Uno stand per Eugenio Corti al Meeting

12 agosto 2010

Eugenio Corti

L’Associazione Culturale Internazionale «Eugenio Corti» rende noto che il Comitato per l’Assegnazione del Premio Nobel per la Letteratura ad Eugenio Corti sarà presente con un proprio stand alla XXXI Edizione del Meeting per l’Amicizia tra i popoli che avrà luogo presso i padiglioni della Fiera di Rimini da domenica 22 a sabato 28 agosto 2010.

Lo stand sarà all’interno del padiglione C5, vicino all’ingresso Ovest.

Presso lo stand sarà possibile dare la propria adesione alla richiesta di assegnazione del premio Nobel per la Letteratura ad Eugenio Corti, acquistare i libri dell’Autore, incontrare persone dello staff e raccogliere documentazione utile.

Per informazioni, è possibile contattare l’Associazione al numero 333.39.79.950.

È possibile scaricare il Comunicato Stampa integrale all’indirizzo:

http://www.aciec.org/comunicati_stampa/Comunicato_Stampa_Meeting_07-08-2010.pdf

(01/08/2010 – Associazione Culturale Internazionale Eugenio Corti )

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“Sono sceso alla radice del male”

31 luglio 2010

Eugenio Corti

Eugenio Corti ha appena festeggiato ottant’anni. Qualche anno fa un sondaggio tra i lettori di Avvenire lo aveva indicato come il più amato fra gli scrittori cattolici viventi. Lo scorso ottobre una giuria presieduta dal sociologo Gianfranco Morra gli conferiva il premio internazionale “Medaglia d’oro al merito della cultura cattolica”: un riconoscimento che era andato in passato, fra gli altri a filosofi come Adriano Bausola e Augusto del Noce, ai cardinali Joseph Ratzinger e Giacomo Biffi, e al fondatore di Comunione e Liberazione don Luigi Giussani.

“In un panorama letterario – recita la motivazione – caratterizzato da evasività di temi e da sterili sperimentalismi linguistici, Corti ha saputo affrontare con le risorse dell’arte i grandi problemi dell’esistenza secondo una visione profondamente cristiana perché profondamente umana”.

Con il suo tratto da cavaliere d’altri tempi, la figura robusta appena segnata dall’età, lo scrittore riceve i visitatori nella sua casa di Besana in Brianza. Il sapido accento lombardo, il volto austero e virile disegnano il ritratto di un uomo risoluto e intransigente nei principi, ma fanno intravedere in lui anche una serenità d’animo frutto della comprensione degli uomini e della vita.

Corti sa bene che la Brianza di oggi non è più la terra dei “paolotti”, di quella società di cattolici coerenti e devoti che aveva tratteggiato con non celata nostalgia all’inizio del suo romanzo più famoso, Il cavallo rosso. Sono passati sessant’anni da allora, e sembrano secoli. Una granda cultura popolare pervadeva quella società ancora contadina che con pragmatismo tutto lombardo si stava aprendo all’industrializzazione.

“Era la cultura del Concilio di Trento – ricorda lo scrittore – e di san Carlo Borromeo. Spero con i miei libri di aver fermato nel tempo il ricordo di quel mondo. E di aver dato un contributo alla ricostruzione di una cultura cattolica genuina. Anche se i mutamenti sociali, culturali, di costume sono stati imponenti, penso non sia impossibile recuperare il terreno perduto”.

Undici anni di lavoro, 1.274 pagine, un affresco di oltre trent’anni di storia italiana: sono i dati esteriori de Il cavallo rosso. Che cosa l’ha convinto a portare a termine questa fatica in un panorama letterario povero di opere di questo impegno?

Avevo deciso che, giunto ai 50 anni, mi sarei dedicato interamente alla letteratura e che Il cavallo rosso sarebbe stato il lavoro fondamentale della mia vita. Mi ero proposto di rendere tutta la realtà dell’uomo nel nostro tempo, ma non solo per individuare i mali del mondo e sollecitare la ribellione contro le ingiustizie. Avrei voluto indagare in profondità anche il significato della vita.

