Uso delle fonti classiche nell’interpretazione cortiana di Catone

Catone l'antico

Il Catone di Eugenio Corti è articolato in scene ed episodi, in ossequio a un’idea di «romanzo per immagini» che sia fortemente icastico per il lettore: ma questa scelta inerente alla struttura e all’articolazione del racconto è anche motivata dalla considerazione dell’importanza del genere teatrale nella cultura latina del III-II sec. a. C.: la letteratura latina, infatti, nasce con il teatro (con la rappresentazione di una fabula) nel 240 a. C., e la poesia drammatica, tragica, sia di argomento mitologico greco (fabula cothurnata) sia di argomento storico latino (fabula praetexta), e comica (nella sua duplice articolazione di fabula palliata e fabula togata) rappresentano un genere letterario profondamente iscritto nelle coordinate e, per così dire, nel Dna romano.

Eppure, paradossalmente, Catone è un autore che alla poesia non si è mai dedicato, men che meno la poesia scenica: con Catone nasce la prosa latina, storiografica (le Origines), e didascalica, con una forte componente ideologica (con il De agri cultura).

Il «romanzo» di Corti ricostruisce un Catone «possibile e plausibile»; l’immagine dura e refrattaria a ogni lusso che Catone il Censore stesso ha lasciato di sé si riflette nelle pagine di Corti e dà origine a un personaggio severo, ma non burbero. Viceversa, il Catone ricreato dallo stilo di Cicerone nel Cato Maior de Senectute nel I sec. a. C., che è la figura forse più nota, ha con il modello originale solo qualche labile legame. Il Catone di Cicerone è un Censore addolcito nei tratti caratteriali: nel «suo» Catone, infatti, Cicerone mira a rappresentare una vecchiaia attiva e operosa, che possa rappresentare un modello da consultare con reverenza per i giovani, perché, in primis, è Cicerone stesso, quando si accinge alla composizione del Cato Maior, a sentirsi «vecchio», emarginato dal gioco politico: non dimentichiamo che siamo negli anni brucianti del dopo Pompeo, con Cesare dittatore a vita che imperversa, e Cicerone marginalizzato dal gioco politico, messo in disparte della vita pubblica, afflitto dalla morte dell’amatissima figlioletta Tullia, dal divorzio da Terenzia, dal successivo matrimonio, fallimentare e di brevissima durata con una giovanissima ereditiera. Il Catone ciceroniano, quindi, è proiezione dei desideri di Cicerone stesso, e riflette la sua aspirazione a una vecchiaia ancora operosa e attiva (Cicerone aveva compiuto da poco i sessant’anni, data convenzionale per l’ingresso nella senectus), lungi dalle colpevolizzazioni e dai pregiudizi stereotipati di cui era vittima, come pure – argomento del coevo Laelius de amicitia – di un’amicizia che fosse non solo legame utilitaristico di alleanza politica, determinata da finalità analoghe, ma vincolo moralmente e affettivamente fondato, naturale vagheggiamento di un uomo che si sentiva ormai isolato, fallito politicamente e abbandonato da tutti i suoi precedenti alleati.

CatoneIl volume di Corti ricostruisce di Catone i faticosi inizi dell’attività politica, a partire, molto correttamente, dall’attività forense: non dimentichiamo che il Censore fu un oratore (orator, ovvero, uomo politico che, come tale, faceva del parlare in pubblico un cavallo di battaglia della sua azione pubblica) molto apprezzato, annoverato fra i maggiori di Roma e di cui circolavano più di cento orazioni. Di esse ci restano oggi solo pochi frammenti, raccolti in Enrica Malcovati (ed.), Oratorum Romanorum Fragmenta, Torino 1976, 4 ed., mentre, per quanto riguarda l’orazione più celebre, quella a vantaggio degli abitanti di Rodi, cfr Gualtiero Calboli, Oratio pro Rhodiensibus, Bologna 1978. Nel romanzo (cfr pp. 66-68) il giudice davanti a cui Catone perora la sua causa resta favorevolmente impressionato dalla sua capacità sorgiva e nativa di patrocinare, e si propone di dargli lezioni in merito, a titolo gratuito, ovviamente, come è sempre svolta ogni attività che davvero conti in Roma.

A Catone oratore viene attribuito il detto Rem tene, verba sequentur: «Tieni ben saldo l’argomento, e le parole verranno da sé»: eppure, questo, lungi dall’essere un invito a eliminare ogni forma di retorizzazione del discorso, è piuttosto un invito alla naturalezza dell’actio, quella naturalezza che deve far apparire il discorso spontaneo e dotato di forza sorgiva, pur se esso è stato attentamente e accuratamente elaborato.

Uno dei grandi successi storici di Catone oratore fu l’Oratio pro Rhodiensibus, gli abitanti dell’isola che Roma voleva punire per la sospetta collusione con il re macedone Perseo durante la terza guerra macedonica, conclusa con la vittoria romana di Pidna (168 a. C.). Nel fr. 163 Malcovati, Catone, coerentemente con il suo carattere alieno da ogni eccesso, invita i suoi concittadini alla moderazione, mentre nel 166 li mette in guardia dalla facile tentazione a istituire «processi alle intenzioni».

Il profilo del Catone di Corti pare tenere conto, essenzialmente, oltre che delle opere di Catone stesso, anche di due storici antichi: il profilo antico di Catone delineato da Tito Livio (39, 40, 3-11), e, soprattutto, la Vita n. 24 della raccolta di Cornelio Nepote, Vite dei massimi condottieri (Bur, Milano 1989, a cura di E. Narducci, trad. di C. Vitali).

Il romanzo di Corti mantiene la «pluralità» nepotiana del personaggio, che si rivela nella sua poliedricità, ma l’autore moderno riesce a conferire al suo Catone l’antico un tratto unificante che dà armonia alla figura del protagonista: ossia, la sobrietà estrema, nei comportamenti, nel rapporto con i beni materiali, financo negli affetti; ciò conferisce al romanzo una nobile, austera, scabra semplicità, che è poi l’intima essenza nella produzione letteraria (storiografica, tecnico-didascalica, retorica, didattico-moralistica) cui si rivolse il Censore (cfr nella Scena 57, p. 121 sgg. i tentativi, falliti, dell’Usuraio e del Banchiere, di scalfire l’adamantina onestà di Catone).

In vecchiaia, Catone si dedicò alla prosa storiografica: la sua grande opera in sette libri, le Origines, raccontava le origini di Roma, e delle città italiche, fautrici anch’esse, con la loro fedeltà, della grandezza dell’Urbe negli anni difficili della Seconda Guerra Punica e dell’invasione annibalica.

Accanto alle Origines, centrale è per Corti l’altra grande opera, giuntaci in forma assolutamente frammentaria, nella quale si condensava il senso più profondo del vivere secondo Catone: il Carmen de moribus. È scritto nell’antico verso saturnio: la polemica contro «gli esametri d’origine greca» è, essenzialmente, polemica contro Ennio, il grande poeta di origine Osca che, paradossalmente, Catone stesso portò a Roma, e che divenne il cantore della gloria militare e politica dei grandi condottieri (l’Africano, Marco Fulvio Nobiliore, etc.), introducendo nel mondo latino l’esametro, cioè la musicalità della grande poesia epica.

