Guerra e pace in Brianza

Il cavallo rosso - edizione americanaCi sono culture che danno il meglio di sé quando volgono al tramonto. Ne possono nascere capolavori – d’arte figurativa o di letteratura, non importa – che sembrano provvidenzialmente voluti per trasmettere alle nuove culture emergenti la sintesi di un mondo di valori. Come messaggi in una bottiglia lanciati da un Titanic ormai in difficoltà; o capsule inviate nello spazio perché qualcuno, in un altro pianeta, le raccolga e sappia. Potrebbe essere questa la chiave di lettura di un libro straordinario uscito tre mesi fa a Milano e destinato, a parere di chi lo ha letto, a restare nella storia della nostra letteratura. E se finora se ne è parlato poco, soprattutto da parte della stampa laica, se non lo si è visto inserito in alcuna delle “rose” di candidati ai vari premi, questo testimonia solo la sordità di un serto mondo: ma non dovrebbe pregiudicare affatto il futuro di un’opera che, anche se esclusa dai clamori dell’effimero (forse proprio per questo), potrà trovare da sola la sua strada e vivere negli anni e nei decenni di una sua vita autonoma, punto di riferimento culturale e miniera di pagine antologiche.
Il libro si intitola Il cavallo rosso. L’autore si chiama Eugenio Corti. La casa editrice è la Ares di Milano, piccola ma pugnace, l’unica che non si sia lasciata spaventare dalla mole dell’opera.

Sono infatti 1.277 pagine: il che ne fa indubbiamente uno dei romanzi di maggiore respiro del dopoguerra. Il contenuto dell’opera, che è “grosso modo” la storia di una famiglia lombarda calata nelle vicissitudini storiche, sociali e politiche dell’ultimo mezzo secolo, e soprattutto lo spirito che la informa e i paesaggi che vi si disegnano, hanno già suggerito una serie di richiami letterari. E’ stato fatto il nome di Manzoni, poi quelli di Tolstoj di Guerra e pace e di Hugo de I miserabili: e non abusivamente; anche se Il cavallo rosso finisce per avere una sua autonomia che lo distacca da tutto. Come succede, appunto, ai capolavori.

E che di capolavoro si tratti, molti non hanno dubbi. Il che non equivale a dire che l’opera sia perfetta. C’è anche qualche caduta di tono, qualche rallentamento di ritmo, qualche ripetizione, qualche lombardismo e qualche personalismo di troppo, qualche pagina di troppo.
Non tanto, però, da scalfire – a nostro modo di vedere – il valore generale del libro, che ha anche il merito, singolarissimo e quasi inaudito nell’attuale stagione letteraria italiana, di sapersi far leggere, anzi, di catturare il lettore fin dalla prima pagina, rendendolo curioso di scoprire quello che succederà nelle pagine successive. Capita così che perfino i lettori – si tratta, in genere, di lettrici – allergici alle descrizioni di combattimenti e di eventi bellici, finiscano per immergersi perdutamente nel racconto della guerra di Russia, degli scontri partigiani nell’Ossola, della battaglia di Montelungo. Spiegare come ciò possa accadere significa mettere a nudo la linea guida dell’opera, l’attenzione continuamente portata sull’uomo in un’ottica di tenerezza cristiana, che si fa carico di tutto, tutto cerca di capire, se non di dissolvere, e in nome della superiore libertà dei figli di Dio si permette di sfidare le convenzioni e di guardare agli eventi fuori dai consolidati parametri della storiografia imperante. La guerra, la Resistenza, la Liberazione, il dopo guerra, visti dal di dentro e nell’ottica di cui si diceva, sembrano nuovi e diversi: più veri.

La cultura che Eugenio Corti esprime appartiene ancora alla cristianità: termine andato in disuso e perfino esorcizzato dopo il Concilio che tuttavia si presta bene ad esprimere un tipo di società non certo perfetta, ma in cui i valori cristiani sono riconosciuti come fondamentali anche da chi non può o non vuole adeguarvisi. La Chiesa, entità spirituale o edificio di pietra, è la realtà in cui una maggioranza di convinti di riconosce e si incontra.

