Categoria: Processo e morte di Stalin

Processo e morte di un Edipo che si chiama Stalin

Senza attendere l’epilogo, a chiarire i propositi del Corti contribuivano qua e là accenni per così dire corali, i quali pongono Stalin e i suoi antagonisti su un piano che supera la polemica spicciola a vantaggio di una verità non soltanto politica. La solitudine alla quale è condannato ogni despota assoluto, e la dialettica della tirannia (la quale non può non tener fede alle premesse donde scaturisce) meglio che giustificare il discorso di Stalin, a volte troppo disteso e insistito, esprimono la tragicità di una condizione di oggi in tutto simile alla condizione di ieri e di sempre.

Eugenio Corti, una miniera da scoprire

Ecco una sintesi di tutti i principali capolavori dello scrittore brianteo. Omero e Aristotele furono i grandi maestri. Corti partì per la Russia per toccare con mano il comunismo: «La ritirata? La summa delle esperienze della mia vita».

Lo Stalin di Corti, finalmente

Mosca, primo marzo 1953. Due guardie vegliano davanti all’ufficio di Iosif Vissarionovic Džugašvili, per tutti, Stalin. Hanno un copricapo di feltro con una gigantesca stella rossa, è troppo calcato sugli occhi e forse li acceca. Il senso della loro missione li aiuta a non avere indugi: «È un grande compito il nostro: vigilare da vicino la vita del grande compagno Stalin […]. Tremendo compito, che non ci concede di allentare la tensione nervosa nemmeno per un minuto».

Vegliano su Stalin perché a sua volta lui vegli e sani «i mali del mondo». Non sanno però che il loro Stalin è un uomo spezzato, inerte come il suo braccio sinistro, rattrappito per il morso di un cane rabbioso in gioventù. D’improvviso il coro invade la platea, cantando «io non dubito né dubiterò»: è un fiume di ragazzi in corsa sul palco con bandiere rosse. Una statua di bronzo del dittatore oscilla sulle spalle di ragazze con gonna lunga e camicia bianca: sarà un evocativo totem per l’intero spettacolo, come una sfinge o una divinità ferita alla Mitoraj.

Poi il sipario si apre su di Lui, il Tiranno, il grande Epuratore.

Le luci tingono il palco di un’aura malata e sanguigna: la scena è spoglia, presidiata soltanto dal protagonista al tavolo di lavoro. Ci sono un telefono e un libro. Basta un telefono per uccidere, e un libro con l’effigie di Lenin, perché il verdetto sia consono alla Dottrina e legittimi tutto quel sangue…

Sono queste le prime scene del Processo e morte di Stalin, la tragedia (ripubblicata dalle Edizioni Ares lo scorso inverno) scritta da Eugenio Corti nel 1961 e tornata sul palco dopo un esilio di decenni. Il dramma fu infatti presentato per la prima volta nell’aprile del 1962 dalla Compagnia Stabile di Diego Fabbri presso il romano Teatro della Cometa (per chi volesse tuffarsi nel clima di quegli anni e della prima rappresentazione, è possibile rileggerne la dolente cronistoria nel terzo volume del Cavallo rosso).

Corti nei Paesi Bassi e poi a teatro

L’edizione in lingua olandese del capolavoro di Eugenio Corti Il cavallo rosso (Ares 2011, 27° ed., pp. 1.280, eur 24) giunge sottoforma di un poderoso volume di ben 1.374 pagine; Het rode paard (Uitgeverij Van Wijnen, Franeker 2011) si aggiunge alle numerose traduzioni, penultima quella in giapponese, che testimoniano l’interesse che l’opera di Corti continua a suscitare in ambito internazionale.

Imputato Stalin si alzi in piedi

Dopo cinquant’anni di silenziosa censura, va in scena per la prima volta la tragedia di Eugenio Corti che mette alla sbarra il più spietato dittatore sovietico e la sua impeccabile interpretazione del comunismo. Per estirpare la corruzione dal mondo non c’è altro modo che eliminare l’uomo.