Ma l’elemento più tipico del Catone storicamente esistito è il suo radicamento nella forma mentistradizionale dell’agricola romano, anzi, latino: interessante è, infatti, la tenace difesa con cui, in modo, possiamo dire oggi, lungimirante, Catone si fece fautore e difensore dell’assetto socio-economico tradizionale romano, e cioè della piccola e media proprietà, organizzata per unità produttive, le cosiddette villae. Il cittadino romano, nella mentalità tradizionale, è infatti contadino (sulla sua proprietà) in tempo di pace e soldato in tempo di guerra; ma i decenni ininterrotti di guerre dell’età delle conquiste (III-II sec. a. C.) stravolsero ben presto l’assetto tradizionale di Roma.

Catone aveva capito benissimo che tale assetto sarebbe perdurato, nel suo equilibrio, finché non si fosse spezzato il nesso fra possesso delle terre/pratica dell’agricoltura in prima persona/cittadinanza/attività militare.

La sobrietà estrema del Catone storico, un tratto di durezza austera che Eugenio Corti recepisce bene, e che gli sembra consonante con una certa forma mentis contadina e, in senso più lato, provinciale tipica della provincia lombarda, della sua Brianza, ha un fondamento preciso in una solida concezione storico-politica che mirava a mettere in guardia i Romani contemporanei dalle facili ubriacature per la ricchezza facilmente conquistata e per un benessere che non doveva diventare pernicioso e disgregante per la comunità (un messaggio sempre presente in Corti, cfr la terza parte del Cavallo Rosso). In effetti, Catone aveva visto chiaramente l’onda lunga della crisi che ben presto avrebbe travolto Roma. Infatti, i piccoli e medi proprietari, perennemente impegnati in armi (non esisteva un esercito di professionisti o di mercenari: i soldati erano soldati in quanto cives, e cives in quanto soldati) in guerre di conquista nei Paesi affacciati sul Mediterraneo, dove Roma si stava espandendo, lasciavano, invariabilmente, trascurati i loro poderi; poi, sommersi dai debiti, erano costretti a venderli ai grandi nobili, dalle cui famiglie venivano scelti i duces, i condottieri delle guerre di conquista, che diventavano capi carismatici; in parallelo, si formavano i grandi latifondi, e la forbice fra i ricchi, sempre più ricchi, e i poveri, sempre più poveri, si apriva sempre più. Inoltre, una folla di diseredati, fautrice in potenza di disordini sociali e pronta a essere sfruttata come massa di manovra per le competizioni politico-elettorali dei grandi nobili, si riversava in Roma. Una risposta parziale a questa crisi venne tra la fine del II e l’inizio del I sec. a. C., quando Mario, lo zio di Cesare, consentì l’arruolamento ai capite censi, cioè ai nullatenenti: ma questo autorizzava, di fatto, la costituzione di un esercito di professionisti, i quali non combattevano più per spirito di dedizione per la patria, Roma, per la collettività, ma si sentivano invece legati al loro capo. Di fatto, Catone, ancora una volta, aveva visto giusto.

(Cesare Cavalleri, maggio 2016, LineaTempo)

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Eugenio Corti, una miniera da scoprire

Eugenio Corti

Eugenio Corti

Ecco una sintesi di tutti i principali capolavori dello scrittore brianteo. Omero e Aristotele furono i grandi maestri. Corti partì per la Russia per toccare con mano il comunismo: «La ritirata? La summa delle esperienze della mia vita»

In Eugenio Corti la vocazione a scrivere si manifestò precocemente: ai giorni del ginnasio Eugenio Corti, ragazzino di campagna abituato alla scena aperta dei colli briantei, si ritrovò tra le eleganti ma anguste strade milanesi adiacenti al collegio San Carlo, presso il quale studiava. Nei suoi ricordi senili, l’autore rammenta spesso di aver passato ore alla finestra a osservare gli uccelli, unica traccia del mondo di natura in un ambiente metropolitano. In contemporanea, avveniva l’incontro con la parola scritta, mediante i poemi omerici, sui banchi di scuola: impressionato dagli esametri di Omero al punto che il personaggio di Michele Tintori (ne Il cavallo rosso) si distrae dalle lezioni per scrivere poemi “su tutto”, ispirato da quella che da adulto riconoscerà come la propria poetica: la poetica realista di Aristotele per la quale «il particolare rimanda all’universale».

I più non ritornano (1947)
«Fin da ragazzo volevo essere scrittore» dice Corti in un’intervista a proposito del suo primo libro: «quando ho avuto in mano Omero, mi ha preso in modo totale perché trasformava in bellezza tutte le cose di cui parlava. Avrei voluto fare lo stesso. È stato il mio primo binario. Il secondo l’ho imboccato durante la ritirata, nella valle di Arbusov. Mi sono impegnato con Domineddio per il secondo versetto del Pater Noster: “Venga il Tuo Regno”. Ovviamente nel campo letterario, il mio».

Studente di giurisprudenza alla Cattolica di Milano, poi allievo alla scuola ufficiali di artiglieria di Moncalieri, fu Corti a chiedere di essere destinato in Russia. «Nella biblioteca dell’università leggevo la rivista Esprit e gli articoli di Emmanuel Mounier, il portavoce di Maritain, che sosteneva che il comunismo fosse positivo e che i comunisti fossero autentici cristiani. “Bisogna che vada a vedere”, decisi». Il tagliente diario che scriverà, duro come quelle coperte ghiacciate che lui stesso, sottotenente di artiglieria sul fronte russo nell’inverno 1942-43, dovette sperimentare, narra dei 28 tragici giorni, a pennellate gelide ma mai crudeli. «La ritirata è stata la summa delle esperienze della mia vita», commenta Corti: «lì ho conosciuto le abiezioni a cui può arrivare un essere umano e nello stesso tempo i possibili eroismi non solo militari, ma umani e civili, la solidarietà, l’aiuto al prossimo. Marciavamo con 15 gradi sotto zero e di notte a meno 40: non c’erano più viveri né munizioni. I muli morivano. Eravamo costretti ad abbandonare i feriti». Le pagine di questo libro non sono riassumibili: opera giovanile ma maturissima, incastona cristalli di verità brillante come neve gelata, brevi frasi strazianti e soprattutto incontri con uomini reali, molti dei quali l’autore (e noi lettori con lui) sappiamo che non incontreremo mai più.

Tutto è irrevocabile, nitido: Corti vi compare come voce narrante e protagonista, ma sa dare voce agli echi infiniti della guerra, dello smarrimento, della preghiera, soprattutto a Maria Vergine. Corti lo scrisse a ventiquattro anni e assieme alla sorella seppellì il manoscritto nella terra del proprio giardino per salvarlo dai rastrellamenti nazisti. Il manoscritto si salvò, e pure l’autore. Sia il primo che il secondo rivelano una stoffa che li rende illustri nella letteratura italiana: lo capì a suo tempo persino Benedetto Croce. Oggi anche i Bedeschi e i Rigoni Stern appaiono inferiori, al paragone.

I poveri cristi (1951) e Gli ultimi soldati del re (1994)
«Donna, ponte fra noi e Dio, via dall’uomo all’Arte la quale ha sede in Dio, Maria nostra, mostrami in lui le cose che prendo a narrare, e farai la mia voce sicura come il volo dell’aquila, mentre dice le cose che io e i miei compagni vivemmo in quegli anni». Così iniziava il libro meno noto di Corti, riscritto quarantatré anni dopo con nuovo titolo. È un romanzo imperdibile per almeno quattro motivi: primo, perché è una scoperta geografica dell’Italia centrale quando ancora gli italiani “restavano da fare”, con descrizioni paesaggistiche dolcissime; secondo, perché incarna l’esperienza umana dell’amicizia e dell’incontro imprevisto: l’autore chiama «tempo deforme» quello di cui racconta e incomincia nel vivo dei fatti, «al principio del giugno 1944, in linea sopra Lanciano, in Abruzzo», e poi dipinge una galleria di ritratti di persone indimenticabili.

