Eugenio Corti: “La mia vita ha un fine più alto”

Eugenio Corti e i genitori

Eugenio Corti e i genitori

Una lettera per dire ai genitori di “non tarpargli le ali”.
“Non tentate, con quelle continue osservazioni, di tarparmi le ali”. E’ una lettera molto dura, ma sincera e profonda, quella che Eugenio Corti indirizzò al padre al ritorno della Russia in una licenza estiva prima di tornare al fronte. Un lungo inedito, risalente al luglio del 1943, che vede la luce solo ora, ritrovato tra le preziose carte (bozze e appunti di romanzi carteggi, tracce di conferenze) che stanno venendo riordinate a casa Corti in vista della definitiva collocazione presso la Biblioteca Ambrosiana.

Dalla Campagna di Russia Corti uscì stremato, dopo 28 giorni di odissea in quella pianura dove restò uccisa la gran parte dei suoi compagni del 30° Artiglieria che era stato destinato sulla linea del Don per rafforzare la Divisione Pasubio.

Scampato alla “sacca” e dopo una settimana all’ospedale di Leopold, Corti trascorse tre settimane di convalescenza all’ospedale “Emma” di Merano: qui avrebbe iniziato la stesura del racconto della sua avventura bellica, il diario de I più non ritornano, che poi sotterrò nel suo giardino di Besana Brianza per paura di possibili ritorsioni (conteneva giudizi molto duri sui militari tedeschi).

Corti tornò trasformato dalla Russia. Più maturo, con la “responsabilità di un uomo di almeno 50 anni”, con una volontà “inflessibile”, più fermo ancora nel suo desiderio di essere scrittore, ma anche ferito per sempre dalle immagini raccapriccianti viste nella ritirata che continuavano a inseguirlo durante gli incubi notturni, come ricorda la moglie Vanda che Corti avrebbe incontrato nel 1947 e poi sposato nel 1951 (matrimonio celebrato da don Gnocchi).
E’ questo il contesto in cui scrisse questa “memoria” al padre Mario (1880-1976). Era il 15 luglio 1943. Pochi giorni dopo Corti avrebbe rifiutato un possibile prolungamento della licenza perché sentiva di dover fare il proprio dovere fino in fondo: “Sono sottotenente e devo fare la mia parte: se c’è da sostenere un’ultima difesa, non è decente che io la lasci sostenere solo ad altri”.

Corti scrisse al padre, ma non ebbe il coraggio di presentargli la lettera, che ritrovò nel 1945, quando ritornò a casa, dopo le lunghe peregrinazioni belliche raccontate ne Gli ultimi soldati del re, combattendo con gli Alleati contro i Tedeschi. Corti non si sentiva compreso dal padre che non poteva conoscere gli orrori per cui il figlio era passato (e che certo lui non aveva raccontato nella sua pur folta corrispondenza dal Fronte orientale). Il padre lo vedeva troppo “rilassato” nel periodo di licenza, lo trattava “come bambino o peggio”; non accettava di vederlo alzarsi tardi la mattina, forse gli contestava un atteggiamento inappropriato per un primogenito (di dieci figli) che avrebbe dovuto portare avanti l’azienda di famiglia.

Ma forse il dissidio aveva radici più profonde. Il padre non condivideva il “sogno” del figlio: essere scrittore, per scrivere secondo verità e bellezza, come aveva appreso dai banchi del Collegio San Carlo di Milano, quella scuola, quel liceo classico che aveva voluto frequentare a tutti i costi contro il parere dei genitori che, invece, l’avrebbero desiderato ragioniere. Corti si consacrò alla vocazione di testimone all’uscita della “Valle della Morte” di Arbusov: promise alla Madonna che avrebbe scritto per il Regno.

Del resto, aveva visto la mano della Provvidenza in ogni evento della sua vita. Lo aveva ricordato agli stessi genitori il 9 giugno 1942, giorno in cui la sua tradotta lasciava la stazione di Bologna verso la Russia. Scrivere era l’unica ragione della sua esistenza. Il resto avrebbe concorso alla causa, magari fornendogli materiale narrativo: “Per ciò che riguarda gli studi universitari, entrare nello stabilimento, vi appare adesso chiaro che io li proseguirò o meno, secondo che mi saranno o no utili per quel mio fine maggiore, vero scopo della mia vita”.

Per questo accettò di laurearsi in giurisprudenza, di lavorare nell’azienda paterna (e poi in proprio) fino al compimento dei cinquant’anni. Da quel momento in poi tutte le sue forze sarebbero state dedicate esclusivamente alla grande saga de Il cavallo rosso.

(Alessandro Rivali, 10/04/2016, Avvenire)

“La mia vita ha un fine più alto”
Carissimo papà, la tua lettera obbligandomi a rispondere mi fa dire cose che avrei preferito tacere ancora per un po’ di tempo. Forse però è meglio così. Cercherò di delinearle soltanto, fidando nella vostra discrezione nel non interrogarmi in merito; perché questi miei pensieri intimi son come certi fiori che se una mano li tocca si sciupano e avvizziscono.