Storicamente, nel nostro Paese, questa concezione della vita comunitaria ha avuto, fin dai secoli passati, scarsa presa nelle città. Ma qua e là, nelle campagne, è sopravvissuta, in enclaves, via via più ridotte. La Brianza, che si estende a settentrione di Milano, è una di queste: patria di “paolotti” (il termine è solo vagamente dispregiativo, e l’autore ne fa grande uso) il cui seme non si è interamente perduto: e dalla profonda Brianza, dalla terra dei “paolotti”, viene Eugenio Corti. Questo libro non poteva nascere che qui, a Besana, nello studio severo fino a essere spoglio della casa di famiglia, dove penetra l’ombra verde di un antico giardino. La casa è, con qualche modifica di orientamento, quella descritta nel romanzo, una fabbrica ottocentesca adattata ad abitazione civile, in cui si esprime la prepotente vitalità della famiglia Riva: il padre, ex operaio divenuto industriale tessile, la madre e sette figli. Il grande locale a pianterreno – sala da pranzo, soggiorno e locale di ricevimento, tutti insieme – che prende luce da quattro finestre e da due porte finestre, ammobiliato con solidi pezzi d’anteguerra, è quello dove i Riva del romanzo si radunano a pranzare e a recitare il rosario. Ma la realtà, come sempre nelle opere d’arte, è stata liberamente interpretata. I ragazzi Corti non erano sette, come i figli Riva, ma dieci: e dieci sono rimasti, a testimonianza della splendida robustezza di una stirpe tutta lombarda. I genitori sono mancati da poco: il padre nel 1976 a 86 anni; la madre nel 1980 a 88 anni. Senza fare in tempo a vedere il romanzo del figlio in cui c’era tanto di loro e del loro mondo.

Eugenio Corti, oggi, ha 62 anni, una bella figura diritta e occhi azzurri dallo sguardo singolarmente fermo e quasi severo, lo sguardo di un giudice. Ma la severità a tempo e luogo si allenta, si illumina, sa esprimere affetto, benevolenza: il giudice è cristiano. Caso raro, forse unico, nel mondo delle lettere italiane, Eugenio Corti fa lo scrittore a tempo pieno, anche se ha alle spalle molte esperienze di vita. A cominciare dalla guerra, a cui ha partecipato da giovanissimo ufficiale. Prima la campagna di Russia, da cui è tornato con la medaglia d’argento, uno dei diciassette superstiti su un reparto di 550 artiglieri. Poi, la campagna d’Italia, al fianco degli Alleati, nella divisione Folgore. La laurea in legge. Il matrimonio con una bella ragazza umbra, che più tardi ispirerà il personaggio di Alma. Qualche anno di attività nell’industria di famiglia e infine il trionfo, definitivo e senza pentimenti, della vocazione letteraria. Non ci sono figli a cui dar conto del proprio tempo; e la moglie Alma, insegnante di lettere, attualmente preside di scuola media, comprende e accetta.

Tra i libri pubblicati finora da Corti, quello che gli ha dato maggiori soddisfazioni è stato I più non ritornano (1947), diario della ritirata di Russia, otto edizioni presso Garzanti. Piacque a Benedetto Croce. Di un altro suo libro, I poveri cristi, uscito nel 1951, è stato detto che abbia ispirato Il gattopardo (e certamente Tomasi di Lampedusa lo conobbe). L’opera peggio conosciuta, invece, è un dramma, “Processo e morte di Stalin”, fugacemente portato sulle scene in anni di filo-marxismo strisciante.

Poi la decisione di dedicarsi all’opus magnum. Sono trascorsi dodici anni da allora, e salvo due brevi iati – un periodo di sei mesi dedicato alla campagna referendaria sul divorzio; un altro periodo di sei mesi, come fondista del giornale cattolico di Como, L’ordine – tutte le giornate di Corti sono state assorbite dalla stesura della saga. Il genio, ha detto qualcuno, è una lunga pazienza. Migliaia, forse decine di migliaia di pagine, vergate a matita, cancellate e riscritte anche trenta volte, fino a quando, della stesura originale, non sono rimasti che gli accenni: “Perché il ritmo”, sostiene Corti, “è tutto”. Poi la messa “in bella”, battendo sui tasti di una vecchia Olivetti Studio 44.