Terzo e quarto motivo, perché mostra come il piano visibile e invisibile della storia e della vita siano inestricabilmente congiunti: per esempio, la politica è qui riletta con occhio d’eternità quando il soldato Fianchino, morente, domanda al suo superiore perché si debba morire per la patria; oppure, quando l’innamoramento tra uomo e donna ha un respiro di carne ma sempre in presenza dell’angelo custode, che Corti ha spesso nei momenti decisivi. «Per noi uomini c’è anche l’amore», dice Corti mentre descrive scene di tentazione sentimentale, d’involontaria bestemmia («È un Dio crudele, il nostro»), di santità (il frate cappellano che «nella smorfia del Cristo appeso al legno, ritrovava quella dei fanti miserabili, supini nella neve a morire»). In questo capolavoro sconosciuto al grande pubblico, troviamo dialoghi come questo:
«Quello è il Dio crudele verso gli uomini? – chiese beffardo l’angelo.
– Proprio ora parli – pensai.
– La questione – disse l’angelo – è che il vostro è un destino da giganti.
– A volte troppo – pensai.
– Povero ragazzo – disse l’angelo».

Il cavallo rosso (1983)
«Ma alla fine di questo corso» gli obiettava con amarezza qualche allievo «noi non sappiamo neppure se riceveremo la nomina a sottotenente o no. (…) Signor tenente: noi a volte ci chiediamo se il nostro studiare non sia semplicemente inutile». «No. Non fosse perché, rifiutandovi di studiare, favorireste per quanto vi riguarda questo tremendo caos in cui stiamo sempre più sprofondando. Ci sono dei momenti, a volte periodi di pochi mesi, in cui si gioca il futuro di un popolo per molto tempo. E noi ci troviamo in uno di tali momenti, come non ve ne rendete conto?».

Così disse Manno ai militari dopo 1’8 settembre 1943, così si dirà sempre. Infatti, saggiamente travestito da enorme romanzo storico, Il cavallo rosso è è in realtà un’opera totale: per ora è giunto alla 27esima edizione, tradotto in otto lingue (spagnolo, lituano, francese, inglese, rumeno, giapponese, serbo-croato, olandese; tedesco in corso dì traduzione), ma un giorno sarà considerato come un talismano o una “divina commedia”.

Già adesso, chi ne ama le 1274 fitte pagine può aprirlo a caso e citare e commentare: tutto si adatta magnificamente all’occasione. La storia è storia italiana, briantea, personale e privatamente individuale e presto nessuno potrà riconoscersi sociologicamente nelle vicende ambientate tra il 1940 e il 1974. Eppure, verrà un giorno in cui questo testo sarà fatto oggetto di studi come un codice del Corpus Hermeticum, come gli Acta Martyrum di età patristica, come i Cantos di Ezra Pound: i nostri posteri glosseranno le note a margine per cercarvi nutrimento, responsi, scaglie di vita. Lo dimostra, oggi, il fatto che chi detesta questo romanzo lo fa per cause estrinseche, per idiosincrasie, per partito preso; sulle pietre di paragone ci si sfracella.
Se Corti è un autore italiano “per caso” (infatti assomiglia più a un Solzenicyn che a un Alberto Moravia), anche Il cavallo rosso è un libro “straniero”: c’è chi ha parlato di Tolstoi, chi di Shakespeare. Tutto vero, ma il futuro dirà ancora di più, oltre. Mentre i detrattori saranno confusi, e muti. Qui dentro troviamo quello che serve a un uomo che vuole servire la verità, dunque tralascio a malincuore l’elenco, che da entusiasta stilerei, delle realtà che un lettore genuino può trovarvi. Basta dire che tutti piangono alla morte di Stefano e di Manno e di Alma, perché sentono “il grande capovolgimento”; basti dire che l’intreccio è solo quello di una famiglia numerosa, dal cognome comune, e che la fabula si svolge tra Nomana Brianza e il lago di Lecco: nessun uomo è trascurabile e nessun luogo è dimenticato da Dio.

Per noi lettori di oggi, serve citare le parole di padre Rodolfo, un personaggio del libro, frate missionario in procinto di partire per l’Africa nel 1955, rivolte ai suoi genitori anziani, industriali brianzoli di estrazione popolare e in quel momento angosciati dai debiti delle loro aziende: «questa grossa prova è voluta da lui, a fin di bene. Vi impedirà, a tutti, di diventare ricchi, come c’era effettivamente il pericolo (…). Il pericolo c’era: che prendessimo gusto alla ricchezza, che attaccassimo il cuore all’abbondanza materiale». Qui, e in cento altri passi del testo, si evidenzia come Corti «aveva messo mano a una grande opera narrativa… per quelli che, domani, dovranno pur accingersi a ricostruire» (p.1256).

Processo e morte di Stalin (1961-62)
Tragedia teatrale scritta nel 1961 e messa in scena per la prima volta nel ’62 dalla Compagnia di Diego Fabbri presso il romano Teatro della Cometa, fu ostracizzata dall’egemonia togliattiana prima e gramsciana poi, esercitata sulla cultura italiana dal PCI anche grazie alla pavidità della DC e all’indifferenza colpevole delle forze “liberali”. L’opera di Corti era un j’accuse al sistema comunista sovietico: in futuro ci sarà piuttosto materia di meditazione per gli uomini sapienti che si domanderanno, se sarà possibile, come mai il marxismo fu violenza. Intanto nel 2011 il dramma cortiano è ritornato sui palcoscenici, come un fossile rispolverato e riposto in bacheca.

Il fumo nel tempio (1996)
Il fumo di Satana è entrato nel tempio di Dio […]. Si credeva che dopo il Concilio sarebbe venuta una giornata di sole per la storia della Chiesa. È venuta invece una giornata di nuvole, di tempesta, di buio»: sono le testuali parole del papa Paolo VI, dette nel 1972. Hanno a che fare con cose ultime come: cattocomunismo, gerarchia, eresia, gnosi, anticristo. A mano a mano che l’ottusità dilaga sui media occidentali, queste realtà sono sempre meno comprensibili e l’umanità ne diventa preda, vittima. Al contrario, avendo letto il proprio tempo con passione, semplicità, ingenuità, discrezione, come
un moderno cronista medievale, Corti riconduce tutta la storia umana ed ecclesiastica alle mani dell’Autore e agli atti liberi degli uomini. Nessuno, in pieno XX secolo, ha saputo fare così.

La terra dell’indio (1998).
L’isola del Paradiso (2000).
Catone l’antico (2005)
Compiuti i settant’anni, Corti si è applicato ai “romanzi per immagini”: per cercare di essere ascoltato nell’epoca della civiltà dell’immagine. Non aveva fatto i conti con i potenti, i produttori cinematografici, i direttori dei canali televisivi: costoro, e non la bellezza dei suoi testi o la gratitudine dei suoi lettori, gli hanno impedito di andare al grande pubblico massmediatico. Chi ci ha
perso è stato quest’ultimo, e la società nel suo insieme. Peccato, perché nelle tre opere, pronte per essere trasformate in copione, si narra di tre miti (falsi) della storiografia attuale: se si fossero sceneggiati i libri di Corti, avremmo l’immagine limpida dell’America Latina dopo i Conquistadores; del destino degli europei moderni dopo la rivoluzione francese; della vera anima del mondo romano tra Repubblica e Impero.

