Eugenio Corti, una miniera da scoprire

Eugenio Corti

Eugenio Corti

Ecco una sintesi di tutti i principali capolavori dello scrittore brianteo. Omero e Aristotele furono i grandi maestri. Corti partì per la Russia per toccare con mano il comunismo: «La ritirata? La summa delle esperienze della mia vita»

In Eugenio Corti la vocazione a scrivere si manifestò precocemente: ai giorni del ginnasio Eugenio Corti, ragazzino di campagna abituato alla scena aperta dei colli briantei, si ritrovò tra le eleganti ma anguste strade milanesi adiacenti al collegio San Carlo, presso il quale studiava. Nei suoi ricordi senili, l’autore rammenta spesso di aver passato ore alla finestra a osservare gli uccelli, unica traccia del mondo di natura in un ambiente metropolitano. In contemporanea, avveniva l’incontro con la parola scritta, mediante i poemi omerici, sui banchi di scuola: impressionato dagli esametri di Omero al punto che il personaggio di Michele Tintori (ne Il cavallo rosso) si distrae dalle lezioni per scrivere poemi “su tutto”, ispirato da quella che da adulto riconoscerà come la propria poetica: la poetica realista di Aristotele per la quale «il particolare rimanda all’universale».

I più non ritornano (1947)
«Fin da ragazzo volevo essere scrittore» dice Corti in un’intervista a proposito del suo primo libro: «quando ho avuto in mano Omero, mi ha preso in modo totale perché trasformava in bellezza tutte le cose di cui parlava. Avrei voluto fare lo stesso. È stato il mio primo binario. Il secondo l’ho imboccato durante la ritirata, nella valle di Arbusov. Mi sono impegnato con Domineddio per il secondo versetto del Pater Noster: “Venga il Tuo Regno”. Ovviamente nel campo letterario, il mio».

Studente di giurisprudenza alla Cattolica di Milano, poi allievo alla scuola ufficiali di artiglieria di Moncalieri, fu Corti a chiedere di essere destinato in Russia. «Nella biblioteca dell’università leggevo la rivista Esprit e gli articoli di Emmanuel Mounier, il portavoce di Maritain, che sosteneva che il comunismo fosse positivo e che i comunisti fossero autentici cristiani. “Bisogna che vada a vedere”, decisi». Il tagliente diario che scriverà, duro come quelle coperte ghiacciate che lui stesso, sottotenente di artiglieria sul fronte russo nell’inverno 1942-43, dovette sperimentare, narra dei 28 tragici giorni, a pennellate gelide ma mai crudeli. «La ritirata è stata la summa delle esperienze della mia vita», commenta Corti: «lì ho conosciuto le abiezioni a cui può arrivare un essere umano e nello stesso tempo i possibili eroismi non solo militari, ma umani e civili, la solidarietà, l’aiuto al prossimo. Marciavamo con 15 gradi sotto zero e di notte a meno 40: non c’erano più viveri né munizioni. I muli morivano. Eravamo costretti ad abbandonare i feriti». Le pagine di questo libro non sono riassumibili: opera giovanile ma maturissima, incastona cristalli di verità brillante come neve gelata, brevi frasi strazianti e soprattutto incontri con uomini reali, molti dei quali l’autore (e noi lettori con lui) sappiamo che non incontreremo mai più.

Tutto è irrevocabile, nitido: Corti vi compare come voce narrante e protagonista, ma sa dare voce agli echi infiniti della guerra, dello smarrimento, della preghiera, soprattutto a Maria Vergine. Corti lo scrisse a ventiquattro anni e assieme alla sorella seppellì il manoscritto nella terra del proprio giardino per salvarlo dai rastrellamenti nazisti. Il manoscritto si salvò, e pure l’autore. Sia il primo che il secondo rivelano una stoffa che li rende illustri nella letteratura italiana: lo capì a suo tempo persino Benedetto Croce. Oggi anche i Bedeschi e i Rigoni Stern appaiono inferiori, al paragone.

