Processo e morte di un Edipo che si chiama Stalin

Processo e morte di StalinDi Eugenio Corti, già noto per aver quindici anni or sono pubblicato un suo diario di guerra in Russia (I più non ritornano) cui fece seguito I poveri cristi, da lui definito “romanzo-poema-dramma-storia sulla campagna d’Italia”, il Teatro della Cometa diretto da Diego Fabbri ha rappresentato una tragedia in due tempi, Processo e morte di Stalin, la quale ha suscitato pareri discordi. E li ha suscitati nonostante il testo, oltre che da Fabbri (il quale lo ha prescelto per dare inizio a una “Rassegna teatrale dell’opera prima”), fosse avallato da Mario Apollonio. Fabbri aveva scritto nella sua presentazione: “Apre la rassegna un’opera singolarissima che io devo alla segnalazione quanto mai impegnata di quello studioso della storia e del fatto teatrale che è Mario Apollonio. Una tragedia contemporanea; tanto contemporanea che allorché provai a immaginare la realizzazione scenica, fui istintivamente contrastato dal pensiero di dover dar vita scenica a uomini che sono ancora tra noi come Krusciov, Molotov, Malenkov. E devo alla particolare fantasia registica di Orazio Costa se la tragedia ha trovato una sua forma di alta partecipazione scenica che, a mio parere, potrebbe aprire addirittura impensate vie di nuova suggestione allo spettacolo teatrale”.

Della regia di Costa, e della interpretazione di Carlo D’Angelo e di Elena Da Venezia si dirà più avanti. Al momento basterà notare che si tratta di un allestimento antiveristico, come del resto (né avrebbe potuto accadere altrimenti) è antiveristico il testo del Corti. Collocare sulla scena un personaggio della statura di Stalin e, vicinanza a parte, volerlo cogliere in un momento di crisi (Stalin vittorioso deve scegliere tra due vie: sopprimere i suoi collaboratori o esserne soppresso), quanto dire isolarlo nella solitudine propria d’ogni dittatore e alla quale per un attimo potrebbe porre rimedio la nuora Nadia Mironova (vedova del figlio, suicida in un campo di prigionia tedesco), e per metà della tragedia impegnarlo in un dibattito fra i suoi collaboratori e sottoposti divenuti suoi giudici, e in quel dibattito assegnargli la parte del condannato a morte ma non del soccombente, cioè lasciargli il tempo di asserire che una dittatura collegiale non è possibile e prevedere che fra i suoi giudici (Malenkov, Beria, Krusciov, Kaganovic, Bulganin, Mikolan, Molotov, e Voroscilov) presto si scatenerà la lotta dalla quale sortirà nuovamente un dittatore individuale, vuol dire decidere in partenza di fare opera immaginaria e antistorica almeno per quanto riguarda la plausibilità dei fatti e dei discorsi. E tutto ciò non tanto perché un processo del genere è fantastico, e anche se fosse avvenuto nessuno sarebbe in grado di ricostruirne un resoconto attendibile (così come, storicamente parlando, resterebbe ancora da dimostrare che Stalin meditava davvero una purga di tali dimensioni), ma perché la tragedia ideologica immaginata dal Corti si muove inevitabilmente in funzione di uno schema precostituito. Si aggiunga che in Processo e morte di Stalin lo schema ideologico si inserisce nello schema estetico, sia pure largamente inteso, della tragedia classica.

Se un solo spettatore ne avesse avuto il dubbio, sarebbe bastato a dissiparlo l’epilogo affidato alla parola di Nadia: “Io lascio ad altri le considerazioni di portata troppo vasta perché io le possa capire. Io mi chiedo: come mai il mondo parla ancora oggi delle antiche famiglie dei re mitologici: di Edipo, di Oreste e di Niobe, e dei dolori innumerevoli che loro sopravvennero per avere, con le loro azioni, sfidato la divinità? La nostra famiglia è moderna, è la famiglia di un capo del nostro tempo, di uomini d’oggi. Poiché il grande Stalin, di cui con grande trepidazione un giorno io divenni la nuora, è un uomo d’oggi. E il destino che egli si è fabbricato così modernamente con le sue stesse mani gli ha fatto uccidere la moglie, e il figlio maggiore, e forse anche il suo maestro, sopra ogni essere da lui venerato. E oggi i suoi discepoli, e anche un suo congiunto, uccidono lui. Che sarà poi di Vassilli, il figlio superstite, e dell’infelice Svetlana, cui non il marito, ma il padre viene ora ucciso? Ahimé, quanto incerto e pieno di paurosa oscurità è il nostro futuro!”.