Medioevo e altri racconti (2008)
Nel suo ultimo libro, Corti finalmente si dedica al periodo storico amato, raccontando la storia della beata Angelina da Montegiove (1377-1435), e premettendo un excursus sulla storia dell’umanità scritto da un ottantasettenne: cioè da uno che è sul punto di, morendo, andare a vedere se le proprie generose idee sull’infinito corrispondono con l’infinito stesso.
Il testo è il frutto dei suoi tanti incontri con studenti universitari che di anno in anno vanno a trovarlo nella sua casa in Brianza: «come i grandi scrittori», dice Cesare Cavalieri, «Corti ha una concezione “evenemenziale” della storia: ricostruisce minuziosamente particolari e singoli eventi che diventano significativi; i personaggi del suo microcosmo diventano i veri attori della storia, che non è fatta solo dai re e dai condottieri, ma anche dalla gente comune». I poveri, i piccoli, i semplici e gli sconosciuti sono al centro del quadro: i potenti gli fanno da contorno. Del resto, non occorre essere un critico d’arte per sapere che la tela dell’opera d’arte vale infinitamente di più della sua cornice.

(Andrea Sciffo, febbraio 2013, Il Timone)

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Controcorrente, fedele a una tradizione di bellezza e verità

Eugenio Corti

Per intervistare Eugenio Corti non è stato necessario spingersi fino alla “sua” Brianza. L’incontro, infatti, avviene in uno splendido giorno d’estate nella tenuta dei Marsciano, il nobile casato umbro da cui discende la Signora Vanda, moglie del nostro scrittore. Siamo nella terra in cui affondano le radici cristiane d’Europa e d’Italia, avendo dato i natali – tra gli altri – ai Santi Benedetto da Norcia e Francesco d’Assisi. Tuttavia, sono ancora aperte e vive le polemiche sullo statuto regionale che evita accuratamente di menzionarli, preferendo i riferimenti al Risorgimento e alla Resistenza… D’altra parte, questo è il mondo in cui l’autore combatte la sua battaglia per il Regno di Dio, tenendo fede ad una vocazione maturata sui banchi di scuola, e ad un voto alla Madonna pronunciato durante la ritirata di Russia del Natale 1942. La conversazione prende avvio dalla recente uscita del suo Catone l’Antico, per poi spaziare sulla sua opera, accennare alla realtà culturale ed ecclesiale contemporanea… In conclusione, raccoglieremo delle interessanti anticipazioni sui suoi futuri progetti letterari.

Cominciamo la nostra conversazione con una domanda d’obbligo: perché ha scelto Catone come protagonista del suo ultimo libro?
Catone è, lo sappiamo tutti, un importante personaggio dell’antica Roma repubblicana, che vive intorno al 200 a.C. Ciò nonostante, la sua vicenda ha dei sorprendenti punti di contatto con la nostra realtà contemporanea. È questo il motivo per cui l’ho scelto.

Catone, nel corso della sua lunga vita, sembra quasi trovarsi costantemente tra l’incudine e il martello, a dover fronteggiare da un lato i Greci, dall’altro i Cartaginesi. Ci sono ancora oggi dei Greci e dei Cartaginesi?
Sì, come allora ci sono dei Greci e dei Cartaginesi, ma con tutt’altro nome… Direi che i problemi maggiori contro i quali Catone ha dovuto combattere – lo vedremo – sono stati almeno tre. Uno era la corruzione che, al seguito della cultura greca, stava penetrando nella società romana, prettamente agricola e improntata alle rigorose tradizioni degli antenati, i cosiddetti “mores maiorum”. D’altronde, Catone stesso era un contadino, ed è rimasto tale anche mentre occupava tutte le principali cariche della repubblica. Egli si rende conto che Roma non aveva un’arte ed una filosofia propri, se non a livello embrionale, per cui non poteva prescindere dal grande patrimonio dei Greci. Si impegna, così, a studiare il loro mondo, perfino la loro lingua. Mettendo in guardia, però, dalla corruzione dei loro costumi.

Una corruzione dei costumi, che poi si traduceva nell’usura, nell’omosessualità,… veicolate anche da un certo teatro, da un certo pensiero debole “ante litteram”…
Su quest’ultimo punto, è senza dubbio emblematico l’atteggiamento tenuto da Catone nei confronti del relativismo di Carneade, il quale riteneva che la verità non è distinguibile dall’errore, quindi non esiste. Membro della delegazione venuta a Roma per difendere Atene in seguito alla sanzione inflitta per aver saccheggiato una cittadina dell’Eubea, mentre il Senato si attardava ad emettere un giudizio, Carneade ne approfittò per fare delle orazioni pubbliche, tra cui i due famosi discorsi, pronunciati a distanza di un giorno l’uno dall’altro, in cui prendeva posizione rispettivamente pro e contro la giustizia. L’entusiasmo dei giovani Romani, fino a quel tempo legati a doveri imperiosi, mise in allarme Catone, che si adoperò con successo affinché l’ambasceria tornasse subito in Grecia.

Le tappe del “cursus honorum” di Catone seguono di pari passo l’espansione di Roma, facendone più che un testimone privilegiato…
Catone aveva 17 anni quando ebbe luogo la battaglia di Canne. A quell’epoca, la repubblica romana aveva una superficie modestissima, che nell’arco di cinquantatré anni, secondo quanto riferisce Polibio, arrivò ad estendersi su tutto il mondo conosciuto. I Romani hanno fatto questo non per spirito imperialistico – che esulava completamente dalla loro mentalità e, semmai, è subentrato in seguito –, ma quasi per forza di cose. E per poter essere all’altezza di quegli sforzi terribili dovevano necessariamente conservare la severità della loro impostazione. Ecco perché Catone ha combattuto tanto contro la corruzione dei costumi di derivazione greca. C’era, poi, un secondo grande problema: quello dell’economia cartaginese.

“Delenda Carthago”…
Catone sosteneva che Cartagine dovesse essere distrutta, perché la sua economia produceva a prezzi molto inferiori rispetto all’economia di Roma. Si trattava, infatti, di un’economia che utilizzava su larghissima scala il lavoro degli schiavi. Il timore di Catone era che, anche in Roma, la ricerca della competitività avrebbe portato questo aspetto alle estreme e negative conseguenze.

Lei accosta l’economia cartaginese alle economie di tipo marxistico. Sembra quasi di vedere la situazione attuale, con la Cina alle porte.
La preoccupazione di Catone nasceva dal fatto che gli uomini da cui attingeva le proprie forze l’esercito romano erano in gran parte liberi coloni che coltivavano la terra. La trasformazione dell’economia al modo di Cartagine li avrebbe fatti sparire con l’affidamento della terra agli schiavi, per cui Roma avrebbe dovuto ricorrere come Cartagine a soldati mercenari. Tutto ciò avrebbe significato, inevitabilmente, la fine di Roma. Arriviamo, così, al terzo grande problema, costituito dalla popolarità dei generali emergenti.

Catone l’antico

Arriviamo, cioè, alla rivalità tra Catone e la famiglia degli Scipioni.
Le grandi campagne condotte in Spagna, in Macedonia, in Africa, avevano fatto acquistare ai generali una popolarità che, agli occhi di Catone, appariva pericolosa per le istituzioni della repubblica. La previsione di Catone era giusta, alla luce di ciò che sarebbe accaduto dopo con le guerre civili e, infine, con l’instaurazione dell’impero.