Così ogni giorno, per undici anni interi: due o tre ore di preparazione, consultando libri e appunti; quattro o cinque ore di stesura. Nella stanza ordinata, intorno alla scrivania ordinata – una sola nota di stravaganza: il portamatite con diciotto matite, temperate a perfezione, – si affollano i mille personaggi del romanzo: i “doppi” dell’autore Manno, impegnato e ardente; Michele, che fa dello scrivere una missione; Ambrogio, che al ritorno dalla Campagna di Russia entra nell’industria paterna e, rinunciando ad un amore che per lui sa di profanazione – la ragazza è l’ex fidanzata di Manno –, si lega ad una giovane di città, frivola e laica quanto basta per essere iscritta tra i radical-chic; e Pino, il fratello moralmente più fragile, l’unico della famiglia che venga meno alla ferrea osservanza della castità prematrimoniale, partigiano nell’Ossola. Poi gli amici e i compagni contadini o operai. Stefano, votato ad una fine tragica; Pierello, che sarà testimone sbigottito della fuga dei civili tedeschi davanti all’avanzata dei Sovietici; Giustina, che morirà di tisi; e altri amici, e le loro famiglie, e il parroco; e conoscenze occasionali sui campi di battaglia e nelle retrovie, compagni di fuga e compagni di riscossa; e tanti personaggi pubblici, alcuni presenti con il loro vero nome.

Corrono tempi terribili, il vaglio è severo. Al Cavallo rosso, che oltre all’opera generale dà titolo alla prima parte e sta a significare, nella simbologia dell’Apocalisse, la guerra tra i popoli, succede il Cavallo livido della guerra civile e degli odi intestini; fino all’Albero della vita, promessa di rinascita non completamente mantenuta. La vicenda si ferma al 1973, l’anno del referendum sul divorzio; non a caso. E’ un’epoca che si chiude. Alma, la “statuina di marmo”, innamoratissima sposa di Michele Tintori, muore in un incidente in automobile, apparentemente banale, apparentemente inspiegabile. “Ho dovuto far morire uno dei personaggi essenziali, perché la fine non fosse gratuita”, dice Corti.
Ci sono, ne Il cavallo rosso, pagine che sembrano particolarmente destinate a far discutere; e sono anche tra le più belle. Sono le pagine, quasi un romanzo dentro il romanzo, dedicate alla Campagna di Russia, chiuse tra un inizio sommesso, la guerra dal “volto umano” in cui è ancora possibile sviluppare una trama di amicizie, trovare tempo per la lettura, la meditazione sul paesaggio, lo scambio di visite; e una conclusione tragica e scomposta, la ritirata che assomiglia ad una fuga disordinata, la prigionia, così efferata da spingere all’abiezione chi ne è vittima. Per non morire di fame, c’è chi si fa cannibale, senza neppure attendere la morte della vittima.

Non c’è nulla di inventato
Tutto vero, purtroppo, conferma l’autore; anche se, ci tiene a precisare, non tutti i campi di prigionia in Unione Sovietica ricalcavano quelli descritti nel libro. Ribadisce: “Non c’è nulla di inventato. Tutto di prima mano, sulla scorta delle mie esperienze personali; o di seconda mano, sulla base di testimonianze attendibili come quelle rese dai cappellani superstiti, padre Turla del battaglione Saluzzo, don Caneva di Cargnacco nel Friuli, il francescano padre Fiora”.
Ma la descrizione dell’orrore non è mai fine a sé stessa. Soprattutto attraverso il personaggio di Michele, Corti vuol far passare al lettore un messaggio di “messa in guardia” che è affine a quello di Solgenitsyn. Si sforza di spiegare, a sé stesso e agli altri, perché certe cose abbiano potuto succedere, nei lager tedeschi come nei Gulag sovietici; con un audace confronto tra marxismo e nazismo, entrambi mossi da “analoghi meccanismi d’odio”; il marxismo, visto come rovesciamento del cristianesimo; il nazismo, con la sua tematica della razza eletta, più propriamente come rovesciamento dell’ebraismo. E per questo meno universale del marxismo.

A fatica conclusa, in Eugenio Corti sembrano convivere due sentimenti contraddittori: la convinzione, mai proclamata, ma intuibile, di aver ben lavorato; e l’altra, che la cultura ufficiale non potrà non fare il viso dell’arme a quest’opera così fuori ordinanza, cattolica di là dai limiti di sopportazione del laicismo. Attende, con una certa serenità. Ha più tempo, ora, da dedicare al giardino: la riproduzione degli oleandri; la potatura o la sostituzione dei vecchi alberi che le tempeste estive hanno danneggiato; la aiuole da ridisegnare; gli invadenti cotoneaster e noli-me-tangere da tenere a bada. Cinque tartarughe si aggirano indisturbate nel prato; i ghiri saccheggiano diligentemente le nocciole; i merli sanno dove trovare il loro becchime. E’ un angolo di vecchia Brianza ritagliato in un tessuto urbano e rurale che sempre più si allontana dalla vecchia terra dei “paolotti”. Ma gli usignoli, la cui voce, ai tempi passati, poteva confondersi con la voce stessa della campagna briantea, ormai non abitano più qui.

