Eugenio Corti, immense écrivain et témoin majeur du XXe siècle

Eugenio Corti

Eugenio Corti

Décédé le 4 février, ce grand auteur catholique restera dans l’histoire comme une lumière et une conscience du siècle, à l’instar d’un Soljenitsyne ou d’un Jünger.

Siècle de fer et de feu inauguré par l’atroce et folle boucherie de 14-18, le XXe siècle a engendré des témoins à la hauteur des séismes qui l’ont dévasté, des âmes d’élite qui craignaient moins la mort que d’abdiquer leur liberté intérieure et leur dignité. Des écrivains, notamment, qui ont défié par leur courage, leur force intérieure, et leur exceptionnelle longévité, la mécanique infernale qui aurait dû les broyer. Tel l’écrivain allemand Ernst Jünger (1895-1998), mort à cent deux ans après avoir exposé sa vie aux plus grands dangers et traversé toutes les tragédies de l’Allemagne, tel le russe Alexandre Soljenitsyne (1918-2008) mort à presque quatre-vingt dix ans, après avoir survécu à la Seconde guerre mondiale et aux camps soviétiques («L’Archipel du Goulag») ; et tel aussi l’italien Eugenio Corti rescapé lui aussi du front russe, mais dans l’autre camp, qui vient de s’éteindre à son domicile, le 4 février dernier, à l’âge de quatre-vingt treize ans.

Son œuvre majeure, récit inspiré de la première moitié de sa longue vie, c’est «Le Cheval rouge», ce cheval étant celui de l’Apocalypse de Saint Jean, symbole de la guerre universelle de la fin des temps. Dans ce roman initiatique d’une rare puissance évocatrice écrit en 1983, la guerre tient une place centrale quoique non exclusive puisque cette fresque autobiographique et historique court jusque dans les années soixante-dix ; elle décrit alors la décomposition culturelle et morale de l’Occident, la dégradation des rapports familiaux, l’abandon de la pratique religieuse, l’errance de beaucoup d’intellectuels et de clercs, ainsi que le flirt de la Démocratie chrétienne transalpine avec le communisme. Son diagnostic était clair : la liberté intérieure et l’esprit critique avaient abdiqué devant les idoles matérialistes du pouvoir, de l’argent et du sexe.

«Le Cheval Rouge» est à bien des égards le «Guerre et paix» de notre époque – une comparaison que n’aurait sans doute pas récusée ce grand admirateur de Tolstoï. Mais s’il fait preuve d’une empathie tolstoïenne, Corti est supérieur à Tolstoï par l’espérance lucide qui l’anime, sa foi en Dieu, son amour de l’Eglise, de la patrie, de l’épouse aimée, du prochain, de la famille (il était lui-même l’aîné d’une famille catholique de dix enfants dont l’un fut missionnaire en Afrique).

«C’est parce que l’expérience de la guerre révèle au plus profond l’intériorité de l’homme qu’elle est fondamentale dans mon œuvre» a déclaré Eugenio Corti dans l’une de ses dernières interviews à l’hedomadaire Famille Chrétienne. En l’occurrence, la pire des guerres, celle du front russe sur lequel il se retrouva jeune officier italien pris en étau entre la barbarie nazie et la barbarie soviétique – et très concrètement, encerclé par l’Armée rouge pendant 28 jours dantesques dans la poche du Don. Il fut du très petit nombre des rescapés, par miracle: «Par une nuit terrible, frôlé par la mort, j’ai invoqué la Vierge et promis de travailler au règne de Dieu si j’en réchappais. J’avais 21 ans. J’ai été exaucé au-delà de mes espérances» a-t-il aussi confié dans cette interview, accordée un mois avant sa mort.

Eugenio Corti respecta ce vœu. Il devint un témoin de «La responsabilité de la culture occidentale dans les grands massacres du XXe siècle», un sage plein d’humanité et un artiste exceptionnel. Il consacra son dernier livre à sainte Angelina (1372-1435), une des grandes figures de ce Moyen Age qui l’attirait de plus en plus parce que cette époque enracina l’Europe dans le terreau de son double héritage gréco-latin et judéo-chrétien.

