosso dalla Provincia di Monza e della Brianza e realizzato con il contributo di Regione Lombardia, in collaborazione con Provincia di Lecco, i Comuni di Besana Brianza, Renate, Giussano e Nova Milanese, il Consorzio Brianteo di Villa Greppi, l’Associazione culturale Brianze e ACIEC (Associazione Culturale Internazionale Eugenio Corti). Il progetto intende proporre un percorso culturale alla scoperta dei luoghi e dell’identità briantei attraverso la vita e le parole dello scrittore contemporaneo Eugenio Corti e, in particolare, della sua opera Il Cavallo Rosso, romanzo pubblicato nel 1983 e ad oggi tradotto in 8 lingue.

Cuore del progetto è il Percorso del Cavallo Rosso, un itinerario composto da 12 tappe che guida il visitatore nei luoghi citati dal romanzo per scoprire il territorio della Brianza secondo le caratteristiche che da secoli lo contraddistinguono come la fede cristiana, il “saper fare”, le aree verdi e la cultura contadina, le ville di delizia.

Il visitatore può preparare la propria uscita anche da casa, utilizzando il sito http://www.labrianzadelcavallorosso.it, da cui è possibile scaricare e stampare i materiali contenuti nei Quaderni del cavallo Rosso (strumenti informativi pensati per diversi target di utenti che permettono di conoscere e approfondire le tematiche proposte), sfogliare gallerie fotografiche e vedere video inediti sull’autore.

Scarica la locandina: http://www.provincia.lecco.it/wp-content/uploads/2012/03/LOCANDINA1.pdf

Scarica la guida del percorso: http://www.provincia.lecco.it/wp-content/uploads/2012/03/LA_GUIDA_DEL_PERCORSO1.pdf

Vedi i percorsi sul territorio: http://www.provincia.lecco.it/wp-content/uploads/2012/03/PIEGHEVOLE1.pdf

(tratto dal sito della Provincia di Lecco, http://www.provincia.lecco.it/ )

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«In Russia capii che dovevo fare lo scrittore»

6 marzo 2012
Eugenio Corti

Eugenio Corti

«Dopo anni di scemenze dei fascisti, nel dopo-guerra ci hanno proposto come modello il Partigiano, invece dell’Alpino. E’ stato un peccato. Intendiamoci, in sé non era un modello negativo, ma era un ribelle. Ma una volta ristabilita la democrazia, a cosa bisognava ribellarsi? Non a caso, di lì in avanti, ci si ribellò a scuola, famiglia, genitori… Un insieme di pensiero e di condotta non positivo. Invece, l’Alpino…».

Eugenio Corti l’Alpino, gli Alpini, li conosce. Li ha visti in Russia, durante la ritirata che ha raccontato ne I più non ritornano (1947), e ne Il cavallo rosso (1983), best-seller mondiale mai davvero considerato dalla cultura che parla di sé con la c maiuscola. Li ha sentiti nei racconti e dall’esperienza di Don Carlo Gnocchi («Mi ha sposato, è uno dei due santi che ho incontrato: l’altro è stato don Giussani. In realtà erano tre, contando mia madre»),il sacerdote che ha accompagnato gli Alpini in Russia chiudendo gli occhi dei morti e segnando su un taccuino i nomi dei figli, delle mogli, da andare a consolare una volta tornato in patria.

A 85 anni, lo scrittore – premio per la cultura cattolica 2000 – non perde un colpo. Nella sua casa in Brianza legge, prega, scrive (uscirà per Ares un libro di racconti sul Medioevo perché «è ora di smetterla di dipingerlo come un’età buia»).

Dice a Libero che “Don Carlo Gnocchi parlava solo di due cose: Dio e gli Alpini”. E l’esperienza della Russia, che ha segnato l’origine dell’opera educativa del sacerdote brianzolo (l’ha raccontato Stefano Zurlo ne “L’ardimento”, Bur 2006), è stata una tappa decisiva anche nella vita di Corti. “Chiesi io di andare in Russia. Volevo fare lo scrittore, e mai avrei potuto fare degnamente questo mestiere senza conoscere la realtà, senza vedere per esempio cosa succedeva in Russia. Perché i fascisti “se ne fregavano” per davvero: attaccavano i comunisti, ma non avevano idea di cosa fosse il mostro sovietico. Studiai, riuscii a farmi inserire in graduatoria e partii con il Csir. Era il ’42″.