(Mariagrazia Cucco, 09/10/83, Famiglia Cristiana)

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Eugenio Corti all’Università di Pavia

Locandina dell'eventoLunedì 5 dicembre 2016 alle ore 21.00 Paola Scaglione, biografa e studiosa di Eugenio Corti, interverrà ad un incontro dal titolo “Eugenio Corti (1921 – 2014). Le ragioni del vivere, le ragioni dello scrivere”.

Davide Gandini leggerà alcuni passi dagli scritti.

La conferenza si terrà presso l’Aula di Disegno dell’Università degli studi di Pavia, Piazza Leonardo da Vinci, 5 – Pavia.

L’evento è organizzato dal Centro Culturale “Don Giulio Bosco” e l’Associazione di Aiuto allo studio STUDIUM RESET.
(Associazione Culturale Internazionale Eugenio Corti)

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La guerra e la pace in un religioso romanzo di famiglie

La scultura de Il cavallo rossoAdriano Bausola è stato un filosofo e accademico italiano, rettore dell’Università cattolica di Milano dal 1983 al 1998.
E’ possibile scaricare qui il PDF dell’articolo originale.

Il romanzo di Eugenio Corti “Il cavallo rosso”, (edizione Ares, Milano) fa compiere al lettore un’esperienza del tutto inusuale, tanto è il suo distacco dal mondo dei valori corrente, così diffuso, fino ad apparire addirittura ovvio, nella narrativa del nostro tempo. Anche chi – a livello di visione di vita e di persuasioni morali – non condivida il prevalente “ethos” contemporaneo, quando legge un romanzo di uno scrittore novecentesco si aspetta dai personaggi atteggiamenti ispirati, come se fosse ovvio, naturale, dalla logica della permissività, dell’indifferenza, del silenzio (quando non dell’ostilità) verso la religione. Se un personaggio soffre per ragioni ideali, non ci si aspetta – oggi – che soffra per un conflitto tra l’ideale ed il reale. C’è l’eccezione, è vero, in qualche caso, del conflitto tra ideali “politici” e realtà; ma anche in questo campo si tende sempre più a livellare, a smussare. La sofferenza, in genere, nella letteratura contemporanea riguarda semmai l’incertezza sugli ideali: il non averne, l’averli perduti, l’essere in bilico fra più ipotesi, l’essere esposti alla duplicità, all’ambiguità esistenziale. O l’indifferenza, e un conseguente superficiale edonismo, o la tragicità che deriva dalla consapevolezza sopravvissuta della necessità del riferimento all’assoluto, e dell’incapacità insieme di soddisfarla.

In questo modo, con questi fondamenti teorici, la letteratura contemporanea alimenta potentemente, per sua parte, e in circolo, quella visione (e pratica) di vita che la società, per tante altre vie (dalla filosofia all’economia alla politica, eccetera) offre allo sguardo della letteratura. Questa visione è così potente, che penetra anche in autori cattolici: basta pensare, per fare un nome illustre, a Graham Greene, per il quale un uomo non può essere cristiano che drammaticamente, e mai serenamente, perché l’antropologia è in conflitto con la teologia, e non può non essere in conflitto con essa: l’uomo corrotto dal peccato d’origine vince in qualche modo anche quando la grazia opera in lui, l’ambiguità rimane in tutta la storia: tanto ovvia appare la lezione della cultura dominante, la quale presenta un uomo originariamente senza una legge, sradicato da riferimenti assoluti, tutto terrestre (anche se non necessariamente perciò felice, né oggi né domani).

Il libro di Corti – un romanzo vastissimo, che intreccia vicende individuali a grandi, tragici eventi storici, prodottisi nell’arco di un trentennio, dal 1940 ai primi anni ‘70 – porta in un’altra dimensione: rievoca fatti e ambienti – soprattutto ambienti – di appena qualche decennio fa, ma provoca nel lettore l’impressione di un trasferimento in un’altra epoca storica, addirittura in un altro eone. Un’epoca in cui il dovere – a livello di massa, non di singoli soltanto – era ancora sentito naturalmente come qualcosa cui si può sacrificare il piacere, in cui la fedeltà, la costanza nei sentimenti e negli affetti erano accolte e capite nelle loro ragioni anche da chi non scriveva opere di teologia morale.