Sempre più con l’andare degli anni si è formata in me la convinzione; e tante volte ne ho avuto la sensazione magari addirittura materiale che la Provvidenza abbia su di me piani ben definiti. Così andavo tracciandomi lentamente una linea di condotta per conseguire un fine che mi appariva sempre più chiaro, come scopo della mia vita. Oggi a questo scopo sono fortemente legato da una promessa che ho fatto alla Madonna la sera dell’uscita della Valle della Morte. Nelle mie memorie non ne ho scritto e ti prego (anzi vi prego perché certamente farai leggere queste righe anche alla mamma) di non interrogarmi in merito. Vi dico, per tranquillizzarvi, che in questo scopo la guerra non c’entra, se non come mezzo per preparare lo spirito.

Sono scampato dalle vicissitudini di quest’inverno per le preghiere della mamma, certo; ma la Provvidenza me le ha fatte attraversare e provare appunto per questo che vi ho detto sopra. Per ciò che riguarda gli studi universitari, l’entrare nello stabilimento ecc. vi appare adesso chiaro che io li proseguirò o meno, secondo che mi saranno o no utili per quel mio fine maggiore, vero scopo della mia vita. Le circostanze future decideranno.

Ma ciò che più vi preoccupa, vedo, è il mio contegno dopo tornato dal fronte. Ho una concezione così grande della vita, miro a fini così alti che il vedermi da voi continuamente ripreso per certe sciocchezze mi ha sempre, e non altro, dolorosamente meravigliato. Possibile che voi crediate veramente che poi acquisterei l’abitudine di parlare non correttamente, quando il mio parlare ha frasi profonde, radicate addirittura nel latino e nel greco? Ma non così io vorrei con voi discutere. Queste miserie preferisco saltarle addirittura.

Ascoltate: tornato dal fronte dopo tanti mesi di (trascurando tutto il resto) responsabilità di uomo di almeno 50 anni (e queste responsabilità a volte mi venivano scaricate addosso da chi avrebbe dovuto portarle e non reggeva più al peso, a volte me le sono prese io anche contro le regole perché un giudizio sereno mi persuadeva che in determinate occasioni avrei agito meglio degli altri, er erano vite umane in gioco!) tornato dal fronte, dico, ho voluto essere più ragazzo di quanto effettivamente non fossi. Primo per sfogarmi della tensione nervosa delle suddette responsabilità così sproporzionate ai miei anni (non si violano infinitamente le leggo della natura). Secondo, anche perché voi non dovreste avere la sensazione, sentendomi effettivamente qual che ero, di qualche cosa di gigantesco da cui per il naturale istinto umano sareste fuggiti (quante volte me fatta l’esperienza con i colleghi e Superiori!).

Avevo nel cuore la gioia che la Provvidenza mi aveva dato, tanto grande, alla misura della mia vita reale. La devozione profonda dei miei uomini che mi consideravano come lo specchio della giustizia, e di tutte le altre virtù civili; la stima altissima dei Superiori; l’ammissione, magari invidiosa, di tutti i colleghi della mia superiorità; le due proposte di medaglia d’argento (a 21 anni); il pensiero di avere, con l’aiuto di Dio salvato migliaia di uomini dalla morte. E queste, così, adesso, possono sembrare parole ma allora erano grandi realtà. Lodavo dovunque il Signore per le grandi grazie che mi aveva fatto, ed ecco che tornato a casa mi vedo giudicare e trattare come un bambino e peggio.

Mi dice il papà nella sua lettera che sono “un buon figliolo in tutti quei principi morali religiosi civili che sono la base per farne un buon Cristiano, un buon cittadino…”
E tutto questo è triste e mi sta bene, se il Cielo me lo manda, per tener giù la mia superbia; quantunque mi sembra che superbo non potrei più un alcun modo essere dopo aver toccato con mano fino a che punti di miseria possano giungere gli uomini. Tutto quello che vi ho detto, ve l’ho detto perché da anni il Comando “Onora il Padre e la Madre” così suona all’orecchio quasi in termine di rimprovero. E per nulla al mondo io vorrei trasgredirlo.

Spero sia ormai chiaro anche a voi che la causa di ogni inconveniente è il diverso concetto della licenza (se volete vacanza) tra voi e me. Questo concetto deriva dall’altro della durezza della vita durante il periodo militare o di guerra, o se volete anche di collegio, ma su questo non insistiamo quantunque mi piacerebbe farvi notare (pur avendo sulla necessità del mettere in collegio le vostre stesse idee) come il collegio faccia sentire la sua dolorosa influenza anche a voi. Perciò vorrei comprendeste di più l’intensità e il peso di ciò che ci riempie e, particolarmente nel mio caso, mi riempie la vita (sarebbe pur comodo non aspirare ad altro che a diventare un buon avvocato!) e facciate vostro il mio parere di riservare il tempo passato a casa unicamente al riposo.