Negli anni della guerra avevo visto e vissuto – prima in Russia e poi anche in Italia – il prodotto degli idealismi che avevano illuso popoli interi, ma che erano in realtà portatori di frutti di morte: il nazismo e il comunismo. E avevo capito che la scuola e la stampa nazionale erano condizionate da una cultura di stampo illuminista che non avrebbe mai potuto opporvisi validamente.

Ho pensato allora che dovevo crearmi, cercando tra le voci positive della modernità, una base di conoscenza libera da questa cultura. Ho scoperto la filosofia di Cornelio Fabro e di Augusto del Noce, e ho studiato a fondo questi autori, e tanti altri: teologi, sociologi e letterati. Ecco perché ci ho messo undici anni a scrivere Il cavallo rosso: altrimenti penso che quattro o cinque anni sarebbero bastati. Ho dovuto poi fare molte “prove” per vedere se la scrittura del romanzo poteva funzionare così come l’avevo in mente io.

I suoi libri contengono una condanna senz’appello di tutte le ideologie alla base delle tragedie del XX secolo, nelle quali lei vede radici che affondano in profondità nella cultura occidentale. Dove esattamente?

Sono convinto che alla base di tutte ci sia un’unica matrice anti-cristiana, e che la sua origine vada cercata più a monte dell’Illuminismo francese, dei philosophes e di Voltaire. Già il rinascimento fa segnare un risveglio del paganesimo. Procedendo a grandi tappe ho visto l’avanzare di una linea evolutiva che dall’Illuminismo – attraverso Kant – ha condotto all’idealismo tedesco e al sistema di Hegel. E’ dentro questa cultura che hanno preso le mosse sia Feuerbach che Nietzsche, che su sponde diverse ne rappresentavano i frutti.

L’uno teorizzava l’ateismo, l’altro nientemeno che la morte di Dio. A questo punto s’era perduto anche il senso delle proporzioni. Su un piccolo pianeta, pulviscolo di una galassia che sta alla periferia di un universo di miliardi di galassie, un piccolo uomo poteva proclamare che Dio è morto!

Nel ‘900 questo pensiero è uscito dai libri e s’è incarnato nella storia: e abbiamo avuto il nazismo e il comunismo, che hanno prodotto milioni di morti ciascuno. Anche lo spazio intermedio occupato dalla cultura laica si è progressivamente ridotto. La cosa più grave è però che questo pensiero è penetrato anche all’interno del mondo cristiano. Spesso in buona fede.

Lei ha dedicato alcuni studi alla crisi della cultura cattolica. A quali “infiltrazioni” si riferisce?

La più grossa sciocchezza che hanno fatto i cristiani nel ‘900 è stata a mio avviso quella di aver seguito gli indirizzi di Jacuqes Maritain, un filosofo che proveniva dal socialismo rivoluzionario, s’era convertito ancor giovane ed era la figura di spicco della grande cultura cattolica francese tra la due guerre.

All’inizio Maritain s’era mosso molto bene, operando un recupero alla modernità di san Tommaso del quale tutti gli siamo debitori. Con Umanesimo integrale ha però imboccato una strada sbagliata. Nel libro sosteneva – ed è vero – che anche tra le idee dei pensatori anticristiani c’erano delle verità, delle virtù, dei valori ristiani “impazziti”. Il compito dei cattolici sarebbe stato quello di riconoscerli e coltivarli.

Qual è stato secondo me l’errore di Maritain? Aver pensato a un certo punto di poter facilmente incorporare il pensiero anticristiano nella futura, nuova Cristianità: che insomma “anche i comunisti e Voltaire erano nostri”.

In Italia le idee di Maritain e dei suoi seguaci hanno avuto grande seguito, ma è accaduto esattamente il contrario di quello che forse s’aspettavano. In politica i risultati sono stati negativi, ma ancora peggio sono stati i frutti nella Chiesa. Il numero dei seminaristi s’è dimezzato di colpo, i preti hanno cominciato a lasciare, i Gesuiti da 36 mila si sono ridotti a 10 mila di meno, metà dei Domenicani sono andati via; l’Azione Cattolica è scesa da 3 milioni e mezzo a 600 mila iscritti.