I militari italiani avanzano, poi le munizioni e i rifornimenti finiscono. Inizia la ritirata. D’inverno, Tcherkovo: uno dei momenti più tragici della storia dell’esercito italiano. Il XXXV corpo d’armata del sottotenente Corti finisce intrappolato in una micidiale sacca approntata dall’esercito russo.

“La benzina era finita, si portava tutto a spalle, era impossibile trasportare i feriti gravi. Fu la marcia dell’orrore, con temperature tra 10 e 45 gradi sotto zero, ridotti alla fame e senza mai un tetto. L’uomo in quelle condizioni diventa capace di ogni cosa. Parlare di bestialità è un’offesa alle bestie. Non a caso, dopo il ritorno, molti non sono letteralmente riusciti a parlare. Non nei libri o sui giornali: non era possibile parlarne a casa, con le madri, le mogli, i parenti. Non c’erano parole per rendere ciò che era successo”.

Eugenio Corti l’ha fatto. Ha scritto tutto, o quasi. Ha parlato dell’orrore, dei morti, dei feriti abbandonati, dei prigionieri. Del cannibalismo (“Per farlo ho aspettato solo che morissero le madri degli italiani prigionieri e dispersi, per pietà nei loro confronti”), dei villaggi “dove chi era vivo lo era perché si era cibato dei morti”, del male del comunismo. Eppure, dice, “non mi sono mai pentito di aver chiesto di andare in Russia. Senza quell’esperienza non avrei potuto essere uno scrittore. Nel gennaio ’43, nella Valle della morte, eravamo sotto il tiro dei cecchini sovietici. A un certo punto ho sentito come uno scappellotto sulla nuca. Mi sono gettato in una buca per capire cosa fosse successo. Un proiettile mi aveva passato da parte a parte un lembo del passamontagna, dietro la testa. Mi sono unito alle preghiere di mia madre alla Madonna, promettendo che, se fossi tornato a casa vivo, avrei dedicato la mia vita al secondo versetto del Padre Nostro: “Venga il tuo Regno”. Non c’è altro motivo se sono tornato da lì, se non rispettare questa promessa, cercando di servire la verità in quello che ho fatto”.

Corti conosce il caso di D’Onofrio, il comunista che dirigeva i lager degli alpini in Russia, caso rievocato su queste pagine. Dice che “il vero ‘bestione’ lì era Robotti, cognato di Togliatti e maestro delle purghe contro gli italiani”. Quella “censura rossa” che ha denunciato c’è stata anche sulla tragedia degli alpini e sul suo racconto.

“Bedeschi, con le sue ‘Centomila gavette di ghiaccio’, ha fornito un resoconto veritiero, opposto alle speranze dei comunisti. Mentre Rigoni Stern, ad esempio, è stato salmodiato da quella parte, ma anche aiutato da Vittorini. Aiutato materialmente, nella scrittura”.

Ma l’offesa agli Alpini, agli italiani in Russia, non fu solo letteraria.

“Ricordo i cosiddetti fuoriusciti, italiani comunisti che parteggiavano per l’Urss. Nei campi cercavano di ‘convertire’ i connazionali prigionieri, si infilavano nell’esercito in ritirata incitando alla resa. Non ebbero successo. Ma il battaglione Morbegno degli Alpini ebbe sorte peggiore. Durante la ritirata, a un bivio venne fatto deviare nella direzione sbagliata, tra le fauci dell’esercito sovietico. Non tornò nessuno. Alla testa di quel battaglione si erano inseriti un paio di fuoriusciti”.