Perché, vedete, la mia volontà (in cui forse il papà non ha nessuna fiducia) è inflessibile. Né badi, specialmente la mamma, a quello che può dire la gente. Io degli altri non mi curo perché, quando volessi, li stringerei saldamente in pugno (non sono idee, la vita mi ha dimostrato che ho ragione) perché “gli altri” non hanno contro di me l’unica difesa possibile: il mio affetto. Così vi prego di non considerarmi superbo, o fuori dalla realtà, o senza cuore; e soprattutto non tentate, con quelle continue osservazioni su tante minime miserie di tarparmi le ali. Perché se moltissimo mi preme di “Onorare il Padre e la Madre” moltissimo e più anzi io penso a quando Gesù nel Vangelo dice ai suoi (ritrovamento nel tempio): “Perché mi cercate? Non sapete che io devo essere in quel che spetta al Padre mio?”

Non vi chiedo che un decimo della fiducia che hanno sempre avuto coloro che mi stavano intorno nei momenti veramente difficili da cui può dipendere la vita o la morte.
Eugenio Corti

Share

François Livi e la fortuna di Eugenio Corti in Francia

Eugenio Corti

Eugenio Corti

A due anni dalla scomparsa dello scrittore besanese, abbiamo incontrato François Livi, professore emerito dell’Università Sorbona di Parigi, grande amico di Corti e profondo conoscitore ed estimatore delle sue opere.

Qual è il suo personale ricordo di Eugenio Corti, come uomo e come scrittore?
Ho conosciuto prima lo scrittore, poi l’uomo. Nel 1983, Cesare Cavalleri, il direttore delle Edizioni Ares, mi aveva inviato una copia de Il cavallo rosso, da lui appena pubblicato. La mole del romanzo mi aveva impressionato e anche scoraggiato: dove trovare il tempo per leggerlo? Cominciai  a sfogliarlo e il libro, come è accaduto a tanti altri lettori, mi affascinò. Divenne il mio livre de chevet (libro sul comodino, ndr) per i giorni necessari a leggerlo, con sempre maggiore partecipazione. Qualche anno dopo, Vladimir Dimitrijevic, il fondatore e il direttore delle edizioni L’Âge d’Homme, che aveva letto alcuni miei paragrafi su Corti in un manualetto di letteratura, chiese il mio parere sull’opportunità di tradurre Il cavallo rosso in francese. Il mio parere fu assolutamente favorevole e Le chaval rouge uscì nel 1996 con una mia prefazione e postfazione. Ma credo che Vladimir Dimitrijevic, che amava le sfide intellettuali, lo avrebbe pubblicato anche se il mio parere fosse stato sfumato o reticente. In seguito ho tradotto e prefato I più non ritornano e contribuito alla pubblicazione in francese delle altre sue opere.

Ho conosciuto Eugenio Corti qui a Parigi, dopo la pubblicazione di Le cheval rouge, e l’ho rivisto varie volte, sempre a Parigi, in occasione di presentazioni dei suoi libri tradotti in francese, di trasmissioni radiofoniche, di incontri con altri scrittori, di un seminario che lo avevo invitato a tenere alla Sorbona. L’ho anche incontrato a Besana, nel marzo del 2010, per una conversazione diffusa da Brianza Channel TV. In Eugenio Corti mi colpiva soprattutto la coerenza cristiana tra l’uomo e l’artista, l’alta concezione del suo dovere di scrittore, una signorilità e nello stesso tempo una semplicità che incutevano quasi soggezione. Un uomo e uno scrittore assolutamente alieno a mondanità, a patteggiamenti o compromessi di qualsiasi tipo.

Secondo lei qual è l’eredità principale che Eugenio Corti scrittore lascia al mondo della letteratura?
Eugenio Corti è un testimone e un grande scrittore, un abbinamento che è molto difficile ripetere, perché in parte imposto dalle circostanze storiche.
L’eredità che lascia è quella di un profeta che scrive non solo per il presente, ma anche a futura memoria, per le generazioni che verranno. E non mi riferisco soltanto al diario della ritirata di Russia che ho citato, I più non ritornano o al grande romanzo storico Il cavallo rosso. Un grande esempio più che un modello letterario da imitare.

Come è stata accolta l’opera di Eugenio Corti in Francia? Di solito è la cultura italiana a cercare una sorta di consacrazione a Parigi; nel caso di Corti a quanto pare è stato diverso: come si spiega questo fatto?
L’opera di Corti ha trovato in Francia un’accoglienza calorosa, propiziata non soltanto da alcuni qualificati interventi critici, ma soprattutto da adesioni individuali che si sono estese a macchia d’olio o forse sarebbe più esatto dire a macchia di leopardo: i migliori “propagandisti” dei libri di Eugenio Corti sono stati e continuano ad essere i suoi lettori. Viceversa, salvo qualche lodevole eccezione, i grandi organi di stampa si sono astenuti, per ragioni ideologiche che si possono facilmente intuire, dal pronunciarsi sulla sua opera. In questo senso la “fortuna” francese non poteva costituire una “autorità” a uso italiano che del resto nessuno ha cercato. Sulla ricerca della “consacrazione parigina” alla quale lei accenna – argomento che ho studiato da vicino per i primi vent’anni dello scorso secolo –, molto ci sarebbe da dire: per quanto ancora importante, l’attuale ruolo culturale di Parigi non è paragonabile al rayonnement (splendore, ndr) internazionale di Parigi nel primo Novecento. D’altra parte la ricerca della consacrazione parigina, nelle sue forme più superficiali, rivelava un complesso di inferiorità non sempre giustificato, e spesso il “successo parigino” era semplicemente millantato credito.