Senza attendere l’epilogo, a chiarire i propositi del Corti contribuivano qua e là accenni per così dire corali, i quali pongono Stalin e i suoi antagonisti su un piano che supera la polemica spicciola a vantaggio di una verità non soltanto politica. La solitudine alla quale è condannato ogni despota assoluto, e la dialettica della tirannia (la quale non può non tener fede alle premesse donde scaturisce) meglio che giustificare il discorso di Stalin, a volte troppo disteso e insistito, esprimono la tragicità di una condizione di oggi in tutto simile alla condizione di ieri e di sempre. Nessun dittatore il quale si trovi nella necessità di difendere la propria azione, può rinunziare ai modi che essa richiede, anche se si era illuso di poterli accantonare. E quanto più la difesa sarà necessaria, tanto più grande sarà la ferocia. Tanto più folle, si può aggiungere, quanto più è lucida. Il tiranno è reo e vittima nello stesso tempo, ribadisce Processo e morte di Stalin, imprigionato in una alternativa la quale, dal momento in cui egli scompare, passa automaticamente ai suoi successori. La pietà tragica dalla quale il Corti si è non senza ingenuità sentito investire è questa. E si capisce che Costa, per meglio esprimerla, si sia attenuto ad una forma spettacolare la quale si avvicina alla così detta lettura più che alla rappresentazione comunemente intesa. Disponendo di attori della capacità e del prestigio di Carlo D’Azeglio (Stalin) e di Elena Da Venezia (Nadia), della cui bravura e castigatezza si sono giovati una ventina di allievi della Accademia Nazionale d’arte drammatica “Silvio D’Amico” e del centro sperimentale di cinematografia impegnati nello spettacolo, il regista ha evitato l’equivoco che sarebbe potuto derivare da ambientazioni e riferimenti veristici anche minimi (la evocazione tende a misurarsi sulla distanza del tempo, o addirittura ad astrarsene) e contemporaneamente si è misurato in un esperimento che da noi solitamente è considerato come cosa nella quale non occorra impegnarsi a fondo, laddove invece esige particolare rigore.

Se dalla rappresentazione di Processo e morte di Stalin emerge una contraddizione palese, la ragione sta in questo: che mentre da una parte si auspica e si sollecita la tragedia d’oggi, quando poi la tragedia è tentata, al momento di sperimentarla si studia il modo di estrarla dalla attualità e trasportarla in una dimensione più grande. La contraddizione non è di natura drammaturgica. Deriva dal fatto che i contemporanei non sono mai tragici, nemmeno quando al loro nome sono legate tragedie immani.

(Raul Radice, 15/04/61, L’Europeo)

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Eugenio Corti, una miniera da scoprire

Eugenio Corti

Eugenio Corti

Ecco una sintesi di tutti i principali capolavori dello scrittore brianteo. Omero e Aristotele furono i grandi maestri. Corti partì per la Russia per toccare con mano il comunismo: «La ritirata? La summa delle esperienze della mia vita»

In Eugenio Corti la vocazione a scrivere si manifestò precocemente: ai giorni del ginnasio Eugenio Corti, ragazzino di campagna abituato alla scena aperta dei colli briantei, si ritrovò tra le eleganti ma anguste strade milanesi adiacenti al collegio San Carlo, presso il quale studiava. Nei suoi ricordi senili, l’autore rammenta spesso di aver passato ore alla finestra a osservare gli uccelli, unica traccia del mondo di natura in un ambiente metropolitano. In contemporanea, avveniva l’incontro con la parola scritta, mediante i poemi omerici, sui banchi di scuola: impressionato dagli esametri di Omero al punto che il personaggio di Michele Tintori (ne Il cavallo rosso) si distrae dalle lezioni per scrivere poemi “su tutto”, ispirato da quella che da adulto riconoscerà come la propria poetica: la poetica realista di Aristotele per la quale «il particolare rimanda all’universale».

I più non ritornano (1947)
«Fin da ragazzo volevo essere scrittore» dice Corti in un’intervista a proposito del suo primo libro: «quando ho avuto in mano Omero, mi ha preso in modo totale perché trasformava in bellezza tutte le cose di cui parlava. Avrei voluto fare lo stesso. È stato il mio primo binario. Il secondo l’ho imboccato durante la ritirata, nella valle di Arbusov. Mi sono impegnato con Domineddio per il secondo versetto del Pater Noster: “Venga il Tuo Regno”. Ovviamente nel campo letterario, il mio».

Studente di giurisprudenza alla Cattolica di Milano, poi allievo alla scuola ufficiali di artiglieria di Moncalieri, fu Corti a chiedere di essere destinato in Russia. «Nella biblioteca dell’università leggevo la rivista Esprit e gli articoli di Emmanuel Mounier, il portavoce di Maritain, che sosteneva che il comunismo fosse positivo e che i comunisti fossero autentici cristiani. “Bisogna che vada a vedere”, decisi». Il tagliente diario che scriverà, duro come quelle coperte ghiacciate che lui stesso, sottotenente di artiglieria sul fronte russo nell’inverno 1942-43, dovette sperimentare, narra dei 28 tragici giorni, a pennellate gelide ma mai crudeli. «La ritirata è stata la summa delle esperienze della mia vita», commenta Corti: «lì ho conosciuto le abiezioni a cui può arrivare un essere umano e nello stesso tempo i possibili eroismi non solo militari, ma umani e civili, la solidarietà, l’aiuto al prossimo. Marciavamo con 15 gradi sotto zero e di notte a meno 40: non c’erano più viveri né munizioni. I muli morivano. Eravamo costretti ad abbandonare i feriti». Le pagine di questo libro non sono riassumibili: opera giovanile ma maturissima, incastona cristalli di verità brillante come neve gelata, brevi frasi strazianti e soprattutto incontri con uomini reali, molti dei quali l’autore (e noi lettori con lui) sappiamo che non incontreremo mai più.

Tutto è irrevocabile, nitido: Corti vi compare come voce narrante e protagonista, ma sa dare voce agli echi infiniti della guerra, dello smarrimento, della preghiera, soprattutto a Maria Vergine. Corti lo scrisse a ventiquattro anni e assieme alla sorella seppellì il manoscritto nella terra del proprio giardino per salvarlo dai rastrellamenti nazisti. Il manoscritto si salvò, e pure l’autore. Sia il primo che il secondo rivelano una stoffa che li rende illustri nella letteratura italiana: lo capì a suo tempo persino Benedetto Croce. Oggi anche i Bedeschi e i Rigoni Stern appaiono inferiori, al paragone.

