Per ricordare Eugenio Corti

16 aprile 2014

Per ricordare Eugenio Corti

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La Brianza onora Eugenio Corti: tre giorni per spezzare il silenzio

6 aprile 2014
Eugenio Corti

Eugenio Corti

Monticello Brianza (Muntisèll) – All’estero viene considerato come uno dei maggiori scrittori cattolici. Ma in Patria su Eugenio Corti incombe la “congiura del silenzio” del pensiero dominante, che non gli perdona le critiche ai miti progressisti e al Concilio Vaticano II e il suo amore per l’identità locale. Il Festival della Brianza spezza l’ostracismo.

GRANDE PROTAGONISTA. Il Festival della Brianza si è aperto nella giornata di ieri, venerdì, con un omaggio floreale alla signora Vanda, vedova di Eugenio Corti. Allo scrittore, infatti, è dedicata la mostra “Dalla Brianza al mondo: Eugenio Corti”, che rimarrà esposta sino a domenica 6 aprile a Villa Greppi. «Un’occasione per conoscere la vita e l’opera del grande scrittore, venuto a mancare lo scorso 4 febbraio nella sua casa a Besana in Brianza – ha spiegato Francesco Sangiorgio, presidente dell’associazione Costruiamo il Futuro -. Eugenio Corti è stato un grande protagonista della cultura italiana, capace di raccontare la grande epopea del Novecento facendo emergere la natura profonda dell’uomo di ieri, di oggi e di sempre.»

STRAORDINARIO PATRIMONIO. Al taglio del nastro, Marco Benedetti, assessore alla cultura della Provincia di Lecco, Enrico Elli, suo omologo della Provincia di Monza e Brianza, Enzo Bruni, presidente del Consorzio Brianteo Villa Greppi e Romualdo Massironi, presidente dell’associazione Culture e Tradizioni della Lombardia. «La Provincia di Lecco – ha detto Benedetti – sostiene con convinzione la prima edizione del Festival della Brianza, presso la sede del Consorzio Villa Greppi, location ideale tra le Province di Lecco e di Monza e Brianza per una tre giorni intensa, che intende valorizzare e analizzare lo straordinario patrimonio culturale, identitario e produttivo della terra briantea».

PIETRA MILIARE. Quanto alla figura di Corti che, oltre a importanti riconoscimenti, nel 2000 ricevette il Premio internazionale “Al merito della cultura cattolica”, Benedetti ebbe modo di pronunciare parole importanti in occasione della morte dello scrittore. «Il mondo della cultura lecchese – disse – perde una delle sue pietre miliari: a Eugenio Corti va il mio sentito e commosso ringraziamento per la sua incessante opera di conservazione e di trasmissione delle tradizioni del nostro territorio».

LE OPERE. Un gigante da riscoprire nelle sue opere. Innanzitutto “Il Cavallo rosso”, il capolavoro pubblicato dalle edizioni Ares nel 1983, che il direttore del Figaro Litteraire ha definito «uno dei migliori romanzi europei degli ultimi 25 anni». E poi: “La terra dell’indio” (1998), “L’isola del paradiso” (2000), “Catone l’antico” (2005). I saggi raccolti nel 1996 nel volume “Il fumo nel tempio”, e le storie brevi del volume “Il Medioevo e altri racconti” (2008). Monsignor Maggiolini, il compianto vescovo di Como che lo stimava profondamente, lamentò pubblicamente la “congiura del silenzio” con cui la cultura dominate, anche di stampo cattocomunista, tentava di cancellare la stessa esistenza di Eugenio Corti. A Monticello, per molti sarà una scoperta…

PIATTI DELLA TRADIZIONE. Oggi proseguono gli appuntamenti in programma. Dalle ore 10.30 si tengono degustazioni culinarie a cura di In-Presa di Carate Brianza che insegnano a preparare e cucinare piatti della tradizione brianzola. Domenica la giornata clou del fesival. Come nei due precedenti giorni prosegue la visita alla mostra dedicata a Corti, così come la mostra fotografica Storia di una terra: la Brianza a cura di Pietro Redaelli, storico fotografo che attraverso i suoi scatti ha immortalato ben 50 anni del territorio.