Lei è stato il principale organizzatore di un grande Convegno in onore dello scrittore si è svolto il 29 e il 30 gennaio 2016 presso l’Università Paris-Sorbonne. Può tracciare un bilancio dell’evento? Quale era l’obiettivo del Convegno e quale aspetto di Eugenio Corti è emerso con maggior risalto?
L’interesse di questo convegno internazionale, Le récit par images. Eugenio Corti (1921-2014), che ho organizzato assieme alla collega Lydwine Helly, dell’Università di Rouen, grande conoscitrice dell’opera di Eugenio Corti, si colloca, mi sembra, su vari piani. Li sintetizzerò in quattro punti. Innanzitutto si tratta del primo convegno universitario che si tiene in Francia su Eugenio Corti, e nella più prestigiosa università del Paese. Altri ne seguiranno, certamente, con il tempo. In secondo luogo l’opera di Corti è stata affrontata da prospettive molto differenti, da parte di storici della letteratura, di storici, di giuristi, di saggisti e critici non legati al mondo accademico. Penso in particolare alle relazioni di Lydwine Helly (Eugenio Corti et le Moyen-Âge), di Elena Landoni (Il Medioevo di Eugenio Corti: una questione di estetica), di Cesare Cavalleri (L’interpretazione cortiana di Catone), di Philippe Maxence (Eugenio Corti et Soljenitsyne), di Philippe Pichot-Bravard (Les totalitarismes dans l’œuvre d’Eugenio Corti). In terzo luogo, la presenza, accanto a collaudati specialisti dell’opera di Corti, come Paola Scaglione (Il realismo della trascendenza: angeli e poeti nel cielo di Lombardia), o Gérard Genot, il massimo traduttore di Corti, di giovani e qualificati universitari, prova che l’interesse per l’opera dello scrittore lombardo non è un fatto generazionale. Penso a Vanina Palmieri-Marcolini (Les figures féminines dans «Il cavallo rosso») e a Rachel Monteil (Eugenio Corti poète pictural. Les natures animées) a Cécile de Crémiers, che ha partecipato alla tavola rotonda conclusiva. Infine la sentita partecipazione del pubblico, in alcuni casi venuto da città molto distanti da Parigi, attesta un interesse, se non un fervore, destinato a perdurare e a svilupparsi. A settembre uscirà la traduzione francese di «Io ritornerò» Lettere dalla Russia 1942-1943. Segnalerò per ultimo l’eccellente interpretazione di vari brani delle opere di Corti data, nell’ultima tornata, dall’attore Guy Moign. Il nostro augurio è che la pubblicazione degli atti, che speriamo possa realizzarsi entro l’anno, consenta ai lettori di condividere l’impressione dei partecipanti al convegno: la scoperta o la conferma dell’eccezionale ricchezza dell’opera di Corti.

François Livi (Firenze, 1943) si è formato alla Sorbona e alla “Sapienza” di Roma. Dopo aver insegnato nelle Università di Digione, Paris X-Nanterre, Nancy, dal 1986 al 2011 è stato ordinario di Lingua e letteratura italiana all’Università Paris-Sorbonne, ove ha diretto, dal 2000 al 2009, il Dipartimento di Italianistica e, dal 2000 al 2011, l’E.L.C.I (Équipe de Recherche Littérature et Culture Italienennes). Ha tenuto corsi e seminari in varie università europee. Responsabile della collana di italianistica “Jalons” (Presses de l’Université Paris-Sorbonne), condirettore della “Revue des Études Italiennes” (Parigi), Presidente del “Centre de Recherche Pierre Emmanuel” (Parigi), si occupa prevalentemente della letteratura dell’Ottocento e del Novecento, sia sul versante italiano sia su quello francese con particolare riguardo ai rapporti tra le avanguardie dei due paesi. Tra le sue ultime opere, Italica. L’Italie littéraire de Dante à Eugenio Corti (Lausanne, L’Âge d’Homme, 2012), raccolta di quarantaquattro saggi, e Albert Camus. Alla ricerca della verità sull’uomo (Roma, Casa Editrice Leonardo da Vinci, 2013).