I poveri cristi (1951) e Gli ultimi soldati del re (1994)
«Donna, ponte fra noi e Dio, via dall’uomo all’Arte la quale ha sede in Dio, Maria nostra, mostrami in lui le cose che prendo a narrare, e farai la mia voce sicura come il volo dell’aquila, mentre dice le cose che io e i miei compagni vivemmo in quegli anni». Così iniziava il libro meno noto di Corti, riscritto quarantatré anni dopo con nuovo titolo. È un romanzo imperdibile per almeno quattro motivi: primo, perché è una scoperta geografica dell’Italia centrale quando ancora gli italiani “restavano da fare”, con descrizioni paesaggistiche dolcissime; secondo, perché incarna l’esperienza umana dell’amicizia e dell’incontro imprevisto: l’autore chiama «tempo deforme» quello di cui racconta e incomincia nel vivo dei fatti, «al principio del giugno 1944, in linea sopra Lanciano, in Abruzzo», e poi dipinge una galleria di ritratti di persone indimenticabili.

Terzo e quarto motivo, perché mostra come il piano visibile e invisibile della storia e della vita siano inestricabilmente congiunti: per esempio, la politica è qui riletta con occhio d’eternità quando il soldato Fianchino, morente, domanda al suo superiore perché si debba morire per la patria; oppure, quando l’innamoramento tra uomo e donna ha un respiro di carne ma sempre in presenza dell’angelo custode, che Corti ha spesso nei momenti decisivi. «Per noi uomini c’è anche l’amore», dice Corti mentre descrive scene di tentazione sentimentale, d’involontaria bestemmia («È un Dio crudele, il nostro»), di santità (il frate cappellano che «nella smorfia del Cristo appeso al legno, ritrovava quella dei fanti miserabili, supini nella neve a morire»). In questo capolavoro sconosciuto al grande pubblico, troviamo dialoghi come questo:
«Quello è il Dio crudele verso gli uomini? – chiese beffardo l’angelo.
– Proprio ora parli – pensai.
– La questione – disse l’angelo – è che il vostro è un destino da giganti.
– A volte troppo – pensai.
– Povero ragazzo – disse l’angelo».

Il cavallo rosso (1983)
«Ma alla fine di questo corso» gli obiettava con amarezza qualche allievo «noi non sappiamo neppure se riceveremo la nomina a sottotenente o no. (…) Signor tenente: noi a volte ci chiediamo se il nostro studiare non sia semplicemente inutile». «No. Non fosse perché, rifiutandovi di studiare, favorireste per quanto vi riguarda questo tremendo caos in cui stiamo sempre più sprofondando. Ci sono dei momenti, a volte periodi di pochi mesi, in cui si gioca il futuro di un popolo per molto tempo. E noi ci troviamo in uno di tali momenti, come non ve ne rendete conto?».

Così disse Manno ai militari dopo 1’8 settembre 1943, così si dirà sempre. Infatti, saggiamente travestito da enorme romanzo storico, Il cavallo rosso è è in realtà un’opera totale: per ora è giunto alla 27esima edizione, tradotto in otto lingue (spagnolo, lituano, francese, inglese, rumeno, giapponese, serbo-croato, olandese; tedesco in corso dì traduzione), ma un giorno sarà considerato come un talismano o una “divina commedia”.

