Scritti di Eugenio Corti – Il vecchio prete

Gli ultimi soldati del re

Gli ultimi soldati del re

Brano tratto da Gli ultimi soldati del re – selezionato nel 2008 da Eugenio Corti per i lettori di questo sito.

Nel locale le succedeva talvolta, appoggiandosi a un lungo bastone, un vecchissimo prete tutto pillacchere e sdruciture, al quale, con discrezione, i miei due amici facevano prontamente portare una gavetta di rancio. Ch’egli mangiava con straordinaria voracità conversando in pari tempo, per quanto poteva, con noi.

In pensione da molti anni, il vecchio viveva di fame con un’annosa nipote presso una chiesuola sconsacrata in mezzo alla campagna. <<Io sono canonico del duomo di Cerreto>> mi avvertiva ogni volta, quasi ciò rimettesse ogni cosa a posto. Parlava sempre a voce molto alta, perché sordo. Scopo delle sue visite erano quel po’ di rancio, e un cappotto militare ancora in buono stato, che Moroni gli aveva promesso non appena si fosse reso disponibile.

Del cappotto il vecchio parlava scopertamente, con straordinaria compiacenza; se lo sognava addirittura ad alta voce: <<Lo tingerò di nero>> diceva, <<e mi andrà bene, proprio bene.>> In quei momenti i suoi gesti e la voce si facevano simili a quelli con cui gli altri napoletani parlano di una donna.

A parte quei momenti usava, trattando con noi (ufficiali: dunque — secondo lui — persone colte) un tono di colleganza compiaciuta, per quel po’ di latino che gli era rimasto nella memoria. Ad aumentare i punti di contatto ci descrisse anche, e non una volta sola, una lite che aveva sostenuto con i tedeschi. Nella loro tranquilla ferocia quelli avevano accatastato dentro la chiesuola sconsacrata e contro le mura esterne della sua abitazione, lontano dai paesi, un grosso deposito di mine. Ciò egli aveva per necessità tollerato; ma quando un sergente e due soldati avevano preteso d’entrargli in casa per ispezionarla, non l’aveva consentito. Da una finestra sovrastante l’entrata, li aveva sgridati con parole veementi, che ora ci ripeteva, riempiendo di grida napoletane il locale, finché — non si capiva se apposta o incidentalmente — aveva fatto cadere sulla testa del suo principale interlocutore un vaso di gerani. Il tedesco n’era rimasto intontito (<<stunato>>), tanto che i suoi due camerati avevano dovuto sorreggerlo, mentre il vecchio agitando alto il bastone — come faceva ora nel rievocare — <<Sargè … Sargè…>> gli aveva gridato <<lasciami in pace, o ti farò provare anche questo. Vattènne  sargè…>>  <<E u sargente>> concludeva il vecchio <<senza dicere ’na parola se n’è juto.>> Alla fine anche egli, zoppicando e tutto miseria se ne andava, scuotendo la testa con qualche brontolio residuo.

Share

Le fotografie del convegno internazionale del 7 giugno 2016

(tratte dalla pagina Facebook delle Edizioni Ares)

Share

Storia del Coro del Capitano Grandi, nato dall’opera di Eugenio Corti

Eugenio CortiDall’opera di Eugenio Corti è nato il coro “Capitano Grandi” che parteciperà al convegno “Al cuore della realtà”, organizzato dall’Università Cattolica insieme alla Sorbona di Parigi che si terrà il 7 giugno nella cripta dell’Aula Magna di Largo Gemelli. Paolo Ragazzi, direttore del coro dal 2009 al 2011, spiega a tempi.it «il contributo nell’esperienza del canto e nella vita di chi, come me, ha incontrato Corti e i suoi testi».

Il vostro coro prese il nome di “Capitano Grandi” nel 2003, quando alcuni giovani dell’Università Statale entrarono per la prima volta in contatto con Eugenio Corti. Cosa si ricorda di lui?
Incontrai per la prima volta Corti nel 2007 quando parlò agli studenti di un liceo brianzolo e ne rimasi colpito. Sapevo che il coro a cui partecipavo, e che poi avrei diretto, aveva il nome del “Capitano Grandi”, un personaggio del Cavallo Rosso, che morì in guerra molto giovane, cantando la sua gratitudine per la vita. Una gratitudine per i doni ricevuti, che gli aveva permesso di morire in pace nonostante il gelo, lontano dalla donna, dalla madre, da casa. L’altra cosa che mi colpì di questo personaggio era che la sua positività attraeva e generava compagnia intorno a sé. Come a dire che anche nella condizione peggiore il cuore di ogni uomo desidera la verità e la bellezza e qualcuno che gliela indichi. Lessi il romanzo insieme ad altri amici del coro e poi andammo ad incontrare Corti.

Cosa la colpì di Corti?
Il fatto che casa sua era aperta a chiunque bussasse. Amava la realtà e la leggeva con una profondità incredibile e alla luce della tradizione. Sapeva parlare del Medioevo e di san Tommaso d’Aquino, ma anche del Sessantotto e dei giorni nostri.

Come ha inciso questo incontro su di voi?
Tentiamo di immedesimarci in lui e vedere le cose come le vedeva lui. Ci aiuta il fatto che i nostri canti sono sempre accompagnati dalle letture dei suoi testi. Penso a Gli ultimi soldati del Re, dove un ferito chiede al protagonista quale senso abbia la battaglia e quello gli risponde che il senso di ciò che fanno è la patria: ma non come qualcosa di astratto e lontano, bensì intesa secondo le sembianze di persone reali: la casa, la moglie, la fidanzata, la madre. Quelle cose che hai vissuto e che ami. Lo stesso dice don Carlo Gnocchi nel libro Cristo con gli alpini: quando i passi nella neve si fanno pesanti a rinvigorire i soldati è il pensiero di questa patria. Se canti immedesimandosi con queste esperienze, cambia tutto.

In che senso?
Il mio modo di cantare è stato plasmato, insieme alla mia esistenza, da questo incontro con Corti e le sue opere. Mi vengono in mente due frasi di Corti in cui si parla del canto degli alpini. Nella prima di dice: «Cantavano gli alpini, cantavano e piangevano gli alpini valorosi, e c’era nel loro canto paziente tutto lo struggimento della nostra umana impotenza». E nella seconda: «Cosa sarà che ci tocca il cuore a questo modo? (…) Era un’esperienza d’altri, non del cantante o degli ascoltatori, eppure così riferita era tale che in essa sembrava si concretasse la nostalgia di ciascuno dei presenti: quella che stava nel cuore del modesto cantore, e di Ambrogio, e degli altri soldati, uno per uno». Quando Corti morì, scrissi un biglietto alla moglie, confidandole che queste due frasi, lette e rilette, mi avevano profondamente cambiato. La sua opera è ancora viva e continua a generare bellezza e incontri.

(Benedetta Frigerio, 07/06/2016, Tempi)

Share

Eugenio Corti a Milano

La Scuola Regina Mundi e le Edizioni Ares sono liete di invitare la S.V. alla presentazione del libro di Eugenio Corti Io Ritornerò:

La copertina di Io ritornerò

a cura di Alessandro Rivali

Venerdì 10 giugno, ore 17.30

Via Boncompagni 18, Milano

Seguirà un concerto di canti alpini offerto dal Coro “Capitano Grandi”

Ingresso libero

Share