(intervista a cura di ACIEC, Associazione Culturale Internazionale Eugenio Corti, marzo 2016)

Share

Intervista ad Alessandro Rivali sulle lettere di Eugenio Corti

La copertina di Io ritornerò

La copertina di Io ritornerò

Segnaliamo che sul sito di Pagina Tre, a questo indirizzo, è possibile ascoltare l’audio dell’intervista.
Eugenio Corti, notissimo per il suo capolavoro Il cavallo rosso, fu il primo, cronologicamente, a raccontare la terribile esperienza della ritirata di Russia (I più non ritornano apparve per Garzanti nel 1947). Era allora un giovane ufficiale (ventunenne) della 2° Batteria del 61° Gruppo di artiglieria da campagna, in appoggio al 2° Battaglione della “Pasubio” (che, insieme alla “Torino” e alla 298° tedesca componevano il 35° Corpo d’Armata).
Per un certo tempo, in assenza di altri ufficiali, è di fatto comandante della batteria, e si rivela ottimo capo e formatore di uomini, da cui è molto amato e stimato.
A fine novembre 1942 passa al Comando di Gruppo, come capo pattuglia OC. Così spiega, a p. 305 de I più non ritornano: «Il pattugliere era l’elemento d’unione tra un qualsiasi comando di fanteria e la propria unità d’artiglieria, alla quale trasmetteva le richieste di fuoco. Gli uomini delle pattuglie OC – normalmente proiettati in avanti per i sopraddetti loro compiti – erano considerati un po’ gli arditi dell’artiglieria».
Il giorno dopo l’inizio dell’operazione “Piccolo Saturno” si guadagna sul campo una medaglia d’argento al valor militare, con questa motivazione: «Pattugliere, comandato presso un Comando di Battaglione di fanteria, già valorosamente provato in precedenti azioni di guerra. Avvertiva la presenza d’una batteria nemica che da vicino danneggiava la nostra fanteria infliggendole perdite notevoli, spontaneamente e arditamente, da solo, trascinandosi carponi sul terreno intensamente battuto e trascinando con sé un collegamento telefonico volante, riusciva a portarsi a poche centinaia di metri dall’artiglieria nemica e a farvi effettuare dal suo gruppo un concentramento micidiale e preciso che in breve metteva fuori combattimento l’intera batteria. Avvistato e fatto segno a violento tiro nemico, riusciva a trarsi in salvo. Abrassimowo sud, 17 dicembre 1942» (p. 20).

Ma le sue motivazioni profonde non sono bellicistiche. Già molto giovane aveva avvertito il fascino della bellezza, decidendo che sarebbe stato un narratore; più avanti avvertì il richiamo potente della verità storica. E così «avevo chiesto di essere destinato a quel fronte per farmi un’idea di prima mano dei risultati del gigantesco tentativo di costruire un mondo nuovo, completamente svincolato da Dio, anzi contro Dio, operato dai comunisti. Volevo assolutamente conoscere la realtà del comunismo; per questo pregavo Dio di non farmi perdere quell’esperienza, che ritenevo sarebbe stata per me fondamentale» (p. 235).
E proprio durante questa terribile esperienza prende consapevolezza definitiva della sua personale vocazione di scrittore.
Dopo la morte dello scrittore, nel febbraio 2014, nel suo archivio è stato ritrovato un fascio di lettere, legate con uno spago e catalogate dallo stesso Corti, che aveva inviato dal fronte orientale. Ora quelle lettere, con molte fotografie inedite dello stesso autore, sono state pubblicate dal suo editore “storico” (EUGENIO CORTI, Io ritornerò. Lettere dalla Russia 1942-1943, Ares, Milano 2015, pp. 248, isbn: 978-88-8155-652-6) e si manifestano per quello che sono: una sorta di “diario epistolare” dell’esperienza russa.
Mi incontro con Alessandro Rivali, curatore dell’opera e lui stesso scrittore e poeta che trae ispirazione dalla storia.

Come è avvenuta la “scoperta” di queste lettere?
«Sono lettere che svelano una pagina sconosciuta della sua vita (l’avanzata in terra straniera, secondo i ritmi di una guerra “strana”, apparentemente facile), e il cantiere più remoto di alcuni suoi capolavori (annotò con scrupolo ogni esperienza). Immergersi in questo materiale inedito è stata un’avventura splendida, ma soprattutto inaspettata. Nella primavera del 2013, come editor Ares, stavo preparando una nuova edizione de I più non ritornano, lo straordinario diario di guerra in cui Corti raccontò la sua ghiacciata anabasi e la fine del 35° Corpo d’armata italiano sul Don.
Mentre sottoponevo a Eugenio le prove di copertina nella quiete della sua casa di Besana (testimone in pietra degli undici solitari anni di scrittura richiesti da Il cavallo rosso), egli volle fare una pausa mostrandomi una lettera ingiallita e sottilissima. Era una breve missiva indirizzata ai famigliari, redatta con la sua grafia forte e inconfondibile, perfettamente decifrabile. La lettera si era salvata dal disastro della ritirata. Descriveva una tenda nella steppa e la liturgia della vita al fronte. Incalzai subito il nostro autore chiedendogli se ci fossero altre testimonianze della stessa portata, se avesse scritto con regolarità prima dello sfaldamento del fronte. “Sì”, rispose inarcando in quel modo inconfondibile il sopracciglio…
Qualche minuto dopo potevo avviarmi verso l’ultimo piano della grande casa con le chiavi del solaio. La corrispondenza dalla Russia doveva giacere, così mi spiegò, in quella stanza senza fine insieme agli altri ricordi di guerra. Tra i bauli impolverati si poteva rivedere come in un film la vita di Eugenio: le divise ben ripiegate, un caschetto da motociclista, la fittissima corrispondenza con i lettori, le lettere degli amici sugli altri fronti di guerra, la contabilità dell’azienda famigliare. Purtroppo, nonostante una lunga ispezione, le lettere non riemersero. Eugenio non riuscì a fornire ulteriori indicazioni. Peccato, perché lui Eugenio conveniva che si trattava di materiale notevole…tenda
Le nebbie si sono diradate grazie alla tenacia di Vanda, inseparabile sposa di Corti, che le ha ritrovate lo scorso dicembre riordinando l’archivio, in vista del trasferimento alla Biblioteca Ambrosiana di Milano. Erano raccolte in un pacchetto con l’intestazione: “Posta spedita dalla Russia da Eugenio – raccolta completa”».