(Philippe Oswald, 08/02/14, Aleteia)

Share

A due anni dalla scomparsa, la Francia rende omaggio a Eugenio Corti

Eugenio Corti

Eugenio Corti

A soli due anni dalla scomparsa, e a cavallo tra la data di nascita e di morte (21 gennaio 1921 – 4 febbraio 2014), il 29-30 gennaio si terrà a Parigi un prestigioso convegno sulla figura dello scrittore Eugenio Corti.
Il contesto (l’università Sorbona) e i relatori (Francois Livi, Gerard Genot, Elena Landoni, Cesare Cavalleri per citarne solo alcuni) rendono l’idea di quanto l’appuntamento sia prestigioso e, a suo modo, “insolito”, come fa notare a tempi.it Paola Scaglione, studiosa ed esperta della produzione di Corti: «Non è affatto usuale che, a così pochi anni dalla scomparsa, già si celebrino questi tipi di convegni su autori contemporanei».

IL SUCCESSO IN FRANCIA. Corti è stato conosciuto in Francia proprio grazie all’opera di Livi, oggi professore emerito di Lingua e Letteratura italiana alla Sorbona, che già nel 1984, cioè a un solo anno dall’uscita del capolavoro cortiano Il cavallo rosso, s’era accorto che quel romanzo «sem­bra avere tutte le carte in regola per reggere all’usura del tempo. L’ampiezza e la profondità dei temi trattati, l’impressionante realtà dei personaggi e delle situazioni dovreb­bero fa­re di questo libro un sicuro punto di riferimento nel­la nar­rativa del secondo Novecento».

UN GIORNO PER GLI AUTOGRAFI. Livi, filologo rigoroso e stimato critico letterario, fu, insomma, sin dal principio grande ammiratore di Corti tanto da nominarlo sin nel titolo del suo studio Italica: L’Italie littéraire de Dante à Eugenio Corti (l’Age d’Homme, 2012). Ma il nome di Corti in Francia, ci spiega Scaglione, è noto sia in ambito accademico sia in ambito popolare, altrimenti non si spiegherebbero le numerose traduzioni e ristampe delle sue opere, non solo Il cavallo rosso. «Ricordo ancora il giorno in cui accompagnai Corti a una fiera del libro a Parigi nel maggio 2001. C’era così tanta gente che voleva farsi autografare Le cheval rouge che Corti fu costretto ad accontentarli tutti, rimanendo seduto in uno degli stand della fiera dalla mattina fino a tarda sera».

AMMIRAZIONE ATTIVA. Ognuno dei relatori del convegno affronterà un aspetto della figura del romanziere: dalle lettere dal fronte russo alle figure femminili ne Il cavallo rosso, dal tema del totalitarismo al Medio Evo, dai parallelismi con Solženicyn a quelli con Catone. Scaglione proporrà una lezione su “Il realismo della trascendenza: angeli e poeti nel cielo di Lombardia”. «Quel che è straordinario in Corti è la sua capacità di suscitare nel lettore un’ammirazione attiva, di provocare in chi lo legge il desiderio di “fare”, di agire nella realtà. Al termine de Il cavallo rosso, il protagonista Michele dice di avere scritto un’opera per “quelli che, domani, dovranno pur accingersi a costruire”. È sempre stato questo che ha affascinato i lettori di Corti: il fatto di essere invitati a essere protagonisti di una “costruzione nuova”. Qui sta il successo di questo grande scrittore brianteo: aver saputo toccare i tasti universali del cuore umano».

(Emanuele Boffi, 25/01/16, Tempi)

Share

Eugenio Corti alla Sorbona di Parigi

Vi segnaliamo con piacere un importante convegno che si terrà alla Sorbona di Parigi il 29 e il 30 gennaio.
Il convegno, interamente dedicato alla figura e all’opera di Eugenio Corti, vedrà la partecipazione di importanti studiosi di livello internazionale.