(Martino Cervo, 15/10/2006, Libero)

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“La verità esiste, io l’ho incontrata”

7 febbraio 2012

Eugenio Corti

Eugenio Corti

A 88 anni compiuti il grande scrittore si racconta in questa intervista esclusiva al Timone: perché nazismo e comunismo hanno fallito; dove hanno sbagliato Maritain e Lazzati; qual è il compito dei cattolici oggi. La vita avventurosa di un uomo diventato scrittore per un voto fatto alla Vergine Maria

Senectus ipsa morbus est, la vecchiaia di per sé è una malattia. Lo diceva il latino Terenzio, non senza qualche ragione. Ma quando incontri Eugenio Corti ti accorgi che, almeno per lui, il proverbio non vale. Non che a Corti – 88 anni suonati – manchino gli acciacchi della vecchiaia: adesso si muove lentamente, come una tartaruga saggia e prudente, per colpa delle gambe, stanche di portarlo in giro. Però bisogna guardarlo negli occhi, che guizzano come quelli di un ragazzino curioso; ascoltarlo, mentre giudica con lucidità chirurgica la storia; osservare il suo sorriso furbo da cattolico intelligente. E allora si fa una sorprendente scoperta: a 88 anni si può restare ancora giovani. Senza nascondersi che la stagione è quella del tramonto, e che si avvicina il momento in cui tutta l’esistenza verrà presentata ai piedi del Signore, per essere giudicata. Una vita, quella di Corti, divisa tra avventure salgariane e lunghe giornate chino sul tavolo di lavoro; un’esistenza fatta di critici pronti a ignorarlo e censurarlo, e di lettori innamorati che gli scrivono e lo vengono a trovare nella vecchia casa di Besana Brianza. Eugenio Corti è “quello del Cavallo Rosso”. Eugenio Corti è Eugenio Corti, uno che ormai occupa un posto importante nell’empireo dei grandi scrittori. Anche se lui ci tiene ad apparire un uomo come tutti gli altri, ormai il suo nome è entrato nella storia. Lo incontriamo nel salotto silenzioso della sua abitazione, per provare a tracciare il bilancio di una vita che è stata, in ogni istante, combattimento.

Dottor Corti, San Paolo – presagendo il suo imminente martirio – offrì questa sintesi straordinaria: “Ho terminato la corsa, ho combattuto la buona battaglia, ho conservato la fede”. Eugenio Corti come riassume la sua vita?
«La frase di Paolo mi ha sempre fatto impressione. Io, che in confronto all’apostolo delle genti sono ben poca cosa, partirei da questa constatazione: sono uno che ha fatto l’esperienza delle due società terrene che hanno tentato di togliere di mezzo Dio, il nazionalsocialismo e il comunismo. Avevo sempre avuto un giudizio negativo di natura teorica nei confronti di queste due ideologie. E il giudizio si è rafforzato quando ho toccato con mano comunismo e nazionalsocialismo: durante la Campagna di Russia ho visto con i miei occhi, e da allora non ho più avuto dubbi».

Ecco, lei non ha dubbi. Per molti lettori Eugenio Corti è l’espressione di una persona solida, di un cattolicesimo roccioso, senza fronzoli e senza strani maldipancia teologici: come si fa ad avere una fede così nel mondo in cui viviamo?
«Francamente, mi sembra impossibile avere dei dubbi. Proprio le terribili ideologie del Novecento hanno confermato che il fatto cristiano è vero, e che la verità si trova nella Chiesa cattolica. Non penso di avere un merito particolare nel vivere con questa naturalezza la fede e il giudizio sulle ideologie partorite dall’uomo. Prego ogni giorno di non scivolare nel dubbio, e ringrazio Dio per questa chiarezza nel riconoscere come stanno le cose. Il Novecento ha espresso delle idee filosofiche veramente curiose, che tuttavia hanno avuto un certo successo: la “morte di Dio”, il “silenzio di Dio”, l’impossibilità di un discorso su Dio dopo Auschwitz. In realtà, è stato l’uomo a volersi escludere dall’amore del Creatore, è stato l’uomo a usare della sua libertà per fare a meno di Dio: i risultati sono stati i gulag, le camere a gas, una guerra spaventosa che ha fatto milioni di vittime innocenti».