Per chi conosce già le opere di Eugenio Corti, emergono delle novità da questa raccolta di lettere?
«Credo che per tutti lettori di Corti affrontare Io ritornerò sarà un “viaggio” appassionante e ricco di sorprese. C’è, infatti, una miriade di spunti inediti che aiutano a comprendere meglio la personalità e le scelte di vita dell’autore (la sua decisione di partire volontario…), nonché un tratto decisivo della sua vita finora rimasto in ombra (l’arrivo al fronte russo e i primi mesi sul fronte orientale), assai più in ombra rispetto alla tragica Ritirata di cui abbiamo uno straordinario resoconto day by day ne I più non ritornano. Soprattutto, in queste lettere ritrovate possiamo ritrovare in “presa diretta” quella sete di verità e bellezza che fu il sigillo dell’intera ricerca letteraria di Eugenio Corti. Dal punto di vista letterario, l’elemento più sorprendente è costituito da quelle lettere che costituiscono in nuce l’ossatura delle grandi narrazioni della prima parte de Il cavallo rosso. E pensare che a quel tempo Corti era un sottotenente di artiglieria di soli 21 anni… Queste lettere furono il suo primo “cantiere” di scrittore».

Qualche particolare in più?
«Si potrebbe dire che ogni immagine della guerra in Russia si sia stagliata in modo indelebile nella memoria di Corti. Ogni singolo dettaglio, dalle persone alle osservazioni sulla flora e sulla fauna locale. Ebbene, le lettere ai famigliari (in prevalenza ai genitori) sono una sorta di block notes che un giorno si trasformerà nel grande romanzo corale che tutti conosciamo. Ecco qualche esempio: la partenza della tradotta per il fronte, la descrizione delle incursioni aeree, i dialoghi con i contadini del luogo, l’emozione di ricevere la posta dall’Italia, l’avanzata verso il Don, la costruzione dei rifugi invernali… Personalmente la lettera che mi ha colpito di più è stata quella in cui descrive alle sorelle l’incontro con i primi morti russi: “soldati che hanno compiuto il loro dovere”, la stessa espressione che ritornerà ne Il cavallo rosso».

Per gli storici quale valore può avere questa corrispondenza inedita?
«È sorprendente constatare l’efficienza della posta di guerra. Corti scrisse molto (abbiamo trovato un centinaio di documenti, ma chissà che qualcosa non salti ancora fuori dall’archivio di Besana) e quasi tutto arrivò a destinazione. Per uno storico questo materiale è una fonte privilegiata per comprendere la vita quotidiana di un ufficiale in grigioverde di quegli anni. Di certo, la vita militare di Corti ebbe un doppio volto. Lo spartiacque è segnato dall’offensiva sovietica “Piccolo Saturno” nel dicembre 1942. Lì iniziò la tragedia congelata che tutti conosciamo. Ma i primi tempi di guerra per il giovane artigliere furono molto diversi. Il suo reparto non affrontò prove pericolose. Il massimo inconveniente che dovette affrontare fu una slogatura al braccio provocatagli da una caduta dal camion… Corti ebbe il tempo di leggere, di chiedere libri a casa (insieme alle cartucce per la caccia), di cavalcare da “cosacco in terra di cosacchi”. Ci sono lettere bellissime e ricche di particolari che ci illustrano ogni momento della sua giornata (c’era sempre un piatto di pasta asciutta e la musica del grammofono era una grande compagnia, mentre i soldati giocavano a calcio nei prati…). Il carteggio è arricchito da un vasto corredo di fotografie realizzate dallo stesso Corti. È un altro spunto di novità e di studio».