Le idee di Maritain hanno però continuato ad avere sostenitori molto influenti. Penso che Paolo VI si riferisse a loro quando confessava al filosofo Jean Guitton di avere l’impressione che all’interno del cattolicesimo predominasse talvolta un pensiero di tipo non cattolico.

Torniamo alla letteratura. Come si presenta oggi la situazione italiana e quali sono state a suo parere le voci più significative del secolo?

Il diffondersi delle idee a cui accennavo ha portato a un esito nichilista anche in letteratura, e in tutto l’Occidente. Possiamo convenire che gli scrittori della seconda parte del ‘900 scrivono senz’altro meglio dei loro colleghi dell’800. E tuttavia, mentre quelli lasciavano opere che sono rimaste, questi hanno scritto libri sempre più vicini al niente. Anche nel ‘900 italiano ci sono stati autori validi; ma secondo me l’ultima figura positiva è stata quella di Riccardo Bacchelli. Dopo di lui sono venuti autori – si può pensare a Calvino, Moravia, Sciascia – di livello sempre più basso; finché si è giunti a personaggi come Umberto Eco, che secondo me rappresentano assolutamente il niente. Lo ammettono anche i retori della cultura dominante: lo ammette Carlo Bo quando si chiede perché mai scrivano, visto che non hanno nulla da dire.

In Calvino e in Sciascia il nichilismo era incipiente, e cominciava a porre dei veri e propri “blocchi” alla loro creatività. Più tardi ha fatto presa in un numero così grande di autori che non saprei nemmeno ricordarli tutti. Quello di Umberto Eco è un fenomeno diverso. Da professore di semiotica scriveva opere in cui diceva pressapoco: guardate come si può ingannare la gente attraverso procedimenti letterari. All’inizio sembrava esporli ai lettori come per metterli in guardia. Po si è reso conto che poteva davvero condizionare il modo di pensare, e si è buttato a corpo morto in quegli stessi artifici che prima condannava.

Vedo la letteratura italiana come un grande albero rigoglioso, che a un certo punto però s’è ammalato e che nella seconda metà del ‘900 presentava già tutta la parte alta intaccata. Qualcuno doveva scendere lungo il tronco fino al tessuto sano.

Molto del fascino dei suoi libri si deve alla presenza di un piano soprannaturale che oltrepassa le storie spesso tragiche dei personaggi, ma che in qualche modo anche le accoglie.

Uno studioso protestante, Jean Marc Berthoud, ha scritto che il personaggio principale de Il cavallo rosso è il Dio cristiano: ed è vero.

Quanto alla presenza del male nella storia, resta il fatto che siamo figli di Dio. Lui ci ha riscattato, e quindi alla fine anche dal male Dio tira fuori il bene. Alla radice del male c’è qualcosa che dipende dall’uomo, e che a poco a poco si accumula, finché a un certo punto si muove come una valanga e, nonostante i nostri sforzi in contrario, ci trascina. Anche la guerra viene da una rottura dell’equilibrio dell’ordine morale.

E’ il prodotto – né più né meno – dell’immoralità umana.

(A. Pesenti Palvis, L’Eco di Bergamo, 25/02/2001)

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“Pubblicai per primo Il cavallo rosso”

24 luglio 2010

Il cavallo rosso

Cesare Cavalleri, critico letterario, giornalista e direttore delle edizioni Ares è stato tra i primi ad avere tra le mani il manoscritto de “Il cavallo rosso”. E’ stato il solo che ha accettato subito di pubblicarlo.

Come ha conosciuto Eugenio Corti?

“Era il 1974. Entrambi eravamo dirigenti del Comitato contro il referendum per il divorzio in Italia. L’ho conosciuto, dunque, mentre stava combattendo con me una battaglia civile. Allora io già conoscevo l’opera di Corti già pubblicata e lui mi disse che stava lavorando al ‘Cavallo rosso’”.

Che cosa le raccontava dell’opera?

