Il Te Deum di Eugenio Corti

15 gennaio 2012
Eugenio Corti

Eugenio Corti

In vita mia ho conosciuto due santi: don Luigi Giussani e don Carlo Gnocchi. Due persone abissalmente diverse, ma entrambe anime elevatissime e, per la mia esperienza, ugualmente sante. Il primo era un maestro che seppe appassionare alla fede tanti giovani, il secondo un animo semplice tutto dedito agli altri.

Don Giussani era di Desio, non molto lontano da Besana, paese dove abito. Lo conobbi ai tempi della battaglia sul divorzio. Con alcuni amici avevo organizzato una serie di convegni in cui avevamo invitato varie personalità e ricordo un suo mirabile intervento durante una conferenza al teatro della Biblioteca Ambrosiana di Milano. L’ho incontrato spesso, ma ricordo con particolare lucidità il giorno del funerale di sua madre. Egli celebrava e io m’ero messo in fondo, nelle ultime file, in mezzo a una moltitudine di persone che, come me, avevano voluto far sentire la loro vicinanza al prete di Desio. Ma non riuscivo a stare in chiesa. Non per la calca, ma per le parole con cui – con un’emozione vibrante ma non retorica – il figlio prete ricordava la madre defunta. Così entravo e uscivo di continuo, lottando in me stesso tra sentimenti di ammirazione e d’insopportabile commozione.

Don Carlo parlava sempre di due cose: degli alpini e di Dio, e di entrambi parlava col medesimo trasporto. Era venuto ad abitare qui, a Montesiro, a due passi dalla mia abitazione, quando aveva tre anni. Era stato cappellano all’Istituto Gonzaga di Milano e poi era partito per il fronte greco. L’esperienza di guerra l’aveva marcato per tutta la vita, facendogli provare delle sofferenze che l’avevano fortificato e reso un vero soldato cristiano. Aveva poi vissuto la ritirata dal fronte russo, comportandosi valorosamente e assistendo i moribondi che ghiacciavano in mezzo alla neve a temperature di quaranta gradi sotto zero. Entrava nei combattimenti con grande ardore, sfidando i colpi, e sui soldati si piegava per assisterli e confessarli.

Ricordo che aveva un taccuino su cui annotava i nomi delle mogli e dei figli che i soldati nell’ultima confessione gli affidavano. Al termine del conflitto andò a trovare ognuna di quelle famiglie. Fu così che si rese conto delle condizioni pietose di tanta gente; fu così che iniziò a raccogliere ogni genere di poverello, radunando tutti costoro in una prima grande famiglia. Ma non c’erano solo i congiunti degli alpini, tutta Italia era percorsa da questo grande terremoto delle vittime di guerra. E dei loro figli, mutilati spesso da giochi in campi non ancora sminati. Don Carlo si diede alla cura dei mutilati con tutto il cuore e nei suoi istituti volle sempre che vigesse uno spirito d’amore.

Capitò un giorno che ci incontrammo per strada. Ogni volta che ci incrociavamo mi ripeteva sempre la medesima raccomandazione: «Sposati presto, perché non è bene aspettare». Ma quella volta avevo la risposta pronta. Avevo infatti deciso di sposarmi con Vanda. «E perché non me lo hai detto?». «Ma don Carlo, sa, lei è così impegnato, io, non osavo», biascicai in qualche modo. Tirò fuori dal taschino quel suo famoso taccuino dei morti e mi fissò una data.

24 maggio 1951. Sessant’anni fa. Pare ieri. Era la sera precedente il matrimonio e per le strade di Assisi – lì mi sono sposato perché mia moglie è di quelle parti – passeggiavamo io, mia moglie, don Carlo, il mio testimone di nozze, Mario Bellini, che era stato con me sul fronte russo, e il testimone di mia moglie, Arnaldo Fortini, sindaco di Perugia e chiarissimo studioso francescano. Il cielo era terso, il clima incantato e la conversazione scorreva così piacevole che proseguimmo fino a notte tarda, sebbene l’impegno dell’indomani avesse dovuto consigliarci altro comportamento. Eppure eravamo tutti quanti eccitati, chi per una ragione, chi per un’altra. Fortini narrava con enfasi le ultime scoperte in ordine ai suoi studi, Bellini di certi suoi incontri straordinari di cui voleva far partecipe don Carlo, io, oltre che per quel che si può facilmente immaginare, perché s’era all’indomani dei successi elettorali della Democrazia cristiana e – incoscienza giovanile – già vedevo aprirsi una nuova era di cristianizzazione del paese. Ma più d’ogni altro, era don Carlo ad essere gasato. Era appena tornato da Parigi, dove s’era recato perché aveva sentito parlare dei primi progressi della chirurgia plastica. V’erano, infatti, nella capitale parigina dottori che, esperti in questo genere di arte, s’arricchivano con i soldi delle dive. Potete immaginarvi la sorpresa di costoro, non certo dei baciapile e alieni da qualsiasi simpatia cristiana, quando si videro di fronte il mio amico in tonaca. Eppure – è questa una prerogativa dei santi – seppe convincerli che dovevano aiutarlo: «Almeno le bambine dovete curarmele». Così, ci raccontava in quella sera primaverile don Carlo, era riuscito a strappargli un “sì” e da quel giorno in poi, di fine settimana in fine settimana, portava a Parigi una dozzina delle sue mutilatine, ragazzine la cui sfortuna era evidente nelle ossa sporgenti e orribili del volto. Le fece sistemare tutte. «Le mie bambine – diceva sempre come solo un sant’uomo sa dire – le voglio tutte belle come le dive del cinema».