I poveri cristi (1951) e Gli ultimi soldati del re (1994)
«Donna, ponte fra noi e Dio, via dall’uomo all’Arte la quale ha sede in Dio, Maria nostra, mostrami in lui le cose che prendo a narrare, e farai la mia voce sicura come il volo dell’aquila, mentre dice le cose che io e i miei compagni vivemmo in quegli anni». Così iniziava il libro meno noto di Corti, riscritto quarantatré anni dopo con nuovo titolo. È un romanzo imperdibile per almeno quattro motivi: primo, perché è una scoperta geografica dell’Italia centrale quando ancora gli italiani “restavano da fare”, con descrizioni paesaggistiche dolcissime; secondo, perché incarna l’esperienza umana dell’amicizia e dell’incontro imprevisto: l’autore chiama «tempo deforme» quello di cui racconta e incomincia nel vivo dei fatti, «al principio del giugno 1944, in linea sopra Lanciano, in Abruzzo», e poi dipinge una galleria di ritratti di persone indimenticabili.

Terzo e quarto motivo, perché mostra come il piano visibile e invisibile della storia e della vita siano inestricabilmente congiunti: per esempio, la politica è qui riletta con occhio d’eternità quando il soldato Fianchino, morente, domanda al suo superiore perché si debba morire per la patria; oppure, quando l’innamoramento tra uomo e donna ha un respiro di carne ma sempre in presenza dell’angelo custode, che Corti ha spesso nei momenti decisivi. «Per noi uomini c’è anche l’amore», dice Corti mentre descrive scene di tentazione sentimentale, d’involontaria bestemmia («È un Dio crudele, il nostro»), di santità (il frate cappellano che «nella smorfia del Cristo appeso al legno, ritrovava quella dei fanti miserabili, supini nella neve a morire»). In questo capolavoro sconosciuto al grande pubblico, troviamo dialoghi come questo:
«Quello è il Dio crudele verso gli uomini? – chiese beffardo l’angelo.
– Proprio ora parli – pensai.
– La questione – disse l’angelo – è che il vostro è un destino da giganti.
– A volte troppo – pensai.
– Povero ragazzo – disse l’angelo».

Il cavallo rosso (1983)
«Ma alla fine di questo corso» gli obiettava con amarezza qualche allievo «noi non sappiamo neppure se riceveremo la nomina a sottotenente o no. (…) Signor tenente: noi a volte ci chiediamo se il nostro studiare non sia semplicemente inutile». «No. Non fosse perché, rifiutandovi di studiare, favorireste per quanto vi riguarda questo tremendo caos in cui stiamo sempre più sprofondando. Ci sono dei momenti, a volte periodi di pochi mesi, in cui si gioca il futuro di un popolo per molto tempo. E noi ci troviamo in uno di tali momenti, come non ve ne rendete conto?».

Così disse Manno ai militari dopo 1’8 settembre 1943, così si dirà sempre. Infatti, saggiamente travestito da enorme romanzo storico, Il cavallo rosso è è in realtà un’opera totale: per ora è giunto alla 27esima edizione, tradotto in otto lingue (spagnolo, lituano, francese, inglese, rumeno, giapponese, serbo-croato, olandese; tedesco in corso dì traduzione), ma un giorno sarà considerato come un talismano o una “divina commedia”.

Già adesso, chi ne ama le 1274 fitte pagine può aprirlo a caso e citare e commentare: tutto si adatta magnificamente all’occasione. La storia è storia italiana, briantea, personale e privatamente individuale e presto nessuno potrà riconoscersi sociologicamente nelle vicende ambientate tra il 1940 e il 1974. Eppure, verrà un giorno in cui questo testo sarà fatto oggetto di studi come un codice del Corpus Hermeticum, come gli Acta Martyrum di età patristica, come i Cantos di Ezra Pound: i nostri posteri glosseranno le note a margine per cercarvi nutrimento, responsi, scaglie di vita. Lo dimostra, oggi, il fatto che chi detesta questo romanzo lo fa per cause estrinseche, per idiosincrasie, per partito preso; sulle pietre di paragone ci si sfracella.
Se Corti è un autore italiano “per caso” (infatti assomiglia più a un Solzenicyn che a un Alberto Moravia), anche Il cavallo rosso è un libro “straniero”: c’è chi ha parlato di Tolstoi, chi di Shakespeare. Tutto vero, ma il futuro dirà ancora di più, oltre. Mentre i detrattori saranno confusi, e muti. Qui dentro troviamo quello che serve a un uomo che vuole servire la verità, dunque tralascio a malincuore l’elenco, che da entusiasta stilerei, delle realtà che un lettore genuino può trovarvi. Basta dire che tutti piangono alla morte di Stefano e di Manno e di Alma, perché sentono “il grande capovolgimento”; basti dire che l’intreccio è solo quello di una famiglia numerosa, dal cognome comune, e che la fabula si svolge tra Nomana Brianza e il lago di Lecco: nessun uomo è trascurabile e nessun luogo è dimenticato da Dio.

Per noi lettori di oggi, serve citare le parole di padre Rodolfo, un personaggio del libro, frate missionario in procinto di partire per l’Africa nel 1955, rivolte ai suoi genitori anziani, industriali brianzoli di estrazione popolare e in quel momento angosciati dai debiti delle loro aziende: «questa grossa prova è voluta da lui, a fin di bene. Vi impedirà, a tutti, di diventare ricchi, come c’era effettivamente il pericolo (…). Il pericolo c’era: che prendessimo gusto alla ricchezza, che attaccassimo il cuore all’abbondanza materiale». Qui, e in cento altri passi del testo, si evidenzia come Corti «aveva messo mano a una grande opera narrativa… per quelli che, domani, dovranno pur accingersi a ricostruire» (p.1256).