Lei ha scritto che o si costruisce la città di Dio, o si edifica la città del principe di questo mondo. Un’alternativa bella e terribile, che non lascia spazio a terze vie di comodo. Una visione della storia che è diventata inusuale anche per molti cattolici. Perché?
«Perché nel secondo dopoguerra molti intellettuali cristiani hanno dedicato le loro migliori energie per cercare una sorta di abbraccio con i pensatori più lontani – o addirittura avversi – alla tradizione cattolica. Convinti che in tutte le ideologie fossero presenti pezzi di verità cristiana, ne ricavavano l’illusione che sulla base di questi frammenti sarebbe stato possibile incontrarsi a metà strada con “gli altri”. Jacques Maritain e Giuseppe Lazzati sono stati due formidabili interpreti di questo tragico errore. Due figure per molti versi stimabilissime: Maritain grande filosofo, e Lazzati grande maestro di spiritualità che io conoscevo bene e al quale ero legato da stima e amicizia ricambiate».

Dove sta l’errore di Maritain e di Lazzati?
«Maritain si definiva un minatore, cioè un cercatore delle virtù cristiane nascoste altrove, ma finiva con l’assimilare ideologie erronee. Non capiva che quando i pezzi di verità cristiana sono separati dall’ortodossia, impazziscono, cioè producono effetti spaventosi ed esattamente opposti al contenuto originario di quella verità. Mi spiego con un esempio: Rudolf Hoss, primo comandante ad Auschwitz, nei suoi diari racconta che non era facile mantenere gli altissimi ritmi previsti per lo sterminio degli ebrei. Fu possibile farlo solo grazie al grande “spirito di abnegazione” delle SS addette ai crematori, che rinunciarono alle licenze e si sobbarcarono turni pesantissimi. Ecco la follia: lo spirito di abnegazione è certamente un valore cristiano, ma al servizio di una causa sbagliata la rende solo più micidiale. I famosi “pezzi di verità cristiana” innestati in un contesto erroneo funzionano da additivi del male. Lo aumentano».

Il suo discorso è chiaro. Mi sembra collegato anche al tema del cosiddetto ecumenismo: che cosa pensa Eugenio Corti del dialogo fra le religioni?
«Guardo con molta speranza al confronto con i cristiani degli Stati Uniti. Un giorno sono venuti a trovarmi dei professori calvinisti del Nord America: avevano letto il Cavallo Rosso e, con un certo ottimismo, erano convinti di trovare in me un personaggio importante, rappresentativo del mondo cattolico, avendo, come spesso accade ai protestanti, un’idea molto coesa e compatta del cattolicesimo, piuttosto lontana dalla realtà. In ogni caso, conoscerli è stato illuminante: ho percepito tutto il loro dramma per la mancanza di un magistero, per l’assenza della voce certa e risolutiva del Papa. Questi amici calvinisti mi parevano sinceramente desiderosi di attuare una sorta di coalizione con i cattolici per riaffermare la Trinità, e altre verità proclamate dalla Chiesa cattolica, perché lamentavano il progressivo “svuotamento” della dottrina operato da molti protestanti. La stessa cosa mi è capitata nel dialogo con un pastore calvinista olandese, che era rimasto entusiasta del Cavallo Rosso. Sì, io vedo nel futuro un positivo riflusso verso Roma e verso il Papa da parte di molti cristiani».

Come vede il rapporto tra la Chiesa e gli Ebrei?
«Credo si debba lavorare per una pacificazione, e che si debba creare poco alla volta un clima favorevole alla loro conversione».

La nostra è un’epoca di grande confusione, anche sul piano dottrinale. Come si fa a conservare la vera fede in un contesto come il nostro?
«Io penso che un buon metodo consista nel guardare che cosa è successo a coloro che hanno lasciato la Chiesa: la porta è sempre aperta, nessuno è obbligato a rimanere. Ma chi se ne va, alla fine che cosa trova? È forse più felice? Vale sempre anche in questo caso l’esortazione del Vangelo: dai loro frutti li riconoscerete. Anche la grave crisi interna al mondo cattolico si può leggere utilizzando questo metodo, guardare cioè i frutti, io so soltanto che nel secondo dopo guerra, quando ne facevo parte, l’Azione Cattolica aveva 3 milioni e mezzo di iscritti, ed esprimeva persone di qualità. Dopo una certa svolta progressista, oggi la stessa associazione conta 400.000 aderenti e ha perso la capacità di incidere davvero sulla società italiana. I frutti parlano chiaro».