Già adesso, chi ne ama le 1274 fitte pagine può aprirlo a caso e citare e commentare: tutto si adatta magnificamente all’occasione. La storia è storia italiana, briantea, personale e privatamente individuale e presto nessuno potrà riconoscersi sociologicamente nelle vicende ambientate tra il 1940 e il 1974. Eppure, verrà un giorno in cui questo testo sarà fatto oggetto di studi come un codice del Corpus Hermeticum, come gli Acta Martyrum di età patristica, come i Cantos di Ezra Pound: i nostri posteri glosseranno le note a margine per cercarvi nutrimento, responsi, scaglie di vita. Lo dimostra, oggi, il fatto che chi detesta questo romanzo lo fa per cause estrinseche, per idiosincrasie, per partito preso; sulle pietre di paragone ci si sfracella.
Se Corti è un autore italiano “per caso” (infatti assomiglia più a un Solzenicyn che a un Alberto Moravia), anche Il cavallo rosso è un libro “straniero”: c’è chi ha parlato di Tolstoi, chi di Shakespeare. Tutto vero, ma il futuro dirà ancora di più, oltre. Mentre i detrattori saranno confusi, e muti. Qui dentro troviamo quello che serve a un uomo che vuole servire la verità, dunque tralascio a malincuore l’elenco, che da entusiasta stilerei, delle realtà che un lettore genuino può trovarvi. Basta dire che tutti piangono alla morte di Stefano e di Manno e di Alma, perché sentono “il grande capovolgimento”; basti dire che l’intreccio è solo quello di una famiglia numerosa, dal cognome comune, e che la fabula si svolge tra Nomana Brianza e il lago di Lecco: nessun uomo è trascurabile e nessun luogo è dimenticato da Dio.

Per noi lettori di oggi, serve citare le parole di padre Rodolfo, un personaggio del libro, frate missionario in procinto di partire per l’Africa nel 1955, rivolte ai suoi genitori anziani, industriali brianzoli di estrazione popolare e in quel momento angosciati dai debiti delle loro aziende: «questa grossa prova è voluta da lui, a fin di bene. Vi impedirà, a tutti, di diventare ricchi, come c’era effettivamente il pericolo (…). Il pericolo c’era: che prendessimo gusto alla ricchezza, che attaccassimo il cuore all’abbondanza materiale». Qui, e in cento altri passi del testo, si evidenzia come Corti «aveva messo mano a una grande opera narrativa… per quelli che, domani, dovranno pur accingersi a ricostruire» (p.1256).

Processo e morte di Stalin (1961-62)
Tragedia teatrale scritta nel 1961 e messa in scena per la prima volta nel ’62 dalla Compagnia di Diego Fabbri presso il romano Teatro della Cometa, fu ostracizzata dall’egemonia togliattiana prima e gramsciana poi, esercitata sulla cultura italiana dal PCI anche grazie alla pavidità della DC e all’indifferenza colpevole delle forze “liberali”. L’opera di Corti era un j’accuse al sistema comunista sovietico: in futuro ci sarà piuttosto materia di meditazione per gli uomini sapienti che si domanderanno, se sarà possibile, come mai il marxismo fu violenza. Intanto nel 2011 il dramma cortiano è ritornato sui palcoscenici, come un fossile rispolverato e riposto in bacheca.

Il fumo nel tempio (1996)
Il fumo di Satana è entrato nel tempio di Dio […]. Si credeva che dopo il Concilio sarebbe venuta una giornata di sole per la storia della Chiesa. È venuta invece una giornata di nuvole, di tempesta, di buio»: sono le testuali parole del papa Paolo VI, dette nel 1972. Hanno a che fare con cose ultime come: cattocomunismo, gerarchia, eresia, gnosi, anticristo. A mano a mano che l’ottusità dilaga sui media occidentali, queste realtà sono sempre meno comprensibili e l’umanità ne diventa preda, vittima. Al contrario, avendo letto il proprio tempo con passione, semplicità, ingenuità, discrezione, come
un moderno cronista medievale, Corti riconduce tutta la storia umana ed ecclesiastica alle mani dell’Autore e agli atti liberi degli uomini. Nessuno, in pieno XX secolo, ha saputo fare così.

La terra dell’indio (1998).
L’isola del Paradiso (2000).
Catone l’antico (2005)
Compiuti i settant’anni, Corti si è applicato ai “romanzi per immagini”: per cercare di essere ascoltato nell’epoca della civiltà dell’immagine. Non aveva fatto i conti con i potenti, i produttori cinematografici, i direttori dei canali televisivi: costoro, e non la bellezza dei suoi testi o la gratitudine dei suoi lettori, gli hanno impedito di andare al grande pubblico massmediatico. Chi ci ha
perso è stato quest’ultimo, e la società nel suo insieme. Peccato, perché nelle tre opere, pronte per essere trasformate in copione, si narra di tre miti (falsi) della storiografia attuale: se si fossero sceneggiati i libri di Corti, avremmo l’immagine limpida dell’America Latina dopo i Conquistadores; del destino degli europei moderni dopo la rivoluzione francese; della vera anima del mondo romano tra Repubblica e Impero.