Ecco, dunque, di che cosa ho da ringraziare Dio. D’aver conosciuto dei santi. Gente che, anche a un profano come me, ha fatto sentire con maggior vigore la presenza della provvidenza nel quotidiano vivere.

(Il testo è stato raccolto da Emanuele Boffi ed è frutto di una conversazione avvenuta il 13 dicembre a casa dell’autore, a Besana Brianza, 29/12/2011, Tempi)

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Scolpire le parole in scena a Milano

27 novembre 2011

«Scolpire le parole»
Omaggio a Eugenio Corti

Progetto teatrale di Paola Scaglione
con Andrea Soffiantini
musica dal vivo di Flavio Pioppelli

Lunedì 12 dicembre 2011, ore 21
Teatro Sala Fontana – Milano
Prenotazioni 02606021 – fontana.teatro@elsinor.net

Teatro Sala Fontana
Via Boltraffio, 21
Milano (M3 Zara)
www.teatrosalafontana.it

In collaborazione con:
A.C.I.E.C. – Associazione Culturale «Eugenio Corti» – www.aciec.org

Scarica l’invito cliccando sul seguente link:
Invito per la serata

Un'immagine dello spettacolo

Un'immagine dello spettacolo


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La mostra su Corti approda a Cassago

1 novembre 2011

La locandina

La locandina della mostra

La Mostra a Cassago presso il Salone dell’Oratorio in via N. Sauro 24 da venerdì 11 a domenica 20 novembre 2011

Dal giorno 11 al giorno 20 novembre, nel salone dell’Oratorio (in via N. Sauro n. 24), verrà ospitata a Cassago la Mostra DALLA BRIANZA AL MONDO: LO SCRITTORE EUGENIO CORTI che è stata progettata e coordinata dal prof. Andrea Sciffo e che ora, dopo l’esposizione alla Camera dei Deputati a Roma, arriva anche a Cassago grazie alla partnership fra Associazione S. Agostino, Associazione Costruiamo il Futuro e Parrocchia di Cassago.

Trenta pannelli per raccontare la vita di Eugenio Corti: in parallelo col racconto de Il cavallo rosso, viene esposta un’epopea di famiglia che attraversa quattro decenni: dal 1940 al 1976. Si comincia dalla guerra, la ritirata di Russia, si arriva alla ricostruzione; si giunge all’età del benessere, del boom economico fino alla rivoluzione del costume e al conseguente affermarsi di una mentalità che mette in crisi la tradizione.

I quattro punti salienti della mostra emergono dalla scrittura di Corti. Il primo: un modo non cinico di guardare alla guerra, frutto di un disequilibrio che alberga nel cuore dell’uomo, l’uomo che sceglie deliberatamente il male; il secondo: la scoperta dell’altro, la considerazione che anche il nemico è un essere umano; la terza: la tenuta dei ragazzi della classe ’21, che superano la guerra perché hanno ricevuto un’educazione cristiana; il quarto: l’avvento di una economia del benessere che si accompagna all’affermarsi di ideologie, marxista e individualista.

L’esposizione presenta materiale fotografico inedito, quali, ad esempio, il matrimonio di Eugenio Corti con Vanda celebrato dall’amico don Carlo Gnocchi, il papà dei mutilatini; le sagome nere nella neve di Russia, poveri alpini in ritirata; la Brianza che lavora negli anni ’50.

Oltre alla esposizione sono in programma tre importanti eventi, che si svolgeranno sempre presso l’Oratorio di Cassago nei seguenti giorni:

4 novembre ore 20.45: Omaggio a Corti, serata con il cantautore Massimo Priviero e la partecipazione di Gianluca Alzati. Presenta la figura di uomo e di scrittore il prof. Flavio Ronzoni. Lettura di brani da parte del signor Ettore Fiorina.