Corti, anche se inventa personaggi di fantasia (non tutti, invero) non vuole perciò fare un romanzo di pura invenzione: i suoi personaggi sono calati in un intreccio di eventi e di episodi, alcuni dei quali immani, come la guerra di Russia e d’Africa, la tremenda ritirata della nostra Armir dall’Unione Sovietica, la guerra partigiana e del Corpo italiano di liberazione contro i tedeschi, le tensioni del primo dopoguerra, e via dicendo. L’autore ci fa ad ogni passo capire che quei personaggi sono rappresentazioni concrete di figure ‘umane reali che non erano affatto infrequenti appena quaranta, trent’anni fa, almeno in alcune regioni d’Italia (e la regione privilegiata nel romanzo è la Brianza cattolica e moralmente seria di quarant’anni fa, che non è ancora tutta scomparsa).

Alla concezione dell’uomo come naturalmente religioso e per tanta parte amorale, che oggi prevale, Corti contrappone un’altra, opposta concezione; ma quello che gli preme soprattutto dirci è che questa concezione non è pura utopia, che essa è stata vissuta da tanti, in intere società; che perciò non è ovvio e fatale che la concezione alternativa trionfi, anche se gli scrittori la consolidano, le conferiscono lo ‘splendor formal” o, in subordine, la consacrazione dell’ineluttabilità.

L’autore ci fa partire da una famiglia di piccoli industriali brianzoli di recente affermazione, alle soglie della seconda guerra mondiale: a tarda primavera, quando i ragazzi, studenti, aspettano le vacanze, e la natura volge al meglio; ci descrive la vita di un paese di Brianza, con i suoi costumi, le sue figure tipiche, i modi di vita dei vari gruppi sociali. Ma presto il libro ci immette nella tragedia della guerra, con il suo crescendo di vicende drammatiche che raggiunge un culmine spaventoso nella campagna italiana di Russia, campagna apparentemente poco difficile all’inizio, ed immane tragedia poi, di cui l’autore fu partecipe diretto, ed è ora implacabile ed efficacissimo rievocatore nei suoi innumeri dolori. Le tragedie del fronte sono raccontate in alternanza con le vicende di chi è rimasto a casa, nello stupore per il continuare della vita di tutti i giorni, mentre al fronte nello stesso istante molte vite si spengono: questo porta l’autore all’eterno interrogativo sul perché del male, dell’ineguaglianza nel dolore, ed alla ripresa della risposta cristiana.

Ai tempi della guerra seguono quelli della pace, con i nuovi problemi morali, sociali, politici, che toccarono in questo secondo dopoguerra l’Italia, e, in essa, il piccolo paese Brianzolo di Nomana. Qui il racconto si fa più disteso, spesso affettuoso e sentimentale: ecco delle storie d’amore pulite, incredibili, pensiamo, per tanti giovani di oggi, eppure credibilissime, se inserite in un sistema di tradizioni e di insegnamenti adeguato, come quello che Corti rievoca. Ecco, anche, pagine divertenti sulle piccole lotte paesane di potere – paesane, ma facilmente universalizzabili -, ecco le rievocazioni della vita studentesca milanese all’Università Cattolica, con riferimenti che non sono più tutti di fantasia, e via dicendo.

Il libro – quasi 1.300 pagine – racconta trent’anni di vita di alcune famiglie, nel loro incontro con i problemi di un periodo travagliato; esso non ha una trama marcata, non tende alla “suspense”, eppure si fa leggere tutto con piacere, in primo luogo perché ha una trama di altro genere, teoretica – quell’ideale concezione di cui si è detto – che è anche una sfida inevitabile per il lettore contemporaneo, epperciò coinvolge fino in fondo; in secondo luogo perché Corti possiede tutte le armi del narratore, e le usa pienamente con grande maestria e con autentica passione morale.

(Adriano Bausola, 25/08/83, Avvenire)

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Eugenio Corti tra gli ultimi soldati del re

Gli ultimi soldati del reGli ultimi soldati del re sono quei soldati italiani che dal 1944 al 1945, inquadrati in quello che rimane dell’esercito regolare, hanno combattuto insieme con gli alleati contro i tedeschi. Corti, rientrato in Italia dopo la tremenda esperienza della ritirata di Russia, trascorre qualche tempo in caserma a Bolzano, viene poi trasferito a Nettunia, dove lo sorprende l’armistizio dell’8 settembre 1943, e da dove a piedi si mette in viaggio in direzione dell’Abruzzo attraverso l’Appennino; partecipa alle operazioni militari che portano allo sfondamento della linea Gustav sul Sangro e all’entrata a Chieti. Queste vicende, e tutte quelle riguardanti la guerra di liberazione, sono narrate ne Gli ultimi soldati del re che si presenta quindi come un diario dello scrittore.