Processo e morte di Stalin (1961-62)
Tragedia teatrale scritta nel 1961 e messa in scena per la prima volta nel ’62 dalla Compagnia di Diego Fabbri presso il romano Teatro della Cometa, fu ostracizzata dall’egemonia togliattiana prima e gramsciana poi, esercitata sulla cultura italiana dal PCI anche grazie alla pavidità della DC e all’indifferenza colpevole delle forze “liberali”. L’opera di Corti era un j’accuse al sistema comunista sovietico: in futuro ci sarà piuttosto materia di meditazione per gli uomini sapienti che si domanderanno, se sarà possibile, come mai il marxismo fu violenza. Intanto nel 2011 il dramma cortiano è ritornato sui palcoscenici, come un fossile rispolverato e riposto in bacheca.

Il fumo nel tempio (1996)
Il fumo di Satana è entrato nel tempio di Dio […]. Si credeva che dopo il Concilio sarebbe venuta una giornata di sole per la storia della Chiesa. È venuta invece una giornata di nuvole, di tempesta, di buio»: sono le testuali parole del papa Paolo VI, dette nel 1972. Hanno a che fare con cose ultime come: cattocomunismo, gerarchia, eresia, gnosi, anticristo. A mano a mano che l’ottusità dilaga sui media occidentali, queste realtà sono sempre meno comprensibili e l’umanità ne diventa preda, vittima. Al contrario, avendo letto il proprio tempo con passione, semplicità, ingenuità, discrezione, come
un moderno cronista medievale, Corti riconduce tutta la storia umana ed ecclesiastica alle mani dell’Autore e agli atti liberi degli uomini. Nessuno, in pieno XX secolo, ha saputo fare così.

La terra dell’indio (1998).
L’isola del Paradiso (2000).
Catone l’antico (2005)
Compiuti i settant’anni, Corti si è applicato ai “romanzi per immagini”: per cercare di essere ascoltato nell’epoca della civiltà dell’immagine. Non aveva fatto i conti con i potenti, i produttori cinematografici, i direttori dei canali televisivi: costoro, e non la bellezza dei suoi testi o la gratitudine dei suoi lettori, gli hanno impedito di andare al grande pubblico massmediatico. Chi ci ha
perso è stato quest’ultimo, e la società nel suo insieme. Peccato, perché nelle tre opere, pronte per essere trasformate in copione, si narra di tre miti (falsi) della storiografia attuale: se si fossero sceneggiati i libri di Corti, avremmo l’immagine limpida dell’America Latina dopo i Conquistadores; del destino degli europei moderni dopo la rivoluzione francese; della vera anima del mondo romano tra Repubblica e Impero.

Medioevo e altri racconti (2008)
Nel suo ultimo libro, Corti finalmente si dedica al periodo storico amato, raccontando la storia della beata Angelina da Montegiove (1377-1435), e premettendo un excursus sulla storia dell’umanità scritto da un ottantasettenne: cioè da uno che è sul punto di, morendo, andare a vedere se le proprie generose idee sull’infinito corrispondono con l’infinito stesso.
Il testo è il frutto dei suoi tanti incontri con studenti universitari che di anno in anno vanno a trovarlo nella sua casa in Brianza: «come i grandi scrittori», dice Cesare Cavalieri, «Corti ha una concezione “evenemenziale” della storia: ricostruisce minuziosamente particolari e singoli eventi che diventano significativi; i personaggi del suo microcosmo diventano i veri attori della storia, che non è fatta solo dai re e dai condottieri, ma anche dalla gente comune». I poveri, i piccoli, i semplici e gli sconosciuti sono al centro del quadro: i potenti gli fanno da contorno. Del resto, non occorre essere un critico d’arte per sapere che la tela dell’opera d’arte vale infinitamente di più della sua cornice.

(Andrea Sciffo, febbraio 2013, Il Timone)

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Lo Stalin di Corti, finalmente

Una scena della tragedia

Una scena della tragedia

Mosca, primo marzo 1953. Due guardie vegliano davanti all’ufficio di Iosif Vissarionovic Džugašvili, per tutti, Stalin. Hanno un copricapo di feltro con una gigantesca stella rossa, è troppo calcato sugli occhi e forse li acceca. Il senso della loro missione li aiuta a non avere indugi: «È un grande compito il nostro: vigilare da vicino la vita del grande compagno Stalin […]. Tremendo compito, che non ci concede di allentare la tensione nervosa nemmeno per un minuto».

Vegliano su Stalin perché a sua volta lui vegli e sani «i mali del mondo». Non sanno però che il loro Stalin è un uomo spezzato, inerte come il suo braccio sinistro, rattrappito per il morso di un cane rabbioso in gioventù. D’improvviso il coro invade la platea, cantando «io non dubito né dubiterò»: è un fiume di ragazzi in corsa sul palco con bandiere rosse. Una statua di bronzo del dittatore oscilla sulle spalle di ragazze con gonna lunga e camicia bianca: sarà un evocativo totem per l’intero spettacolo, come una sfinge o una divinità ferita alla Mitoraj.

Poi il sipario si apre su di Lui, il Tiranno, il grande Epuratore.