11 novembre ore 20.45: Inaugurazione della Mostra con la presenza di Sergio Mandelli presidente del Comitato per il Nobel a Eugenio Corti e alcuni curatori della Mostra

18 novembre ore 21: Incontro “La Brianza cristiana nell’immagine di San Carlo” con relatori il dott. Alessandro Molteni e la prof.sa d’Arte Francesca Giussani

Orari apertura Mostra: 9-12 e 15-20 dal 12 al 20 novembre 2011

(Associazione Storico-Culturale S. Agostino)

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Un genio dimenticato esce dall’ombra

16 ottobre 2011

Eugenio Corti

Eugenio Corti

Finalmente uno spettacolo teatrale sull’autore del «Cavallo rosso», bestseller mondiale snobbato da crìtici e grandi editori. E a fine anno uscirà una nuova raccolta di saggi

Novant’anni e non sentirli. Nel senso di avvertirli appena, sotto una patina di silenzio ignaro. Eppure Eugenio Corti li ha compiuti all’inizio del 2011, e l’anno della ricorrenza di uno dei più grandi scrittori italiani viventi è passato nella sostanziale indifferenza delle istituzioni culturali, così come è stato accompagnato da una serie capillare e continua di iniziative gonfie di partecipazione, di cui per ora il Meeting di Rimini ha segnato il punto più alto.

Su queste colonne è già stato annunciato lo spettacolo che la XXXII edizione ha dedicato all’autore de II cavallo rosso: tra i padiglioni della Fiera che si chiude oggi è andata in scena una lettura musicata dedicata allo scrittore. Due grandi attori e autori, che hanno sovrapposto i loro compiti inchinandosi al genio popolare dello scrittore brianzolo: Andrea Soffiantini e Paola Scaglione hanno offerto martedì sera al pubblico di Rimini quasi due ore di citazioni, dialoghi e musiche di Flavio Pioppelli ispirate a Claudio Chieffo, storica voce e chitarra del movimento di Comunione e Liberazione. Una pièce intitolata “Scolpire le parole. Eugenio Corti: la milizia del vero, il canto della bellezza”, che da mesi gira i teatri più o meno grandi del Nord Italia e non solo, ma che qui ha ricevuto probabilmente la più alta affluenza, oltre a un allestimento pensato per gli spazi della Fiera e per il pubblico del Meeting.

Fondere insieme autore e opera
Soffiantini è Corti stesso, “interrogato” dalla Scaglione, voce che incarna tutti i lettori con cui lo scrittore brianzolo ha dialogato in decenni di intensa produzione letteraria. Brani dai suoi libri più grandi e diffusi, (dal clamoroso bestseller Il cavallo rosso, giunto alla 27esima edizione per i tipi di Ares, alla pièce Processo e morte di Stalin, fino al Fumo nel tempio e all’Isola del paradiso), ma anche momenti di colloquio non tratto dai testi, ma dai discorsi pubblici dello stesso scrittore, che ormai fa esclusivamente vita privata. Una recita continua che significativamente fonde, a tratti in maniera non distinguibile, autore e opera. Per questo la messa in scena prevede, sul palco, un allestimento minimo con un enorme leggio: in fondo, non serviva altro.

Senza il Nobel, ma come Tolstoj
Ed è qui che s’innesta il contributo più grosso e anche il senso stesso della celebrazione cortiana: un grande talmente semplice da scherzare pure sulla mancata assegnazione del Nobel (una “protesta” di cui questo quotidiano si è fatto promotore), ricordando che «in fondo non l’hanno dato neppure a Tolstoj». Se si trattasse appena di una ripetizione di testi anche grandiosi, o una declamazione di letteratura originata dall’intelligenza della fede (non a torto Il cavallo rosso è stato più volte avvicinato ai Promessi sposi di un secolo successivo), in fondo saremmo fermi a un triste annuncio del tempo che passa.

Corti invece è qualcosa di più: la sua scrittura e la sua vita sono da sole l’ostacolo più grande a una loro sterile apologetica. In pochi autori la proposta letteraria è vita tout court, e dunque è possibilità di cambiamento di approccio alla vita stessa, non solo della biblioteca o della critica letteraria. L’ha raccontato lo stesso Corti a Libero qualche anno fa: «Senza la Russia non avrei potuto essere scrittore». Aveva chiesto lui stesso, nel 1943, di andare in Unione Sovietica, per vedere da vicino le fauci del mostro comunista: «Perché i fascisti attaccavano i sovietici, ma non avevano idea di chi fossero davvero». Ed è stato a Tchekovo, nel corso di una delle più tragiche ritirate che la storia militare recente ricordi, un calvario fatto di gelo, morte, cannibalismo e tradimenti, che Corti ha ricevuto il “marchio” della vocazione.