Vediamo in particolare le vicende di Chieti, narrate da tre testimoni d’eccezione: oltre a Eugenio Corti, Corrado Alvaro e Luigi Paratore. La città, “umanissima” – come la definirà Corti – e tranquilla, viene a trovarsi, dopo l’armistizio dell’8 settembre, nell’occhio del ciclone. Lo scontro tra le forze alleate che tentano di risalire la penisola verso il Nord e la difesa tedesca si attesta lungo la Linea Gustav, che va da Gaeta a Ortona, località sulla costa adriatica poco più a sud di Chieti.

Nel territorio di questa provincia, intorno al fiume Sangro, i Tedeschi, prima di rassegnarsi alla ritirata, decidono di distruggere tutti i centri abitati, così come i ponti, le ferrovie, le strade e i porti, convinti come sono che “il nemico al suo arrivo non deve trovare alcuna risorsa”. La popolazione è costretta allo sfollamento: le case, evacuate, vengono minate dall’interno una per una e fatte esplodere.

Per di più, trovandosi il quartier generale della X Armata tedesca nei pressi di Avezzano, capoluogo del Fucino, non si contano i bombardamenti alleati su tutta la zona.

Nel novembre 1943 si svolge la prima grande battaglia della seconda guerra mondiale sul suolo italiano, la battaglia del Sangro, e nel mese successivo una delle più dure, quella di Ortona. Qui le perdite sono davvero ingenti: 1314 tra i civili, 1375 tra gli alleati (truppe canadesi del generale Vokes), quasi 1000 i tedeschi. A Ortona appunto è presente un grande cimitero che accoglie i caduti canadesi.

A Chieti nascono spontaneamente, come reazione alle incredibili violenze e vessazioni subite ad opera dei tedeschi in ritirata, e forse senza una precisa consapevolezza ideologica, le prime formazioni partigiane ad opera di giovani civili. Già il 9 settembre ’43 si costituisce – presso la fornace di Pietro Falco – la Banda Palombaro, che prende il nome da un paesino alle pendici della Maiella e che si scioglierà, vinta dalle rappresaglie e dalle fucilazioni operate dai tedeschi, nel febbraio ’44.

Un’altra formazione, più consistente e meglio organizzata, la Brigata Maiella, si forma a Casoli (45 km a sud del capoluogo) nel dicembre ’43, e conta tra i 400 e i 500 uomini. Parteciperà più tardi, procedendo verso il nord, alla liberazione di Bologna e di Asiago, per essere sciolta solo nel luglio ’45.

La popolazione civile d’Abruzzo vive in quei mesi un’immane tragedia: decine di migliaia di famiglie disperse e al freddo sono in cerca di riparo e di un alloggio. Una gran quantità si riversa nella città di Chieti, dove nei primi mesi del ’44 si calcola siano centomila gli sfollati, accolti dalla solidarietà e dalla proverbiale ospitalità dei cittadini. Corrado Alvaro è uno degli sfollati e racconta così la vita di allora in città.

Le angherie che fanno al piano di sotto, in casa della signora *, allo sfollato contadino Michele. Sul principio lo avevano accolto per profittare della farina e dei legumi che egli aveva portato per campare in città. Ora lo maltrattano, ora che egli non può dare più nulla. Tutta la borghesia locale, in genere, ha trattato i cafoni alla stessa maniera. I piccoli professionisti, in mezzo alla polizia, agli ospedali, ai tribunali, sono i nuovi feudatari di questa povera gente. Per tutto questo inverno si adoperarono perché i poveri contadini qui rifugiati sfollassero, nella neve, temendo di essere costretti a sfollare loro. E quelli sfollarono, con le robe in testa, i bimbi in braccio, i loro morti seppelliti in fretta. I tedeschi stessi sono stupiti di una tale mancanza di solidarietà. Ora i borghesi tremano di dovere sfollare anche loro, e non si sono accorti che i primi scacciati serviranno ad alleggerire il compito di scacciare tutti. (…)

I borghesi hanno fatto una grande processione per ringraziamento e propiziazione contro lo sfollamento. C’era tutto il clero della provincia e il meglio della città. 