Le luci tingono il palco di un’aura malata e sanguigna: la scena è spoglia, presidiata soltanto dal protagonista al tavolo di lavoro. Ci sono un telefono e un libro. Basta un telefono per uccidere, e un libro con l’effigie di Lenin, perché il verdetto sia consono alla Dottrina e legittimi tutto quel sangue…

Sono queste le prime scene del Processo e morte di Stalin, la tragedia (ripubblicata dalle Edizioni Ares lo scorso inverno) scritta da Eugenio Corti nel 1961 e tornata sul palco dopo un esilio di decenni. Il dramma fu infatti presentato per la prima volta nell’aprile del 1962 dalla Compagnia Stabile di Diego Fabbri presso il romano Teatro della Cometa (per chi volesse tuffarsi nel clima di quegli anni e della prima rappresentazione, è possibile rileggerne la dolente cronistoria nel terzo volume del Cavallo rosso).

L’opera di Corti fu presto silenziata come eretica per il suo implacabile j’accuse al sistema comunista, ma riuscì a incontrare l’entusiasmo di alcuni intellettuali. Tra questi, il grande studioso di teatro Mario Apollonio che, convinto che «realtà, storia, sostanza di cose sperate» fossero il motore della scrittura di Corti, scrisse: «Il male è scrutato con chiarezza implacabile e redento con pietà infinita: il fatto religioso (e senza religione nessuna tragedia è possibile) consente, al di là del giudizio, l’amore. Processo e morte di Stalin vale come risoluto e fiducioso esorcismo contro la tentazione, ogni giorno più chiara ai nostri occhi, di farne segnacolo in vessillo per una nuova strage, a prolungare oltre la morte il suo orrendo potere: spezza la catena dell’odio, esautora nel tiranno la forza del male, ci riconsegna un uomo».

La tentazione di estirpare il male
Il dramma è ritornato per tre serate (24, 25, 26 giugno) al teatro Manzoni di Monza con la carismatica presenza di Franco Branciaroli, la produzione del Teatro de Gli Incamminati, la partecipazione del Liceo Don Gnocchi di Carate Brianza e la regia di Andrea Maria Carabelli, che così si è espresso sul cuore pulsante della vicenda: «Stalin rappresenta la tentazione di ogni uomo. Perché la tentazione più grande non è tanto il male che compiamo, fosse anche fatto di milioni di morti, ma pensare che il male possa essere estirpato dall’uomo e dal mondo».

Branciaroli (salutato alla prima apparizione da un lungo applauso di riconoscenza) impersona uno Stalin assiderato dalla solitudine. I fantasmi dei massacri compiuti lo accerchiano. Allo stesso tempo teme congiure. Nessuno è fidato fuori dalla sua stanza: è stanco, sente il fiato sul collo dei «lupi» e dei «maledetti cani» (così apostrofa i suoi nemici): «Devo stare in guardia: perfino il cane che ha già la schiena rotta dalle randellate, può ancora azzannare».

La resa del primo «soliloquio» di questo Stalin «svuotato» è di una bellezza da brividi. Ha tra le mani una testa bronzea di Lenin e mette amleticamente sulla bilancia la propria vita: «Lenin, maestro nostro, che da trent’anni giaci nella tua tomba di cristallo. Io sono oggi più solo che mai. Di tutto il tuo Politburò io solo sopravvivo. […] A trent’anni di distanza, eccomi a lottare ancora come il primo giorno, per salvarmi io stesso. Così enorme fatica è costruire la società comunista degli uomini nuovi. Il mio unico amico sei tu, ormai, morto…».

Nella creazione di Corti i fantasmi di Stalin divengono realtà. Il Cremlino è diventato infido, ma neppure la dacia di Cúntsevo è più sicura. I «lupi» azzannano la carne. Hanno i volti degli ex fedelissimi: di Beria, il capo della polizia, di Bulganin, Caganovic, Crusciov, Malencov, Micoian, Molotov, i membri del Politburò.

Stalin è così catturato nella sua dacia e portato in tribunale per rendere conto delle sue nefandezze… ma quando tutto sembra perduto (adesso è lui il cane dalla schiena spezzata) riesce a dare filo da torcere agli accusatori. È uno scorpione con molto veleno sulla coda. Ribatte a un’accusa dopo l’altra: non poteva agire diversamente… era un sentiero scritto nel copione della Dottrina…

Franco Branciaroli, che ha interpretato sia Riccardo III sia Macbeth, due titani squassati da solitudine e potere, non ha avuto difficoltà nel frugare la coscienza dello Stalin di Corti: «Stalin è un personaggio gigantesco… appena ho cominciato a leggere il dramma sono rimasto abbagliato da quei colpi di luce shakespeariana».

La sua anima lacerata esce con singolare potenza nel dialogo con la nuora Olga Goliscéva (una bravissima Cinzia Spanò), anche lei sconfitta dalla vita. È forse il momento più alto del dramma. Olga ha perso il marito Jascia troppo presto (suicida otto anni prima in un lager) e vive isolata, carica dei dolori del mondo (la sorte dei deportati), in un’atmosfera irreale alla «corte» del dittatore. Stalin vorrebbe provare in extremis a instaurare un rapporto di umanità con lei; come un vero padre con una vera figlia: «Vorrei che almeno tu… vorrei avere almeno una persona che mi parli in modo spontaneo, senza l’ipocrisia e la reticenza di tutti gli altri. E questo nessuno all’infuori di te potrebbe farlo. Olga, ora te l’ho detto e lo sai, che io ho bisogno di te…».