Un proiettile vagante gli trapassa un lembo del passamontagna, dietro la nuca: la sensazione di uno scappellotto violento, il tempo di buttarsi in una buca e di esalare la fulminea preghiera di un uomo abituato a legare tutto a Dio. «Fammi tornare a casa vivo, e dedicherò tutta la vita a tentare di realizzare il versetto del Padre nostro». Quello che anela: «Venga il Tuo regno».

Le decine di migliaia di pagine riempite negli anni successivi sono il colossale riverbero di quella preghiera. Sono l’affermazione di un autore tra i più amati e tra i meno riconosciuti quanto a etichette “ufficiali”.

Sono il riscontro mai calante di pubblico, di interesse, di successo silenzioso e costante, cui il Meeting di quest’anno ha regalato un proscenio importante, ma che da oggi tornerà a essere quello che è sempre stato, senza proclami e con poche medaglie: un sostegno alla vita di chi lo incontra.

Una scrittura lenta e curatissima
Solo a questo livello un libro e un autore possono accompagnare la “certezza” cui è dedicata tutta la rassegna del Meeting di quest’anno. Non nell’essere consolazione o resa estetica di un pensiero o di una fede, ma frutto di un impatto con l’esistenza che non può non toccare chi la accosti. E non a caso da Rimini arriva anche una gradita sorpresa, testimonianza della freschezza assoluta che Corti conserva passata la boa dei novant’anni. Verso fine anno, compatibilmente con il tempo di elaborazione e scrittura che ormai si è fatto dilatato e curatissimo, uscirà in libreria una nuova raccolta di saggi. Il Premio Nobel per la letteratura può attendere: in fondo, non ne ha bisogno.

(Martino Cervo, 27/08/11, Libero)

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Dalla Brianza al mondo: lo scrittore E. Corti

9 ottobre 2011

Andrea Sciffo

Andrea Sciffo

L’incontro fra paese reale e paese legale
L’occasione offerta dal fatto che le parole e le opere di Eugenio Corti giungano oggi all’attenzione delle Istituzioni e in particolare della Camera dei Deputati ha il significato di un incontro tra Paese Reale e Paese Legale: in altri termini, avviene qui e ora il contatto tra un’opera d’arte “nazionale” e il suo destinatario politico “nazionale”.

Sì perché le milleduecento pagine del romanzo maggiore di Corti, Il Cavallo Rosso e almeno le due prove narrative che lo precedono e lo seguono (il diario di guerra I più non ritornano e Gli ultimi soldati del re), esprimono ancora oggi la vox populi di un’Italia che è uscita dalle dure prove del Dopoguerra, della Ricostruzione, del Miracolo Economico e degli Anni di Piombo. In un certo senso, a parlare, nei romanzi di Corti, è un’altra Italia cioè quella che di fronte ai drammi e alle sfide del secondo Novecento ha proposto un modo di vivere “civile”, mite e operoso, a volte inconsapevole e generoso: un modo di vivere che ha soretto la società e le istituzioni sino alle soglie degli anni Ottanta.

Quando cioè uscì Il Cavallo Rosso, questo epico romanzo dal titolo enigmatico, semiclandestinamente pubblicato nel 1983 da un piccolo editore controcorrente; da allora, si sono susseguite ventisette riedizioni e traduzioni in molte altre lingue. Ma soprattutto è diventato un caso di “letteratura popolare” nell’epoca contemporanea, nel tempo cioè dei best-seller: è accaduto che persone di qualunque ceto e istruzione apprezzassero l’opera, consentendone la diffusione quasi in un passaparola. È questo il metodo “democratico” della letteratura cortiana: cioè di un insieme di scritti la cui forza politica è aver dato voce a chi non ha avuto voce in mezzo secolo di vita civile nazionale.

Si verifica finalmente oggi, qui e ora, quell’incontro tra Paese Reale (impersonato dalle migliaia di lettori entusiasti) e Paese Legale auspicato per decenni da Giacomo Noventa, il pensatore irregolare che osava definire alla pari fascismo e antifascismo in Italia, leggendo il primo come un “errore della cultura” e non “contro” la cultura idealistica del primo Novecento.