“Sapevo che si trattava di un romanzo che cresceva di giorno in giorno. Quando incontrava un amico gli diceva “Ti ho messo nel mio romanzo”, e tutti, naturalmente, erano molto preoccupati di cosa potesse scrivere sul loro conto. Anche perché effettivamente nell’opera ci sono molti riferimenti a persone realmente vissute”.

Poi cosa avvenne?

“Una volta completato il manoscritto Corti lo presentò a Garzanti e ad altre importanti case editrici, ma nessuno lo volle pubblicare. Credo per due ragioni: da una parte i costi proibitivi di un romanzo di 1277 pagine, dall’altra una certa preclusione ideologica per un romanzo che era certamente controcorrente, soprattutto in quegli anni”.

Così Il cavallo rosso arrivò sul suo tavolo…

“Sì, e con le edizioni Ares fui molto felice di poterlo pubblicare. Per una piccola casa editrice come la nostra i costi fissi sono molto più bassi e siamo riusciti a metterlo sugli scaffali ad un prezzo ragionevole”.

Come fu accolto?

“Ci fu un grande interessamento della critica di parte cattolica, mentre la critica dei grandi quotidiani come Repubblica – per intenderci – non diedero grande spazio. Forse perché “Il cavallo rosso” deve essere letto per essere raccontato e molti critici si limitavano a leggere la quarta di copertina”.

Cosa fece allora conoscere l’opera di Corti?

“Ci fu una bella e lunga intervista su Famiglia Cristiana di Maria Grazia Cucco e poi ci fu un grande passaparola tra i lettori”.

E così siamo giunti alla venticinquesima edizione italiana e a tante traduzioni. Possiamo dire che Corti sia più conosciuto all’estero che in Italia?

“Sì, e questo potrebbe deporre a favore della candidatura al Nobel. In Francia, per esempio, è molto amato e Le Figaro ne ha fatto una presentazione splendida dimostrando una maggior apertura mentale rispetto ad altri giornali italiani”.

A quali traduzioni si sta lavorando?

“Il romanzo è stato tradotto in spagnolo, francese, americano, lituano, romeno e giapponese. Ora sta per essere pubblicata la versione olandese”.

La mancanza di una versione svedese potrà essere d’ostacolo per l’attribuzione del Nobel?

“Credo che con un piccolo sforzo potrebbero leggere la versione in americano. Se l’Accademia Svedese seguisse il criterio del merito per l’attribuzione del Nobel, Corti lo avrebbe. Purtroppo da Dario Fo in poi il Nobel è un riconoscimento un po’ beffardo. In ogni caso penso che la mobilitazione che è in atto sia un grande attestato di stima nei confronti di Corti da parte dei suoi lettori”.

Si parla sempre de “Il cavallo rosso” come del capolavoro di Corti, ma lei quali altre opere consiglierebbe di leggere?

“Oltre alle opere di guerra come ‘I più non ritornano’ e ‘Gli ultimi soldati del Re’ consiglio ‘Catone l’antico’ che per me è il secondo capolavoro di Corti,dopo Il cavallo rosso”.

(Rosella Redaelli, Il Cittadino MB, 01/07/2010)

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A Philosophical Soldier

20 luglio 2010

The last soldiers of the king

The Italian Theater is one of the most neglected aspects of World War II, and the contribution of Italian soldiers who fought on the Allied side is even less well known. Eugenio Corti’s The Last Soldiers of the King: Wartime Italy, 1943-1945 is one of the few Italian soldier memoirs translated into English. It is an informative, highly personal work that provides a wealth of detail and insight into wartime Italy, as well as a soldier’s perspective on war.

Corti may already be familiar to many readers. His 1947 book Few Returned recounts his experiences as a young lieutenant fighting in Mussolini’s fascist army on the Russian front. Corti was one of just a handful of Italian soldiers to escape encirclement and make it back to Italy. After the war, Corti became a noted novelist. The Last Soldiers of the King begins in 1943, when the author was based at Nettuno, Italy, as King Victor Emmanuel forced Mussolini from power. The new Italian government then broke its alliance with Germany and signed an armistice with the Allies, who were invading from the south. German troops in Italy quickly became an occupation force, and subjected their former allies to the brutal treatment that they had exacted on other conquered people. Corti fled Nettuno and headed south to Allied lines. There he joined the Corpo Italiano di Liberazione, the new government’s military, to fight against the Nazis. Serving in artillery and anti-aircraft units, Corti fought his way northward along the Adriatic Coast, reaching Bologna by war’s end in May 1945.