I poveri sono sulle vie dell’Italia centrale, a portare la vera croce. (…)

Non si finisce mai di capire. Nella casa di fronte dove mi hanno più volte chiamato per invitarmi ad andarmene, unirmi agli sfollati raminghi, fare quello che voglio purché me ne vada, m’hanno invitato a pranzo a Pasqua. Una tregua. Ma insomma, questa è un’ultima traccia di ospitalità, l’ospitalità festiva, così viva nel popolo e stranamente sopravvissuta anche fra i più avviliti e paurosi. Ad Ari, questa estate, nei poveri paesi dei contadini, non vi fu una sola casa dove, alle centinaia di soldati che tornavano in giù, a piedi, dai fronti sgretolati di Francia e di Jugoslavia, per due o tre mesi di cammino, non vi fu una casa benché povera dove rifiutassero una minestra e un pane. (…)

Non si potrebbe essere più semplici e buoni di così. Avevo preparato il mio fagotto per sfollare. Camillo era sul letto. Una delle sue sorelle mi aveva fatto intendere che me ne dovevo andare. C. chiede: «Dove andate, professore?» Dico: «Vado via». Risponde: «Fa ancora freddo, le strade sono brutte. Dove andate! Restate; Dio provvede». Sono rimasto.
(Corrado Alvaro, Quasi una vita, 1950)

La situazione in città è ben presto al limite del collasso, mentre non cessano i bombardamenti. A questo punto decide di intervenire l’arcivescovo, monsignor Giuseppe Venturi (originario di Verona, dal 1931 è vescovo della diocesi abruzzese, dove rimarrà fino alla morte avvenuta nel 1947) il quale scrive al Segretario di Stato Vaticano: “…mi aiuti a dichiarare Chieti Città Ospedaliera”. E’ l’8 dicembre 1943.

Il 21 dicembre, affrontando tutti i rischi di un viaggio in quel momento così pericoloso, si reca dal papa Pio XII, che era stato suo compagno di studi al collegio Capranica di Roma, a perorare la causa del suo gregge. A Roma incontra, oltre al Santo Padre, alti prelati e generali, tra cui il capo di Stato Maggiore tedesco, feldmaresciallo Kesserling. I colloqui tuttavia non sembrano avere l’esito sperato: nonostante la disponibilità dimostrata da Kesserling, cattolico, che Venturi incontra ben due volte sul Monte Soratte, a 50 km a Nord di Roma, il Comando tedesco ordina l’evacuazione totale di Chieti da parte dei profughi ivi affluiti.

Ma l’indomito arcivescovo non si arrende, le trattative proseguono e dopo altri passi diplomatici, grazie anche all’intervento dell’ambasciatore inglese sir Osborne, il 21 marzo ’44 arriva la dichiarazione che Chieti è Città Aperta.

Gli ultimi soldati del reIl comando dispone che presso tutti gli accessi alla città sia collocato un cartello che nella loro lingua interdice l’ingresso alle truppe tedesche. Ecco come il famoso latinista Ettore Paratore, giovane chietino, racconta quei momenti.

Che ci fosse qualcosa in vista, lo si capiva dall’affollamento veramente eccezionale al centro. Verso il Pozzo, all’altezza dei portici e del Caffè Vittoria, bisognava fare a gomitate per passare. E, quel ch’è più, all’angolo dell’Arcivescovado, la folla aveva lasciato un bello spazio vuoto e formava una specie di cordone per evitare che ci si cacciassero dentro passanti isolati, e quasi per fare ala al «venerato presule», in cui erano riposte tutte le speranze. (…)

Le facce, di solito aggrondate, dei passanti, erano atteggiate al sorriso. Nei gruppetti si conversava allegramente, ci si scambiava saluti da un crocchio all’altro, come se si fosse alla passeggiata domenicale, allo struscio per il Corso.

«Don Enrì, ci siamo. S. Giustino l’ha fatta la grazia. Quel sant’uomo di mons. Venturi l’ha spuntata. Sta per uscire dall’Arcivescovado per andare al comando tedesco a concordare la dichiarazione solenne. Anche loro, via, sono meno fetenti del solito. Non hanno fatto difficoltà, ce l’hanno avuta compassione di tanti poveretti.» (…)