È possibile scaricare la locandina dell’evento dal sito di Aciec, all’indirizzo: http://www.aciec.org/docs/Conferenza_Corti_Parigi_Gennaio_2016.pdf

Eugenio Corti

Eugenio Corti

Di seguito il programma degli interventi:

Francois Livi – Les lettres de Corti du front russe
Vanna Calmieri Marcolini – Les figures féminines dans “Le cavallo rosso”
Paola Scaglione – Il realismo della trascendenza: angeli e poeti nel cielo di Lombardia
Gérard Genot – Traduire Eugenio Corti
Lydwine Helly – Eugenio Corti et le Moyen-Age
Elena Landoni – Il Medioevo di Eugenio Corti : una questione di estetica
Rachel Monteil – Eugenio Corti poète pictural. Les natures animées
Cesare Cavalleri – L’interpretazione cortiana di Catone
Philippe Pichot-Bravard – Les totalitarismes dans l’oeuvre de Eugenio Corti
Philippe Maxence – Eugenio Corti et Soljenitsyne
Guy Moign – Lecture de quelques passages de l’oeuvre de Eugenio Corti

Table ronde animée par Lydwine Helly avec Charles-Henri d’Andigné, Cécile de Crémiers, Jean-Pierre Maugendre et les partisans du colloque.

Share

Eugenio Corti, il fiume inarrestabile della narrazione

Eugenio Corti

Eugenio Corti ritratto da Davide Coltro

Spesso si parla di letteratura quando la letteratura non c’è. Oppure c’è, ma si fa come se non ci fosse. Si può passare una vita a parlare di Dante o di Leopardi in loro assenza. A interpretarli. A mettere loro in bocca parole che sono soltanto nostre.

Già, «mettere in bocca». Che espressione sconsolata! Un vero scrittore non mette in bocca nessuna parola ai suoi personaggi, perché un vero scrittore sa che i personaggi non sono suoi, e che le loro parole sono le loro, e non le sue. Ma un grande romanziere, se grande è, non lo si interpreta: lo si legge, e allora lo si capisce, lo si ama, lo si fraintende, e tutto questo capire e non capire entrerà a far parte del suo destino, del destino della sua opera, ne segnerà il percorso, la forma della sua fortuna, che per i grandi scrittori è diversa da persona a persona – così come è sempre uguale (mi spiace contraddire Tolstoj) la fortuna degli scrittori modesti: caso letterario, ottime recensioni, scalata in cima alle classifiche, saggi dedicati, saturazione, noia, dimenticanza.

La fortuna, o meglio il pezzo di fortuna toccato finora all’opera di Eugenio Corti (classe 1921) dipende soprattutto dalla sua grandezza. Non penso, sinceramente, che l’essere stato osteggiato da una certa cultura laicista dominante, il fatto cioè di non essere piaciuto ai maggiorenti della cultura italiana, sia un elemento importante di questa storia. Non ho mai voluto verificare se questa ostilità ci sia o meno, perché a me queste cose interessano poco. Le innumerevoli ristampe e la diffusione planetaria di opere come Il cavallo rosso o delle terribili pagine de I più non ritornano dimostrano come l’avversione ideologica sia alle volte un bene. La repressione non ha mai ucciso la verità.

Certo, il fatto che un testimone oculare degli orrori della guerra in Russia sia tornato con una versione dei fatti che fa a pugni con il racconto ufficiale, quello che ha fatto da fondamento al nuovo mondo che stava per nascere, gli ha procurato molti nemici e molti silenzi, ma perché lagnarsi di questo? Non è questo il destino di ogni vero scrittore?

Se lo scrittore non cercasse di dar voce allo strazio che il cemento dei diversi poteri cerca di seppellire come un reattore nucleare in avaria, a che servirebbe mai il suo lavoro? Che soddisfazione può trarre uno scrittore al pensiero di aver ricevuto onori, posti in parlamento, premi, inchini, lodi universali? Che piacere può trarre – se non un piacere arido, senza vita – uno scrittore dal pensiero che tutto l’odio seminato intorno a sé è stato tenuto sotto silenzio dalle convenienze politiche, dalla diplomazia della forza, dagli input del potere?

Esistono naturalmente molti scrittori «di regime» che sono, nondimeno, grandi scrittori, perché il talento ci vuole sempre, sia per opporsi al Pensiero Unico sia per edificarne il monumento. Io però mi rifiuto di considerare Eugenio Corti una vittima di qualcosa. Andate a trovarlo, parlate cinque minuti con lui, e vi accorgerete che Eugenio Corti non è una vittima. Gli incontri personali che ho avuto con lui hanno sempre portato il segno di una forza vitale fuori del comune, e più d’una volta mi è capitato di pensare che tale doveva essere la sensazione per chi aveva la fortuna di incontrare Tolstoj, o Manzoni. Eugenio Corti non è mai stato seppellito né dai nemici né dagli amici adoranti – che in determinate circostanze possono essere anche peggio dei nemici. Non consideriamolo un ideologo anticomunista avversato dai comunisti: Eugenio Corti, qualunque sia il suo pensiero, è innanzitutto un grandissimo narratore.