Olga fragile & forte
L’Olga della Spanò è uno dei personaggi più riusciti e convincenti della nuova tragedia diretta da Carabelli. Donna fragile e forte allo stesso tempo, perché in bilico tra gli spettri della memoria («Vedo [Jascia] camminare in fretta, nella sua spiegazzata divisa di soldato, su per il sentiero che conduceva alla nostra casetta, nel Cubàn; e io mi sveglio ogni volta per l’insostenibile emozione») e il sogno di poter incominciare un vita nuova dopo la «conversione» di Stalin. Perfetto anche il cinismo di Federico Vanni che ha dato l’anima a Beria, l’uomo senza scrupoli che dissiperà i dubbi degli altri congiurati mandando a morte il dittatore. Particolarmente efficace è l’azione del coro. L’entrata in platea con il tripudio di bandiere rosse è di un impatto straniante, come anche la rievocazione della storia di Cristina: le ragazze in camicia bianca dietro una cancellata sembrano le corde di una gigantesca arpa che cantano l’epopea della piccola deportata polacca («Cristina dai bei capelli neri, che un giorno fuggivi disperata per le inospiti terre del Baical!»).

Da mandare a memoria anche il sontuoso finale: Stalin è disteso sul lettino, i medici lavorano su di lui perché sembri una morte naturale, con i sintomi dell’emorragia celebrale. Il suo ultimo gesto sarà alzare il braccio sinistro con il pugno chiuso, quasi gridando contro il cielo per aver cercato di adempiere all’Idea e non sapendo di aver ingaggiato un disperato corpo a corpo con Dio («E perché non è lecito uccidere? Chi lo dice? Dio lo dice: lo sapete o no? E vorreste tornare sotto il giogo di Dio, voi, moderni uomini liberi?»).

Per spegnere l’entusiasmo del pubblico ci sono voluti cinque sessioni di applausi, i più felici e disorientati sembravano i ragazzi del Don Gnocchi, riportati cinque volte al centro dalla scena da un Branciaroli visibilmente soddisfatto.

Alla «prima» il teatro Manzoni ha registrato il tutto esaurito (da segnalare il ruolo decisivo per la realizzazione delle Fondazioni Il cavallo rosso e Costruiamo il futuro). C’è da augurarsi che questa nuova versione del Processo e morte possa presto iniziare un tour per i teatri italiani, magari anticipando l’arrivo sul grande schermo delle gesta della famiglia Riva e di tutti i protagonisti del Cavallo rosso…

(Alessandro Rivali, luglio/agosto 2011, Studi Cattolici)

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Corti nei Paesi Bassi e poi a teatro

Het rode paard

Het rode paard

L’edizione in lingua olandese del capolavoro di Eugenio Corti Il cavallo rosso (Ares 2011, 27° ed., pp. 1.280, eur 24) giunge sottoforma di un poderoso volume di ben 1.374 pagine; Het rode paard (Uitgeverij Van Wijnen, Franeker 2011) si aggiunge alle numerose traduzioni, penultima quella in giapponese, che testimoniano l’interesse che l’opera di Corti continua a suscitare in ambito internazionale (segnaliamo il sito dedicato a Het rode paard).

Qui da noi la recente messa in scena della tragedia Processo e morte di Stalin (Ares 2010, 10° ed., pp. 128, eur 14) ha certamente contribuito a diffondere la fama dello scrittore brianteo. Dell’esperienza teatrale (teatro Manzoni, Monza, 24-26 giugno) si è già occupato Alessandro Rivali (p. 574); ci limitiamo qui a richiamare l’eco mediatico che l’evento ha generato.

L’anteprima spetta a La Stampa, che il 13 giugno, a firma di Maria Giulia Minetti, riporta le emozioni che hanno animato l’impegno di Franco Branciaroli nella preparazione di un personaggio carismatico e drammaticamente complesso come quello del dittatore sovietico: “Più ci lavoro più l’opera mi sembra straordinaria. Continua a ripresentarmici Shakespeare. Serpeggia l’orrore e serpeggia l’ironia. Sembra Riccardo III”.

Luigi Mascheroni, sul Giornale del 18, ha salutato l’imminente rappresentazione con vivo interesse, contrapponendo l’occasione di approfondimento della realtà del Comunismo stalinista alla mostra celebrativa dei 70 anni del PCI che in quei giorni faceva tappa a Milano.

Tra i pareri ex-post si segnalano quello di Tempi, che il 29 con Emanuele Boffi dedica quattro pagine alla rappresentazione e all’opera, e quello di Saul Stucchi, che lo stesso 24 sera rievoca su alibionline (web) l’esperienza appena vissuta.

E dopo che il sipario è calato per l’ultima volta, restano le parole dello stesso Corti che, con straordinaria limpidezza, ammette: “Non ho avuto una grande fortuna fino a ora? Non mi faccio compassione, so che alla fine il riconoscimento arriverà”.

Gli eventi più recenti gli stanno dando ragione.

(luglio/agosto 2011, Studi Cattolici n. 605/606)

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Imputato Stalin si alzi in piedi

Processo e morte di Stalin

Dopo cinquant’anni di silenziosa censura, va in scena per la prima volta la tragedia di Eugenio Corti che mette alla sbarra il più spietato dittatore sovietico e la sua impeccabile interpretazione del comunismo. Per estirpare la corruzione dal mondo non c’è altro modo che eliminare l’uomo.

Crusciov: Noialtri il comunismo lo costruiremo nella libertà.
Stalin: Che altro abbiamo cercato di fare, fino ad oggi?