Medioevo e altri racconti (2008)
Nel suo ultimo libro, Corti finalmente si dedica al periodo storico amato, raccontando la storia della beata Angelina da Montegiove (1377-1435), e premettendo un excursus sulla storia dell’umanità scritto da un ottantasettenne: cioè da uno che è sul punto di, morendo, andare a vedere se le proprie generose idee sull’infinito corrispondono con l’infinito stesso.
Il testo è il frutto dei suoi tanti incontri con studenti universitari che di anno in anno vanno a trovarlo nella sua casa in Brianza: «come i grandi scrittori», dice Cesare Cavalieri, «Corti ha una concezione “evenemenziale” della storia: ricostruisce minuziosamente particolari e singoli eventi che diventano significativi; i personaggi del suo microcosmo diventano i veri attori della storia, che non è fatta solo dai re e dai condottieri, ma anche dalla gente comune». I poveri, i piccoli, i semplici e gli sconosciuti sono al centro del quadro: i potenti gli fanno da contorno. Del resto, non occorre essere un critico d’arte per sapere che la tela dell’opera d’arte vale infinitamente di più della sua cornice.

(Andrea Sciffo, febbraio 2013, Il Timone)

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Eugenio Corti e il suo Medioevo

Il Medioevo e altri racconti

Il Medioevo e altri racconti

Ecco un libro agile per conoscere Eugenio Corti (Il Medioevo e altri racconti, Milano, Ares, 2008, pp. 192, euro 12.00) per chi non l’avesse ancora letto (spaventato dalla mole del suo Il cavallo rosso, 1983, 1280 pagine), o per chi non si fosse accostato agli altri suoi capolavori: il diario di guerra I più non ritornano (1947), drammatico resoconto della ritirata di Russia durante la Seconda Guerra Mondiale alla quale l’autore ha partecipato come sottotenente d’artiglieria, oppure il romanzo Gli ultimi soldati del re (1994) sulla guerra di liberazione dell’Italia. Senza dimenticare che Corti è autore anche di sceneggiature: La terra dell’Indio (1998), L’isola del paradiso (2000) e Catone l’antico (2005) e di saggi: Il fumo nel tempio (1995) e Processo e morte di Stalin (1999) comprendente anche l’omonima tragedia).

Con questo nuovo libro Corti si è dedicato al periodo storico da lui più amato, il Medioevo, per esprimere ai suoi lettori la tesi di cui è fermamente convinto: che la civiltà occidentale così come la conosciamo oggi si fonda, senza sconto alcuno, sul Medioevo. Questo periodo storico bollato dai più in maniera pressapochista come «oscurantista» e «barbaro» in realtà, soprattutto a partire dai secoli della Res Publica Christiana (vale a dire il Basso Medioevo) ha visto la massima fioritura culturale conosciuta dall’umanità, paragonabile soltanto — dice Corti — alla Grecia di Pericle. Scrive infatti: «Possiamo definire questo il tempo dell’umanesimo cristiano. Nel grande quadro della storia dell’Occidente esso fu l’unico comparabile… con la meravigliosa primavera ellenica dei secoli VI, V e IV a. C .»

L’autore argomenta quanto afferma con una breve introduzione che affronta l’origine della vita dell’uomo, poi la preistoria, l’età classica, fino ad arrivare al Medioevo che viene affrontato con il racconto della vita della beata Angelina da Montegiove (1377-1435), lontana antenata della moglie dello scrittore e conterranea della più nota beata Angela da Foligno (1208-1309). L’approccio narrativo alla vita della beata An-gelina (in mancanza di fonti storiche) serve all’autore per presentare con la sua penna il profondo umanesi-mo di cui era pervaso il Medioevo. Lo scrittore immagina un suo colloquio con la beata Angelina: «Il fatto è che a me, che son qui sulla terra, dà molto fastidio sentire di continuo due diverse categorie di miei contemporanei: i più ignoranti e i più colti in malafede, sparlare del Medioevo. Per cui io ora vorrei… fare l’unica cosa che sono capace di fare: scrivere del vostro tempo, intendo descrivere la realtà del vostro tempo secondo verità. Per farla conoscere e, se possibile, amare».