Lei definisce Scipione l’Africano “naturaliter christianus”.
In quell’epoca, il maggior generale emergente è stato Scipione l’Africano. Dopo le sue molte vittorie i concittadini volevano inaugurargli statue e proclamarlo dittatore a vita, ma egli ha sempre rifiutato. Il suo disinteresse per gli onori, e il rispetto per il nemico, ne fanno un personaggio dalla statura morale straordinariamente positiva: ecco perché dico di lui “naturaliter christianus”.

Questo suo ultimo lavoro, Catone l’Antico, porta a compimento un trittico di “racconti per immagini”. Il suo editore Cesare Cavalleri ha detto che essi sono, nello stesso tempo, una risposta e una sfida alla dilagante cultura delle immagini.
Cesare Cavalleri dice bene. Con la mia battaglia di scrittore, io intendo operare – se possibile – in modo utile alla collettività, per cui non posso sottrarmi dall’operare anche nel mondo delle immagini; ad esempio, scrivendo dei testi per la televisione. Ma la cultura dominante oggi mi è avversa, per cui non mi aspetto che siano rappresentati, almeno in tempi brevi. Ciò nonostante, io non voglio restare escluso dalla possibilità di comunicare attraverso le immagini, e ho preparati tre testi. Però, perché non rimangano chiusi nel cassetto e poi passati nel dimenticatoio, li ho scritti in modo che possano essere apprezzati dal lettore, ancor prima che dallo spettatore.

Lei si sente ostracizzato dalla cultura ufficiale?
Oggi la cultura laicista dominante ritiene che i cattolici abbiano esaurito il loro apporto alla cultura universale. In pratica, se ci sono importanti contributi da parte cattolica, si fa in modo che vengano sistematicamente ignorati, come se non esistessero. Io ho sperimentato questa realtà, ad esempio, con il mio Processo e morte di Stalin, che è circolato anche in russo e in polacco come “samizdat”. Intorno ad esso la cultura occidentale ha steso la cortina del silenzio: è la testimonianza di come in essa sia prevalente l’indirizzo marxista. È semplicemente passata dal metodo leninista a quello gramsciano, in cui si riserva ai dissidenti non più la morte fisica, ma quella civile.

Gramsci aveva detto che a scristianizzare il popolo ci avrebbero pensato gli stessi cattolici.
Ciò dimostra veramente l’intelligenza terribile, oserei dire diabolica di Gramsci. Egli era consapevole che la “forma mentis” dei cattolici costituiva un ostacolo insormontabile per l’affermazione del marxismo, a meno che essi non si fossero convinti che tale visione ideologica della realtà fosse neutra: né contro di loro, né contro altri. A questo punto, sarebbero stati gli stessi cattolici a danneggiare, a distruggere la propria identità. È quello che sta succedendo.

Ripercorriamo le motivazioni che sono alla base della sua opera. Lei ha scritto romanzi, racconti, soggetti, saggi, articoli; quando e come nasce la sua vocazione di scrittore?
La mia vocazione di scrittore è nata quando, ragazzo di prima ginnasio – l’attuale prima media – mi trovai tra le mani, senza che il professore ce ne avesse già parlato in classe, l’Iliade di Omero. Fui preso completamente e in una maniera straordinaria dal fatto che quell’autore, per me sconosciuto, trasformava in bellezza tutte le cose di cui parlava. Ancora non immaginavo cosa avrei fatto “da grande”, ma ero certo che avrei voluto fare altrettanto: scrivere per tradurre in bellezza. E da quel proposito non mi sono più allontanato per tutta la vita.

La bellezza è uno dei suoi capisaldi. L’altro è la verità.
Esattamente. L’altra esperienza determinante, per me, fu la disfatta di Russia nell’inverno 1942: fui coinvolto, con il mio corpo d’armata, nella sacca di Cercovo. Io contavo di fare lo scrittore e, quindi, sentivo che avrei dovuto riferire quei fatti. Tuttavia, decisi di lasciar perdere ogni criterio di bellezza e di attenermi rigorosamente alla sola verità, in modo da poter giurare non solo sull’insieme, ma su qualsiasi frase che scrivevo. Nel 1947, così, vide la luce I più non ritornano, che in circostanze normali non sarebbe mai stato uno dei miei primi libri. Lo ritenevo semplicemente una testimonianza, tutt’altra cosa rispetto a ciò che mi ripromettevo di scrivere. Ma l’accoglienza fu ben superiore a quella che mi aspettavo. Particolarmente significativa, per me, fu la critica di un grande maestro quale Mario Apollonio, all’epoca professore di letteratura italiana all’Università Cattolica di Milano. Io non lo conoscevo se non di nome, vagamente. Egli pubblicò una recensione bellissima, che ricordo ancora quasi a memoria, a distanza di circa sessant’anni. Diceva che il libro, ad una prima impressione, poteva apparire una cronaca “così greve e tetra da sembrare selvaggia”; procedendo nella lettura, però, ci si rendeva conto che era, in pari tempo, un “romanzo, poema, dramma e storia”. Insomma, per il mio rigoroso scrupolo della verità, avevo fatto senza volerlo un’opera letteraria. Perciò, da allora decisi che avrei ricercato la bellezza senza mai distaccarmi dalla verità.

I libri più famosi sulla ritirata di Russia, ad eccezione del suo, furono pubblicati con un certo ritardo. Penso a Il sergente nella neve di Rigoni Stern e a Centomila gavette di ghiaccio di Bedeschi, dati alle stampe rispettivamente nel 1953 e nel 1963. Quali furono le cause?
Tenga presente che, in quegli anni, l’Italia era veramente caduta nell’abisso della miseria, in tutti i sensi; per cui i giornali erano di un solo foglio e i libri di nuova pubblicazione molto rari. Il mio libro è stato uno dei primi sulla ritirata di Russia, poi ne sono usciti moltissimi altri. A distanza di tempo, il mio ha avuto una sorte particolarissima, di cui sono venuto a conoscenza per caso alla fine di aprile, grazie ad un’e-mail inviatami da un professore di San Pietroburgo: è stato tradotto in russo sulla base dell’edizione americana da una casa editrice russa, che nel 2002 ne ha tirato 7000 copie trasferendo il tutto anche su internet.

Parliamo, finalmente, de Il cavallo rosso, giunto ormai alla diciannovesima edizione italiana; un fenomeno editoriale trasformatosi in un classico della letteratura attraverso il passaparola dei lettori, molte eccellenti recensioni, ma senza nessuna attenzione particolare da parte dei grandi organi di informazione. Cavalleri – ritorna il suo editore – ha detto che si tratta di un contributo alla letteratura, alla storia, alla fede. Quali sono le sue impressioni a più di 20 anni dalla prima edizione?
Io posso dire quello che pensano i lettori, che mi scrivono numerosi, e vengono anche a trovarmi. Le loro considerazioni mi hanno indotto ad una scoperta particolare, che mi ha molto colpito: ciascuno di essi ha una propria prospettiva autentica, diversa dagli altri. Questa molteplice varietà mi ha portato a riflettere su ciò che potremo sperimentare in Paradiso, sempre che ci si salvi… Cerco di spiegarmi meglio. Noi sappiamo che siamo fatti ad immagine e somiglianza di Dio, che saranno piene ed evidenti nell’aldilà: ciascuno di noi non sarà solo fisicamente bello, quando ci sarà la resurrezione della carne, ma rifletterà Dio dalla propria particolare angolatura. In ogni individuo emergerà lo specchio di Dio, cosicché l’incontro di miliardi e miliardi di persone diverse sarà motivo non di confusione, bensì di compiacimento, di gioia, di felicità.