I ragazzi alzano le ginocchia come cavalli da parata, formano con mani e gambe figure geometriche, si muovono a passo militare. Pugno sinistro chiuso a sfidare il cielo. Poi, uno o due capitombolano sul palco fragorosamente. È la raffigurazione plastica dell’errore, dell’imprevedibile sbaglio che caratterizza ogni schema. È l’umano, si direbbe, che irrompe nella sfilata del potere. «Si ripete sempre così», spiega il regista Andrea Carabelli. «Abbiamo pensato che ogni volta che sul palco i ragazzi ripercorrevano i movimenti che i militari erano soliti compiere sulla Piazza Rossa poi l’azione dovesse concludersi con una caduta». Per far intuire che c’è sempre qualcosa che inevitabilmente rovina. Qualcosa cede sempre, anche nel più rotondo dei progetti. «Come se anche il più rigido sfoggio di forza debba sottostare a un fattore che non torna».

Lo scrittore Eugenio Corti ha dovuto attendere mezzo secolo perché il suo Processo e morte di Stalin andasse in scena. L’aveva scritto tra il 1960 e il 1961 e, se si eccettua una rappresentazione ad opera di Diego Fabbri nel 1962 al Teatro della Cometa di Roma (solo una lettura e con testi maliziosamente depurati), questa è la prima volta che viene rappresentato. Un esordio, dunque. Dopo mezzo secolo il testo ormai introvabile – ma Ares l’ha meritevolmente ripubblicato di recente – è tornato in vita grazie a un casuale incrociarsi di eventi. C’è voluta tutta la caparbietà di un giovane attore-regista, Carabelli, e l’intuizione di uno dei migliori attori italiani, Franco Branciaroli, per tentare l’impossibile. L’impossibile di portare in scena ben trentacinque attori, di cui ventitré non professionisti. Sono nove ragazzi e quattordici ragazze del liceo Don Gnocchi di Carate Brianza. Un manipolo di incoscienti che per mesi s’è dato da fare per studiare, immaginare, costruire una tragedia sepolta sotto cinquant’anni di silenziosa censura.

Stalin: Perché non avrei dovuto anteporre gli interessi della costruzione del comunismo, anzi addirittura la sua salvezza, agli interessi dei singoli comunisti?

Quando Corti lo mise su carta, il suo Stalin subì una doppia squalifica: e da parte del Pci e, fatto meno comprensibile, da parte della Dc. Corti, d’altronde, è sempre stato considerato un irregolare all’interno dei confini patrii. Troppo cattolico, anche per molti cattolici. Non così all’estero, dove il suo Stalin fu tradotto in russo da alcuni dissidenti che lo fecero circolare tramite samizdat, l’editoria clandestina, e poi in polacco, valendogli, da parte dell’allora governo in esilio a Londra, l’onorificenza di “Cavaliere di Polonia”. Qui in Italia, grazie a Fabbri, rimase in cartellone solo tredici giorni, attirandosi le critiche della stampa di ogni colore, ma anche l’elogio del maggiore critico e storico italiano di teatro del Dopoguerra, Mario Apollonio, che la definì «una delle più grandi tragedie del Novecento». Un lavoro che valse a Corti anche un altro impensato riconoscimento, quello sotto forma di lettera dell’allora ambasciatore italiano a Mosca, Luca Pietromarchi, che trovò nell’opera dello scrittore brianzolo una mirabile e perfetta descrizione del comunismo.

Stalin a un ufficiale: Che eseguiate qualsiasi ordine senza meravigliarvene. Meravigliarsi è già incominciare a cedere.

Processo e morte di Stalin non è solo questo. Non è solo un testo fieramente anticomunista, in cui l’autore ha riversato tutta la propria esperienza personale (ha fatto la campagna di Russia) e anni di studi meticolosi (ogni battuta ha il suo riferimento storico), ma è la più lucida e acuta analisi di quale sia l’errore che sta alla base del comunismo: l’essere una religione che, in nome di un perfetto umanesimo ateo, finisce col calpestare gli uomini imperfetti. La genialità di Corti sta nell’aver fatto esprimere tale verdetto al suo campione, Stalin, immaginandolo al cospetto dei congiurati del Politburò che lo processano per aver tradito l’essenza del marxismo-leninismo. Ad essi Stalin s’oppone rivendicando una verginale innocenza: «Io non sono che un pratico, un realizzatore, nessuno seguì con più coerenza di me gli insegnamenti di Lenin». Ecco perché l’opera di Corti non ha avuto successo. Tesi troppo controcorrente. L’ha riconosciuto lo stesso autore: «I comunisti, è vero, avevano già dato il via alla destalinizzazione, ma lì, nel mio lavoro, c’era un attacco frontale al comunismo in sé: Stalin e la sua politica di sterminio visti come logica ed estrema conseguenza del pensiero di Lenin, non come deviazione».

Stalin: Se gli uomini non si spogliano da se stessi della loro vecchia pelle, ci siamo qui noi per strappargliela di dosso.

Lo Stalin di Corti è il tiranno della tragedia greca, è il Riccardo III di Shakespeare. In lui si personifica la più antica di tutte le tentazioni umane: la sfida a Dio. Per questo è un personaggio magnificamente eterno e attuale. Quando Branciaroli ha letto il testo non ha potuto far altro che esclamare: «Stalin sono io!». Corti ha saputo condensare nella figura del dittatore il fascino ancestrale che alberga nel cuore degli uomini da che hanno messo piede nel giardino dell’Eden, quello di fare a meno del loro Creatore. Ma questo tentativo di ridurre «il vecchio cielo a una contrada qualsiasi dell’azione umana» cozza continuamente contro il muro della titubante condizione umana, che è per sua natura bisognosa d’altro per compiersi. È su questo che lo Stalin di Corti non si dà pace: «Il nostro guaio sta tutto nel fatto che gli uomini non vogliono spogliarsi della loro natura corrotta: ogni altro nostro guaio è contenuto in questo, come la pianta nel seme. Ecco cos’è che ogni volta ci impedisce la soglia del mondo nuovo, del paradiso in terra. A volte mi sembra d’aver contro un’invisibile mano… o piuttosto una spada… una spada che puntualmente ci ferma e ci ributta indietro».