Ma l’occasione odierna è gravida di tanti altri auspici: bisogna fare il nome se non altro di Augusto Del Noce, che proprio qui fu senatore dal 1983 tra gli indipendenti della DC, e che fu il filosofo della politica che vide nella storia italiana “il suicidio della rivoluzione” costruita dalla mentalità moderna. E poiché si è fatto il nome di Noventa e di Del Noce, è chiaro che la questione di cui si tratta, di fronte all’opera di Eugenio Corti, è la questione lasciata in sospeso persino da Maritain: ovverosia, la natura della democrazia in Europa nel XX secolo.

La domanda di Pierello
La Mostra che oggi s’inaugura è un percorso di interpretazione dell’opera cortiana che tiene conto di tutta questa profondità di apporti: è in un certo senso un lavoro “corale”. Non solo perché i lettori si possono riconoscere nelle immagini allegate ai testi (spiccano le rare foto di Don Carlo Gnocchi cappellano delgi alpini) e non soltanto perché un gruppo di studenti del Liceo Don Gnocchi di Carate Brianza (qui presenti) ha contribuito, con il proprio studio, alla realizzazione dei materiali.

È proprio la pretesa di risposta alla questione centrale del nostro tempo, che differenzia per natura Il Cavallo Rosso da altri romanzi di testimonianza, di reduci, di militaristi e anti-militaristi: qui si tratta di capire da dove viene il ‘900 e come fare per uscirne. È la domnda che si pone, tra sé e sé, il personaggio Pierello quando si chiede “cosa diavolo stava succedendo in fin dei conti…? Dopo la guerra, il benessere di tutti era cresciuto, il popolo, gli operai […]” (pag.1254).

Ecco perché nel presente lavoro sono coinvolti i massimi teorici della filosofia e della cultura novecentesca (i già citati Noventa, Del Noce), però vi sono coinvolti assieme a degli adolescenti, gli studenti di liceo di cui sopra, che si sentono premere dalle medesime domande degli illustri maestri. E che hanno oscuramente capito che la letteratura non è intrattenimento, e non è fine a se stessa: la letteratura serve.

Una via d’uscita certa
Ci sono due pagine de Il Cavallo Rosso che illustrano, pur parlando del passato, il nostro presente attuale: nella prima, c’è un dialogo tra l’ufficiale Manno e i suoi soldati, in addestramento, subito dopo lo sbandamento dell’esercito italiano l’8 settembre 1943. I quali gli dicevano:

“Ma alla fine di questo corso” gli obiettava con amarezza qualche allievo “noi non sappiamo neppure se riceveremo la nomina a sottotenente o no. (…) Signor tenente: noi a volte ci chiediamo se il nostro studiare non sia semplicemente inutile.”

Per niente scoraggiato dalla liquefazione del grosso delle forze militari, Manno rimane inquadrato e si dà a istruire gli allievi ufficiali di complemento a Murgiano rispondendo loro così:

“No. Non fosse perché, rifiutando di studiare, favorireste per quanto vi riguarda questo tremendo caos in cui stiamo sempre più sprofondando. Ci sono dei momenti, a volte periodi di pochi mesi, in cui si gioca il futuro di un popolo per molto tempo. E noi ci troviamo in uno di tali momenti, come non ve ne rendete conto?” (pp.679-680)

Questa è la proposta culturale e politica di Eugenio Corti: una ricostruzione della nazione italiana a partire dalla libera adesione del popolo al sacrificio comune connesso a qualunque progetto di ricostruzione, di uscita dalla crisi.

L’altra pagina mirabile è al termine del colloquio tra un personaggio, un frate missionario in procinto di partire per l’Africa equatoriale nel 1955 e i suoi anziani genitori, industriali brianzoli di estrazione popolare e in quel momento assediati dai debiti delle loro aziende. La tribolazione economica trova anch’essa il suo senso, nelle parole che padre Rodolfo (questo è il nome del personaggio) rivolge ai propri genitori:

“questa grossa prova è voluta da lui, a fin di bene. Vi impedirà, a tutti, di diventare ricchi, come c’era effettivamente il pericolo (…). Il pericolo c’era: che prendessimo gusto alla ricchezza, che attaccassimo il cuore all’abbondanza materiale”.

Mi sembra superfluo, e offensivo, aggiungere qualunque commento. Questa è la tempra della narrativa di Corti, questa la direzione del suo andare dalla Brianza al mondo, questa la sua politica “poetica” e morale: la prospettiva è evidente a quegli adulti e a quegli studenti che davvero vogliono costruire, domani. Come scrisse l’autore stesso sul finale del suo libro:

“Aveva messo mano a una grande opera narrativa… per quelli che, domani,. Dovranno pur accingersi a ricostruire” (p.1256)

(Andrea Sciffo, 05/10/11)

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