Ambrogio, Manno, Michele: in ognuno c’è un po’ di Eugenio Corti.
Il cavallo rosso è un romanzo autobiografico, fortemente autobiografico. Una grandissima parte delle vicende che vi sono narrate, io le ho vissute personalmente e le faccio rivivere a personaggi diversi, maschili ed anche femminili. I tre protagonisti risentono più degli altri di questa impronta.

Lei ha lavorato alla stesura de Il cavallo rosso per ben undici anni.
Se come scrittore dovevo rendere la realtà dell’uomo nel nostro tempo, non potevo non far riferimento anche a determinate vicende che non ho vissuto. Per esempio, io ho fatto in pieno l’esperienza della guerra, ma non sono stato nei lager come quello russo di Crinovaia, dove si è giunti al culmine del cannibalismo, tanto che, chi ne è uscito vivo, non può aver fatto a meno di mangiare la carne dei morti. Per me era indispensabile farmi un’idea chiara, parlare con i sopravvissuti. In questo, mi è stato di grande aiuto Padre Maurilio Turla, cappellano degli alpini del battaglione “Saluzzo”, della divisione “Cuneense”. Quando ho sottoposto alla sua attenzione il manoscritto, mi ha fatto apportare solo due piccole correzioni. Ma la prova che il mio sforzo di rendere quei fatti e quei luoghi era riuscito, l’ho avuta subito dopo la pubblicazione del libro. Una sera, a margine di una conferenza, un reduce di Crinovaia è venuto ad abbracciarmi, convinto che anch’io fossi stato lì. Non voleva credermi che non ci ero passato.

Con Il cavallo rosso – e Gli ultimi soldati del re – Lei ha contribuito a sfatare un certo mito della Resistenza.
Io ho fatto parte del Corpo Italiano di Liberazione, cioè di quei militari italiani che, nell’esercito regolare, hanno combattuto al fianco degli Alleati contro i Tedeschi. Abbiamo risalito tutta la penisola, da Montelungo – io mi sono aggregato qualche settimana dopo, in Abruzzo – fino all’Italia settentrionale. Ho incontrato, quindi, partigiani di tutti i colori, di tutti i tipi. In questi miei romanzi non potevo esimermi dal parlare di loro, ma dovevo esporre i loro meriti e i loro torti, e l’ho fatto. Tutto qui.

Lei si considera un uomo di cultura, non un intellettuale.
Non sono un intellettuale; gli intellettuali sono un prodotto dell’Illuminismo, di cui è simbolo Voltaire. Sono efficacissimi nella demolizione, ma poi non costruiscono niente, se non disordine. Basti pensare al nichilismo che oggi imperversa nell’arte, nella letteratura… Sono degli utopisti che si illudono e pretendono di costruire il paradiso in terra, ma contribuiscono a crearvi l’inferno.

Come vede la situazione attuale della Chiesa?
È ancora una situazione di crisi, che lascia intravedere, però, dei motivi di speranza. Dopo la morte di Giovanni Paolo II, il maggiore di essi è senza dubbio l’elezione al soglio pontificio di Benedetto XVI. Secondo me, questi non è affatto inferiore al suo predecessore. Alla luce di ciò che ha detto e scritto fino ad oggi, egli affronterà sicuramente con energia il pericolo di invischiamento in teorie estranee alla nostra dottrina tradizionale. Insomma, ci sarà un grande recupero dell’identità cattolica.

Per concludere, può farci delle anticipazioni sui suoi progetti letterari? Almeno può dirci qualcosa sulle fiabe ambientate nel Medioevo, di cui si parla da qualche tempo?
C’è un punto nel Vangelo, riguardante la Madonna, che secondo me non è stato sviluppato come si deve fino ad oggi. Io vorrei, per quel che posso, sviluppare in quei racconti questo punto. Spero che la Madonna mi aiuti, come sul fronte russo…

Confidiamo che la preghiera di Eugenio Corti non resti inascoltata, tanto più che, per l’affetto dei suoi numerosi lettori, non sarà certamente isolata. Noi glielo auguriamo di cuore, se non altro perché tutta la sua opera è da sempre ispirata a Maria. Eugenio Corti, infatti, non ha mai distolto lo sguardo dalla Bellezza e dalla Verità, che Ella ha sommamente incarnato.

(Salvatore Senese, Fides Catholica, 2006)

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La postfazione di Cesare Cavalleri

Cesare Cavalleri

E così, giunti alla parola Fine, dopo 428 pagine di battaglie, di sentimenti, di confronti, di pensieri, di caratteri, verrebbe voglia di chiedere, di gridare: “Ancora, ancora!”. Vorremmo stare ancora di più con Aulo, con Valerio, con Licinia, con Annibale e Scipione, con tutti i personaggi, grandi e minuti, che fanno corona a Catone, e che Eugenio Corti ha fatto rivivere per noi: ce li ha fatti conoscere, ce li ha messi accanto. Meglio: ha messo noi accanto a loro. Perché la voglia di saperne di più, di capire di più, dopo 428 pagine appassionanti, è la voglia di capire di più noi stessi, di guardare più a fondo dentro di noi.

Leggere è entrare nel sogno dello scrittore. L’ha detto Aragon, e per una volta siamo d’accordo con lui. Quando leggiamo un libro, infatti, il pensiero dello scrittore subentra ai nostri pensieri; pensiamo i pensieri da lui pensati, sogniamo i sogni da lui sognati. Corti ha pensato, rivissuto l’epopea storica di Catone, e noi l’abbiamo pensata, rivissuta con lui.

Giunti alla parola Fine, vogliamo ripensare. Ripensare, innanzitutto, la forma del romanzo che abbiamo letto. Eugenio Corti lo presenta come suo terzo apporto alla “cultura delle immagini”, dopo La terra dell’Indio e L’isola del paradiso. Ma attenzione: Corti non vuoi fare concorrenza al cinema, anche se questi tre romanzi sembrano presentarsi come sceneggiature e del resto se ne potrebbero ricavare tre bellissimi film: siamo e restiamo nel terreno della letteratura, per cui i “romanzi per immagini” di Corti – e particolarmente questo Catone – sono e restano, innanzitutto, romanzi. Più che un apporto alla “cultura delle immagini”, dunque, questa sorprendente prova narrativa è un’altissima risposta (o una sfida) della letteratura alla “cultura delle immagini”.

Peraltro, Corti ha sempre fatto così, fin dal Cavallo rosso. I brevi capitoli in cui è scandito quel capolavoro di 1.280 pagine, infatti, che cosa sono se non sequenze cinematografiche predisposte per un regista di genio? Ma II cavallo rosso, giunto alla diciannovesima edizione italiana e già tradotto in sei lingue, è, vittoriosamente, un romanzo, non un film. Non stiamo facendo confronti di qualità tra espressioni artistiche: stiamo parlando di specificità di ciascuna di esse, e lo specifico di Catone l’antico è la parola, la letteratura. Corti è riuscito a tradurre le immagini in parole, immagini che egli non ha raccolto da uno schermo ma che ha formato alla perfezione nella sua mente attraverso un’esperta navigazione nelle fonti storiche, riuscendo a far metabolizzare al lettore 428 pagine che si traducono in immagini mentali del lettore stesso.

In questo Corti è fedelissimo a quello che ritiene il più alto insegnamento di Catone, “anche per noi oggi” (p. 60): “Rem tene, verba sequentur”. Se i concetti sono chiari, se le fonti sono state esplorate a dovere, le parole vengono da sole, con la leggibilità (frutto di lungo studio e di vocazionale perizia) delle 428 pagine che ci hanno accompagnato. Il solido realismo storico e filosofico di Corti si traduce organicamente in altissima letteratura.