Secondo lei, quai è il compito principale dei cattolici di fronte alle sfide e alle inquietudini del mondo moderno?
«I cattolici dovrebbero essere i primi ad aiutare ogni uomo a smascherare l’errore. L’errore non merita pietà. Si deve avere pietà per l’errante, mai per l’errore. Ci sono dei silenzi che possono risultare molto colpevoli. Ad esempio, all’epoca del Concilio Vaticano Il infuriava nel mondo il comunismo, e ci si sarebbe aspettata da quella solenne assise una presa di posizione molto dura sul fratello gemello del nazionalsocialismo. Quella condanna purtroppo non venne. Ma alle volte penso che quel silenzio abbia avuto un qualche misterioso significato provvidenziale che noi quaggiù non riusciamo a intravedere».

Come mai il mondo cattolico non ha sempre capito Eugenio Corti?
«Ho sempre pensato che la fede che abbiamo ricevuto ci debba guidare nel giudizio della realtà che ci circonda. È quella che alcuni chiamano teologia della storia. La crisi che ha colpito una parte del cattolicesimo si è manifestata nel rifiuto di questa capacità di giudizio dei fatti che viene dal Vangelo e dal Magistero. Poco alla volta, a partire dalla fine della seconda guerra mondiale, i cattolici che avevano questa impostazione, come ad esempio il grande critico letterario Mario Apollonio, sono stati messi da parte. Anche io ho subito la stessa sorte, ma sono stato salvato dai lettori e dalla loro passione per i miei libri».

Lei non si è limitato alla letteratura, ma ha partecipato in prima persona ad alcune battaglie culturali di portata storica: penso alle elezioni del 1948. E penso al referendum del 1974 per abrogare la legge sul divorzio…
«Gabrio Lombardi, e alcuni di noi insieme a lui, aveva capito che quella sarebbe stata una svolta epocale: se il divorzio avesse vinto, sarebbe arrivato ben presto l’aborto. E così fu. Per altro, quel 40% di italiani contrari al divorzio fu una percentuale di tutto rispetto, se confrontata con i mass media, che al 90% erano accanita-mente divorzisti».

Che cosa rende difficile lo scrivere?
«Il rendersi conto che talvolta sono proprio i “tuoi”, i cattolici, a non sostenerti. Il sentirsi – uso un’espressione di Mario Apollonio – delle sentinelle abbandonate. Ti viene da pensare: “Almeno i miei, i miei fratelli cattolici, saranno d’accordo con quello che scrivo”. E scopri che non è sempre così. Poi però uno rilegge il Vangelo, e si accorge che Nostro Signore è stato rinnegato dai suoi, e che Pietro, guardandolo, in preda alla paura dice: “non lo conosco, non so chi egli sia”. Se è successo a Gesù, figuriamoci se noi dobbiamo lamentarci per qualche piccolo rinnegamento che ci colpisce».

Medioevo o Era moderna: Eugenio Corti che cosa sceglie?
«Nel Medioevo gli uomini conducevano una vita più degna, più bella. La gente era più contenta di essere al mondo, e la vita degli uomini non veniva sprecata. È tutta questione di sguardo. Lo sguardo dell’uomo medioevale era proiettato oltre la vita terrena, e così anche il mondo rifletteva questa luce particolare: si costruivano chiese stupende. L’arte era il frutto dell’impostazione aristotelica e tomistica, l’universale veniva colto e rappresentato nel particolare, il riflesso di Dio si percepiva in ogni singola cosa. Il Medioevo è l’era che pone fine alla schiavitù. Dio e la donna: queste due realtà animano nell’ordine gli ideali cavallereschi, sublimando tutto ciò che di bello e di buono si agita nel cuore dell’uomo».

Eugenio Corti è uno dei grandi apologeti cattolici del ‘900. Questa rivista fa apologetica: in che modo è possibile rendere servizio alla verità, senza perdere di vista la necessaria carità?
«Questo è un punto cruciale. Non bisogna mai dimenticarsi che di fronte abbiamo una persona, una creatura di Dio, che resta tale anche quando sbaglia o quando è un nemico ostinato della Chiesa. D’altra parte, la verità deve essere determinante nella visione delle cose, io stesso mi rendo conto che talvolta sono stato poco caritatevole. Allora ripenso ai cavalieri medioevali, che non finivano il loro avversario sconfitto, ma gli tendevano la mano per farlo rialzare da terra. C’è il combattimento – l’amore per la verità – e c’è la compassione, l’amore per la carità. Questo mi sembra un buon modello per ogni apologeta cattolico del terzo millennio».