Un grido, un rimbombo, un frastuono di gioia esplose e si propagò all’improvviso dalla vicina piazza S.Giustino. Voltandosi al rumore Enrico scorse uno schizzo di gente, specialmente giovani, che veniva giù correndo e gesticolando a bocca spiegata, con urla che fendevano l’aria come frecce, agitando le braccia a mulinello, facendo capriole, percorrendo su e giù metri di strada in un carosello ininterrotto, come cani in fregola. «È fatte, è fatte! L’ha fatte lu miracule! Pozz’esse benedette! Scine, scine! Siamo aperti! Nun ce ponne bumbardà! Ci potemo stà sicuri ccà dentre. Viva, viva lu vescuve!»
(Ettore Paratore, Era un’allegra brigata, 1987)

Il 26 marzo tutti si riversano in cattedrale per il Te Deum di ringraziamento e in giugno i tedeschi lasciano finalmente la città. Nel giugno del 1944, dopo la rottura della linea Gustav, la ritirata dei tedeschi apre la strada all’arrivo delle truppe italiane. Eugenio Corti, dopo aver attraversato campagne semi-abbandonate e paesini deserti, entra in città col suo reggimento d’artiglieria:

L’11 giugno il battaglione entrò in Chieti. Era domenica, giorno del Signore, e l’apparizione della città in vetta al suo colle, mi colse mentre pregavo camminando, simile a una risposta sorridente di Dio. D’un tratto prese a cadere un’acquerugiola gradevole e luminosa, che ci fece lieti. Superammo, lungo la strada asfaltata in salita, dei pacchi devastati di tritolo, accanto a buche in cui avrebbero dovuto essere deposti. La loro polvere gialla striava pigramente i rigagnoli della pioggia all’intorno. Evidentemente qui l’avanguardia paracadutista aveva sorpreso dei minatori tedeschi. Incrociammo diversi branchi di civili che scendevano verso la campagna, molti carichi di robe le spalle o il capo; ci salutavano appena, ansioso ciascuno d’arrivare a vedere cosa gli fosse rimasto.

Prima d’entrare tra le case il Decimosesto battaglione fece alt e sommariamente s’inquadrò; dietro di noi s’inquadrò il Decimoquinto. Dopo di che avanzammo a passo cadenzato, fendendo a fatica la folla che si andava facendo via via sempre più fitta, acclamava, gridava, usciva in improvvisi scroscianti battimani. Il nostro passo echeggiava marziale sull’asfalto. «Italiani! Tutti italiani! Sono i nostri soldati, e arrivano primi!…» La gente gridava in preda all’entusiasmo, ci buttava qualche fiore, cercava di toccare le nostre divise con le mani tese. “Ecco” mi dicevo, “abbiamo fatto bene a rimettere in piedi questo moncone d’esercito!” Mentre emozionato marciavo, s’affollavano nella mia mente le lunghe giornate di viaggio tra le montagne: la sferza del sole, quella di Dio, tutte le dure vicende dal giorno in cui, con l’armistizio, l’Italia era caduta in ginocchio.
(Eugenio Corti, Gli ultimi soldati del re, 1994, p.37)

Il feldmaresciallo Kesserling, nel corso del processo di Norimberga, a guerra terminata, chiederà ed otterrà da monsignor Venturi una dichiarazione attestante l’aiuto prestato per la salvezza di Chieti grazie alla quale vedrà la sua condanna a morte commutata in carcere a vita.

Il vescovo Venturi dopo la guerra sarà inserito tra i Giusti d’Israele per aver salvato moltissimi ebrei: venivano nascosti perfino nella grande cripta dellacattedrale, e insieme a numerosi partigiani, in un cimitero nelle campagne del Sangro, fiumeche attraversavano di notte per trovare salvezza nelle linee alleate.

Che differenza rispetto al comportamento del re Vittorio Emanuele III che con incredibile tempismo alle 4.50 del 9 settembre ‘43 si era messo in fuga da Roma alla volta dell’Adriatico! Proprio in Abruzzo i Savoia col loro seguito – una carovana di ben 40 automobili- fecero una pausa e trascorsero la giornata del 9 settembre ospiti del castello di Crecchio -ora sede di un Museo Archeologico-, poiché la duchessa era dama di compagnia della regina. “Nel fondo valle aggirammo, presso le macerie del paese di Crecchio -che io vedevo per la prima volta- un castello medievale dalle grossa mura frugate in tutti i modi dalle artiglierie, ma ancora saldamente in piedi.” (Eugenio Corti,ivi p.29)

Raggiunto dopo pochi chilometri il porto di Ortona, si imbarcarono nella notte per Brindisi, dove poi venne trasferito il governo.

(Silvana Rapposelli, maggio 2016, LineaTempo)

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