C’è un particolare molto significativo sul modo in cui Corti intende il “romanzo per immagini”. Netta Nota a p. 355, a proposito del trionfo di Lucio Emilio Paolo, scrive: “A completamento di quanto abbiamo già esposto [nel testo], pensiamo possano interessare il lettore (per lo spettatore temiamo invece che riuscirebbero troppo lunghe) anche queste altre notizie, sempre da Plutarco”. Ecco la differenza: al cinema certe descrizioni (certe immagini) “riuscirebbero troppo lunghe”, mentre vanno benissimo per il lettore, e infatti i Pro episodi, i Medaglioni, le Contaminationes, vengono a specificare e ad arricchire l’originalità di questo romanzo.

Catone l'antico

Ma ripensiamo, a lettura ultimata, anche al nucleo tematico del romanzo. Protagonista assoluto, naturalmente, è Catone, di cui, episodio dopo episodio, seguiamo tutta la carriera: lo vediamo avvocato alle prime armi, questore in Sicilia, edile della plebe con l’incarico ludorum (agli spettacoli), pretore in Sardegna, senatore, console in Spagna (da cui ritorna in trionfo), tribuno militare e finalmente censore, sempre con l’assillo dello scrivere, di registrare per la storia e per il costume.

In ognuna delle fasi del suo cursus honorum Catone ha modo di svolgere l’opera di moralizzazione a cui si sente chiamato: non a caso, appena nominato censore si adopera per riformare le fognature di Roma, in una smania di pulizia esteriore che rispecchia la sua sete di moralità che giunge a vertici anche eccessivi. Abbiamo sorriso quando l’abbiamo visto far lastricare con sassi aguzzi le strade del centro di Roma per ostacolare il passeggio dei perdigiorno; o quando ha fatto radiare un senatore che aveva baciato in pubblico la propria moglie. Ma egli è giustamente implacabile nell’opporsi all’onore del trionfo a Termo, macchiatosi di crudeltà verso i nemici, così come è contrario al trionfo di Nobiliore che già si era fatto dedicare un poema del poeta Ennio.

Corti segue con passione le gesta del protagonista, senza peraltro abdicare al senso critico: toccanti le scene domestiche in cui Catone insegna a nuotare al figlioletto Marco, che ha i capelli rossi come il padre, e straziante (e letterariamente splendida) ne è la rievocazione in flash back quando, ormai vecchio, gli giunge in Senato la notizia della morte di Marco, quasi quarantenne. E non ci vengono nascosti neppure i difetti di Catone: la sua severità talvolta ostinata, il cedimento lussurioso in vecchiaia con la schiava Lidia.

Ma, soprattutto, la fisionomia di Catone viene scolpita da Corti attraverso il confronto con i due grandi deuteragonisti, Annibale e Scipione.

Va riletto, al riguardo, l’importantissimo Medaglione dedicato a Scipione l’Africano nel Venticinquesimo pro episodio (p. 302). Lì Corti quasi confessa di non saper scegliere “se dobbiamo ammirare di più l’operato di Catone, rozzo fino alla villania, ma giustamente teso a salvaguardare le patrie istituzioni, oppure la luminosa umanità di Scipione”. Perché “l’antico, puntiglioso, ringhiante Catone” stroncava sul nascere qualsiasi tentativo di gestione personalistica del potere, contrastando perfino il suo quasi coetaneo Scipione, il vincitore di Zama, che Corti considera “naturaliter christianus” anche per la sua mitezza verso i vinti.

Grande è l’ammirazione di Corti (e nostra) per il genio guerriero di Annibale, il trionfatore di Canne, che è stato a un passo dalla conquista di Roma e che, dopo Zama, va ramingo in esilio, collaborando a piccole scaramucce in regni di provincia, fino al suicidio quando si vede ormai braccato dai romani.

Catone, Scipione e Annibale sono paragonabili tra loro? Corti osa rispondere di sì, e conclude: “Annibale il più grande – Scipione il più realizzatore (e umano) – Catone il più utile alla salvezza inferiore del mondo romano, quindi anche del nostro”.

Perché la sfida non è tra le personalità pur grandissime di tre giganti della Storia, bensì tra le diverse concezioni del mondo che si fronteggiano nella loro epoca: la visione cartaginese della realtà, dominata dall’economia (Corti audacemente considera i cartaginesi dei marxisti ante litteram,); la filosofia greca della decadenza, disancorata dalla saldezza della verità; e la fedeltà romana ai principi di libertà, di lealtà e di sobrietà, della quale Catone si fa campione: aleggia, in tutto il romanzo, l’esemplarità dell’antico console Manio Curio Dentato, colui che ritornava al proprio campicello dopo le grandi gesta in difesa della patria, esponente sommo di quella mentalità agraria che ha forgiato il miglior carattere romano, e il suo formidabile esercito.

Catone non è certo uomo del dialogo, anzi ne aborre. Verso Cartagine ha un solo obiettivo: distruggerla, toglierla di mezzo (Corti non riporta il troppo celebre “Delenda Carthago”, che suonerebbe kitsch: a p. 400 parafrasa il motto in italiano). E verso la cultura greca, che pure studia e ammira, fa energicamente di tutto per evitare che i giovani romani ne restino contaminati. Il trapasso generazionale, epocale e culturale lo vedrà perdente: la Repubblica sarà soppiantata dall’Impero, l’austera moralità romana si corromperà.

Il lettore trarrà per proprio conto le conclusioni, applicandole al trapasso della modernità in cui siamo tutti coinvolti. Va segnalata, tuttavia, la profonda differenza tra il nostro mondo e quello di Catone: noi possiamo contare sulla Grazia che Cristo ci ha guadagnato con la sua incarnazione, morte e risurrezione, mentre l’antico Censore aveva risorse solamente umane.

Tutto questo, e molto altro, è nel romanzo di Eugenio Corti, raccontato con perizia narrativa, consegnandoci nelle 200 scene dei 36 episodi, personaggi e situazioni indimenticabili. Abbiamo ammirato i giovani ardenti, fedeli alle tradizioni degli avi e impazienti di compiere grandi gesta, come il diciassettenne Aulo, che ritroveremo saggio senatore nelle ultime scene (diciassette anni è quasi una cifra apotropaica: diciassettenne è Catone all’inizio del romanzo; a diciassette anni Scipione salva il padre nella battaglia del Ticino; diciassettennne è Publio quando stringe amicizia con Marco, che ne sposerà la sorella); abbiamo apprezzato la nobile amicizia di Lucio Valerìo Fiacco, che sarà il mentore del plebeo Catone, incoraggiandolo e sostenendolo in tutta la carriera; abbiamo tremato nelle battaglie che Corti sa descrivere con vivezza più che cinematografica; abbiamo partecipato alla caccia al cinghiale in Val Nerina; abbiamo percepito la tristezza dell’oltretomba pagano quando il vecchio fattore Assio visita la tomba della moglie, e quando la maschera della defunta Licinia vanamente si illumina durante il cordoglio dei famigliari; abbiamo intuito il pericolo delle discussioni sofistiche di Carneade che nega l’esistenza della verità; abbiamo capito che la Storia è governata da una potenza superiore alle forze di chi sembra in grado di modellarla… Sì, tutto questo, e molto altro, è nel romanzo e ci è stato comunicato attraverso una misura di Bellezza. Dicono i filosofi che la Bellezza è appunto il legame, il coagulo degli altri trascendentali dell’essere: l’Unità, la Bontà, la Verità. Ecco perché Eugenio Corti può affermare che “la grande arte (cioè la somma Bellezza) spiega la storia meglio delle analisi storiche più erudite”.