Corti non ha mai fatto mistero della sua fede: questo aspetto si evince chiaramente nelle sue lettere. È per questo che poté affermare con sorprendente sicurezza “Io ritornerò”?
«Corti ebbe una fede limpida come il cristallo che emerge in modo significativo in numerosi passi del carteggio. La lunga lettera che scrisse dalla stazione di Bologna il 9 giugno 1942 in attesa di partire per il fronte è commovente e illuminante. Posso riportare uno dei passi più intensi: “Io parto sereno, allegro anche: ciò che viene dalle mani di Dio dà sempre gioia. […] E ricordatevi: tornerò. Da quanto vi ho detto prima è chiaro che devo tornare: lo sento. Potrò magari essere ferito o esser dato disperso, ma di una cosa voglio che vi ricordiate assolutamente: che tornerò. Sento che Dio mi guida per una strada che Lui solo conosce, ma che è ancora lunga”. Sì, Corti in cuor suo aveva compreso che gli era stata affidata una missione particolare: essere testimone della verità dei fatti. Doveva tornare.
La sua fede passava poi per aspetti molto concreti, per esempio, la decisione di frequentare i Sacramenti anche in circostanze complicate (la confessione e la Messa al fronte), oppure la volontà di devolvere il suo stipendio militare ai civili polacchi di cui aveva visto le indicibili sofferenze».

(Marco Dalla Torre, 04/03/16, Pagina Tre)

Share

Eugenio Corti entra nella storia

Mario Palmaro

Mario Palmaro

Quando Eugenio Corti la sera del 4 febbraio (2014, NdR) è morto serenamente nella sua bella casa di Besana Brianza, forse avrà rivisto in pochi istanti la sua vita, un lungo nastro lucente dispiegatosi per 93 anni. E si sarà come per magia ritrovato nel freddo spaventoso della steppa russa, durante quella ritirata del 1943 che fu la tomba di decine di migliaia di soldati italiani. E avrà ricordato, il vecchio Eugenio, quel momento inevitabile in cui pensi che sia finita: ti rendi conto che le bombe e i micidiali katiuscia dell’esercito sovietico, oppure il gelo, o la mancanza di cibo, ti faranno morire lì, solo un altro corpo esanime fra i tanti che vedi intorno a te irrigiditi nella morsa del gelo.

Una fede antica
Poteva finire così: il giovane sottotenente Corti morto in un luogo imprecisato della steppa, e di conseguenza: niente racconto della ritirata di Russia I più non ritornano (1947); niente Gli ultimi soldati del Re, racconto della sua militanza nell’esercito che risalì l’Italia per restare fedele alla monarchia; niente Processo e morte di Stalin (1961); niente saga di quella invenzione cortiana che sono i “racconti per immagini”: La terra dell’indio (1998) sulle Reducciones del Sudamerica, L’isola del paradiso (2000) sulla vicenda degli ammutinati del Bounty, e Catone l’antico (2005). Ma, soprattutto, niente Il Cavallo Rosso: il capolavoro assoluto, il romanzo di una vita, la consacrazione del pubblico – 29 edizioni – e della critica, con la Francia dei magazine letterari impazzita per Eugenio Corti e il suo Le cheval rouge, che lo fa paragonare a Tolstoj, a Pasternak, a Solzenicyn, a Tolkien. Leggendo questo elenco di nomi, vengono i brividi pensando che noi del Timone abbiamo vissuto accanto a lui, abbiamo ascoltato la sua voce, siamo stati ospitati con grande semplicità nella sua casa, accanto all’inseparabile e discreta moglie Vanda dei Conti di Marsciano. Se questa è la nazionale degli apologeti, Corti ne è stato il fuoriclasse indiscusso.
Dunque poteva non tornare dal fronte, e invece la Provvidenza aveva altri progetti per lui. E per tutti noi. Afferrò il giovane sottotenente Eugenio Corti, giunto a un passo dalla morte, e lo riportò a casa sano e salvo. Regalandoci non solo un grande cristiano, ma uno scrittore di livello mondiale.
Per parte sua, questo uomo aveva un segreto che ha fatto da filo rosso a tutta la sua vita, e che lo ha tenuto in piedi in quei terribili trentotto giorni di inferno ghiacciato: la fede. Corti promise a Dio che, se ne fosse uscito vivo, avrebbe dedicato l’intera esistenza alla buona battaglia. E il voto fu mantenuto fino alla sera del 4 febbraio 2014. Quella di Corti era una fede robusta, solida, autentica, totalizzante. La sua persona era “riempita” dall’adesione alla Chiesa cattolica e a quanto essa ci insegna. Una fede imparata dai genitori, dal parroco, andando a Messa, pregando, studiando il catechismo, abituandosi a leggere ogni fatto della giornata alla luce della fede. Se chiedevi a Corti «ma che cos’è la fede?», a differenza di tanti cattolici contemporanei, ti rispondeva senza tentennamenti: «La fede è l’adesione della ragione, mossa dalla grazia, alle verità rivelate da Dio, per l’autorità di Dio stesso che ce le rivela. La Sacra Scrittura e la Trazione raccolgono queste verità, che formano la fede oggettiva e immutabile della Chiesa». Questa chiarezza non è un dettaglio di poco conto, ma è il nucleo intorno al quale ruota l’intera vita di questo scrittore. Due note firme del Timone – Paola Scaglione e Andrea Sciffo – hanno contribuito a far emergere negli anni la grandezza di questa poetica e di questo autore.