Non mi occupo delle sue opinioni sull’ideologia. Non mi occupo della sua posizione sugli anni successivi al Concilio Vaticano II (che gli ha procurato diversi nemici anche dentro la sua amatissima Chiesa Cattolica). Su molte cose non la penso come lui, ma queste divergenze sono niente, sono come discutere del colore delle scarpe di uno scrittore. È del grande scrittore, e soprattutto del grande narratore, che bisogna cominciare a parlare.

Il mondo ha bisogno di narratori. Non di scrittori: di narratori. Non di racconti, ma di narrazioni. Il racconto è il prodotto di un soggetto (il mio racconto, il tuo racconto, e così via), la narrazione invece è qualcosa che esiste nel mondo, un grande fiume che raccoglie tutto quello che ci fa vivere o che ci uccide, la pena, il dolore ma anche la felicità improvvisa, o quello che i sociologi bugiardi chiamano «disagio», che non è altro che il grido che erompe dal cuore di chi sta dentro una baracca e non sa come dar da mangiare ai suoi figli, ma anche dal cuore di un ricco prigioniero della sua casa da sogno, della sua Ferrari, della sua indifferenza al modo in cui impiegherà il proprio tempo: lavorare, dormire, avere un flirt, fare del bene, non farlo… Che ne dite di un titolo come «Il disagio del filantropo»?

La narrazione è del tutto indifferente agli indirizzi del potere e al racconto che vuole imporre. Il racconto del potere è parte – una piccola parte – della grande narrazione del mondo, che ha come unico oggetto la verità dei fatti, la loro nudità: le versioni ufficiali non sono che un frammento, un fatterello dentro il grande flusso.

E i narratori sono i rabdomanti, coloro che, camminando sulla lastra di cemento – ossia di silenzio – che ci separa sempre (non ora: sempre) dalla verità dei fatti si soffermano là dove sentono che la lastra è più sottile, e praticano, con cautela ma anche con decisione, dei piccoli buchi, poi in quei buchi infilano una mano, poi un braccio, poi ci s’infilano tutti, e scendono giù, armati di una piccola luce (perché l’ingegno è quello che è, e anche l’uomo più intelligente è comunque un babbeo di fronte al Vero), e cominciano a esplorare, ben sapendo che quello che vedranno è sempre solo una piccola parte di quello che c’è.

(Luca Donzelli, 08/06/13, Il Giornale)

Share

Eugenio Corti, il Coraggio, la Verità, la Bellezza

Eugenio Corti

Eugenio Corti ritratto da Davide Coltro

Tutte le arti dicono qualcosa su qualcosa che resta nascosto. C’è un segreto, un non detto, un non esplicitato, in tutte le arti. La pittura si esprime attraverso forme colorate, ma non sta nel quadro. Il quadro rimanda a qualcos’altro, alla pittura. Quando Innocenzo X vide il ritratto che Velàzquez gli aveva fatto, disse: «Troppo vero». L’immagine era più dell’originale, e questa è la differenza tra la fotografia e la pittura. La fotografia, ambasciatrice della morte, immobilizza in una frazione di secondo il dinamismo della persona vivente: la pittura interpreta il dinamismo del vivente e rimanda oltre sé stessa. La musica si esprime attraverso suoni e silenzi, ma non sta nei suoni e nei silenzi: c’è un non detto, un celato, dietro i suoni e i silenzi, un qualcosa che attiva la sintonia dell’ascoltatore. Tutte le arti, poi, hanno bisogno di parole, perché devono essere interpretate, commentate, aiutate a svelare almeno un po’ del loro segreto. La letteratura, che è fatta di parole, ha un incarico e un inconveniente perché rimanda a un non detto mentre lo sta dicendo. Usa le parole per dire qualcosa che sta oltre le parole stesse. Che cosa è nascosto, in particolare, nella narrativa? È nascosto l’autore, che si mimetizza in tutti i suoi personaggi. Ogni autore parla sempre in prima persona anche per bocca d’altri. Il notissimo Flaubert: «Madame Bovary c’est moi». Accostarsi alla letteratura, al romanzo, significa incontrare una persona, lo scrittore. Accostarsi al Cavallo rosso, significa incontrare Eugenio Corti che si è riversato nella narrazione. Louis Aragon ha spiegato la differenza tra la letteratura e le altre forme di comunicazione: quando ascoltiamo musica, o adesso navighiamo in internet, musica e rete sono fuori di noi, ma quando leggiamo un libro, dopo poche righe già pensiamo con il pensiero dell’autore. Il pensiero redatto nella forma del libro diventa il nostro pensiero. Noi sogniamo, per così dire, il sogno dell’autore e, nel caso di Corti, questo sogno è veritiero, coinvolgente, incessante perché il Cavallo rosso è un romanzo di più di mille pagine costruito magistralmente con piccoli stacchi, brevi sequenze e quando si comincia a leggerlo non ci si stacca più. E il lettore pensa con il pensiero dell’autore.