Corti usa vari registri, pur mantenendo uno stile nel complesso semplice e lineare: narrazione in prima persona, racconto di cronaca, racconto per immagini (che rendono il testo quasi cinematografico), racconto teatrale (si veda ad esempio la sequenza «A Montegiove»). Il suo procedere piano è uno dei meriti più riconosciuti allo scrittore brianzolo, non a caso soprannominato il «Tolstoj italiano del Novecento»: se la scrittura può sembrare fin troppo elementare, in verità è perché fa da supporto alla trasparenza e chiarezza delle idee che Corti vuole testimoniare. Corti è un testimone dell’umanesimo cristiano del Novecento contro l’ideologia nazista e quella comunista che hanno fatto rispettivamente venticinque e cento milioni di morti (come lui stesso afferma in più parti del libro). Questo tono piano, saldamente ancorato alle fonti storiche, è quello che lui usa con gli studenti universitari che vengono a trovarlo nella sua casa in Brianza.

È pensando anche a loro che ha scritto questo libro, lasciandolo come «testamento spirituale» (come ha fatto con uno dei suoi ultimi libri un altro grande scrittore francese: Jean Guitton). La seconda parte del volume racchiude una quindicina di testi brevi, scritti nell’arco di un quarantennio, che accanto agli indimenticabili ricordi di guerra propongono interventi sulla contestazione del ’68, istantanee di amici esemplari (don Carlo Gnocchi, in primis), un originalissimo ex-voto per san Michele Arcangelo e una suggestiva Apocalisse anno duemila. Questa seconda parte assume a volte il tono della fabula: ci sono aneddoti sulla vita da campo durante la guerra (Corti ha scritto che «La guerra è stata la maggiore esperienza della mia vita»), fatti accaduti, descrizioni della natura e degli animali che si sono accompagnati ai soldati italiani durante la guerra in Russia, personaggi stravaganti messi in scena (come Ardito, o Carlo B., o Il Popi).

Quel che risalta da tutti questi racconti è la loro classicità: la presenza, cioè, di un’autentica tensione morale che li permea e li caratterizza; come le favole classiche di Esopo, anche qui Corti imprime alla scrittura un forte insegnamento morale. A questo scopo sono funzionali i dialoghi: si veda l’ultimo bellissimo dialogo (quasi un commiato) tra lo scrittore (che, nella fantasia, si immagina giunto in Paradiso) e un amico vescovo polacco appena ritrovato. Alla domanda circa il perché del male nel mondo commesso da quei flagelli satanici che si sono rivelati il nazismo e il comunismo, il vescovo risponde: “Ricorda: una somma così iperbolica di sofferenze umane non va affatto perduta… è andata ad aggiungersi alla sofferenza, anch’essa terribile, sofferta dall’Uomo-Dio sulla croce, a riscatto degli infiniti peccati degli uomini”.

Quando la lettura finisce, ha il sapore di un commiato. Ma noi speriamo sia soltanto un arrivederci, fino alla prossima volta.

(Elisabetta Modena, 26/01/2009, RebeccaLibri)

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Eugenio Corti racconta il Medioevo

Il Medioevo e altri racconti

Il Medioevo e altri racconti

«Il popolo cristiano esiste perché ha dei padri e dei fratelli maggiori, ed Eugenio è stato per più di una generazione un vero fratello maggiore, la cui chiarezza mentale e statura morale hanno costituito e costituiscono una risorsa per tutti». Così Cesare Cavalleri, direttore di Studi Cattolici, ha introdotto la figura di Eugenio Corti alla platea riunitasi presso la libreria Archivi del Novecento giovedì 18 dicembre [2008] per la presentazione dell’ultima fatica letteraria dell’autore brianzolo, “Il Medioevo e altri racconti” (pp. 194, Ares). Assieme all’autore sono intervenuti gli scrittori Ferruccio Parazzoli e Alessandro Zaccuri.