Like many war reminiscences, Corti describes the eternal horrors of war. As a professional author, he does so better than most. Note, for example, his description of a dead German soldier he encountered on a roadside: “Death had stiffened an expression of indescribable terror on his face–his mouth was wide open (as though he had tried to keep death at a distance with a scream). His arms were desperately raised to protect his head” (p. 198). His descriptions of battle are gripping and dramatic, and yet seem tasteful and restrained. He also describes the toll of war on the soldier’s psyche. “We continued to fight because we were called soldiers,” he wrote, “but we increasingly found ourselves fighting with our hearts to prevail over our nerves’ rebellion. We saw the signs in each other, but we didn’t say a word” (p. 209).

However, the work’s greatest strengths lie in its descriptions of military life outside of combat. Corti tries to place the war within a larger philosophical and political context in order to give meaning to his sacrifices. He was a deeply religious young man, and his faith gave him great comfort during the war. “I went to sit on a stump,” recalled Corti, when “I strangely seemed to feel my [guardian] angel by my side as a human would be” (p. 195). Amidst the madness of war, Corti nevertheless saw the hand of God. One day in an observation post, a butterfly landed nearby. “My attention was drawn to the loveliness of its colors,” he wrote, “which, I realized were not arranged randomly: indeed, even a great painter would have been able to compose them with so much art only in a moment of special grace.” Such beauty, he claimed, “would be enough to show the existence of God” (p. 211). In a discussion with other soldiers, Corti argued that Christianity served to humanize and limit warfare. Only as man moved farther away from God, he claimed, did wars become more destructive.

Corti’s religious views made him an opponent of fascism, but he was especially disturbed by the growth of communism. He describes communists in uniformly dark terms. The frequency with which he saw Italian communist partisans fighting the fascists made him fearful that his nation might devolve into civil war once the Germans had been defeated. Communism was the result of “Jewish Messianism,” in his view. His feelings toward Jews were conflicted. “Of course it was cruel to think of Jews, that slaughtered nation, in terms other than compassion,” he wrote. But the social theories of Marx and other “anti-Christian” Jewish intellectuals in an increasingly secular world were–in Corti’s view–”producing frightening fruits” (p. 215). Nazism, he claimed, grew out of the socialist world view. “Incited to deify a given social class,” wrote Corti, the Nazis “decided to deify a race instead.” Rather than repressing other social classes, the Nazis “had chosen to crush non-German races, starting with the Jewish one” (p. 216).

Religion was also at the root of his self-described “struggle with sex” (p. 216). Soldiers are notorious for bending society’s rules of sexual propriety, and the men of the Corpo di Liberazione were no exception. However, Corti remained sexually chaste. “I felt my blood then like a river, and I felt violently shaken by its force,” he wrote of one encounter with a woman. “She looked at me with anxious expectation â?¦ without fighting what was within her; in me the angel was fighting the demon. Finally the angel won, and I won” (pp. 223-224). He was dismayed with the increase in prostitution across wartime Italy, lamenting “Rome has become a huge house of prostitution” (p. 240).

Corti writes passionately about his patriotic feelings for Italy. Without question, World War II was a low point in Italian history. Defeated, Italy had become a battleground for foreign armies, and foreigners in the country often treated Italians disrespectfully. Corti was proud to be fighting for his country, but was angered by the defeatism of many countrymen. He and his men were particularly chagrined to find that most Italians were not even aware that Italian forces were fighting against the Germans. “It is disgusting to be Italian,” some of his men said bitterly (p. 240). Yet fighting his way through his country only heightened his feelings of love for it. For every Italian defeatist, prostitute, or communist, Corti found others who filled him with hope and inspiration. “Don’t be among those who say â??by now it’s over for us Italians,’” an Abruzzese peasant told Corti, “Throughout time our people have been tested in every way and have always passed the test” (p. 58). In his meetings with ordinary Italians, Corti claims that he was “beginning to make one of the most wonderful discoveries of my life” (p. 59).