Chi è, dunque, l’autore che conosciamo attraverso la lettura del Cavallo rosso? È un ragazzo di vent’anni che sceglie di andare a combattere in Russia per conoscere di persona il comunismo e tutto un mondo che aveva solo intuito attraverso i discorsi, la propaganda, i libri. Voleva verificare di persona.

Lì ha conosciuto non soltanto il comunismo e il nazismo: ha incontrato persone, il popolo russo, isole di bontà nelle situazioni più atroci. C’è molto male in questo romanzo: non manca nulla della realtà, non è una narrazione edulcorata, descrive scene tremende perché la guerra è anche e soprattutto questo, e la realtà è fatta di verità.

Tramonta la religiosità anche in Brianza
Questo ragazzo di vent’anni che cosa dice a noi, oggi, settant’anni dopo? Restiamo colpiti innanzitutto dal suo coraggio, virtù di cui oggi sentiamo acutamente il bisogno. Abbiamo bisogno, oggi più che mai, di persone forti, coraggiose, che non si nascondano, che parlino in prima persona, che vogliano vivere la propria vita, i valori in cui credono, senza paura. Da dove viene a Eugenio ragazzo questo coraggio? Gli viene dalla fede, non da una fede libresca, bensì da una fede incarnata in una cultura. Quella di Corti è la storia di un popolo, di una piccola regione, la Brianza, emblematica però di realtà universali, impregnate di cristianesimo. Nella Brianza del giovane Corti non c’è bisogno di rivolgersi alle risposte del Catechismo o di fare chissà quali ricerche per credere: lì la fede è religione e cultura, modella il costume. Quello è un popolo religioso, impegnato a costruire un mondo intessuto di generosità, di amicizia, di altruismo, disolidarietà. È un mondo di bene, abitato da persone sempre pronte «a dare una mano», un mondo dove le virtù sono vissute naturalmente, perché è così che si è sempre fatto, perché questo è stato appreso in casa, in famiglia, perché questo lo dice il parroco. È il mondo dei «paolotti», così efficacemente descritto da Corti.

La domanda che sorge spontanea è: come mai questo mondo così «cristiano» è praticamente scomparso? Come mai anche la Brianza è stata intaccata dal consumismo e dalla secolarizzazione, proprio a partire dal 1974, l’anno del referendum sul divorzio a cui sono dedicate le pagine finali del Cavallo rosso?

Un tentativo di risposta è che in quel mondo la religione era talmente diventata osservanza e costume, che la fede aveva finito per ridursi a scontato presupposto, col rischio di venire accantonata come non chiarito sottinteso.

La fede deve certamente tradursi in religione, cioè anche in ritualità, consuetudini, sociologia, costume, ma sempre restando teologica, non appiattendosi in mera moralità. Il rischio della Brianza, dalla guerra, al dopoguerra, fino al 1974 è stato proprio di aver vissuto un cristianesimo sociologico senza approfondirne le radici teologiche. Quel mondo è scomparso perché è mancato il richiamo, per dirlo in breve, all’eroismo della santità. C’era la vita buona, generosa, ma non il tendere alla santità, nemmeno in adeguate figure di riferimento. C’era una religiosità retribuzionista, di stampo «manzoniano»: io prego, vado in chiesa, faccio del bene, e quindi il Signore deve aiutarmi a realizzare i miei progetti, la mia volontà. Il santo, invece, si sforza di cogliere che cosa vuole Dio da lui, per poi applicarsi a realizzare la Sua volontà, non viceversa.