Nel 1983 Ares pubblicava il capolavoro dell’autore, l’epopea del Cavallo rosso, romanzo tradotto in nove lingue, che da due decenni sfida le leggi dell’editoria italiana (è giunto ormai alla 24° ristampa) e che ha fatto parlare di Eugenio Corti come del «Tolstoj italiano del Novecento».

In seguito, l’autore si era applicato ai “romanzi per immagini”: La terra dell’indio e L’isola del Paradiso. Con Catone l’antico, Corti aveva fatto rivivere ai lettori un punto cruciale della storia romana, la lotta contro la corruzione dell’ellenismo e contro il sistema socio-economico basato sullo schiavismo. Con questo nuovo libro, Corti può finalmente dedicarsi al periodo storico da lui più amato, il Medioevo, visto come paradigma realizzato della civiltà cristiana. E lo fa raccontando la storia della beata Angelina da Montegiove (1377-1435), conterranea della più nota beata Angela da Foligno (1208-1309), premettendo un ampio excursus che valorizza il Medioevo nella storia dell’umanità. Il tono narrativo, frutto del costante sforzo storico e documentario che caratterizza tutta la produzione dell’autore, è lo stesso che Corti utilizza nei suoi incontri con i numerosissimi studenti universitari che vanno a trovarlo nella sua casa in Brianza, che trovano «nell’aquila dei suoi 87 anni» uno straordinario testimone del Ventesimo secolo e un maestro per i tempi nuovi. Ed è ai giovani che il libro è indirizzato: «Ci sono dei punti fondamentali che vorrei trasmettere ai ragazzi – ha dichiarato l’autore. Vorrei proporre loro quest’epoca, perché credo che vi siano molti elementi di insegnamento».

La direzione verticale
La seconda parte del volume racchiude una quindicina di testi brevi, scritti nell’arco di un quarantennio, che accanto agli indimenticabili ricordi di guerra, allineano interventi sulla contestazione del ‘68, istantanee di amici esemplari (don Carlo Gnocchi, in primis), un originalissimo ex-voto per san Michele Arcangelo e una suggestiva Apocalisse anno duemila.

Lo scrittore Ferruccio Parazzoli ha definito l’opera di Corti un libro saggistico solo in apparenza, poiché all’interno di esso si mescolano approcci diversi, e una grande varietà di temi e di scrittura. «Per chi come me non vive in un ambiente dichiaratamente cattolico, la lettura di questo libro scuote, addirittura mette in imbarazzo». La scossa, per Parazzoli, viene causata dalla posizione morale dello scrittore, che si riflette anche sulla sfera della riuscita letteraria. L’opera di Corti si distingue dall’attuale panorama letterario, che legge tutto solo “orizzontalmente”: «Manca oggi la dimensione verticale, quella fatta di cielo e di abisso. La scrittura di Corti, invece, canta i dolori e le gioie della terra tenendo sempre presenta la direzione verticale, con tutti i pericoli che questo arrampicare comporta: prima fra tutte, la complessità dell’essere semplici e al tempo stesso profondi».

A questo proposito, la prima sezione del libro si apre con un saggio che è innanzitutto dichiarazione di poetica. In esso l’autore attua un chiaro distinguo tra contenuto e forma, tra arte e testimonianza, richiamando un concetto ormai in via d’estinzione: quello di identità tra scrittura e fede, tra narrazione e missione di verità. Non vi è dubbio che questi due aspetti coincidano, per un autore che considera il romanzo «il poema dell’antichità classica trasferito nella modernità». Corti si propone di proseguire una linea di scrittura alla quale si sente profondamente legato, che parte da Omero e che si è sviluppata prima nel mondo greco, poi nella classicità romana, soprattutto con Virgilio, e che è proseguita attraverso il Medioevo e il Rinascimento (epoca, questa, che nella sua parte positiva si sviluppa sulle basi stesse del Medioevo) per giungere poi fino agli inizi del Novecento. Questo iter letterario ideale costituisce per Corti la “linea madre” della nostra cultura: una scrittura fondata su un misto di trascendenza e d’immanenza. Secondo l’autore, dopo i primi del Novecento questa linea si è assottigliata, deviando verso un sostanziale nichilismo che non è più stato in grado di fornire all’uomo delle risposte soddisfacenti.