Stalin: Capisci che razza d’impresa è la nostra? Noi stiamo costruendo una società mai vista prima: di uomini non solo liberi dal bisogno e dall’ignoranza, non solo dall’oppressione dello Stato e da qualsiasi autorità che li possa comunque costringere, ma liberi anche dal male.

C’è sempre un errore che perseguita i progetti del mondo senza macchie, un fattore spurio che non permette la perfetta realizzazione dell’utopico. Eppure le intenzioni erano buone. «Eppure – dice Stalin – ciò che il marxismo prescrive, noi lo abbiamo scrupolosamente eseguito». Sulle premesse del comunismo – e di qualsiasi ideologia – s’impernia il cuore dell’attacco di Corti: a un paradiso tanto perfetto non può accedere un abitante indegno. «Abbiamo trasformato l’ambiente – dice un corrucciato Stalin – e ciononostante gli uomini ostinatamente si rifiutano di trasformarsi; ecco: sono loro, gli uomini, che non rispondono. Tutta quanta la restante materia docilmente si trasforma: invece la materia uomo resiste caparbia. È lì dunque, sugli uomini, che dobbiamo agire con maggior energia, e senza più perdere tempo. Senza più perdere tempo».

Caganovic: Perché li avete uccisi?
Stalin: I singoli individui? Farneticate Ca-?ganovic? Che importanza può avere per noi il singolo?
Caganovic: Ma fucilare degli uomini fedeli, è cosa assolutamente immorale.
Stalin: Perché? Per noi è morale, e buono, e quindi deve essere fatto, tutto ciò che giova alla costruzione del comunismo: nient’altro.

La violenza è l’inevitabile corollario di questa premessa. Quando Malencov, Beria, Crusciov e gli altri membri del Politburò lo processano con l’accusa di aver tradito il comunismo per aver mandato a morte tanti compagni che avevano creduto nella rivoluzione, Stalin sbotterà in una delle frasi più significative dell’opera: «Cosa vorreste? Essere anticristi verso tutti gli altri, e invece cristiani fra voi? Voi pretendete d’applicare la nostra morale agli altri, mentre invece, quando si tratta di voi, vorreste applicare il principio oscurantista: “Non ti è lecito uccidere il tuo fratello!”. E perché non è lecito? Chi lo dice? Dio lo dice: lo sapete o no? E vorreste tornare sotto il giogo di Dio, voi, moderni uomini liberi?».

Stalin ai congiurati: Io vi vedo già divorarvi fra voi, come avverrà infallibilmente, e ne godo. Così il mio odio è più grande del vostro.

Eppure nemmeno Stalin riesce a essere fino in fondo all’altezza del compito che s’è assegnato. Corti ce lo presenta in tutta la maestosità del dittatore feroce che annusa l’avvicinarsi dei nemici, circondato ma mai domo («Sapete che cosa fa il contadino coi lupi? Li stermina. Vedremo chi si stancherà prima, se io di ammazzarli, o loro di essere ammazzati»). Ma anche stanco, acciaccato, nostalgico, che vive solo «come un lebbroso, nella mia stessa casa». Un vecchio tormentato dai ricordi e dai rimorsi, che ha come unici interlocutori le statue mute di Lenin, cui si rivolge in incessanti monologhi. Un uomo che – sono notizie storiche – ha sacrificato la sua famiglia, la moglie suicida, il figlio rinnegato mentre era in un lager nazista, tutti i suoi congiunti in nome dell’idea: «Su quattro cognati, non ho potuto evitare di fucilarne due, e su cinque cognate, sono stato costretto, assolutamente costretto, a deportarne quattro».

Olga: Non vedete che la vostra azione non può produrre uomini nuovi, ma soltanto nuovi cadaveri?

Eppure in questo tragico fortilizio esistenziale, pare, ad un certo punto, irrompere una figura angelica, Olga, la nuora. A lei Stalin confiderà la sua solitudine, il suo bisogno, la necessità di non sentirsi, almeno nell’intimo, «un mostro». Nello spettacolo è l’unico personaggio cui è consentito di sfiorare il dittatore. Tutti gli altri stanno tre passi indietro. Tra loro e Stalin v’è la distanza del dibattito dialettico, la lotta delle parole per far accreditare la teoria più convincente. Anche con Olga, a tratti, è così: «A volte mi sembra quasi di parlare non con un uomo, ma con un libro», dirà. «E con un libro non si può parlare». Ma per altro verso, Olga è l’unica a trapassare con le sue osservazioni elementari la scorza dottrinale del dittatore: «Se state costruendo la felicità degli uomini, perché queste incessanti sofferenze?». E ancora: «Vedete? Avete potuto industrializzare la nostra patria, grande quanto un continente, e state addirittura per raggiungere la luna, ma non potete cambiare la natura dell’uomo». Bisogno contro Tracotanza. Misericordia contro Necessità. Realtà contro Teoria. Potrebbe essere l’ultimo avvertimento prima della tragica fine, come un segreto presentimento di una qualche divinità, se su tutto non calasse la più tremenda delle bestemmie: «Donna senza cervello! La realtà siamo noi».

(Emanuele Boffi, 01/07/2011, Tempi, www.tempi.it )

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