Nel Cavallo rosso, tuttavia, la conclusione non è pessimistica. Nel romanzo ci sono pagine di grande speranza nei confronti dei giovani, soprattutto quelli che Corti ha conosciuto durante la battaglia per il referendum, ed erano in primo luogo i giovani di Comunione e Liberazione, una gioventù impegnata e cristiana che certamente non è scomparsa neppure oggi. Tuttavia il mondo nuovo è ancora in faticosa costruzione.

La semplicità è un punto d’arrivo
Ma torniamo all’autore che abbiamo incontrato nel Cavallo rosso. Ne abbiamo ammirato il Coraggio, adesso riconosciamo la sua ragione di vita, che è la ricerca della Verità o, meglio, della Bellezza. Quelli che i filosofi chiamano i trascendentali dell’essere, ovvero l’Unità, la Verità e la Bontà, vengono coagulati e resi interdipendenti da un altro trascendentale, che non tutti qualificano come tale: la Bellezza. La Bellezza, infatti, ha in sé l’Unità del soggetto, la Verità (non esiste bellezza senza verità).

Eugenio Corti ha compiuto un’esperienza di Bellezza che è insieme coagulo di Verità e di Bontà nell’Unità dell’essere umano. Il cardinale Carlo Maria Martini una volta disse che noi siamo abituati a parlare del Buon Pastore ma per una più corretta esegesi dovremmo parlare del Bel Pastore. Il Pastore è bello perché nella sua Bellezza c’è anche l’Unità della sua Bontà e della sua Verità.

Corti esprime la Bellezza con uno stile semplice, apparentemente semplice, perché nasce da uno straordinario lavoro di correzioni, di riscritture. Il Cavallo rosso è un romanzo «vero» perché contiene situazioni veramente vissute da Corti o da lui sentite raccontare dai protagonisti; e brulica di personaggi, talvolta con il loro vero nome, che Corti ha conosciuto personalmente o attraverso testimoni diretti. Il romanzo, dunque, è «vero», ma non di una verità meramente trasposta sulla pagina, bensì di  una verità interpretata dall’arte del narratore.

La semplicità non è mai un punto di partenza, è un punto d’arrivo. Le cose veramente semplici hanno sempre richiesto una lunga elaborazione. Si racconta che un imperatore cinese domandò a un pittore di disegnargli un gallo. Il pittore chiese al re un anno di tempo. L’anno passò ma il pittore non era ancora pronto: chiese all’imperatore altri tre anni. Passati tre anni, l’imperatore reclamò il disegno. Il pittore prese un foglio e disegnò un gallo magnifico. L’imperatore domandò: «Se era così facile, perché mi hai fatto aspettare quattro anni?». E il pittore: «Se non mi fossi allenato per quattro anni, non sarebbe stato così facile realizzare adesso il capolavoro».

Creazione dell’uomo, creazione di Dio
Per dare un assaggio della «semplicità» di Corti, leggo due paragrafi che ho scelto aprendo il libro a caso, stamattina. Siamo nella ritirata di Russia, i protagonisti sono Michele, uno dei due personaggi in cui l’autore si rispecchia più direttamente e che diventerà uno scrittore, e Ambrogio Riva che è un suo compagno di liceo e poi di università ed è il fratello di Alma che poi Michele sposerà. L’attendente Paccoi accorre per dire a Michele che Ambrogio è ferito. Michele va per soccorrerlo e ha pure un pensiero maligno che poi scaccia subito: pensa che essendo il fratello della ragazza a cui tiene si possa mettere in evidenza con lei. Michele e Paccoi curano Ambrogio e poi vanno a dormire, dopo aver raggiunto un pagliaio.