Che cosa significa scrivere, per Eugenio Corti?
«Ai tempi del Ginnasio scoprii l’Iliade e quell’incontro fu un vero shock. Omero trasformava in bellezza tutte le cose di cui parlava. Ero in quel tempo della vita in cui si iniziano a delineare le decisioni fondamentali: io decisi di scrivere. Ecco il mio sogno: inseguire la bellezza. È un’idea a cui ho cercato di rimanere sempre fedele. Durante la famosa “ritirata di Russia”, il nostro calvario fu particolarmente tragico: la temperatura, quando andava bene, era di 10-12 gradi sotto zero, ma la norma era di 20 gradi sotto lo zero. C’era da impazzire. Provai la fame, la stanchezza, lo spossamento delle marce, le notti sulla neve o sul ghiaccio, i combattimenti continui. Dovetti assistere a scene raccapriccianti, ancora più spaventose della fame e del freddo. Toccai con mano l’abiezione raggiungibile dall’uomo. La maggior parte di noi ormai non sperava più di uscire fuori dall’inferno bianco. La sera della vigilia di Natale del 1942 passai per un’esperienza particolarissima. Ero vivo per miracolo e feci un voto alla Madonna: “Se ne esco vivo, e non resto lì, come un mucchietto di carne congelata sulla neve, come uno straccio di divisa impolverata dal nevischio, mi impegno a spendere la mia vita per la verità e l’avvento del Regno”. Nel mio pensiero ritornavano le parole del Padre nostro “Venga il tuo Regno”. Attraverso circostanze davvero incredibili riuscii a salvarmi senza restare congelato e neppure ferito. Ero vivo, quindi dovevo mantenere un impegno: servire la verità. Penso che non potrei proprio fare a meno di scrivere, è la mia ragione di vita. Ogni mattina mi alzo e sento di essere chiamato a questo appuntamento con la matita e il foglio bianco».

(a cura di Mario Palmaro, ottobre 2009, Il Timone)

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Il Te Deum di Eugenio Corti

15 gennaio 2012
Eugenio Corti

Eugenio Corti

In vita mia ho conosciuto due santi: don Luigi Giussani e don Carlo Gnocchi. Due persone abissalmente diverse, ma entrambe anime elevatissime e, per la mia esperienza, ugualmente sante. Il primo era un maestro che seppe appassionare alla fede tanti giovani, il secondo un animo semplice tutto dedito agli altri.

Don Giussani era di Desio, non molto lontano da Besana, paese dove abito. Lo conobbi ai tempi della battaglia sul divorzio. Con alcuni amici avevo organizzato una serie di convegni in cui avevamo invitato varie personalità e ricordo un suo mirabile intervento durante una conferenza al teatro della Biblioteca Ambrosiana di Milano. L’ho incontrato spesso, ma ricordo con particolare lucidità il giorno del funerale di sua madre. Egli celebrava e io m’ero messo in fondo, nelle ultime file, in mezzo a una moltitudine di persone che, come me, avevano voluto far sentire la loro vicinanza al prete di Desio. Ma non riuscivo a stare in chiesa. Non per la calca, ma per le parole con cui – con un’emozione vibrante ma non retorica – il figlio prete ricordava la madre defunta. Così entravo e uscivo di continuo, lottando in me stesso tra sentimenti di ammirazione e d’insopportabile commozione.

Don Carlo parlava sempre di due cose: degli alpini e di Dio, e di entrambi parlava col medesimo trasporto. Era venuto ad abitare qui, a Montesiro, a due passi dalla mia abitazione, quando aveva tre anni. Era stato cappellano all’Istituto Gonzaga di Milano e poi era partito per il fronte greco. L’esperienza di guerra l’aveva marcato per tutta la vita, facendogli provare delle sofferenze che l’avevano fortificato e reso un vero soldato cristiano. Aveva poi vissuto la ritirata dal fronte russo, comportandosi valorosamente e assistendo i moribondi che ghiacciavano in mezzo alla neve a temperature di quaranta gradi sotto zero. Entrava nei combattimenti con grande ardore, sfidando i colpi, e sui soldati si piegava per assisterli e confessarli.