Ed ecco perché questo romanzo ci ha tanto commosso e segnato: perché è grande arte, grande letteratura.

(Catone l’antico, Ares, 2005)

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Catone, il bisbetico che vedeva lontano

Catone l’antico

Fu l’uomo che appoggiò la lex Oppia contro lo sfarzo delle donne: al massimo, mezza oncia d’oro a testa, perché “il lusso porta alla rovina”.

Fece ripavimentare il foro romano con ciottoli aguzzi, così i perdigiorno avrebbero trovato scomodo passeggiarvi. Fu militare eroico, con tre cicatrici sul petto e vittorie eclatanti in Spagna e in Grecia. Combattè nella battaglia del Metauro, dove Asdrubale trovò la morte e dove iniziò la fine di Annibale. Completò tutto il cursus honorum della Repubblica sino a divenire censore nel 184, lui che era nato da un’umile famiglia plebea nel 234 a.C.

Bandì dal Senato due illustri colleghi: il primo perché aveva sterminato una città sconfitta, mancando alla parola data; il secondo perché aveva baciato la moglie sulla bocca davanti alla prole. Ripulì Roma dai rifiuti e dagli scandali morali e finanziari. Fondò la prima basilica romana, la Porzia.

Era Marco Porzio Catone, detto il Censore, uno di quei monumenti di storia romana che si ricordano ancora oggi, almeno per il ritornello testardo con il quale terminava tutte le sue orazioni: Delenda Carthago, “Cartagine deve essere distrutta”.

A riproporne con vigore la figura è Eugenio Corti, l’autore del bestseller Il Cavallo rosso – decine di edizioni in Italia e nel mondo, dall’America al Giappone – di cui esce sabato in libreria Catone l’antico (Ares, pagg. 438, euro 18). Un romanzo – ma costruito come una sceneggiatura, con note storiche a corredo – dedicato a un homo novus che si divideva tra i campi di famiglia e le campagne militari, tra la carriera politica e lo studio. Un libro che è soprattutto un grande affresco di civiltà, o meglio dello scontro tra più formae mentis: da una parte la Roma repubblicana, dall’altra Cartagine e la Grecia ellenistica.

Corti, perché Catone?
E’ una figura emblematica per il suo e per il nostro tempo. In piena epoca repubblicana impersonificò tutta la forza della più pura tradizione romana, che si fondava sul mos maiorum, il costume degli avi.

Ovvero?
La virtù virile, la fedeltà, la pietas religiosa, la grandezza d’animo. E inoltre il “dare a ciascuno il suo”. Mi spiego: i romani di allora erano un popolo praticamente ignorante , quasi privo di letterature, storia e filosofia. Tuttavia avevano uno straordinario senso della giustizia, ed è stato proprio il diritto il loro grande apporto alla civiltà umana.

E Catone rappresenta tutto questo?
Sì, un uomo tutto d’un pezzo, fino a essere persino rozzo ed eccessivo, direi anzi un cane ringhiante. Fu attaccato continuamente, ma vinse tutte le cinquanta cause che gli intentarono. Catone aveva lucidamente compreso i pericoli che correva Roma, e vi lottò contro con tutte le sue forze.

Quali pericoli?
Prima di tutto Cartagine. I cartaginesi, grandi commercianti, avevano una forma mentis tutta centrata sull’economia. Il generale sconfitto veniva crocefisso perché, come i ladri, aveva “rubato” qualcosa alla patria. Inoltre i prodotti punici erano molto meno costosi di quelli romani, perché tutta la loro economia era schiavistica, di uno schiavismo estremo basato sullo sfruttamento totale di uomini e donne. Catone capì che questo modello economico-sociale avrebbe schiacciato Roma, la cui civiltà era fondata sull’uomo libero, contadino e soldato, solo in parte supportato dagli schiavi. Per questo optò per la distruzione totale del nemico.

L’altra grande battaglia di Catone fu quella contro la cultura ellenistica, ormai alle porte di Roma. Quale pericolo vi scorgeva?
Catone odiava la corruzione dell’ellenismo, non la cultura greca tout court. Anzi, la ammirava, tanto da cercare di emularla, scrivendo la prima storia di Roma. Lottava però tenacemente contro la corruzione tipica dell’ellenismo, come per esempio l’usura e l’omosessualità. Catone pensava che la mollezza dei costumi fosse l’inizio della fine, e del resto era quanto accadeva alle civiltà che venivano assoggettate dalla Roma del diritto e della spada.

Si scontrò anche con il celebre filosofo Carneade…
Costui sosteneva che la verità non è distinguibile dall’errore, e per dimostrarlo tenne due discorsi sulla giustizia: uno pro, l’altro contro. E con entrambi convinse il pubblico di avere ragione. Catone lo fece cacciare da Roma.

Eppure anche Catone imparò il greco.
Il Censore si accorse che vi era una cultura e una tradizione di pensiero da cui Roma non poteva prescindere. Dobbiamo immaginarci una città fondamentalmente contadina e ancora piccola che, nel giro di due generazioni, diventa caput mundi. Per questo Catone studiò il greco,perché bonum est illorum litteras inspicere, non perdiscere, cioè “è bene esaminare la loro cultura, non assorbirla”, e farsene assorbire.

Catone riteneva che il teatro importato dalla Grecia fosse la porta attraverso cui si diffondeva il malcostume…
Pure il teatro contemporaneo è spesso una somma di porcherie come quello di allora. Ma la gente voleva – e in parte vuole – lo spettacolo, le oscenità, ma anche la tortura degli animali e degli uomini.

Riferendosi alla paura di uno schiavo, lei scrive che “la crudeltà è uno dei massimi piaceri per la gente”. Lo pensa anche di noi?
Oggi, in linea di massima, non c’è compiacenza per la crudeltà, perché abbiamo conosciuto il nazismo e il comunismo. Però c’è la corsa alla corruzione: morale, economica, sociale.

Altro rivale di Catone fu la famiglia degli Scipioni.
Nel modo romano, vita civile e militare erano strettamente intrecciate. Il soldato era lo stesso contadino che, terminata la fatica militare,tornava ad arare il suo campo. Ma questo sistema non resse davanti alle necessità belliche cui fu sottoposta Roma nel III-II secolo a.C., tanto che emersero militari di professione venerati dal popolo. Vi era cioè il rischio che militari vittoriosi dessero vita a dittature, come in effetti sarebbe accaduto con il passaggio dalla Repubblica all’Impero. Catone lottò contro la possibilità della dittatura fondata sulla spada – anche se gli Scipioni non l’avrebbero voluta – tanto da non inserire il nome dei generali romani nella sua storia di Roma.

Catone è un antico sorpassato o ancora attuale?
Vedo nella sua vicenda umana un modello anche per noi: la cultura dominante, quella che si sta sempre più spandendo in occidente, è piena di marcio, come quella contro cui combattè Catone. Corriamo pericoli analoghi, che minacciano la nostra cultura e la nostra civiltà. E basti pensare allo sfasciarsi della famiglia e alla nuova schiavitù prospettata dall’abuso della scienza e della tecnica. Anche la letteratura e l’arte testimoniano questo grave pericolo: quelle oggi imperanti sono piene di niente e di brutto, sono in disfacimento. Ma noi veniamo da una storia di verità e di bellezza.

(Marco Meschini, Il Giornale, 28/04/2005)

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