«Giunti al pagliaio (lungo forse un’ottantina di metri) vi trovarono alcune centinaia di feriti sistemati in file parallele su poca paglia: stavano tutti da un lato, perché l’altro lato era esposto in pieno a una brezza terribilmente gelida che da qualche ora aveva cominciato ad alitare da nord; qui in alto la brezza si faceva sentire più che in paese. Oltre ai feriti c’erano anche molti soldati convenuti per dormire: alcuni di questi erano saliti sul pagliaio e stavano in quel momento buttando giù bracciate di paglia per sé e per i propri amici; non era infatti possibile strapparla dai fianchi gelati del cumulo, dov’era troppo pressata. «Del che resosi conto, Michele si arrampicò a sua volta — con gesti quasi d’automa perché, come abbiamo detto, era stanchissimo — sul mucchio, e gettò in basso paglia sufficiente per sé e per Paccoi. Una volta rannicchiato sotto la paglia, prima d’addormentarsi, pregò brevemente ma con fervore: a differenza di Ambrogio infatti egli tendeva a coinvolgere Dio in tutte le cose. Diremo meglio, riteneva che tutta la storia (incluse le vicende minute in cui egli stesso e i suoi prossimi partecipavano in piena libertà) fosse storia sacra». 

Questo è Corti, un autore che racconta la sua vita, le vite delle persone che ha conosciuto, inquadrandole in una storia che è sempre storia sacra.

Vorrei anche sfatare una specie di leggenda parzialmente alimentata dallo stesso autore, per la quale Corti sarebbe stato boicottato in Italia e molto amato all’estero. In realtà Corti è conosciutissimo sia in Italia sia all’estero. Il Cavallo rosso è alla trentesima edizione, Le Figaro ha scritto per la morte di Corti che egli «è uno degli immensi scrittori del nostro tempo, uno dei più grandi, forse il più grande». Quello che però stava davvero a cuore a Corti era il contatto col suo pubblico: incontrava tantissimi giovani che lo ascoltavano come maestro di vita. Nell’archivio di Corti, destinato alla Biblioteca Ambrosiana di Milano, ci sono faldoni e faldoni di lettere dei lettori Ne leggo due. La prima è di una suora:

«Lei è della generazione di mio padre: il primo frutto del suo libro è stata la piena riconciliazione con quella generazione; io amo molto mio padre, ora però è stato colmato, grazie a lei, un fossato che separava profondamente “noi” e “voi” (e so che lei comprende bene cosa voglio dire)».

Questo è un punto fondamentale: i giovani non devono stare solo tra di loro, devono dialogare con gli adulti e gli adulti devono stare con i giovani. Solo con il trapasso generazionale si può costruire una civiltà, una società autenticamente umana.

L’altra lettera è di una professoressa che, dopo essere stata sessantottina, comunista, e nei comitati per il divorzio e l’aborto, ha ritrovato la fede proprio leggendo il Cavallo rosso:

«Leggendo il suo libro, mi sono sentita piombare addosso di nuovo tutti i miei sbagli, gli anni di dolore, di disperazione, ma mi è servito per ringraziare ancora una volta il nostro Dio. L’ultimo capitolo, quello della morte di Almina, mi ha fatto piangere e gioire perché li è racchiuso tutto ciò che noi cristiani crediamo: che siamo figli di Dio, amati e perdonati anche se compiamo brutalità; che i nostri Angeli non ci abbandonano mai; che la nostra vera vita è colma di pace, di gioia e di luce e che vi ritroviamo tutti i nostri cari; che le nostre sofferenze di quaggiù non vanno perdute e, soprattutto, non va perduto l’amore che si dà, che si lascia».

Questo è Corti, queste sono le reazioni dei suoi lettori. Concludo con la poesia di una poetessa polacca, Wislawa Szymborska, Nobel 1996, per dire che solo le parole sanno comunicare quello che le altre forme di espressione non riescono ad articolare, perché le altre forme argomentano, mentre il poeta intuisce.

LE TRE PAROLE PIÙ STRANE

Quando pronuncio la parola Futuro,
la prima sillaba già va nel passato.

Quando pronuncio la parola Silenzio,
lo distruggo.

Quando pronuncio la parola Niente,
creo qualche cosa che non entra in alcun nulla.

Non c’è un nulla, c’è la creazione dell’uomo, riflesso della creazione di Dio.

(Cesare Cavalleri, luglio-agosto 2014, Studi Cattolici)

Share