Ricordo che aveva un taccuino su cui annotava i nomi delle mogli e dei figli che i soldati nell’ultima confessione gli affidavano. Al termine del conflitto andò a trovare ognuna di quelle famiglie. Fu così che si rese conto delle condizioni pietose di tanta gente; fu così che iniziò a raccogliere ogni genere di poverello, radunando tutti costoro in una prima grande famiglia. Ma non c’erano solo i congiunti degli alpini, tutta Italia era percorsa da questo grande terremoto delle vittime di guerra. E dei loro figli, mutilati spesso da giochi in campi non ancora sminati. Don Carlo si diede alla cura dei mutilati con tutto il cuore e nei suoi istituti volle sempre che vigesse uno spirito d’amore.

Capitò un giorno che ci incontrammo per strada. Ogni volta che ci incrociavamo mi ripeteva sempre la medesima raccomandazione: «Sposati presto, perché non è bene aspettare». Ma quella volta avevo la risposta pronta. Avevo infatti deciso di sposarmi con Vanda. «E perché non me lo hai detto?». «Ma don Carlo, sa, lei è così impegnato, io, non osavo», biascicai in qualche modo. Tirò fuori dal taschino quel suo famoso taccuino dei morti e mi fissò una data.

24 maggio 1951. Sessant’anni fa. Pare ieri. Era la sera precedente il matrimonio e per le strade di Assisi – lì mi sono sposato perché mia moglie è di quelle parti – passeggiavamo io, mia moglie, don Carlo, il mio testimone di nozze, Mario Bellini, che era stato con me sul fronte russo, e il testimone di mia moglie, Arnaldo Fortini, sindaco di Perugia e chiarissimo studioso francescano. Il cielo era terso, il clima incantato e la conversazione scorreva così piacevole che proseguimmo fino a notte tarda, sebbene l’impegno dell’indomani avesse dovuto consigliarci altro comportamento. Eppure eravamo tutti quanti eccitati, chi per una ragione, chi per un’altra. Fortini narrava con enfasi le ultime scoperte in ordine ai suoi studi, Bellini di certi suoi incontri straordinari di cui voleva far partecipe don Carlo, io, oltre che per quel che si può facilmente immaginare, perché s’era all’indomani dei successi elettorali della Democrazia cristiana e – incoscienza giovanile – già vedevo aprirsi una nuova era di cristianizzazione del paese. Ma più d’ogni altro, era don Carlo ad essere gasato. Era appena tornato da Parigi, dove s’era recato perché aveva sentito parlare dei primi progressi della chirurgia plastica. V’erano, infatti, nella capitale parigina dottori che, esperti in questo genere di arte, s’arricchivano con i soldi delle dive. Potete immaginarvi la sorpresa di costoro, non certo dei baciapile e alieni da qualsiasi simpatia cristiana, quando si videro di fronte il mio amico in tonaca. Eppure – è questa una prerogativa dei santi – seppe convincerli che dovevano aiutarlo: «Almeno le bambine dovete curarmele». Così, ci raccontava in quella sera primaverile don Carlo, era riuscito a strappargli un “sì” e da quel giorno in poi, di fine settimana in fine settimana, portava a Parigi una dozzina delle sue mutilatine, ragazzine la cui sfortuna era evidente nelle ossa sporgenti e orribili del volto. Le fece sistemare tutte. «Le mie bambine – diceva sempre come solo un sant’uomo sa dire – le voglio tutte belle come le dive del cinema».

Ecco, dunque, di che cosa ho da ringraziare Dio. D’aver conosciuto dei santi. Gente che, anche a un profano come me, ha fatto sentire con maggior vigore la presenza della provvidenza nel quotidiano vivere.

(Il testo è stato raccolto da Emanuele Boffi ed è frutto di una conversazione avvenuta il 13 dicembre a casa dell’autore, a Besana Brianza, 29/12/2011, Tempi)

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