(Corriere di Lecco, 05/04/14)

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Omaggio a Eugenio Corti

16 marzo 2014
La locandina dell'evento

La locandina dell’evento

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Cavalleri: è stato il Tolstoj italiano

22 febbraio 2014
Eugenio Corti

Eugenio Corti

“Eugenio Corti comincia adesso. Ha finito la sua parabola terrena con serenità, finora è stato amato e conosciuto ma è certamente uno dei pochi autori italiani del 900 che resisterà a letture e riletture nei secoli a venire”. Così ricorda lo scrittore scomparso Cesare Cavalleri, direttore delle Edizioni Ares sin dal 1965 e anche l’uomo che per primo, coraggiosamente, pubblicò Il cavallo rosso. Eugenio Corti è morto ieri nella sua Brianza, luogo che, come ha detto Cavalleri a ilsussidiario.net, lo ha segnato come uomo e come scrittore: “Come sempre l’universale si dimostra nel particolare e dunque la provenienza di luogo in tutti i grandi scrittori è indispensabile. Da Tolstoj a Eliot il luogo di origine è una cifra che riscontriamo nei grandi scrittori; è dal radicamento in un luogo, se si è veramente grandi, che si può fare un discorso di carattere universale”.

Come nacque il suo rapporto di lavoro con Eugenio Corti?
Fu Gabrio Lombardi (giurista e politico, fu presidente del comitato promotore del referendum per l’abolizione del divorzio, ndr) che me lo fece conoscere nel 1974 ai tempi del referendum sul divorzio. In quell’occasione ci improvvisammo conferenzieri e andammo in giro a tenere conferenze sul tema. Eugenio stava scrivendo Il cavallo rosso, un lavoro che lo tenne occupato per dieci anni e io fui felice di pubblicarlo nel 1983. Corti è uno scrittore che ha sempre lavorato per i posteri.

Cosa significa che ha lavorato per i posteri?
E’ sempre stato uno scrittore di ampio respiro, basti dire che il suo grande ispiratore è stato Omero. Non ha mai ricercato successi immediati nell’attualità anche se questi non sono mai mancati, così come i grandi riconoscimenti pubblici, ad esempio la Medaglia d’oro che proprio l’anno scorso gli conferì il Capo dello Stato, o l’Ambrogino d’oro e tante altre.

Come lo definirebbe in una battuta dal punto di vista della scrittura?
Era un cristiano consapevole e profondo che traduceva con naturalezza questo suo essere cristiano nella sua opera quindi senza nessuno schermo, ma anche senza atteggiamenti confessionali o bigotti.

Qualcuno lo ha definito il Manzoni del 900, è d’accordo?
Direi che è riduttivo, trovo più appropriata la definizione che è venuta dopo le traduzioni francesi del Cavallo rosso e cioè di Tolstoj della nostra epoca. Il cavallo rosso è il Guerra e pace del 900, è una definizione che trovo più appropriata.

Il cavallo rosso negli anni è stato anche uno straordinario successo commerciale, se lo aspettava quando lo diede alle stampe la prima volta?
E’ vero, stiamo infatti facendo la 29esima ristampa. Non me lo aspettavo questo successo anche se la qualità del testo era straordinaria e si è visto subito. Poi c’è stato anche il successo di pubblico, soprattutto grazie al passa parola.

Corti in qualche modo al di fuori dell’ambiente cattolico è stato alquanto snobbato, perché?
Dal punto di vista della critica cattolica c’è stato subito ampio riconoscimento, dal filosofo Cornelio Fabro a Civiltà Cattolica. La critica più laicista non lo ha preso in considerazione per la lunghezza del Cavallo rosso, che non è facile. E’ anche il motivo per cui Garzanti non lo ha pubblicato, anzi snobbato a causa dei costi editoriali troppo elevati per un grande editore, mentre per noi fu più semplice pubblicarlo. La grande critica l’ha trascurato, ma francamente di una recensione di Repubblica, Corti e io ce ne siamo sempre infischiati. Ebbe invece un grande successo anche di critica in Francia dove è molto amato. Le Monde e Figaro hanno scritto cose bellissime sul suo lavoro.