As a chronicle of war, The Last Soldiers of the King is an unusually intimate and philosophical look at the world of the soldier. Those interested in matters of faith at the front will find this book especially rewarding. The book will also be of great use to students of Italian history interested in gauging social and political conditions in wartime Italy. For whatever reason one picks up this book, readers will be impressed with Corti’s descriptive writing style. His portraits of the Italian landscape and its people are often beautiful. The Last Soldiers of the King is a remarkable memoir of World War II that will appeal to a wide range of readers.

(Mark D. Van Ells – City University of New York, H-War, March 2005)

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Già mille adesioni per il Nobel a Corti

18 luglio 2010
Eugenio Corti

Eugenio Corti

Un flusso costante ed ininterrotto. Le sottoscrizioni al documento programmatico redatto dal Comitato per l’assegnazione del premio Nobel ad Eugenio Corti stanno per raggiungere quota 1.000 e non accennano a fermarsi. Niente male per un’iniziativa che sta muovendo i primi passi. Il dato che più di tutti conferma il valore universale dell’opera dello scrittore besanese riguarda l’estrazione sociale e culturale di chi aderisce. Cosa hanno in comune tra loro un analista finanziario di Londra, una docente universitaria di Milano, un esperto di comunicazione di Palermo, un bancario di Cagliari, una pensionata di Fermo, un dirigente d’azienda di Roma, un docente di lettere di Torino, un insegnante di Napoli e un’anestesista italiana in USA? Risposta: la passione per i libri di Corti.

Tipologia sociale
Un primo dato interessante è l’adesione da parte di chi opera in ambiti tecnico scientifici. Si tratta di studenti e professionisti (tecnici e laureati) che lavorano in ambiti connessi all’ingegneria, all’informatica, alla matematica, alla fisica e alla medicina. Almeno un terzo delle adesioni ricevute ad oggi dal Comitato riguarda persone con una formazione di questo tipo. Subito dietro abbiamo professionisti che operano in ambito bancario o assicurativo. Si tratta di due dati interessanti, perché riguardano ambiti considerati spesso a torto lontani dalla letteratura. Altro aspetto: il numero di adesioni di imprenditori e casalinghe più o meno si equivalgono. È la conferma della capacità di Corti di comunicare il valore positivo del lavoro, qualunque esso sia.

Tipologia geografica
Da un punto di vista geografico, invece, per quanto riguarda l’Italia, le adesioni arrivano un po’ da tutte le regioni: dalla Lombardia, che per ora detiene il primato in quanto terra natale di Corti e dove è maggiormente conosciuto, dalla Liguria, dal Trentino Alto Adige, dal Veneto, dal Lazio (soprattutto da Roma), dall’Emilia Romagna, dalle Marche, dalla Puglia, dalla Campania, dalla Sicilia e dalla Sardegna. Per quanto riguarda l’estero, al momento il Comitato ha ricevuto adesioni dalla Gran Bretagna (soprattutto da Londra), dagli USA, dal Kenya, dal Belgio, dal Lussemburgo, dalla Spagna, dalla Svizzera e dal Brasile. Va ricordato che gli estimatori di Corti sono persone di tutte le età: giovani e giovanissimi, persone di mezza età e pensionati. Come pure che il numero di uomini e donne che aderiscono all’iniziativa è praticamente lo stesso.

Denominatore comune
Denominatore comune è il piacere di contribuire alla causa, valga per tutti il commento di un giovane professionista di Milano: “Aderisco convinto e con piacere alla proposta di assegnare il premio Nobel a Eugenio Corti per la sua infaticabile opera artistica culturale ed educativa delle ultime generazioni dalla seconda guerra mondiale ad oggi”.

(Francesco Righetti, Il Cittadino MB, 16/07/2010)

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