Il Cavallo Rosso
Il romanzo di Corti è la realizzazione perfettamente riuscita in forma artistica di questa visione cattolica. Un libro nel quale la precisione maniacale per i fatti storici, la credibilità dei personaggi e della trama, si intrecciano con disarmante naturalezza con una costante visione soprannaturale. Quando ne Il Cavallo Rosso si muore, non si diventa carne morta, ma si viene istantaneamente e letteralmente afferrati dall’angelo custode che ti porta in Cielo, e si cominciano a rivedere i volti delle anime che ci hanno preceduto. Il naturale e il soprannaturale coesistono, e lo scrittore – che è il testimone incaricato di raccontare e di spiegare il mondo ai lettori – te lo descrive con certezza incrollabile. Nel secolo in cui i più grandi romanzieri certificano che oltre l’uomo di carne c’è solo il nulla, Corti compie un atto di coraggio inaudito: ci dice che la vera vita è quella che attende tutti, con il suo snodo ineluttabile di un giudizio basato sulle nostre azioni. Così, il cumulo enorme di male che il romanzo racconta, le figure malvagie che lo popolano, i molti umili buoni cristiani vittime di questa immane ingiustizia: tutto trova senso nel fatto che l’esito della storia è soprannaturale.

La buona battaglia e una confidenza
La vita del cattolico è combattimento, è militanza. Corti non pensò mai che fare lo scrittore significasse estraniarsi dalla lotta. Non fu mai disertore. Innanzitutto nei suoi doveri familiari: nato il 21 gennaio del 1921, primo di dieci fratelli, Corti fece per anni l’imprenditore per proseguire l’opera di suo padre Mario, e Dio solo sa con quale rinuncia rispetto al fuoco della vocazione narrativa che già lo divorava. Ma soprattutto, fu tetragono difensore di principi irrinunciabili: quando nel 1970 l’Italia introdusse il divorzio, Corti si schierò senza esitazione con Gabrio Lombardi, Emanuele Samek Lodovici, Sergio Cotta, Augusto Del Noce, Enrico Medi, Giorgio La Pira e altri che si batterono per riaffermare l’indissolubilità naturale di ogni matrimonio. E così ebbe a scontrarsi con Giuseppe Lazzati (che pure Corti ammirava) e con i cattolici che votarono a favore del divorzio, come Sabino Acquaviva, Paolo Prodi, Tiziano Treu, Giuseppe Alberigo, Pietro Scoppola, Pierre Carniti, Raniero La Valle, Mario Pastore, Guglielmo Zucconi, Adriana Zarri, Carlo Caretto, Padre David Maria Turoldo. Costoro rimasero tutti sulla cresta dell’onda cattolica, riveriti e incensati fino ai nostri giorni. Corti e gli altri, sconfitti, scomparvero.
Qualche anno dopo, di fronte alla prospettiva di impegnarsi nello stesso modo per il referendum del 1981 sull’aborto, lo scrittore decise di restarsene nella sua casa di Besana. «Io – mi confidò sconsolato – avevo posto una sola condizione per battermi: tappezzare l’Italia di manifesti che mostrassero le foto raccapriccianti di che cosa succede a un feto abortito. Per convincere la gente che l’aborto è sbagliato, bisogna mostrare alla gente che cos’è l’aborto. Mi risposero che questo era impossibile, e che sarebbero stati usati messaggi positivi e foto di bambini sorridenti. Capii in quel momento che la battaglia era persa in partenza, e mi ritirai in buon ordine. E così fu».

Il fumo nel Tempio
Insomma, Corti fu un uomo dalla schiena diritta. Fu un anticomunista e un controrivoluzionario. Che non mancò di denunciare la drammatica crisi in cui la Chiesa stava scivolando da mezzo secolo. Lo fece con il suo saggio Il fumo nel tempio (1996), che alludeva alle terribili parole di Paolo VI e che fotografa in maniera lucida e impietosa quel capovolgimento in atto in base al quale più un cattolico restava fedele alla dottrina, e continuava a fare e pensare ciò che aveva sempre fatto e pensato, e più veniva messo in un angolo; e rimpiazzato da personaggi che un tempo sarebbero stati sospettati di eresia.
Questa fu, diciamocelo, la sorte dello stesso Corti: sempre più amato dai lettori di tutto il mondo, dai giovani, da alcuni critici liberi. Dimenticato da chi – cattolico e non – predilige il compromesso e la resa.
Per fortuna adesso il dottor Corti, con la sua barba curata alla Sean Connery, se la ride tutto contento godendosi il sole del Paradiso. E il gelo della steppa russa è, ormai, solo un pallido ricordo.

(Mario Palmaro, marzo 2014, Il Timone)

Share