La Francia non è un paese tradizionalmente ben disposto verso i cattolici, come si spiega questo suo successo Oltralpe?
E’ stato possibile perché i francesi non fanno distinzioni fra cattolici e laici. L’accademia di Francia ha sempre accolto i grandi pensatori cristiani, ci sono esempi di cardinali eletti accademici di Francia. C’è una tradizione di rispetto per la cultura cattolica nonostante le opinioni e Corti è stato riconosciuto non in quanto cattolico, ma in quanto scrittore.

Nelle scuole italiane lo si legge?
E’ molto letto, c’è stata un’edizione Mursia ridotta del Cavallo rosso proprio per farlo conoscere agli studenti.

Secondo lei quanto il suo essere nato e sempre vissuto in Brianza, terra feconda di popolo e fede cattolica, lo ha segnato?
Come sempre l’universale si dimostra nel particolare e dunque la provenienza di luogo in tutti i grandi scrittori è indispensabile. La Russia di Tolstoj o il correlativo oggettivo di Eliot sono una cifra che riscontriamo nei gradi scrittori. E’ dal radicamento in un luogo, se si è veramente grandi, che si può fare un discorso di carattere universale.

Corti oltre Il cavallo rosso ha scritto moltissimo: se lei dovesse consigliare un altro suo libro, quale sarebbe?
Tutti i lavori di Eugenio sono straordinari, ma dovendone indicare uno solo consiglierei con determinazione Catone l’antico. E’ un romanzo, come ha scritto Le Monde, che diventa un affresco storico: “Profondamente cristiano e anti fascista, Corti è uno dei grandi scrittori italiani di oggi. Sono capolavori come Catone l’antico che presentano un affresco storico e morale il cui rigore è pari solo al piacere che si prova nel leggerlo. Romanzo inclassificabile ci offre le chiavi per la nostra epoca”.

In conclusione, ci può lasciare un suo ricordo personale dello scrittore e amico?
Eugenio è morto a 93 anni, è chiaro che negli ultimi anni dal punto di vista fisico aveva difficoltà di vario tipo, ma è sempre stato lucidissimo e battagliero. Fino a pochi giorni fa, quando l’ho salutato, aveva progetti di riscrittura e lavorazione. E’ morto serenamente circondato dall’affetto della donna della sua vita, la signora Vanda. Quindi ha concluso la sua parabola terrena in serenità. Ma Eugenio Corti comincia adesso, finora è stato amato e conosciuto, ma è uno dei pochi autori del 900 che resisterà a letture e riletture nei secoli a venire.

(Paolo Vites, Il Sussidiario, 05/02/14)

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Eugenio Corti, il cantastorie del Regno

19 febbraio 2014
Eugenio Corti

Eugenio Corti

La sera di martedì 4 febbraio Eugenio Corti ha fatto ritorno al Padre. Classe 1921, lo scrittore aveva conformato la sua vita al versetto del Padre Nostro che recita “Venga il Tuo Regno”, combattendo la buona battaglia tramite la scrittura.

Uomo dal portamento distinto e dal fare pacato ma anche caparbio, Corti scrutava con i suoi attenti occhi azzurri i tanti lettori, molto spesso giovani, che si recavano a trovarlo nella sua casa in Brianza. Personalmente ricordo il suo atteggiamento vigoroso e paterno, dettato e supportato dalle decisive esperienze maturate durante la Seconda Guerra Mondiale e da una fede granitica. Dialogando con lui si aveva la percezione di essere di fronte a un maestro da cui attingere preziose considerazioni sul passato e sull’epoca contemporanea; nel contempo, emergeva anche la consapevolezza di essere in presenza di una persona cui – da cattolici – guardare come modello di comportamento, perché lo sguardo di Corti, benché permeato di un sano realismo, era sempre orientato a Dio.