È in questo senso che si spiega la volontà di Corti di trattare in questa nuova opera l’età del Medioevo. L’elogio va letto non come preferenza artistica, ma piuttosto come scelta umana, che corrisponde alla testimonianza di quei valori che amalgamarono la civiltà occidentale.

Sogno (non freudiano)
Di fatto, Corti ha definito tutte le sue opere (comprese quelle saggistiche) in qualche modo autobiografiche. Se con “Il cavallo rosso” l’autore andava progressivamente identificandosi in uno dei personaggi, Michele Tintori, in “Il Medioevo e altri racconti” Corti non si proietta su un personaggio in particolare, ma la storia di Angelina è sempre inframmezzata dalla presenza dello scrittore, in una scrittura anti-narrativa, che si cela, coraggiosa e innovativa proprio nella sua apparente tradizionalità. Esemplificativo in questo senso è il recupero della dimensione del sogno, quella che alcuni critici hanno chiamato «visionarietà». L’onirico, per Eugenio Corti, non è visto come un prodotto della psiche, non è groviglio freudiano da analizzare alla luce di categorie psico-scientifiche, ma coincide piuttosto con un’agnizione, come nell’Omero che tanto ama. I sogni sono esterni al sognatore e realmente esistenti al di là di esso: consistono in una visione illuminata, dialogo con una presenza sognata, che illumina l’uomo sulla verità. Probabilmente è proprio questo realismo onirico a spiegare l’affezione che da anni lega i lettori all’opera cortiana: è infatti attraverso la visione che lo scrittore risponde al bisogno di verità e di semplicità che l’uomo sempre ricerca, e a cui i suoi libri hanno sempre cercato di dare una risposta.

Non è il Nome della rosa
Lo scrittore Alessandro Zaccuri ha contrapposto l’opera di Corti a quella di Umberto Eco, Il nome della rosa. «Per Corti il Medioevo non è un tema, quanto un modello: è visto come categoria alla luce della quale la storia intera può essere interpretata. Non dimentichiamo che è il Medioevo è innanzitutto il tempo delle grandi cattedrali. E costruire cattedrali è anche quello che fa Corti, un’opera ardita, in continua evoluzione, imperitura».

La categoria interpretativa interna all’opera è invece del tutto umana. Corti, vecchio soldato, ha visto gli orrori della guerra e dei lager. «Ho ricercato la figura del soldato anche nel Medioevo. E ho trovato l‘immagine del cavaliere, che metteva Dio sopra tutto. Il cavaliere medioevale non infierisce sul nemico per ucciderlo, ma gli stringe la mano. C’è della bellezza in questo, e questa realtà investe tutto il mondo». Zaccuri ha concluso l’incontro mettendo a fuoco la peculiarità ultima dell’opera: il mancato distacco tra due dimensioni troppo spesso poste ad estremi irraggiungibili, quella del reale e quella mistica. «Corti è un uomo che è andato alla ricerca delle poche cose semplici che sono chiave di risposte. Recentemente in letteratura il linguaggio della teologia della religione è usato ampliamente, ma sempre in senso misticheggiante. L’aspetto affascinante di Eugenio Corti è che al posto della complessità, di fatto vuota, c’è un’immagine, semplice, ferma, riconoscibile. Che dà significato e dà verità a tutto il resto. E il lettore non può fare a meno di pensare: “Se è vera questa storia, ci sono dentro anch’io”».

(Chiara Sirianni, 21/12/08, Tempi)

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