Non a caso, accanto all’età d’oro greca, il periodo storico più amato dallo scrittore brianteo era il Medioevo, ossia l’epoca in cui il messaggio cristiano si è diffuso in maniera capillare ed è diventato un fenomeno ‘di popolo’, dando luogo alla Res Publica Christiana. In quei secoli, troppo spesso classificati come ‘bui’ e invece ricchissimi sotto diversi aspetti, ogni ambito del vivere quotidiano era orientato – seppur con le dovute eccezioni – agli ideali del Vangelo: dal modo di concepire la guerra e la cavalleria, allo sviluppo dell’arte pittorica e architettonica, al ruolo assegnato alle donne… E proprio riguardo quest’ultimo aspetto, entrando nella casa di Corti si rimaneva piacevolmente colpiti dalla presenza riservata, ma assolutamente rilevante, di sua moglie Vanda, che lo scrittore contemplava ancora con sguardo innamorato e riconoscente, nonostante fossero sposati dal 1951.

Ma si diceva della centralità della fede nella vita e nel pensiero di Corti, la quale trova conferma anche nei suoi articoli e nei libri – molto vari per genere e argomento – ch’egli ha scritto dal 1947 in avanti. Tra questi spicca per importanza il romanzo storico Il Cavallo Rosso (Edizioni Ares, 1983), oramai giunto alla ventinovesima edizione e tradotto in otto lingue. Questo testo – che ha richiesto a Corti ben undici anni di lavoro – narra le vicende di alcuni ragazzi della Brianza e del loro incontro con il mondo esterno, sullo sfondo dei grandi avvenimenti storici succedutisi in Italia e nel mondo tra il 1940, anno dell’entrata in guerra dell’Italia, e il 1974, anno del referendum sul divorzio. Scorrendo pagina dopo pagina, moltissimi lettori sono rimasti avvinti nella narrazione e – oltre ad aver potuto rivivere quasi in presa diretta gli anni del secondo conflitto mondiale e della ricostruzione – hanno avuto modo di apprezzare le riflessioni storiche, teologiche e teleologiche che Corti non mancava mai di inserire nei propri scritti, in forma più o meno diretta.

Un’altra opera fondamentale lasciataci dallo scrittore brianteo è Il fumo nel Tempio (Edizioni Ares, 1996), una raccolta di articoli scritti dal 1970 in poi sulla difficile situazione della Chiesa nel post Concilio, sulla perdita di valori della società, sulla crisi della politica e in particolare della Democrazia Cristiana e, infine, sull’egemonia di una cultura di matrice laica e troppo spesso ideologizzata. Sono testi di una lucidità spesso disarmante, propria di un osservatore attento e onesto qual era Corti, convinto che il parametro di giudizio cui fare riferimento è sempre l’insegnamento di Cristo, perché solo in questo modo è possibile vivere in pienezza e gustare anche in terra un imperfetto assaggio di felicità e di Bellezza.

Sintomatica di quest’approccio alla vita è la risposta data da Corti alla domanda su quale fosse la cosa più bella che gli sia mai accaduta: «L’essere venuto al mondo, sicuramente. La prova è stata anche dura, come per tutti. Ma è stato l’esistere, l’essere, che mi ha aperto tutte le altre porte. Anche quella della consolante Speranza cristiana in una felicità intramontabile in Dio, dopo la morte terrena».

Al termine di una vita intensa e luminosa, la poesia posta da Eugenio Corti in calce alle 1274 pagine che compongono Il Cavallo Rosso appare quasi come un suo testamento: “Ecco, ora svaniscono, / i volti e i luoghi, con quella parte di noi che, come poteva, / li amava, / Per rinnovarsi, trasfigurati, in un’altra trama” (T.S. Eliot). Requiescat in pace!

(Giulia Tanel, La Nuova Bussola Quotidiana, 06/02/14)

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